15 dicembre 2005

No, non è l'ENA

Nelle lettere alla redazione di "IO Donna", magazine femminile del Corriere, una nota e una risposta semplicemente commoventi.
Scrive marioml@tin.it:
"Dall'interessante articolo di Marzio G. Mian "All'Ena per conquistare l'Europa" (Io donna 46) ho appreso che in Italia abbiamo la Scuola superiore della pubblica amministrazione. Non lo sapevo e chiedendo a colleghi e amici, tra cui laureati al Politecnico, alla Bocconi o in Scienze bancarie e attuariali (sic!), ho verificato che anche loro non ne conoscevano l'esistenza. Non sarebbe il caso di pensare a una Ena anche in Italia? Magari con docenti francesi (sic!!) in modo da avere, nel tempo, personale preparato adeguatamente per gli uffici di Bruxelles o di Strasburgo oltre che per quelli di casa nostra."
La risposta di M.G.Mian, autore dell'articolo:
"C'è un sito piuttosto ben fatto: www.sspa.it. Certo, potrebbe essere la nostra Ena, ma non lo è. Anche se l'intenzione dei fondatori era proprio quella. Poi, pian piano, i "baroni" della pubblica amministrazione, di fronte all'eventualità di competere con giovani usciti "soltanto" da una scuola di formazione, hanno limitato le potenzialità dell'istituto. Per essere élite in Italia bisogna come minimo avere i capelli bianchi".

Vero...

04 dicembre 2005

Privatizzazioni al palo una sfida da giocare per la cultura liberista


Di Massimo Mucchetti
Corriere della Sera, 4 dicembre 2005
Lo Stato non è il migliore dei padroni ma non sempre chi subentra fa il bene dell’impresa

Privatizzare è l'imperativo categorico del mondo accademico, professionale e finanziario di formazione anglosassone. Non lo è per la politica, che si è rassegnata a cedere beni dello Stato allo scopo di ridurre il debito pubblico (quando è il Tesoro a vendere) o per finanziare il deficit annuale (quando al Tesoro arrivano i dividendi delle società controllate che vendono). La contrapposizione si alimenta di opposte letture dell’interesse generale, ma anche di ragioni meno alte: la conservazione del potere e delle clientele da parte della politica; l'acquisizione di commissioni e consulenze da parte dell'altro fronte. Alla vigilia di una campagna elettorale che si vorrebbe impegnata su un riformismo misurabile e non su fumose promesse onnicomprensive, converrebbe specialmente alla cultura liberale e liberista, quasi sempre ridotta al ruolo di grillo parlante in entrambi gli schieramenti dediti alla realpolitik , spiegare perché e che cosa si debba privatizzare, qui e ora. Privatizzare, infatti, non è un precetto europeo ma una scelta nazionale. La Ue tutela la concorrenza, e dunque interviene qualora le imprese ricevano dagli Stati aiuti tali da distorcerla. Non si cura, invece, della proprietà pubblica o privata delle imprese medesime. Vendere i beni pubblici aveva una sua spettacolare convenienza quando i tassi d'interesse erano alti e i profitti delle Partecipazioni statali modesti. Con un debito pubblico che nel 2004 è costato il 2,66%, la convenienza finanziaria sfuma. Dalla mera cessione del 20% dell'Eni lo Stato incasserebbe 18 miliardi, che, una volta detratti dal debito pubblico, gli farebbero risparmiare 480 milioni di interessi, ma dovrebbe rinunciare a dividendi per 660 milioni. Ci vorrebbe un aumento di un punto dei tassi per avere un saldo nullo tra interessi risparmiati e dividendi venuti meno. Poiché la Bce ha aumentato il tasso di riferimento di un quarto di punto, si dovrà decidere in base alle previsioni. E senza dimenticare che non serve realizzare il patrimonio se non si ferma il deficit corrente.
Ma privatizzare vuol anche dire cambiare il padrone di Eni, Enel, Finmeccanica e via elencando. E' saggio farlo quando il vecchio non sia in grado di scegliere bene il management e di assicurargli stabilità, rispetto e, quando servano, i mezzi per lo sviluppo. Tra il 1970 e il 1992, lo Stato si è rivelato un azionista spesso meritevole di essere licenziato. Nei trent'anni precedenti, invece, si era guadagnato un plauso e negli ultimi 15 un giudizio più contrastato: ancora un plauso per aver nominato manager di solito bravi e talvolta capaci di un pensiero strategico (Eni, Finmeccanica); una riserva, per aver sfruttato le posizioni di monopolio come un privato perseguendo il profitto (Eni ed Enel) o galleggiando (Rai); una condanna per insipienza (Alitalia).
Lo Stato non è il migliore dei padroni possibili. Ma non tutti i privati portano alle imprese la stessa dote. Chi compra a debito un ex monopolio, per esempio, conta di ripagare i creditori con il cash flow irrobustito dai risparmi fiscali, e dunque finisce per destinare la maggior parte del valore aggiunto alla remunerazione del capitale investito anziché agli investimenti e, non avendo alternative, «deve» difendere con i denti le posizioni dominanti sul mercato interno. Non tutti i privati, d’altra parte, garantiscono l'italianità delle imprese privatizzande, e cioè la salvaguardia in loco dei lavori più pregiati. La politica delle privatizzazioni risulterà tanto più convincente se, nell'Italia reale, che è quella delle fondazioni bancarie e dei capitalisti senza capitale e non l’Italia immaginaria dei fondi pensione di là da venire, saprà dare risposte più chiare dalla comoda delega di ogni responsabilità alla «mano invisibile» del mercato.
(con la consulenza tecnica di Miraquota )


Io e il Padreterno

"Io e il Padreterno lavoriamo in campi diversi"

Yul Brinner ne "I Magnifici Sette"

26 novembre 2005

“Addio, Dolce Vita”

A prima vista, in Italia la vita sembra ancora abbastanza dolce. Il paesaggio è straordinario, le città storiche sono meravigliose, i tesori culturali stupefacenti, e il cibo e il vino più gustosi che mai. Per molti aspetti, gli italiani sono ricchi, vivono a lungo e le loro famiglie sono incredibilmente unite. La rozza ubriachezza che rende spiacevole i centri delle città di molti paesi europei in Italia è fortunatamente quasi assente. Il traffico può essere caotico, e luoghi come Venezia e Firenze sono assaltati dai turisti; ma se ci andate fuori stagione (o se semplicemente vi allontanate dai posti più battuti), potrete passare in Italia giorni più piacevoli che in qualsiasi altro paese del mondo.
Tuttavia, sotto questa dolce superficie, molte cose sembrano essersi guastate. Il miracolo economico successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, culminato nel famoso sorpasso del 1987 (quando l’Italia annunciò che il proprio pil aveva superato quello dell’Inghilterra), è ormai finito del tutto. Nel corso degli ultimi quindici anni, il tasso medio di crescita economica è stato il più basso fra i paesi dell’Ue, rimanendo indietro persino rispetto a quello di Francia e Germania. All’inizio di quest’anno l’Italia ha addirittura vissuto un breve periodo di recessione; nel 2005 sarà probabilmente il solo paese dell’Ue in cui l’economia ha subito una contrazione. Per il prossimo anno ci si aspetta, come prospettiva più rosea, una crescita economica minima.
Le aziende italiane, soprattutto quelle piccole, a conduzione familiare, che hanno rappresentato l’ossatura portante dell’economia italiana, sono esposte a pressioni sempre più forti. I costi sono aumentati, ma la produttività non è aumentata o è addiritura calata. L’adozione della moneta unica europea esclude la possibilità di una svalutazione, che per molti anni ha rappresentato una valvola di sicurezza per il business italiano. La competitività del paese sta rapidamente disintegrandosi, mentre la quota di esportazioni mondiali e di investimenti stranieri diretti è molto bassa. Nella lista dei paesi più competitivi compilata dal World Economic Forum all’Italia è stato assegnato un umiliante quarantasettesimo posto, soltanto una posizione in più rispetto a quella occupata dal Botswana. L’economia italiana si è rivelata anche molto vulnerabile di fronte alla concorrenza dei paesi asiatici, perché molte aziende italiane sono specializzate in settori come quello tessile e calzaturiero, che stanno subendo l’assalto cinese.

Gli effetti del declino
Gli effetti di questo declino iniziano a essere visibili. Un numero crescente di italiani vede ristagnare o addirittura diminuire il proprio tenore di vita. Il costo della vita sembra essere drasticamente aumentato da quando l’euro ha preso il posto delle lire nel gennaio 2002. I prezzi degli immobili sono senza dubbio diventati proibitivi per molti italiani che vogliono acquistare la loro prima casa a Roma, a Milano e persino a Napoli. Molti italiani stanno riducendo le spese per le loro vacanze annuali, o vi rinunciano del tutto. Altri stanno rinunciando a comprarsi nuove automobili o nuovi vestiti, un’autentica privazione per un popolo così attento allo stile. I supermercati riferiscono che gli acquisti calano drasticamente nella quarta settimana del mese, prima del pagamento dello stipendio, evidente prova del fatto che le famiglie fanno parecchia fatica ad arrivare alla fine del mese.
Un’economia fiacca crea anche problemi più vasti. Le infrastrutture del paese sono in pessime condizioni: strade, ferrovie e aeroporti sono al di sotto degli standard europei, e gli edifici pubblici e privati sono sempre più fatiscenti. La qualità dell’istruzione è calata: sul piano internazionale il paese fa una brutta figura, e nemmeno un’università italiana figura tra le migliori novanta del mondo. Le spese per la ricerca e lo sviluppo sono ben al di sotto degli standard internazionali. L’Italia ha anche subito contraccolpi molto negativi a causa degli scandali aziendali, in particolare quelli della Cirio e della Parmalat. E le finanze pubbliche sono nel caos. Stime autorevoli pongono il deficit di bilancio per il prossimo anno al 5 per cento del pil, ossia molto di più del tetto del 3 per cento previsto dal Patto di stabilità e crescita. Il debito pubblico equivale al 120 per cento del pil e ha ormai smesso di scendere. Persino la struttura sociale del paese si trova sotto pressione. La famiglia rimane forte e il tasso di divorzi è relativamente basso. Ma il fatto che il 40 per cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni vivono ancora con i propri genitori non è segno di armonia familiare o di attaccamento ai piatti della mamma. Molti giovani italiani non vanno via di casa perché non riescono a trovare lavoro o perché non guadagnano abbastanza per permetterselo. La solidarietà sociale (un concetto difficilmente quantificabile) in Italia sembra essere a un livello molto basso, e questa è probabilmente uno dei principali motivi per cui le aziende di famiglia hanno sempre avuto un ruolo decisivo nell’economia italiana. Il rispetto delle regole e delle leggi, mai alto, negli ultimi anni sembra essersi ulteriormente ridotto.
L’evasione fiscale e le costruzioni abusive, incoraggiate da ripetute amnistie, continuano ad aumentare. Il crimine organizzato e la corruzione sono ancora estremamente diffusi, soprattutto nel Sud.
A completare il quadro, l’andamento demografico appare un disastro. L’Italia ha un tasso di natalità fra i più bassi d’Europa, con una media di 1,3 bambini per donna, e la popolazione si sta riducendo. Per di più, gli italiani vivono più a lungo, e quindi la popolazione sta anche rapidamente invecchiando. Le conseguenze economiche (troppi pensionati e un numero insufficiente di lavoratori per mantenerli) sono estremamente preoccupanti. Ciò che le rende ancora più gravi è il basso tasso di occupazione degli italiani. Soltanto il 57 per cento della fascia tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro, la proporzione più bassa di tutta l’Europa. La Germania, in confronto, ha un tasso di occupazione del 66 per cento e l’Inghilterra del 73 per cento. Per quanto il tasso complessivo di disoccupazione non sia troppo negativo rispetto allo standard europeo, appare preoccupantemente alto tra i giovani e al Sud.
Che cosa non ha funzionato nell’economia italiana, e come vi si può porre rimedio? Sono le principali domande alle quali quest’inchiesta cerca di rispondere. Ma bisogna tenere presente il turbolento contesto della scena politica italiana. Il governo di centro-destra presieduto da Silvio Berlusconi, eletto nel maggio 2001, sembra destinato a riuscire nella rara impresa di rimanere in carica per tutta la durata della legislatura, per la prima volta nella storia dei governi post-bellici. Berlusconi ne è estramamente orgoglioso. Ma ha molto meno di che essere orgoglioso quando si tratta della situazione economica. Nella campagna elettorale del 2001 aveva promesso di utilizzare il senso degli affari che lo aveva fatto diventare l’uomo più ricco d’Italia per rendere più ricchi tutti gli italiani. Ma non ci è affatto riuscito.

L’eredità di Silvio Berlusconi
L’opinione che l’Economist ha di Berlusconi è ben nota. Nell’aprile del 2001 abbiamo scritto che non era l’uomo adatto per governare l’Italia, a causa dei numerosi problemi legali che aveva avuto nel corso della sua carriera di imprenditore e a causa dei conflitti di interesse derivanti dal fatto che è proprietario delle tre principali reti televisive private italiane. Quasi cinque anni dopo, Berlusconi continua ad avere gli stessi problemi legali, e non ha fatto praticamente nulla per risolvere i conflitti di interesse; anzi, poiché il governo è proprietario della Rai, Berlusconi ora controlla circa il 90 per cento delle reti televisive italiane. Il verdetto del 2001 non cambia di una virgola.
Ciononostante, come avevamo osservato allora, nel 2001 c’erano validi motivi per eleggere la coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi. L’Italia aveva estremamente bisogno di una sana dose di riforme pro-mercato, di liberalizzazione, di privatizzazione, di deregolamentazione e di scuotimento della pubblica amministrazione, tutte cose che Berlusconi aveva promesso di fare. Aveva persino giurato di ridurre le tasse. La maggioranza degli italiani, appoggiati da buona parte del mondo degli affari, è stata disposta a dimenticare i suoi problemi legali e i suoi conflitti di interesse per dargli l’opportunità di riformare il paese. Ma, ormai all’approssimarsi delle prossime elezioni, ben poco di quanto promesso è stato realizzato, e moltissimi suoi iniziali sostenitori appaiono profondamente delusi. Persino l’apparente stabilità politica garantita da Berlusconi può ingannare. La sua coalizione esapartitica di centro-destra ha rischiato più volte di frantumarsi.
In questo momento l’opposizione di centro-sinistra, guidata da Romano Prodi, sembra destinata a vincere le elezioni dell’aprile 2006. Ma anche in caso di vittoria, per Prodi sarà molto difficile avviare una politica di riforme, soprattutto perché la sua coalizione raggruppa non meno di nove partiti, molti dei quali si oppongono al cambiamento. E’ stato proprio un suo alleato, Fausto Bertinotti, a causare la caduta del governo Prodi nel 1998. In verità, nessuna delle due principali formazioni politiche italiane offre molte speranze a chi ritiene che il paese abbia bisogno di radicali (e dolorose) riforme.
Ma l’Italia si sta avvicinando alla resa dei conti. Esattamente come Venezia nel XVIII secolo, ha vissuto troppo a lungo sull’eredità dei suoi passati successi. Venezia fu spazzata via da Napoleone, e l’ultimo doge si dimise di propria spontanea volontà. Oggi è poco più di un’attrazione turistica, per quanto affascinante. Potrebbe essere questo il destino di tutta l’Italia?
© The Economist
per gentile concessione di Panorama
(traduzione di Aldo Piccato)
(25/11/2005)

16 novembre 2005

Dirigenti e poeti

“Florentino Ariza scriveva qualsiasi cosa con tanta passione che persino i documenti ufficiali sembravano lettere d’amore…
Senza proporselo, senza neppure saperlo, dimostrò con la sua stessa vita… che non esisteva nessuno con maggior senso pratico, né spaccapietre più ostinati, né
direttori più lucidi e pericolosi, dei poeti.”

Gabriel Garcia Marquez, “L’amore ai tempi del colera”.

24 ottobre 2005

Un bilancio sull'Iraq

Le vere cause della guerra in Iraq forse non le sapremo mai. Preoccuparsi ora se fosse giusta, legittima, alla luce di un diritto internazionale che è una materia molto meno codificata e assai più permeabile alla prassi di quanto non si creda, è preoccupazione da leguleio, ma la politica estera e di sicurezza si fa in altro modo. Dall’alto delle mie precedenti convinzioni nonché di un corso di politica di sicurezza di otto mesi in Svizzera mi permetto di fare le seguenti considerazioni:
Effetti positivi di questa guerra:

  1. per la prima volta gli Iracheni hanno votato liberamente;
  2. per la prima volta nella loro storia godono della libertà di stampa e di altre libertà civili;
  3. per la prima volta dalla spartizione dell’Impero Ottomano, il popolo curdo, diviso in cinque paesi e perseguitato, gode di garanzie e di una reale autonomia;
  4. un dittatore feroce e sanguinario come Saddam è stato chiamato a rispondere dei suoi misfatti davanti a una corte del suo paese, e forse a subire la pena capitale.

Poi nulla quaestio sul fatto che il dopoguerra sia stato gestito male. Ma la preoccupazione per la diffusione di armi di distruzione di massa è reale e ha un serio fondamento, specie dopo la scoperta del network di A.Q. Khan.

L’Italia che ci ha guadagnato?

  1. Maggiore ascolto a Washington rispetto a quanto ne abbiamo in Europa, dove gli altri tre grandi paesi (UK, Francia, Germania) tendono a costituire un direttorio dei Big Three che tiene fuori l’Italia (vedi Tony Blair ancora pochi giorni fa).
  2. Sfavore americano verso il progetto di riforma del consiglio di Sicurezza dell’ONU che vedrebbe l’attribuzione alla Germania di un seggio permanente, e quindi la marginalizzazione dell’Italia.
  3. Costituzione di un fronte europeo che si oppone ai disegni egemonici dei Big 3.

Non si tratta di sostenere una guerra: la guerra è finita da un bel pezzo. In questo momento in Iraq esiste una fase di transizione costituzionale, garantita da una occupazione militare provvisoria, cui l’Italia partecipa. Se ci fosse un cambio di maggioranza, probabilmente avremmo il ritiro delle nostre truppe, sulla base del falso presupposto che tale occupazione è illegale.

Perché, e qui casca l’asino, la presenza militare alleata – contrariamente a quanto si dice e crede da noi - è pienamente legittimata dalla risoluzione UNSC (Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) 1511 del 16 ottobre 2003, paragrafi 13 e 14

Per effetto di un impegno militare assolutamente minimo date le poche risorse che l’Italia destina alla sicurezza e difesa, coniugato però con una scelta di campo del tutto netta ed inequivoca - rarissima nella nostra storia recente (barzelletta diffusa nella Bundeswehr raccontatami dal mio collega colonnello tedesco: “Lo sai, gli Italiani hanno dichiarato la guerra” “oh!” “Ma non preoccuparti, questa volta sono contro di noi”) - l’Italia ha saputo difendere un posto di prestigio nel grande gioco della politica internazionale e sventare o ritardare interessati progetti di emarginazione. Insomma, abbiamo attaccato il carro dove erano i nostri reali interessi e abbiamo guadagnato tanto con poco.

Perché avremmo dovuto metterci con chi mira ad emarginare il nostro ruolo europeo ed internazionale? Perché avremmo dovuto batterci per il ruolo dell’ONU, organizzazione nella quale l’Italia conta poco, e con la riforma del Consiglio di Sicurezza nel senso voluto dalla Germania conterebbe assai meno?

Nel frattempo, vorrei ricordare, quell’ONU che nelle piazze italiane veniva contrabbandato come la fonte sola e ultima della legalità internazionale (mentre è un elefantiaco e disordinato organismo burocratico: l'ho visto da vicino), è stato scosso dallo scandalo “Oil for Food” che ha toccato anche il Segretario Generale Kofi Annan (non proprio un amico dell’Italia). Lo scandalo ha dimostrato, se ce n’era il bisogno, che anche negli argomenti contro l’intervento c’entravano ben poco le preoccupazioni umanitarie e molto invece interessi poco puliti…

Tutto questo può sembrare cinismo: è invece solo sano realismo politico.

22 ottobre 2005

Riflettendo su Ridolfi


Ho la ventura di abitare vicino a tre famose realizzazioni romane dell’architetto neorealista Mario Ridolfi (il Palazzo delle Poste di Piazza Bologna, il Villino Rea di Villa Massimo, la Palazzina di Via G.B. De Rossi). A lui sono dedicate in questi giorni a Roma ben due mostre, una alla Calcografia Nazionale e un’altra all’Accademia di San Luca (che insieme alla vicina mostra di Paolo Soleri all’Istituto per la Grafica fanno di Fontana di Trevi un vero triangolo dell’architettura moderna).
Colpisce, nel percorso di questo importante architetto, la progressiva riduzione intimistica: debuttò con il grande palazzo pubblico di Piazza Bologna, capace di essere un segno ‘forte’ nell’immagine di un quartiere moderno, per poi costruire solo palazzine e sopraelevazioni (le due celebri al Pinciano), i due quartieri popolari del Tiburtino e di Viale Etiopia, ed infine ritirarsi a Terni.
Le sue opere si mimetizzano agilmente nel contesto urbano, e bisogna felicitarsene se si pensa al diverso percorso di un Mario Fiorentino, la cui opera si svolge largamente parallela a quella di Ridolfi (la sopraelevazione del Villino Astaldi, la collaborazione al quartiere Tiburtino, le case a torre di Viale Etiopia proprio dirimpetto a quelle di Ridolfi, in un rapporto di dialogo rispettoso), per poi finire miseramente nell’opera postuma del Palazzone di Corviale, il mostruoso serpentone di edilizia popolare lungo 1 km dove abitano infelici diecimila persone.
In entrambi i casi, tuttavia, l’oscillazione tra il grande segno urbano e la cura minimalista per il particolare, denuncia l’incapacità – in un periodo di forte urbanizzazione - di codificare una nuova idea di città nella quale l’impronta dell’architetto non si riduca a manifestazione isolata ed episodica.

21 ottobre 2005

L'ultimo volo di Folon

Jean Michel Folon è morto, e la cosa coglie di sorpresa, perchè si pensa che i poeti siano immortali, o almeno, senza tempo. La splendida mostra retrospettiva al Forte Belvedere e a Palazzo Vecchio a Firenze - chiusasi appena venti giorni fa - è stata dunque l'ultima, lui vivente.
Erede della grande tradizione belga del disegno e del fumetto, l'aveva portata a livelli di poesia inarrivabili. La sua tavolozza si nutriva dei colori dell'arcobaleno. Narrava un mondo fiabesco e leggiadro, lontano dagli intellettualismi aridi che affollano i Musei d'Arte Contemporanea, ma niente affatto disimpegnato (la sua colomba dedicata alla 'Pace Preventiva', la campagna elettorale italiana del 2001). Si era ugualmente cimentato con la scultura, l'incisione, la pubblicità: queste sono tre mie foto di una sua campagna pubblicitaria a Roma, Via della Conciliazione, nel 1998. Certamente debitore del surrealismo di Magritte, i suoi paesaggi avevano tuttavia perso la nera inquietudine della notte per colorarsi dell'aria e delle solarità del Mediterraneo.
I suoi ometti anonimi (che chiamava "mes petit bonhommes") vestivano indefettibilmente cappello e paltò, ma si trasformavano in sorprendenti centauri, o in angeli pronti a librarsi in cielo. Come a simboleggiare che persino da una grigia maschera borghese può sprigionarsi la potenza della fantasia e del sogno. Un messaggio di grande speranza, e di conforto. Che la luce sia sempre con lui.
foto © Dario Quintavalle1998

Par Condicio

La politica torna a parlare di 'par condicio'. Forse il Presidente della Camera dovrebbe leggere ai deputati quella meravigliosa frase dello scrittore provenzale Jean Giono: "Dieu a ete' scandaleusement partiel en faveur des poissons au moment du deluge universel"

20 ottobre 2005

Spoils System

In Italia abbiamo il vizio di importare istituti stranieri cambiandone completamente la natura e il significato, e lasciando intatto solo il nome.
Lo 'spoils system' (sistema delle spoglie) è l'istituto che permette al Presidente degli Stati Uniti di nominare, una volta eletto, cittadini esterni al Governo a ricoprire una serie di cariche pubbliche.
Non dimentichiamo però il quadro: negli Stati Uniti, molte funzioni pubbliche che da noi sono ricoperte da funzionari di carriera per concorso, sono elettive.
Inoltre lo spoils system è regolato dal principio 'simul stabunt, simul cadent' (anche se gli Americani non sanno il Latino): cioè le persone nominate dal presidente smammano infallibilmente quando questi se ne va.
Da noi questo non avviene e i Dirigenti nominati con contratti di consulenza restano a vita sul groppone dello Stato. Alla faccia della norma costituzionale per cui all'impiego pubblico si accede tramite concorso.
Così, in un colpo solo, si è introdotta la precarizzazione della dirigenza pubblica e la stabilizzazione dei fedelissimi della politica. Questa situazione lede uno dei principi della democrazia, che è la possibilità di liberarsi di un governo con libere elezioni. Se se ne vanno i politici di una parte, ma restano nelle amministrazioni i loro dipendenti, cosa cambia? Essi, collocati ai piani alti dell'Amministrazione, saranno in grado di condizionare il nuovo governo uscito dalle urne, ben più di quanto potrà mai fare la burocrazia di carriera. Su questo dovremmo soffermarci.

18 ottobre 2005

Ricordo di Giuseppe Negro

L'ultima volta che ci siamo parlati, attorno a qualche chilo di gelato, sulla sua terrazza romana, soffriva visibilmente, ma continuava a pensare al futuro. Che la sua vita dovesse durare ancora pochi mesi non gli importava, la sua energia sembrava inesauribile. Parlava con un lampo di dolce ironia di quella malattia stupida che, quando avesse finito di ucciderlo, sarebbe morta anche lei. Le grandi persone sorridono alla vita e vivono ogni giorno come fosse l'ultimo, e quando è giunta l'ora se ne vanno senza grandi rimpianti.
Addio a Peppe Negro, Direttore Generale del MEF, sindacalista della Cida-Unadis, accanito fumatore, amico indimenticabile.

Paperinik e la sua maschera



Ho sempre trovato Topolino un personaggio monotono e prevedibile: inossidabilmente onesto, monogamo (e direi inconsciamente misogino), razionale, infallibile, imperturbabile. Insomma, un par di palle.

A lui preferisco Paperino, personaggio dalle plurime sfaccettature, capace di grandi slanci di ira ma anche di enorme generosità, geloso della sua amata ma uomo libero, farfallone eppure essenzialmente fedele (piuttosto è Paperina, diciamolo, ad essere un po' putaine), capace di passare dall'ozio sull'amaca all'avventura dei viaggi spaziali. Paperino è un personaggio controverso, contraddittorio, quindi drammaticamente e autenticamente moderno.

Il suo alter ego, Paperinik, esprime ulteriormente la multiforme latitudine e la profondità psicologica della sua personalità. Nel rapporto ambiguo Paperino-Paperinik si cela il paradosso che rende così ricco questo personaggio: a ben vedere, infatti, è il misterioso, infaticabile Paperinik il 'vero' Paperino, mentre il Paperino sonnacchioso e scioperato che tutti conoscono ne è solo la maschera quotidiana e rassicurante. Simbolo potente dell'eroe borghese costretto dal conformismo del suo tempo a celare la sua vera identità. 

Le migliori storie di Paperinik stanno uscendo in un periodico mensile tutto dedicato a lui, assolutamente imperdibile.

Merita inoltre una visita questo completissimo sito a lui dedicato.

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Vedi anche Paperino, eroe borghese

16 ottobre 2005

La Famiglia Bellelli alla GNAM

Ho un'antica passione per questo quadro di Degas, "La famiglia Bellelli", del quale ho un poster, riportato da New York, che campeggia da anni sopra il mio letto.
Un'interno di famiglia aristocratica, severo e niente affatto allegro, del quale Degas riesce a restituire con maestria l'atmosfera.
La Galleria Nazionale di Arte Moderna di valle Giulia a Roma lo espone fino al 27 gennaio 2006, in prestito dal Museo d'Orsay di Parigi. Degas, esposto in mezzo ad artisti toscani dell'Ottocento, giganteggia.
Oggi però il vero protagonista era un bel sole romano, caldo e affettuoso.

13 ottobre 2005

Quella bestia nel cuore

Trent’anni fa esatti, Gavino Ledda pubblicava “Padre Padrone”, poi portato sullo schermo dai Fratelli Taviani, in un memorabile film vincitore a Cannes. Il libro, autobiografico, raccontava il rapporto di asservimento di un figlio al padre, e ne proponeva un'analisi sociale e psicologica.
Le origini di questa relazione violenta e strumentale venivano individuate in una condizione antropologica arcaica di miseria ed isolamento. L’arretratezza culturale del pastore sardo preparava lo sfruttamento del padre sul figlio, la prevaricazione, la riduzione di quest’ultimo ad oggetto. Illuministicamente, la riscossa veniva dall’istruzione, dalla cultura che rendeva possibile un salutare contagio con stili di vita e mentalità più moderne.
Ora il film “La bestia nel cuore”, di Cristina Comencini, ritorna sul tema della violenza in famiglia (violenza sessuale, in questo caso, ma non mi sembra che questo sia il punto centrale) spostando l’obiettivo su una realtà antropologica e sociale diametralmente opposta.
Sabina e Daniele sono due fratelli che hanno subìto, durante l’infanzia, violenze da parte del padre, nel complice e omertoso silenzio della madre. I due si rincontrano dopo la morte dei genitori.
Daniele è diventato professore universitario e si è costruito una famiglia e una carriera in America, il più lontano possibile dalla casa paterna. Progressivamente ha fatto emergere il suo drammatico vissuto tramite una terapia psicoanalitica. Sabina invece ne ha la sconvolgente rivelazione solo in occasione della gravidanza, a causa di una riemersione dall’inconscio dei propri incubi infantili.

A differenza del padre-padrone pastore di Ledda, i genitori di Sabina e Daniele sono professori, appartengono alla classe colta, alla borghesia urbana della grande metropoli. Nulla, dall’esterno, sembra spiegare o preparare la violenza. Il pastore è violento perché ignorante, il padre di Daniele è violento nonostante non sia affatto ignorante. Daniele si domanda come egli abbia potuto fare ciò che ha fatto, malgrado la sua cultura, a cosa gli siano serviti i libri che ha letto, la scienza accumulata.

Il film descrive con grande efficacia come insospettabilmente la famiglia borghese tradizionale riesca ad isolarsi persino in un contesto urbano e professionale socialmente elevato. Dietro una maschera di perbenismo, nella professione di pubbliche virtù, al riparo da sguardi indiscreti, e molto spesso nell’indifferenza complice del contesto, questa famiglia diventa il teatro ove si recitano tragedie inaudite, il calderone di una sofferenza le cui vittime non trovano possibilità di sfogo, né umana solidarietà. La Comencini descrive plasticamente questa condizione, ritraendo una casa velata di polvere, dai mobili vecchi e dalle finestre oscurate, un luogo dove non circolano né aria, né luce, né affetti.
Dunque, ceto sociale, cultura, urbanesimo, istruzione, non sono assicurazioni di una vita felice né di una famiglia sana, nè sono sufficienti come via d'uscita.

Daniele assiste l’agonia del padre, non con affetto, bensì col desiderio di vederlo morire, e con lui di veder sparire i propri fantasmi. Si renderà conto poi che l’unico modo di cancellare per sempre la violenza dalla storia, sua e della sua famiglia, non è la morte ma la vita. “Le cicatrici non sono malattie”, dice, ci segnano per sempre. Ma questo non deve impedire di guardare avanti: Daniele e Sabina hanno figli, e costruiscono una nuova generazione alla quale, finalmente - imparando dagli errori dei genitori, ma anche impedendo a sé stessi di perpetuare una storia orribile - sapranno dare affetto e sicurezza, una cornice familiare sicura e un ambiente sano in cui crescere.

Molto brava e bella Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo di Sabina. Pregevoli le nudità di Francesca Inaudi, se non la sua recitazione.


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PS Vabbè a me il film sembrava significativo, ma in effetti questo sfottò di Disegni ci coglie in pieno... Che iena...


03 ottobre 2005

L'Europa è una rana, attenti a che non scoppi...

L’avvio dei negoziati di adesione tra l’Unione Europea e la Turchia è frutto di un equivoco. Fino ad oggi, i successivi allargamenti dell’Unione sono avvenuti estendendo il quadro giuridico comunitario, il cosiddetto acquis, ai nuovi aderenti. L’Unione si trovava pertanto ad avere due categorie di soci: quelli che avevano partecipato alla negoziazione del quadro giuridico comunitario nel suo momento formativo, e che talvolta si riservavano di restare fuori da singole politiche attraverso clausole di opting out (come la Gran Bretagna a proposito dell’Europa di Schengen e dell’Euro); e i nuovi soci, che dovevano puramente e semplicemente importare nel proprio ordinamento tutta la normativa comunitaria, senza eccezione. Per i vecchi soci l’Europa era à la carte, per i nuovi un ‘prendere o lasciare’. Questa formula ha funzionato bene finché l’Europa è stata definita dalla Cortina di Ferro. La Comunità Europea era, in realtà, la Comunità dell’Europa Occidentale. Ha invece cominciato a scricchiolare con il maxiallargamento ai 10 nuovi paesi dell’ex blocco Comunista. Ci si è accorti che l’Europa allargata non era più la stessa di prima, né per i nuovi soci né per i vecchi. Un ulteriore allargamento all’Ucraina, alla Turchia, alla Romania e Bulgaria, costringerebbe a un ripensamento dell’intera essenza della costruzione europea. Il rischio è per capirci, che come la rana della favola di Esopo, questa Europa si gonfi oltre i suoi limiti per poi scoppiare.
Il Ministro degli Esteri Britannico Jack Straw ha ricordato che la Turchia fa già parte di numerose istituzioni europee, come il Consiglio d’Europa, ed è un membro della Nato.
Qui forse si nasconde l’equivoco. La Turchia è indubbiamente un paese Occidentale, o almeno occidentalizzato. Non è invece un paese europeo. Fino alla caduta del Muro di Berlino, la distinzione era sottile al punto da essere irrilevante. L’Europa come definita dalla Cortina di Ferro era l’Europa Occidentale. Oggi non è più così.
Nel mio saggio, “Is there a West” ho tentato di identificare in che cosa consiste l’Occidente. Ho ritenuto di poterlo definire come un attore della sicurezza collettiva che si basa su una comunità politica che condivide i medesimi valori liberali. Quindi all’Occidente, inteso in questo senso, sono estranei tanto paradigmi culturali (quelli cari all’Huntington del ‘Clash of Civilizations’) quanto precisi confini geografici. Al contrario, l’identità europea ha alla base un ben preciso paradigma culturale (quello classico romano - germanico) e anche, piaccia o meno, religioso (cioè cristiano). Ed è anche un’entità geograficamente definita, per cui, sebbene i suoi confini siano malcerti, essi non possono essere spinti indefinitamente oltre la linea naturale degli Urali – Bosforo – Mediterraneo. L’Occidente come comunità politica è una costruzione essenzialmente intergovernativa. L’Europa invece ha già da tempo compiuto la scelta di essere non solo una comunità di Stati, ma di popoli.
L’Europa è un sottoinsieme dell’Occidente, ed Europa comunitaria ed Occidente Euromediterraneo non corrispondono più. La Turchia fa certamente parte delle istituzioni di sicurezza dell’Occidente, ma non potrebbe entrare a far parte dell’Europa senza che il suo ingresso ridefinisse perciò stesso l’essenza dell’Unione, che diverrebbe molto più uno spazio economico e commerciale euromediterraneo e molto meno un’Europa dei popoli uniti da una parentela e da una storia civile e religiosa comune.
Insomma, l’ingresso della Turchia in Europa non sarebbe un semplice Allargamento, ma cambierebbe definitivamente la natura, gli scopi e le prospettive dell’Unione, in un senso drammaticamente diverso da quello previsto e voluto dai padri fondatori. A questo punto non esiste garanzia alcuna che una simile costruzione possa reggere, e che i popoli che compongono l’Unione non si disamorino da un’operazione percepita come soltanto di vertice.
Naturalmente volere trasformare l’Unione europea in questo senso è un’opzione legittima, purché le implicazioni di questa operazione siano tenute ben presenti e il risultato sia tra quelli previsti, preparati e desiderati. Ma non sembra che quanti vogliono la Turchia in Europa abbiano attentamente meditato tutto questo. Non è un caso del resto che i maggiori sostenitori dell'adesione della Turchia non siano in Europa, ma in America, nell'Amministrazione Bush, dove certamente l'effetto dirompente del nuovo allargamento non è nè sottovalutato, nè temuto.

01 ottobre 2005

Peggio di un crimine è lo sbaglio

" C'EST PIRE QU'UN CRIME, C'EST UNE FAUTE. "
(Mot attribué à TALLEYRAND ou à FOUCHÉ, mais dit par A.BOULAY, député de la Meurthe,au Conseil des Cinq Cents, après l'enlèvement et l'exécution du Duc D'Enghien).

24 agosto 2005

La pax americana è la nostra pace, di Ian Buruma

Corriere della Sera - La "pax americana" è la nostra pace
USA ED EUROPA Dividere le due coste dell’Atlantico è l’obiettivo dei fondamentalisti che detestano Spinoza e Voltaire. Se la guerra in Iraq è ancora colma di pericoli l’idea che gli americani debbano cavarsela da soli è una trappola non meno pericolosa

15 agosto 2005

La via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni

«Il conflitto è tra due diverse visioni sul governo della cosa pubblica, tra etica delle intenzioni ed etica delle responsabilità». «L'etica delle intenzioni è premoderna. Si basa sulla coppia dialettica buono-cattivo. Se le intenzioni sono buone, le conseguenze, quali che siano, sono comunque irrilevanti. L'etica delle responsabilità è moderna, si basa sulla coppia dialettica bene-male. Se non ho fatto bene, pur se con le migliori intenzioni, sono responsabile. Al fondo ci sono due diverse idee del potere. Una antica, autocratica, e una moderna, democratica». Giulio Tremonti, intervista al Corriere, 15/12/2005

05 agosto 2005

Grande Fratello, no grazie

Quello di pubblicare i testi delle trascrizioni delle intercettazioni è un malcostume che speravo fosse finito per sempre.
La Costituzione garantisce la libertà e segretezza delle comunicazioni, ma qui succede che se conosco un tale che viene intercettato rischio che i fatti miei diventino di dominio pubblico, anche quando non hanno rilevanza penale.
Siamo insomma all’istituzionalizzazione del gossip a spese dei contribuenti, al moralismo peloso esercitato guardando dal buco della serratura. E chi si salva più? Tutti noi abbiamo detto in privato cose che non ripeteremmo in pubblico, scagli la prima pietra che non l’ha mai fatto.
Mentre ballano sul cadavere politico di certi personaggi, come tricoteuses davanti alla ghigliottina, ipocritamente i quotidiani aprono dibattiti sul tema se sia morale e lecito pubblicare le intercettazioni; intanto ne fanno man bassa e ci riempiono pagine intere: una manna in periodi agostani in cui non succede nulla. Senza contare che questi testi cambiano a volte significativamente da un giornale all’altro, mentre logicamente dovrebbero essere tutti uguali, non essendo altro che copie delle stesse trascrizioni: la promessa di farci sapere la verità nuda e cruda, sia pure appresa origliando, si dimostra chiaramente falsa.
Chi si erge a paladino della libertà di informazione non dimentichi il potenziale lesivo delle libertà civili che c’è nella violazione sistematica della segretezza delle conversazioni.
Grande Fratello, no grazie.

25 luglio 2005

Ma il Corriere dice no...

Pubblicato sulla Cronaca di Roma del Corriere:
Cara Maria Latella, per molti anni gli abitanti del Nomentano hanno lottato per salvare dalla speculazione edilizia un terreno adiacente a Villa Torlonia,dietro la Casina delle Civette.
Ora il comune ha deciso di acquistare quel terreno e destinarlo all’edificazione del Museo della Shoah. Il fine è certamente più nobile, ma la sostanza non cambia: il risultato sarà pur sempre la cementificazione di un’area verde a ridosso di una villa storica, con importanti preesistenze archeologiche, in un quartiere per di più già congestionato dal troppo terziario. Il Museo della Shoah si deve certamente fare, ma in luoghi che abbiano maggiore attinenza al dramma dell’Olocausto: per esempio al Ghetto, oppure alla Stazione Tiburtina, da dove partirono i vagoni per i campi di concentramento. Villa Torlonia non ha bisogno di altro cemento.
Dario Q


Le propongo un’impresa difficile, gentile signor Q [sic!]: provi a ragionare intorno all’iniziativa in questione dimenticando che lei vive nel quartiere. Analizziamo, o proviamo a farlo, i pro e i contro. Cominciando dal noto principio: «Non nel mio giardino». Giusto realizzare il museo della Shoah, lei dice, ma da un’altra parte, nel ghetto, alla Tiburtina... Nel Ghetto, per quanto ne so, non esistono spazi adeguati e comunque sarebbe sbagliato voler a tutti i costi inserire quel museo in quel contesto. La Shoah non riguarda solo la comunità ebraica, è storia collettiva. A Berlino occupa un edificio di straordinario impatto emotivo ed è uno di quei musei la cui visita rappresenta, in sè, un evento memorabile. Serve, dunque, un’area adeguata. Non mi pare che la stazione Tiburtina corrisponda alle esigenze. Perchè no, allora, il terreno dietro Villa Torlonia? Perchè i residenti si oppongono alla cementificazione? Al vostro posto, mi sentirei più tranquilla se in loco verrà realizzato, e al più presto, un museo: si spera che saprà attenersi a criteri di compatibilità architettonica e ambientale, preservando il più possibile l’area verde. Le aree edificabili sono molto più che appetite, c’è in giro una certa voracità e non vorrei che, lasciando cadere la proposta del Comune, tra qualche tempo in luogo del museo spunti qualche lucente, e lussuosissimo, condominio.mlatella@***
Corriere della Sera, Cronaca di Roma, 25 luglio 2005
Seguito corrispondenza via e-mail
Da: Dario 
Inviato: lunedì 25 luglio 2005 16.11A: Latella Maria; Cronaca Locale Roma
Oggetto: Villa Torlonia


Gentile signora Latella
La ringrazio di aver pubblicato, e con così grande evidenza la mia lettera.
Sapendo che una lettera a un giornale deve essere breve non ho aggiunto molti particolari, ma lei avrebbe ben potuto documentarsi.

Quella del lotto di terreno vicino a Villa Torlonia, infatti, è una classica storia di speculazione edilizia anni 60, degna di un film di Alberto Sordi, e fu seguita passo passo proprio dal Corriere della Sera, all’epoca in cui vi scrivevano Antonio Cederna e Francesco Perego.
L’ultimo articolo è dell’anno scorso, e io stesso fornii del materiale documentario al sig. Roberto della Rovere.

Negli anni 60 il vicino convento di Monache vende il suo orto a una società immobiliare, che prepara piani di sviluppo edilizio. I residenti, e il Comitato di Quartiere fanno battaglie, petizioni, ricorsi, bloccando la cementificazione finché l’anno scorso il Consiglio di Stato, del tutto inaspettatamente, e invertendo una precedente giurisprudenza, dà ragione alla proprietà immobiliare, che comincia lestamente a gettare le fondamenta di un edificio per uffici e residenze.
Ciò proprio dietro la Casina delle Civette, e in un terreno dove sono presenti numerosi reperti archeologici, che alcuni operai affermano essere stati rinvenuti e sollecitamente distrutti. C’è il tracciato della antica Via Nomentana e ci sono anche le Catacombe di Villa Torlonia a pochi passi.

Il Comune decide di fermare i lavori e di offrire alla proprietà immobiliare un altro terreno edificabile in permuta. Invece di destinare l’area a verde pubblico e a zona di rispetto monumentale, inopinatamente il Comune decide di edificarvi il Museo della Shoah.

Riferendosi a noi residenti, Lei ha usato un’espressione inglese: “Anywhere but not in my backyard”. Questa espressione stigmatizza l’atteggiamento di chi si disinteressa completamente dei problemi del mondo, purchè siano esclusi dal limitato orizzonte della sua visuale. Dunque un atteggiamento gretto, menefreghista ed antisociale.

Mi pare esattamente il contrario di quello che noi residenti abbiamo fatto in tutti questi anni, cara Signora. Abbiamo difeso – e continueremo a difendere – Villa Torlonia per tutti, non solo per noi stessi. Il “mio giardino”, in questo caso, non è affatto mio, ma è un Parco pubblico di 14 ettari a servizio di tutta la città.
Se viene edificato per un uso pubblico anziché per uno privato, cosa cambia all’atto pratico? Sempre cemento nel verde è…
E poi basta con questa urbanistica dell’estemporaneo, fatta senza pianificazione né discussione democratica, e senza valutazioni dell’impatto di un’opera. Qui c’è già così tanto traffico, perché la zona è stata trasformata selvaggiamente ad uso uffici. Non oso pensare cosa diventerebbe con torme di scolaresche e di visitatori.

Non spettava a noi indicare soluzioni alternative, ma se lo abbiamo fatto era proprio per evitare l’accusa di non essere interessati all’edificazione del Museo che è comunque opportuna, o peggio perché sarebbe facile scambiare la contrarietà alla cementificazione di Villa Torlonia con qualche equivoca manifestazione antisemita. In parole povere, non siamo contrari al Museo della Shoah, siamo contrari alla cementificazione di Villa Torlonia.

Pertanto abbiamo prospettato soluzioni alternative. Vicino al Ghetto ci sono i depositi dell’Opera al Circo Massimo, che durante la candidatura olimpica si pensava di destinare ad un Museo dello Sport. Se poteva andarci il Museo dello Sport può andarci il Museo dell’Olocausto.
Alla Stazione Tiburtina invece c’è molto spazio libero, ed è un’area che sarà sottoposta nei prossimi anni a un radicale ridisegno architettonico ed urbanistico, ottimamente collegata anche con la metropolitana.

Queste due ipotesi non vanno bene? Può darsi, non sono un’urbanista (ma nemmeno Lei, mi risulta): questo non vuol dire che l’unica alternativa rimasta sia Villa Torlonia.

Come proprio Lei ha ricordato, l’analogo Museo di Berlino, opera dell’Architetto Liebeskind è un monumento di grande impatto emotivo e visivo.
Lei conosce invece l’area di cui parliamo? Il fronte stradale è di appena due metri, è stretta dagli edifici, su una via abbastanza stretta e alberata. Il Museo della Shoah sarebbe praticamente invisibile se non da Villa Torlonia, dove peraltro rovinerebbe del tutto la prospettiva della Casina delle Civette. Insomma vogliamo creare un monumento per nasconderlo o peggio deturparne un altro?

Serve un’area adeguata”, lo ha scritto proprio lei. Giustissimo. Venga di persona a vedere se quella è un’area adeguata, poi mi saprà dire.

Noi residenti continueremo a combattere per la salvaguardia di Villa Torlonia. Peccato non avere più al nostro fianco, dopo tanti anni, il Corriere della Sera.
Da: Latella Maria [mailto:mlatella@***] Inviato: lunedì 25 luglio 2005 16.42A: me
Oggetto: R: Villa Torlonia

Gentile dottore, la mia è una risposta personale e non implica che in futuro il Corriere continui [sic!] a dare spazio alle vostre posizioni, così come lei stesso riconosce è sempre accaduto. Mi permetterà di esporre le mie opinioni che, come spesso capita, non sempre coincidono con quelle di chi scrive. Ma l’importante è confrontarci, non è vero? Un caro saluto, maria latella

PS: l'importante è confrontarsi, certo, ma chissà perchè sono sempre i giornalisti ad avere l'ultima parola...

24 luglio 2005

La Shoah a Villa Torlonia?

Signor Sindaco,
per molti anni gli abitanti del quartiere Nomentano hanno lottato per salvare dalla speculazione edilizia un terreno adiacente a Villa Torlonia, proprio dietro la Casina delle Civette. Ora il Comune ha deciso di acquistare quel terreno e destinarlo all’edificazione del Museo della Shoah.
Il fine è certamente più nobile, ma la sostanza non cambia: il risultato sarà pur sempre la cementificazione di un’area verde a ridosso di una villa storica, con importanti preesistenze archeologiche, in un quartiere per di più già congestionato dal troppo terziario. L’erigendo edificio – che dovrebbe essere un monumento significativo - sarebbe invece nascosto dalle palazzine circostanti e a sua volta rovinerebbe la visuale su Villa Torlonia.
Il Museo della Shoah si deve certamente fare, ma in luoghi che abbiano maggiore attinenza al dramma dell’Olocausto: per esempio vicino al Ghetto, nei locali del deposito dell’Opera o dell’Anagrafe, oppure alla Stazione Tiburtina, da dove partirono i vagoni per i campi di concentramento e dove ci sarebbe molto più spazio e libertà per i progettisti.
Villa Torlonia non ha bisogno di altro cemento!

21 luglio 2005

Egregio Senatore....

Egregio Senatore Roberto Salerno (AN),
mi congratulo di cuore con lei per aver presentato l’emendamento che dispone il ritiro della patente per tutta la vita a coloro che provocano incidenti mortali, e per aver ottenuto oggi su di esso il voto quasi unanime del Senato.
Però non capisco la limitazione ai soli conducenti in stato di ebbrezza o drogati. Chi, guidando, uccide una persona per semplice incoscienza e disprezzo delle regole (come il pregiudicato che investì e uccise mia madre, e che non si è fatto nemmeno un giorno di galera) è meno colpevole? E le loro vittime sono meno vittime delle altre?
Il fatto di aver ucciso una persona non ne dimostra inequivocabilmente l’irresponsabilità e quindi l’idoneità alla guida e la pericolosità per il prossimo?
Meglio di niente, comunque.

Cordialmente
Dario Quintavalle - Roma

L'egregio senatore non mi degnò di una risposta...

17 luglio 2005

When all the dreams die

When all the dreams die, a season of recriminations is normal.
Roger Cohen International Herald Tribune SATURDAY, JULY 16, 2005

16 luglio 2005

Voglio una donna con la gonna

(Vecchioni)
Una canzone di Natale che le prenda la pelle
e come tetto solo un cielo di stelle.
Abbiamo un mare di figli da pulirgli il culo:
che la piantasse un po' di andarsene in giro!
La voglio come Biancaneve coi sette nani,
noiosa come una canzone degli "Inti-Illimani.

Voglio una donna "donna",
donna "donna"
donna con la gonna,
gonna gonna.
Voglio una donna "donna"
donna "donna"
donna con la gonna
gonna gonna.

Prendila te quella col cervello
che s'innamori di te quella che fa carriera,
quella col pisello e la bandiera nera
la cantatrice calva e la barricadera
che non c'e mai la sera...

Non dico tutte; me ne basterebbe solo una,
tanti auguri alle altre di più fortuna.
Voglio una donna, mi basta che non legga Freud,
dammi una donna così che l'assicuro ai Lloyds
preghierina preghierina, fammela trovare,
Madonnina Madonnina non mi abbandonare.

Voglio una donna "donna"
donna "donna"
donna con la gonna
gonna gonna.
Voglio una donna "donna"
donna "donna"
donna con la gonna
gonna gonna.

Prendila tu la signorina Rambo
che s'innamori di te 'sta specia di canguro
che fa l'amore a tempo
che fa la corsa all'oro
veloce come il lampo
tenera come un muro
padrona del futuro...

Prendila te quella che fa il leasing,
che s'innamori di te la Capitana Nemo,
quella che va al briefing
perchè lei è del ramo,
e viene via dal meeting
stronza come un uomo
sola come un uomo.

11 luglio 2005

Nessuno tocchi Abele

La nuova legge sulla legittima difesa non è tanto una risposta alla criminalità, quanto a un preciso modo di considerare la criminalità in Italia, che si fonda ideologicamente sull’equivalenza morale tra delinquenti e persone per bene.
Di fronte a un delitto particolarmente efferato, scatta un meccanismo risaputo: un sacerdote in vista che dichiara: “Bisogna capire ed educare, punire non serve”, e la tv dalla lacrimuccia facile che cinge d’assedio le vittime per spiare il loro dolore e servirlo in pasto al pubblico: “Come si sente?” (e chissà come dovrebbero sentirsi); e poi: “Lei perdona gli assassini di suo figlio?”. Prima l’indagine guardona nel dolore privato, poi la richiesta pressante di un bel gesto pubblico. Il sottinteso è che se la vittima non perdona, è assetata di vendetta, non di giustizia, e quindi moralmente riprovevole non meno dei suoi aggressori.
Così, se un gioielliere risponde al fuoco di un bandito, i giornali titoleranno “Milano come il Far West” perché è ovvio che se le nostre città sono insicure è perché pullulano di gioiellieri. Dal momento che nessuno di noi è totalmente innocente, ci si vuol far credere che siamo tutti in egual misura colpevoli, e dunque la pretesa punitiva dello Stato non ha ragion d’essere, o è il cascame di un’epoca barbarica in cui si continua a preferire la punizione alla prevenzione, come se punire il crimine non fosse al tempo stesso anche prevenirlo.
In due referendum il popolo sovrano ha respinto l’idea di abolire il porto d’armi e l’ergastolo. Ma la manovra per ridurre gli spazi di sicurezza del cittadino e metterlo sullo stesso piano del delinquente continua, tutti i giorni, nelle aule dei Tribunali, in nome di una giurisprudenza sempre più permissiva nei confronti del delinquente e assai meno comprensiva nei confronti del cittadino che si difende.
La nuova legge sulla legittima difesa non ha dunque per destinatari i delinquenti, bensì quell’humus di benpensanti, fatto di giornalisti, avvocati, sociologi, sacerdoti e psicologi, che si scatena ogni volta che la vita, la libertà o la proprietà dell’individuo è minacciata, e il cui scopo è espropriare il cittadino della sua legittima richiesta di giustizia e mettere sullo stesso piano delinquente e vittima.


06 luglio 2005

Divertente e vera :-)

Recently a "Husband Super Store" opened where women could go to choose a husband from among many men. It was laid out in five floors, with the men increasing in positive attributes as you ascended. The only rule was, once you opened the door to any floor, you HAD to choose a man from that floor; if you went up a floor, you couldn't go back down except to leave the place, never to return.
A couple of girlfriends went to the shopping centre to find some husbands...
First floor: The door had a sign saying, "These men have jobs and love kids." The women read the sign and said, "Well, that's better than not having a job or not loving kids, but I wonder what's further up?" So up they went.
Second floor: The sign read, "These men have high paying jobs, love kids, and are extremely good looking." "Hmmm," said the ladies, "But, I wonder what's further up?" Third floor: This sign read, "These men have high paying jobs, are extremely good looking, love kids and help with the housework". "Wow," said the women, "Very tempting." But there was another floor, so further up they went.
Fourth floor: This door had a sign saying "These men have high paying jobs, love kids, are extremely good looking, help with the housework and have a strong romantic streak." "Oh, mercy me," they cried, "Just think what must be awaiting us further on!
So up to the fifth floor they went.
Fifth floor: The sign on that door said, "This floor is empty and exists only to prove that women are f**king impossible to please. The exit is to your left, we hope you fall down the stairs".

30 giugno 2005

28 giugno 2005

Dedicato ai Padri Padroni

Le punizioni umilianti ai figli possono costituire abuso dei mezzi di correzione
È reato umiliare i bambini
(Cassazione 16491/05)
Infliggere ai figli minori punizioni umilianti può costituire reato ogniqualvolta non si rispetti la dignità dei bambini. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione confermando la sentenza di condanna della Corte di Appello di Torino nei confronti di un padre che aveva chiuso in cantina il figlio di due anni sottoponendolo a continue umiliazioni verbali e fisiche. La Suprema Corte ha chiarito in proposito che, per configurare il reato di "abuso dei mezzi di correzione e di disciplina" previsto dal Codice Penale non sono richiesti solo abusi fisici; anche gli abusi psichici, cioè quelli che possono causare disturbi allo sviluppo del bambino, comportano conseguenze penali. Così, le continue umiliazioni alle quali aveva sottoposto il bambino rinchiuso in cantina sono costati al padre - denunciato dalla madre - tre mesi di reclusione.(22 giugno 2005)

"Dal processo educativo va bandito ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo ed al risultato che il nostro ordinamento persegue, in coerenza con i valori di fondo assunti nella Costituzione della Repubblica, non può più ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, sia pure distortamente finalizzato a scopi ritenuti educativi: ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza e convivenza, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini apertamente contraddicono".

20 giugno 2005

Tignoso >:-|

Alla redazione cultura del Corriere della Sera

Spiace leggere sul Corriere della Sera (20 giugno 2005, pag. 27, "Milano è senza valori, la città è sotto accusa" di Pierluigi Panza ) frasi come: "Roma, la città mangiona, ladrona, fannullona... è sempre stato il rimorchio di Milano". Questa per voi è cultura? E osate pure definirvi un giornale nazionale?

Pignolino :-)


20 giugno 2005

Alla redazione Esteri del Corriere della Sera.
Leggo sul numero di oggi, pagina 6, colonna 4, nell'articolo su traduzione di Rossella Sardi, Oxford Group, che Saddam Hussein avrebbe scatenato nel 1991 un attacco con missili Scud sulle baracche dell'Arabia Saudita. Perchè Saddam ce l'aveva coi poveri baraccati sauditi? Il fatto è che "barracks" in Inglese vuol dire 'caserme'....

8 agosto 2009
Spettabile editrice Guanda,
ho appena terminato di leggere “Cos’è una ragazza” di Alain de Botton, per i vostri tipi. Non posso dire che mi abbia entusiasmato: Monsieur de Botton è un autore intelligente, acuto, ma pedante e privo di ironia.

Soprattutto, ho delle obiezioni da sollevare circa la qualità della traduzione ad opera di Livia Ferrari. La traduttrice infatti cade in una serie di “false friends” che anche un principiante dovrebbe saper riconoscere. Ad esempio, a pag. 162, nella frase “aveva accusato i parenti di freddezza per aver mandato il loro figlio in collegio”, è evidente – anche dal contesto - che ‘parents’ avrebbe dovuto essere tradotto con ‘genitori’. Nella frase a pag. 164, “un gruppo di ufficiali canadesi dell’immigrazione”, “officers” si traduce come ‘funzionari’. Pazienza per la NdT che a pag. 167 spiega che ‘i Cotswolds sono la regione inglese a nord di Oxford’ (se uno non ha dimestichezza con la geografia inglese, perché mai dovrebbe conoscere la posizione di Oxford ed assumerla come punto di riferimento?), ma dove sono veramente inorridito è a pag. 39, quando ho letto che “Sisifo era quello che doveva fare e rifare tutto d’accapo”. D’accapo ???
Credo che per 9€ un lettore avrebbe diritto a una traduzione più accurata, e che avreste il dovere di revisionare i libri prima di mandarli in stampa.

Vostro, insoddisfatto
Dario Quintavalle

15 giugno 2005

Go, Tony, Go!!!


Grande Tony Blair… riproponendo, in forme più garbate, il celebre “I want my money back” di Maggie Thatcher, ha posto sul tappeto la questione del bilancio comunitario. Eh, sì, perché molti sono oggi a domandarsi perché il 40% dei fondi comunitari deve andare a un solo settore, l’agricoltura, che produce appena il 2% dell’occupazione. E se non sarebbe meglio, per avere un’Europa più competitiva, investire in settori ad alto valore aggiunto, e soprattutto nella ricerca & sviluppo. Se non altro perché la PAC, Politica Agricola Comune - che beneficia soprattutto Francia e Germania - tra i suoi effetti distorsivi ha anche quello di limitare il commercio con il Terzo Mondo; soprattutto con quell’Africa alla quale preferiamo dare l’elemosina piuttosto che commerciare su un piano di parità. E Blair, non a caso, porterà l’Africa sulla scena del G8 scozzese. Per il momento, l’Europa - fortezza dei dinosauri di Chirac & Schroeder da questo orecchio non ci vuole sentire, ma c’è un’altra Europa, dinamica e che non si vuol chiudere in sé stessa, che tifa per Tony. Go, Tony, Go!

10 giugno 2005

I cuori muscolosi

"Sì mia Thérèse, sono un innamorato pieno di dubbi, ho il cuore che dubita. E perchè mi si dovrebbe amare? Perchè io invece di un altro? Puoi rispondere a questo, Thérèse? Ogni volta è un miracolo quando constato che sono proprio io! Tu preferisci i cuori muscolosi, Thérèse? I grossi cuori che pompano certezze?"

Daniel Pennac, La Fata Carabina, pag 226, Feltrinelli


05 giugno 2005

Jean Monnet

"Le sole disfatte sono quelle che si accettano"

Jean Monnet 1954

02 giugno 2005

Mobutu forever


Proprio come il sole scintillante sorge ogni mattina e si corica a sera agli orizzonti del grande e maestoso fiume Zaïre, lo Zaïre, fiero di portare all'umanità il necessario fermento della sopravvivenza, il suo partito nazionale, il movimento popolare della Rivoluzione, i suoi trenta milioni di militanti, tutti, uomini, donne, bambini, vecchi e giovani, torcia tricolore alla mano, oggi sono in piedi, mobilitati, determinati, e raccolti dietro un sol uomo, animato da un solo ideale, per costruire nella pace, nella giustizia, nell’onore, nella dignità nazionale, un paese sempre più bello, sempre più prospero e pronto per il grande incontro del dare e del ricevere.

Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Waza Banga

[Mia traduzione italiana per il sito "Mobutu forever"]

Baby boom, la Francia e noi

Alcune riflessioni che nascono dalla lettura di due notizie diverse. La prima riguarda il trend demografico positivo in Francia, e il modo in cui viene spiegato in Italia, la seconda l'allarme recessione determinato anche dalla mancata chiusura dei contratti dei pubblici dipendenti.

La Francia è in pieno boom demografico, e nel 2050 supererà la Germania (l'Italia avrà perso parecchi milioni di abitanti), e il Corriere lo spiega così: "Il baby boom scombina le apparenze di una società sempre più individualista e angosciata dalle difficoltà economiche e dalla crisi oggettiva della famiglia tradizionale. Segnale evidente che il modello di Stato provvidenza, nonostante le crepe, i costi e le distorsioni, ha il suo rovescio in meccanismi di protezione sociale che favoriscono la dinamica demografica: servizi pubblici, sgravi fiscali, legislazione del lavoro e della famiglia particolarmente avanzata, riforme del codice civile.... Un sistema di garanzie e sicurezze che spiega anche la chiusura dei francesi verso ipotesi di riforme strutturali e la diffidenza verso politiche europee che potrebbero renderle necessarie. "

Dunque: il pensiero unico dominante è che lo Stato deve essere leggero, immischiarsi il meno possibile nelle faccende dei cittadini, e soprattutto 'vicino' cioè altamente decentrato, quindi possibilmente federale.
Ora, tra i due modelli statali europei, quello 'debole' federale tedesco e quello forte, centralizzato, francese, caratterizzato da un'amministrazione consapevole e conscia della propria missione storica, il secondo appare essere vincente.
Lo Stato garantisce regole, dunque produce sicurezza nell'avvenire e consente di avviare progetti di lungo periodo, tra cui quello più importante, la famiglia (ma non solo, anche lavori pubblici, gestione del territorio etc).

La seconda notizia riguarda il contratto degli statali: tradizionalmente considerati dal Pensiero Unico mangiapane a tradimento, però appunto, ecco la scoperta, mangiapane, cioè consumatori. Ci si è accorti che impoverire tre milioni di persone costa a tutta la collettività. Producono poco? Beh, forse la causa non è in una congenita deficienza del settore ma nel fatto che, come dicono a Napoli, "il pesce puzza dalla testa" e che produrre di più dipende da una classe politica e dirigenziale consapevole.
Se poi qualcuno fosse ancora convinto del potere miracolistico del privato, si legga "La scomparsa dell'Italia industriale" di Luciano Gallino, che documenta assai bene come il cosiddetto management sia riuscito a distruggere interi settori industriali nei quali l'Italia aveva posizioni di assoluta preminenza.

Il succo del discorso è che forse questo Stato, e chi lo serve, ha una sua funzione, e che l'unica riposta possibile alle sue difunzioni, non è necessariamente lo smantellamento.
Che ne dite?

Where birds don't fly

Where birds don't fly, people don't mix, ideas don't get sparked, friendships don't get forged, stereotypes don't get broken, and freedom doesn't ring.
Thomas Friedman, The International Herald Tribune

04 maggio 2005

Democrazia, l’Occidente non ha il monopolio

di Amartya Sen

Il cambiamento politico più significativo del XX secolo è stato forse il diffondersi della convinzione che la democrazia sia una forma di governo «normale» a cui ogni nazione ha diritto. Sopravvive, però, una sotterranea vena di scetticismo sulle possibilità della democrazia nel mondo non occidentale. Scetticismo in grande misura alimentato dai recenti eventi iracheni. Chi critica l'intervento in Iraq passa spesso dalla giustificata condanna di un'operazione militare mal ponderata e controproducente a un molto meno giustificato scetticismo generale riferito a una qualsiasi nozione di Iraq democratico. Tanti, in realtà, muovono dal presupposto che la democrazia sia una produzione tipicamente occidentale, non in sintonia con i valori fondamentali propri di altri Paesi, come quelli arabi. Un equivoco di base sulla natura della democrazia sottende entrambi gli approcci, quello militarista e quello cinico. La democrazia è per lo più considerata una possibilità di ragionamento collettivo e di processo decisionale pubblico - una forma di «governo attraverso il confronto». Il voto è, in prospettiva, solo un elemento in un quadro molto più ampio. La democrazia ha origine assai prima dell’affiorare di pratiche rigidamente definite e precisamente collocate.
Un tributo va certamente reso al potente ruolo giocato dal pensiero occidentale moderno, collegato all’illuminismo europeo, nello sviluppo delle idee liberali e democratiche. Le radici di queste idee generali, però, possono essere rintracciate in Asia e Africa così come in Europa e America. La convinzione che la democrazia sia un’idea intrinsecamente «occidentale» è spesso ancorata alla pratica del voto nell’antica Grecia, in particolare ad Atene. Questo è certo un primato ma il salto logico che porta a sostenere la natura tipicamente «occidentale» o «europea» della democrazia genera solo confusione. Il problema sostanziale qui concerne la suddivisione del mondo in categorie prevalentemente razziali, attraverso le quali l’antica Grecia è vista come parte integrante ed esclusiva di una tradizione «europea» riconoscibile. Nell’ambito di questa prospettiva classificatoria, non pare affatto difficile considerare i discendenti dei Goti o dei Visigoti come i legittimi eredi della tradizione greca («sono tutti europei»), mentre si fa fatica a prendere atto dei legami intellettuali tra greci e antichi egizi, iraniani e indiani, malgrado l’interesse che gli stessi antichi greci mostrarono nei confronti di questi ultimi (piuttosto che dei Visigoti).
Un’ulteriore difficoltà riguarda il fatto che il confronto pubblico fiorì, sì, nell’antica Grecia, ma lo stesso accadde anche in altre civiltà antiche. Alcuni dei primi incontri pubblici specificamente volti a dirimere le controversie ebbero luogo in India, a partire dal VI sec. a.C., nei cosiddetti «consigli» buddhisti, nei quali i sostenitori di differenti punti di vista si riunivano per discutere le loro divergenze d’opinione. L’imperatore Ashoka, che nel III sec. a.C. ospitò il più grande di questi consigli nella capitale Pataliputra (oggi Patna), tentò anche di codificare e promuovere quella che deve essere stata una delle prime formulazioni di regole per il pubblico dibattito - una primitiva versione delle «Robert’s Rules of Order» del XIX secolo. Parimenti, la cosiddetta «Costituzione dei 17 articoli», redatta dal principe buddhista Shotoku nel 604 in Giappone insisteva, in uno spirito molto simile a quello della «Magna Charta» di sei secoli successiva: «Le decisioni relative a importanti questioni non dovrebbero essere prese da una sola persona. Dovrebbero essere discusse da più individui». Esistono precedenti di confronto pubblico e tolleranza nei confronti dell’eterodossia anche nei Paesi musulmani, mondo arabo incluso. Quando nel XII secolo il filosofo ebreo Maimonide fu costretto a emigrare da un’Europa intollerante, trovò rifugio nel mondo arabo e andò a ricoprire una posizione di prestigio alla corte dell’imperatore Saladino al Cairo.
Per citare un altro esempio, quando nel 1600 per decisione del tribunale dell’Inquisizione l’eretico Giordano Bruno fu bruciato sul rogo a Roma, Akbar, il grande imperatore Moghul dell’India (nato e morto musulmano), aveva appena ultimato il suo progetto di codifica legale dei diritti delle minoranze, tra i quali rientrava la libertà di religione per tutti. Akbar istituì inoltre ad Agra quello che fu forse il primo gruppo di discussione multireligioso, nell’ambito del quale ebbero luogo incontri regolari tra induisti, musulmani, cristiani, giainisti, ebrei, parsi e persino atei, per discutere i punti e le ragioni delle loro differenti opinioni e per capire come convivere. E l’Iraq, allora? Sarebbe un errore tentare di servirsi dei problemi immediati del Paese per rinnegare la generale possibilità, oltre che la necessità, di democrazia in Iraq, Medio Oriente o in qualsiasi altro luogo. D’altro canto, un’interpretazione ristretta e meccanica della democrazia sta costando all’Iraq un alto prezzo. Se è vero che le recenti elezioni sono state accolte calorosamente, è anche vero che in assenza di un dialogo adeguatamente aperto e partecipativo il processo elettorale è stato come previsto settario, improntato a formule etniche e religiose.
Siamo di fronte a un problema simile in Afghanistan, dove si punta tanto sulle riunioni di capi tribali e sui consigli religiosi e non sulla promozione, più faticosa ma anche criticamente rilevante, di incontri aperti e generali. Tra i requisiti della democrazia rientra lo sviluppo delle opportunità di un confronto pubblico partecipativo, anche in Iraq. Questo significa promuovere i diritti civili, tra i quali la tutela da arresti arbitrari (e, naturalmente, dalla tortura), assicurare strutture destinate agli incontri pubblici e una maggiore libertà di informazione. È importante assecondare, piuttosto che ostacolare, lo sviluppo delle identità non settarie di donne e uomini e la riaffermazione dell’autostima degli iracheni in quanto iracheni. Il primo passo consiste nel pervenire a una più lucida comprensione della natura del «governo attraverso il confronto».

(traduzione di Maria Serena Natale)
Premio Nobel per l’Economia

29 aprile 2005

La famiglia italiana



"Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".
Lev Tolstoj 'Anna Karenina'

"Ne ha uccisi più la famiglia che la bomba atomica"
Alejandro Jodorowsky


29 aprile 2005
In 13 episodi su 100 si passa all'aggressione fisica, le colpe più dei padri
Giovani: liti e violenze in metà delle famiglie
L'allarme da un sondaggio Eures: nel 26,2% dei casi i conflitti sono quotidiani o settimanali; nel 26,7% ricorrono 1 o 2 volte al mese

ROMA - Troppa violenza fisica e verbale in famiglia, tra i genitori. È la denuncia che emerge da un sondaggio Eures condotto su un campione di 1.222 giovani intervistati, di età compresa tra i 14 e i 19 anni. Solo un terzo dei figli, comunque, è convinto che litigi e discussioni costituiscono la «regola». Nel 26,2% delle famiglie la conflittualità è patologica si esprime con situazioni di aperti litigi e discussioni quotidiane (9,5% dei casi) o comunque almeno settimanali (16,7% dei nuclei). Una quota analoga di nuclei (26,7%) è caratterizzata da conflittualità ricorrente (1-2 volte al mese). Ancora in un caso su quattro (24,4% dei nuclei) è possibile parlare di conflittualità eccezionale, dove l'esperienza del litigio o dell'aperto contrasto tra i genitori è limitata a pochi casi annui, mentre il 21,2% delle coppie di genitori presenta una conflittualità assente, vale a dire che i figli non hanno mai assistito a litigi o discussioni tra i genitori.
Queste forme degenerative nelle relazioni sono ovviamente maggiori nelle coppie che poi arrivano alla separazione. Soltanto il 32% dei figli di genitori separati testimonia infatti un clima sereno, avendo assistito a liti tra i genitori soltanto «raramente». Le difficoltà e lo stress generati dalle liti tra i genitori sull'equilibrio dei figli, e la difficoltà di questi ultimi di poterne gestire l'impatto psicologico risultano visibili nel prevalente «immobilismo» dei giovani di fronte alle situazioni conflittuali. Se il 36,1% del campione cerca infatti di intervenire, il 45,7% afferma di «disinteressarsi» dei litigi, ovvero di rimanere in casa senza intervenire (32,4%) oppure di uscire di casa (13,3%).
I ragazzi intervistati hanno rivelato che le liti sfociano spesso in fenomeni di violenza verbale (37,7%) o fisica (13,3%). Ma se la violenza verbale costituisce un comportamento di entrambi i genitori in eguale misura (44,5% dei casi), la violenza fisica è ancora prerogativa dei padri. Quando i litigi scadano in violenze fisiche i padri ne sono infatti autori nel 52,3% dei casi, mentre vi è una partecipazione di entrambi i genitori nel 14,6% dei casi ed una prevalenza della violenza compiuta dalla madre solo nel 12,6%. Il 36,2% degli intervistati mostra comunque una apertura o disponibilità a comprendere e giustificare la violenza compiuta da un genitore sull'altro.


24 aprile 2005

Il coraggio delle scelte

Gli errori del premier e quelli dell’Unione
di Angelo Panebianco - 24 IV 2005

Quale che sia la sorte futura del neonato governo, si è comunque chiuso un ciclo decennale, dominato da Silvio Berlusconi. Quali effetti avrà la fine di questo ciclo sul centrosinistra? Nel decennio trascorso Berlusconi ha rappresentato una sfida per la sinistra su molti fronti. E l'ha profondamente influenzata. Sono almeno tre i terreni nei quali Berlusconi ha creato forti discontinuità rispetto alle tradizioni della Prima Repubblica. Il primo ha riguardato l'ambito, politicamente rilevantissimo, dei simboli. Sul piano simbolico il «berlusconismo» ha rappresentato l'esaltazione dell'impresa e della libertà economica, argomenti tabù per la politica tradizionale. Il fatto che Berlusconi non sia riuscito a tradurre quella discontinuità simbolica in una effettiva politica liberal-liberista è forse la vera causa della sua sconfitta. Ma, comunque, quel messaggio ha inciso per un decennio anche sulle idee della sinistra, obbligandola a modernizzare il proprio approccio ai temi del mercato e dell'impresa. Che cosa resterà di queste innovazioni, quanto meno simboliche, quando la sfida berlusconiana sarà archiviata?Il secondo fronte ha riguardato la politica estera. Berlusconi è stato l'interprete di una politica «occidentalista»: fedeltà agli Usa anche al prezzo di tensioni in Europa, scelta di campo pro-israeliana, una politica europea meno disponibile a lasciare all'Italia il ruolo di ruota di scorta dell'asse franco-tedesco. E' anche a causa di questa politica occidentalista, e delle sue conseguenze (la presenza militare italiana in Iraq) che Piero Fassino ha potuto, al recente congresso del suo partito, prendere così radicalmente le distanze dall'antiamericanismo di sinistra.Il terzo fronte (ma anche quello in cui Berlusconi ha avuto meno successo in assoluto) ha riguardato le istituzioni. Con proposte di riforme inadeguate e, su vari punti, anche sbagliate, egli si è fatto comunque interprete di un tentativo di radicale cambiamento delle istituzioni di governo. Ha fallito ma cosa resterà, dopo di lui, della legittima aspirazione a dare al premier i poteri necessari per non essere un ostaggio impotente nelle mani dei partiti? O della aspirazione a rendere più «occidentale» il nostro sistema giudiziario, per esempio separando le carriere di giudici e pubblici ministeri? E' possibile che, venuta meno la sfida berlusconiana, di tutto ciò non resti traccia e il centrosinistra si adagi in un conservatorismo soddisfatto, pago delle poche virtù e dimentico dei vizi delle nostre tradizioni politico-istituzionali. In questo caso potrà ereditare il potere ma non la capacità di esercitarlo per modernizzare il Paese. Dovrebbe essere fonte di preoccupazione per il centrosinistra constatare che, al momento, la regione più «rossa», ove maggiore è stato il suo successo, è la Basilicata, mentre proprio le due regioni economicamente più forti e dinamiche, Lombardia e Veneto, sfuggono alla sua presa. Berlusconi commise l'errore, prima delle elezioni del 2001, di non affrontare il nodo rappresentato dalla eterogeneità interna della sua coalizione. Finse che il centrodestra fosse unito dietro di lui. Come primo ministro ha pagato questo errore. Prodi corre oggi lo stesso rischio. Il centrosinistra è altrettanto diviso al suo interno e a Prodi converrebbe non imitare Berlusconi. E farsi ora promotore di una proposta di governo, non piattamente incentrata sull’antiberlusconismo e sulla difesa dello status quo (per esempio in tema di Costituzione), che porti alla luce subito i conflitti nel centrosinistra. Poiché — Berlusconi docet — ciò che non si ha il coraggio di fare prima, lo si sconta dopo. La furbizia di oggi verrà pagata domani. In credibilità e consenso.
24 aprile 2005

30 marzo 2005

Clapton, 60 anni di blues e rock da leggenda


Gli appassionati vecchi e nuovi lo conoscono con il soprannome:
«Slowhand», cioè «manolenta». Ascoltando i suoi assoli (magari provando a
imitarli) non sembra poi tanto. Ma Eric Clapton (vero nome Eric Patrick
Clapp) più che la velocità virtuosa di altri chitarristi che impazzavano
negli anni Sessanta e Settanta, ha sempre privilegiato la qualità. Oggi
che compie 60 anna, può essere considerato una sorta di enciclopedia
vivente della musica rock, del blues e del pop, generi che nella carriera
del chitarrista nato nel Surrey il 30 marzo del '45, diventano elementi di
un unico percorso musicale.

SUPERGRUPPI - La sua notorietà oggi planetaria è stata subito visibile
anche da ragazzo. A metà degli anni '60 sui muri di Londra qualcuno
scriveva sui muri «Clapton is God». Comincia a suonare blues elettrico nei
«Roosters», poi con «Casey Jones And The Engineers». La prima vera svolta
artistica è l'ingresso negli «Yardbirds». E' in quei due anni (nel gruppo
che è stato anche la «scuola» di Jeff Beck, Jimmy Page, Keith Relf, Paul
Samwell Smith), che gli affibbiano il soprannome di «Manolenta».
Le sue passioni sono i bluesman cone B.B. King e Albert King, Muddy Waters
e Robert Johnson. Nel '65 «For yor love» proietta gli Yardbirds in cima
alle classifiche e Clapton verso i «Bluesbreakers» di John Mayall con cui
realizza però solo un album. Perchè Eric ha in mente una miscela più
essenziale ma anche più evoluta per il suo rock blues. La realizza con i
«Cream» insieme a Ginger Baker e Jack Bruce. E' uno dei primi supergruppi,
una pietra miliare nella storia del rock. Sono anni inquieti e «veloci»
per i musicisti e i gruppi, scioglimenti, nscite di nuove band si
susseguono a ritmo frenetico. Anche i «Cream» hanno vita relativamente
breve: si sciolgono nel 1968. Ma in tre anni anni sfornano dischi («Fresh Cream»,
«Disraeli Gear», «Wheels of fire» e «Goodbye») che restano storici con
cover elettriche di maestri del blues («Born under a bad sign» di Albert
King, «Spoonful» di Willie Dixon, «I'm so glad» di Skip James e
«Crossroads» di Robert Johnson) ma anche brani originali che diventeranno
classici come «White room» di Bruce e «Badge» di Clapton. L'avventura
continua con un altro supergruppo, i «Blind Faith», che realizza un solo
album (dalla copertina, sopra, censurata in Italia), sempre con Ginger
Baker eal al fianco di Steve Winwood e Rick Grech.

SOLISTA - Clapton ha fama e pubblico per fare da solo. E si trasferisce
negli Usa dove va in tour con Delaney&Bonnie. Proprio dalle session
con la loro band nasce un album da supergruppo («Derek and the Dominoes»
con la bellissima «Layla», caratterizzata dall'invenzione chitarristica di
Duane Allman) e il primo album solista «Eric Clapton». Da quel momento la
sua carriera potrebbe essere trionfante, ma la vita di Clapton è
condizionata dalla droga, eroina in particolare. Nel 1973 Pete Townshend e
Steve Winwood organizzano un concerto per riportarlo sul palco. Nasce così
l'album «Eric Clapton's Rainbow Concert». La carriera ricomincia,
nonostante la lotta con la droga non sia vinta. I dischi degli anni
Settanta, da 461 Ocean Boulevard a Slowhand portanco Clapton a scoprire
suoni diversi dal rockblues (lo stile di «frontiera» del J.J. Cale di
«Cocaine», il reggae di Marley in «I shot the sheriff»). Da qui in poi
l'ascesa di «Manolenta» riprende con dischi come «Backless» del 1978,
«Another Ticket» del 1981, «Behind the sun» del 1985, «August» del 1986 e
«Journeyman» del 1989. E ancora «Money and cigarettes» del 1983, insieme a
Ry Cooder. Poi il doppio album «Just one night» del 1980.
Il decennio a tra gli anni '80 ed i '90 è per Eric Clapton costellato di
soldi, indossatrici, e disgrazie (la tragica morte del figlio di due anni,
avuto da una relazione con Lory Del Santo, a New York). Arrivano anche le
colonne sonore: la più sentita è probabilmente quella di «Rush» con «Tears
in heaven», ballata dedicata proprio al figlio scomparso. Negli ultimi
anni Clapton ha ritrovato serenità ed equilibrio e alternato ottimi dischi
pop come «Pilgrim» e «Reptile» a tuffi nel blues classico dei suoi maestri
preferiti, come il live del 2002 (sintesi del suo tour esclusivamente
blues), l'albumj realizzato con B.B. King e l'ultimo «Me and Mr. Johnson»
omaggio uno dei capostipiti del blues, Robert Johnson. Diventa una sorta
di icona del rock, il miglior chitarrista vivente, secondo alcuni critici.
Si ritrova a giocare con la propria storia e quella dei suoi miti in un
akltro supergruppo, quello nato per il secondo film dei «Blues Brothers».
E per aiutare chi come lui in passato vuole uscire dal tunnel della droga,
ha messo in piedi una fondazione che aiuta il recupero dalle
tossicodipendenze.

Corriere della Sera, 30 marzo 2005

21 marzo 2005

Mamma, li cinesi!

Bene, adesso è colpa dei cinesi. Le piccole aziende del Nord Est stanno chiudendo una dopo l'altra perchè la Cina è piu vicina, produce di piu, meglio e a costi ridotti. E che fanno gli imprenditori del Nord? Si rivolgono a Roma, chiedono dazi e protezioni....
Poveri padroncini, le picole e piccolissime imprese cosi orgogliose, il "facciamo da soli", i ragazzi che mollavano gli studi a 18 anni perchè è meglio andare a lavorare nella fabbrichetta per comprarsi subito il macchinone. Non hanno mica investito in ricerca e innovazione, in cultura, i padroncini. Pensavano che la pacchia sarebbe durata per sempre. E protestavano, contro la meridionalizzazione della politica, il centralismo romano, Roma ladrona, il fisco, e davano voti a una formazione politica che ha campato di rendita e di slogan per un decennio, senza mai creare una classe di governo degna di questo nome, vale a dire con un'idea per il futuro...
Hanno protestato contro i privilegi della burocrazia, ma quando fa comodo anche loro chiedono protezione.
Ehi, l'ultimo baluardo dell'Italia industriale è il tessile, mica la chimica, la meccanica di precisione, le biotecnologie, l'informatica.... Beh, i cinesi ci ricordano che a fare scarpe magliette e sciarpe son buoni tutti, e loro lo possono fare a prezzi piu bassi.
Io ho piacere per i cinesi. Un popolo di un miliardo e mezzo di abitanti che cresce deve avere un sostenuto sviluppo economico, altrimenti ce li troveremmo tutti emigrati qui da noi, e poi i leghisti chi li sentirebbe?

03 febbraio 2005

IL RISCHIO DISNEYLAND

Italia, come si può evitare il declino
di FRANCESCO GIAVAZZI


Quando leggo di «declino dell’Italia» penso agli studenti che arrivano nella mia università dal Mezzogiorno, non dalle città, ma dai paesi della Piana del Sarno o dai borghi marinari della Calabria. Sono ragazzi molto intelligenti: l’università può solo cercare di non recare loro danno. Penso alle grandi banche d’affari di Londra: in sala cambi e nel comitato direttivo si parla inglese, ma uno su tre è italiano. Quando Vittorio Grilli, il ragioniere generale dello Stato e ideatore dell’Istituto italiano di tecnologia, si recò a Boston per illustrare il suo progetto ai ricercatori di Harvard e del Mit, ad ascoltarlo si presentarono in cento: chimici, biologi, medici, astronomi, ingegneri, tutti italiani. Penso al nuovo Museo d’arte moderna di New York: la sezione dedicata al design è una rassegna di nostri architetti; ristorante e toilette sono citazioni continue dei nostri prodotti. Come fa un Paese così ad essere sulla via del declino?
Allora osservo i lavoratori pendolari che lunedì mattina, esasperati, occupavano i binari nella stazione di Vignate, vittime di un Paese che ha accumulato il debito pubblico più grande d’Europa, ma non ha trovato i soldi per raddoppiare la linea ferroviaria Torino-Venezia. Osservo Eurostar con 90 minuti di ritardo e vagoni di seconda classe incrostati di sporcizia. Penso ai professori che arrivano tardi a lezione, rinviano gli appelli d’esame e non rispondono alle email dei loro studenti. Tribunali civili che chiudono il 15 luglio e riaprono a metà settembre e intanto le cause si accumulano: negli Stati Uniti chiudono il lunedì di Labor Day. Osservo banchieri che considerano Roma il centro del mondo perché lì c’è un’istituzione che li protegge. Mai che pensino di assumere un italiano che abbia avuto successo a Citibank, al Crédit Suisse o a Goldman Sachs, e se lo fanno subito si pentono e lo rispediscono a Londra.
Due secoli fa Ricardo scriveva che le nazioni devono cominciare col chiedersi quale sia il loro vantaggio comparato. Le nostre straordinarie risorse sono storia, natura, capitale umano. Se non vogliamo diventare Disneyland - scelta fatta dagli amministratori pubblici di Venezia - dobbiamo smetterla di cementificare le coste, imparare a valorizzare le risorse naturali e puntare sulle intelligenze.
Purtroppo i neuroni del cervello umano iniziano a morire poco oltre i vent’anni. L’età media dei nostri professori universitari è 57, quella dei ricercatori 47. Fra poco più di un anno andremo a votare: è probabile che la scelta sarà tra due candidati entrambi, con tre anni di differenza, prossimi ai 70 anni. Bill Clinton fu eletto presidente degli Stati Uniti a 46; Tony Blair premier inglese a 44; Nicolas Sarkozy, l’aspirante presidente francese, ne ha 50; John Reed, il banchiere che ricostruì Citibank negli anni Ottanta, si ritirò a 60 anni.
Ciò che consente agli anziani di tenere a bada i giovani è la scarsa concorrenza. Il maggior beneficio di una fine dell’autarchia del credito sarebbe il rientro di molti giovani banchieri italiani che oggi lavorano a Londra. Eliminiamo il valore legale delle lauree e le famiglie cominceranno a chiedersi se il professore dell’università locale è veramente bravo.
Siamo il Paese con uno dei tassi di fertilità più bassi d’Europa. L’unica speranza per evitare la sclerosi è aprire le porte come hanno fatto Spagna e Stati Uniti. La legge 27/12/04 consentirà nel 2005 l’ingresso in Lombardia di 120 (sic!) indiani: è noto che alcuni dei migliori matematici e informatici al mondo lavorano in India.
giavazzi_f@yahoo.com