24 ottobre 2005

Un bilancio sull'Iraq

Le vere cause della guerra in Iraq forse non le sapremo mai. Preoccuparsi ora se fosse giusta, legittima, alla luce di un diritto internazionale che è una materia molto meno codificata e assai più permeabile alla prassi di quanto non si creda, è preoccupazione da leguleio, ma la politica estera e di sicurezza si fa in altro modo. Dall’alto delle mie precedenti convinzioni nonché di un corso di politica di sicurezza di otto mesi in Svizzera mi permetto di fare le seguenti considerazioni:
Effetti positivi di questa guerra:

  1. per la prima volta gli Iracheni hanno votato liberamente;
  2. per la prima volta nella loro storia godono della libertà di stampa e di altre libertà civili;
  3. per la prima volta dalla spartizione dell’Impero Ottomano, il popolo curdo, diviso in cinque paesi e perseguitato, gode di garanzie e di una reale autonomia;
  4. un dittatore feroce e sanguinario come Saddam è stato chiamato a rispondere dei suoi misfatti davanti a una corte del suo paese, e forse a subire la pena capitale.

Poi nulla quaestio sul fatto che il dopoguerra sia stato gestito male. Ma la preoccupazione per la diffusione di armi di distruzione di massa è reale e ha un serio fondamento, specie dopo la scoperta del network di A.Q. Khan.

L’Italia che ci ha guadagnato?

  1. Maggiore ascolto a Washington rispetto a quanto ne abbiamo in Europa, dove gli altri tre grandi paesi (UK, Francia, Germania) tendono a costituire un direttorio dei Big Three che tiene fuori l’Italia (vedi Tony Blair ancora pochi giorni fa).
  2. Sfavore americano verso il progetto di riforma del consiglio di Sicurezza dell’ONU che vedrebbe l’attribuzione alla Germania di un seggio permanente, e quindi la marginalizzazione dell’Italia.
  3. Costituzione di un fronte europeo che si oppone ai disegni egemonici dei Big 3.

Non si tratta di sostenere una guerra: la guerra è finita da un bel pezzo. In questo momento in Iraq esiste una fase di transizione costituzionale, garantita da una occupazione militare provvisoria, cui l’Italia partecipa. Se ci fosse un cambio di maggioranza, probabilmente avremmo il ritiro delle nostre truppe, sulla base del falso presupposto che tale occupazione è illegale.

Perché, e qui casca l’asino, la presenza militare alleata – contrariamente a quanto si dice e crede da noi - è pienamente legittimata dalla risoluzione UNSC (Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) 1511 del 16 ottobre 2003, paragrafi 13 e 14

Per effetto di un impegno militare assolutamente minimo date le poche risorse che l’Italia destina alla sicurezza e difesa, coniugato però con una scelta di campo del tutto netta ed inequivoca - rarissima nella nostra storia recente (barzelletta diffusa nella Bundeswehr raccontatami dal mio collega colonnello tedesco: “Lo sai, gli Italiani hanno dichiarato la guerra” “oh!” “Ma non preoccuparti, questa volta sono contro di noi”) - l’Italia ha saputo difendere un posto di prestigio nel grande gioco della politica internazionale e sventare o ritardare interessati progetti di emarginazione. Insomma, abbiamo attaccato il carro dove erano i nostri reali interessi e abbiamo guadagnato tanto con poco.

Perché avremmo dovuto metterci con chi mira ad emarginare il nostro ruolo europeo ed internazionale? Perché avremmo dovuto batterci per il ruolo dell’ONU, organizzazione nella quale l’Italia conta poco, e con la riforma del Consiglio di Sicurezza nel senso voluto dalla Germania conterebbe assai meno?

Nel frattempo, vorrei ricordare, quell’ONU che nelle piazze italiane veniva contrabbandato come la fonte sola e ultima della legalità internazionale (mentre è un elefantiaco e disordinato organismo burocratico: l'ho visto da vicino), è stato scosso dallo scandalo “Oil for Food” che ha toccato anche il Segretario Generale Kofi Annan (non proprio un amico dell’Italia). Lo scandalo ha dimostrato, se ce n’era il bisogno, che anche negli argomenti contro l’intervento c’entravano ben poco le preoccupazioni umanitarie e molto invece interessi poco puliti…

Tutto questo può sembrare cinismo: è invece solo sano realismo politico.

22 ottobre 2005

Riflettendo su Ridolfi


Ho la ventura di abitare vicino a tre famose realizzazioni romane dell’architetto neorealista Mario Ridolfi (il Palazzo delle Poste di Piazza Bologna, il Villino Rea di Villa Massimo, la Palazzina di Via G.B. De Rossi). A lui sono dedicate in questi giorni a Roma ben due mostre, una alla Calcografia Nazionale e un’altra all’Accademia di San Luca (che insieme alla vicina mostra di Paolo Soleri all’Istituto per la Grafica fanno di Fontana di Trevi un vero triangolo dell’architettura moderna).
Colpisce, nel percorso di questo importante architetto, la progressiva riduzione intimistica: debuttò con il grande palazzo pubblico di Piazza Bologna, capace di essere un segno ‘forte’ nell’immagine di un quartiere moderno, per poi costruire solo palazzine e sopraelevazioni (le due celebri al Pinciano), i due quartieri popolari del Tiburtino e di Viale Etiopia, ed infine ritirarsi a Terni.
Le sue opere si mimetizzano agilmente nel contesto urbano, e bisogna felicitarsene se si pensa al diverso percorso di un Mario Fiorentino, la cui opera si svolge largamente parallela a quella di Ridolfi (la sopraelevazione del Villino Astaldi, la collaborazione al quartiere Tiburtino, le case a torre di Viale Etiopia proprio dirimpetto a quelle di Ridolfi, in un rapporto di dialogo rispettoso), per poi finire miseramente nell’opera postuma del Palazzone di Corviale, il mostruoso serpentone di edilizia popolare lungo 1 km dove abitano infelici diecimila persone.
In entrambi i casi, tuttavia, l’oscillazione tra il grande segno urbano e la cura minimalista per il particolare, denuncia l’incapacità – in un periodo di forte urbanizzazione - di codificare una nuova idea di città nella quale l’impronta dell’architetto non si riduca a manifestazione isolata ed episodica.

21 ottobre 2005

L'ultimo volo di Folon

Jean Michel Folon è morto, e la cosa coglie di sorpresa, perchè si pensa che i poeti siano immortali, o almeno, senza tempo. La splendida mostra retrospettiva al Forte Belvedere e a Palazzo Vecchio a Firenze - chiusasi appena venti giorni fa - è stata dunque l'ultima, lui vivente.
Erede della grande tradizione belga del disegno e del fumetto, l'aveva portata a livelli di poesia inarrivabili. La sua tavolozza si nutriva dei colori dell'arcobaleno. Narrava un mondo fiabesco e leggiadro, lontano dagli intellettualismi aridi che affollano i Musei d'Arte Contemporanea, ma niente affatto disimpegnato (la sua colomba dedicata alla 'Pace Preventiva', la campagna elettorale italiana del 2001). Si era ugualmente cimentato con la scultura, l'incisione, la pubblicità: queste sono tre mie foto di una sua campagna pubblicitaria a Roma, Via della Conciliazione, nel 1998. Certamente debitore del surrealismo di Magritte, i suoi paesaggi avevano tuttavia perso la nera inquietudine della notte per colorarsi dell'aria e delle solarità del Mediterraneo.
I suoi ometti anonimi (che chiamava "mes petit bonhommes") vestivano indefettibilmente cappello e paltò, ma si trasformavano in sorprendenti centauri, o in angeli pronti a librarsi in cielo. Come a simboleggiare che persino da una grigia maschera borghese può sprigionarsi la potenza della fantasia e del sogno. Un messaggio di grande speranza, e di conforto. Che la luce sia sempre con lui.
foto © Dario Quintavalle1998

Par Condicio

La politica torna a parlare di 'par condicio'. Forse il Presidente della Camera dovrebbe leggere ai deputati quella meravigliosa frase dello scrittore provenzale Jean Giono: "Dieu a ete' scandaleusement partiel en faveur des poissons au moment du deluge universel"

20 ottobre 2005

Spoils System

In Italia abbiamo il vizio di importare istituti stranieri cambiandone completamente la natura e il significato, e lasciando intatto solo il nome.
Lo 'spoils system' (sistema delle spoglie) è l'istituto che permette al Presidente degli Stati Uniti di nominare, una volta eletto, cittadini esterni al Governo a ricoprire una serie di cariche pubbliche.
Non dimentichiamo però il quadro: negli Stati Uniti, molte funzioni pubbliche che da noi sono ricoperte da funzionari di carriera per concorso, sono elettive.
Inoltre lo spoils system è regolato dal principio 'simul stabunt, simul cadent' (anche se gli Americani non sanno il Latino): cioè le persone nominate dal presidente smammano infallibilmente quando questi se ne va.
Da noi questo non avviene e i Dirigenti nominati con contratti di consulenza restano a vita sul groppone dello Stato. Alla faccia della norma costituzionale per cui all'impiego pubblico si accede tramite concorso.
Così, in un colpo solo, si è introdotta la precarizzazione della dirigenza pubblica e la stabilizzazione dei fedelissimi della politica. Questa situazione lede uno dei principi della democrazia, che è la possibilità di liberarsi di un governo con libere elezioni. Se se ne vanno i politici di una parte, ma restano nelle amministrazioni i loro dipendenti, cosa cambia? Essi, collocati ai piani alti dell'Amministrazione, saranno in grado di condizionare il nuovo governo uscito dalle urne, ben più di quanto potrà mai fare la burocrazia di carriera. Su questo dovremmo soffermarci.

18 ottobre 2005

Ricordo di Giuseppe Negro

L'ultima volta che ci siamo parlati, attorno a qualche chilo di gelato, sulla sua terrazza romana, soffriva visibilmente, ma continuava a pensare al futuro. Che la sua vita dovesse durare ancora pochi mesi non gli importava, la sua energia sembrava inesauribile. Parlava con un lampo di dolce ironia di quella malattia stupida che, quando avesse finito di ucciderlo, sarebbe morta anche lei. Le grandi persone sorridono alla vita e vivono ogni giorno come fosse l'ultimo, e quando è giunta l'ora se ne vanno senza grandi rimpianti.
Addio a Peppe Negro, Direttore Generale del MEF, sindacalista della Cida-Unadis, accanito fumatore, amico indimenticabile.

Paperinik e la sua maschera



Ho sempre trovato Topolino un personaggio monotono e prevedibile: inossidabilmente onesto, monogamo (e direi inconsciamente misogino), razionale, infallibile, imperturbabile. Insomma, un par di palle.

A lui preferisco Paperino, personaggio dalle plurime sfaccettature, capace di grandi slanci di ira ma anche di enorme generosità, geloso della sua amata ma uomo libero, farfallone eppure essenzialmente fedele (piuttosto è Paperina, diciamolo, ad essere un po' putaine), capace di passare dall'ozio sull'amaca all'avventura dei viaggi spaziali. Paperino è un personaggio controverso, contraddittorio, quindi drammaticamente e autenticamente moderno.

Il suo alter ego, Paperinik, esprime ulteriormente la multiforme latitudine e la profondità psicologica della sua personalità. Nel rapporto ambiguo Paperino-Paperinik si cela il paradosso che rende così ricco questo personaggio: a ben vedere, infatti, è il misterioso, infaticabile Paperinik il 'vero' Paperino, mentre il Paperino sonnacchioso e scioperato che tutti conoscono ne è solo la maschera quotidiana e rassicurante. Simbolo potente dell'eroe borghese costretto dal conformismo del suo tempo a celare la sua vera identità. 

Le migliori storie di Paperinik stanno uscendo in un periodico mensile tutto dedicato a lui, assolutamente imperdibile.

Merita inoltre una visita questo completissimo sito a lui dedicato.

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Vedi anche Paperino, eroe borghese

16 ottobre 2005

La Famiglia Bellelli alla GNAM

Ho un'antica passione per questo quadro di Degas, "La famiglia Bellelli", del quale ho un poster, riportato da New York, che campeggia da anni sopra il mio letto.
Un'interno di famiglia aristocratica, severo e niente affatto allegro, del quale Degas riesce a restituire con maestria l'atmosfera.
La Galleria Nazionale di Arte Moderna di valle Giulia a Roma lo espone fino al 27 gennaio 2006, in prestito dal Museo d'Orsay di Parigi. Degas, esposto in mezzo ad artisti toscani dell'Ottocento, giganteggia.
Oggi però il vero protagonista era un bel sole romano, caldo e affettuoso.

13 ottobre 2005

Quella bestia nel cuore

Trent’anni fa esatti, Gavino Ledda pubblicava “Padre Padrone”, poi portato sullo schermo dai Fratelli Taviani, in un memorabile film vincitore a Cannes. Il libro, autobiografico, raccontava il rapporto di asservimento di un figlio al padre, e ne proponeva un'analisi sociale e psicologica.
Le origini di questa relazione violenta e strumentale venivano individuate in una condizione antropologica arcaica di miseria ed isolamento. L’arretratezza culturale del pastore sardo preparava lo sfruttamento del padre sul figlio, la prevaricazione, la riduzione di quest’ultimo ad oggetto. Illuministicamente, la riscossa veniva dall’istruzione, dalla cultura che rendeva possibile un salutare contagio con stili di vita e mentalità più moderne.
Ora il film “La bestia nel cuore”, di Cristina Comencini, ritorna sul tema della violenza in famiglia (violenza sessuale, in questo caso, ma non mi sembra che questo sia il punto centrale) spostando l’obiettivo su una realtà antropologica e sociale diametralmente opposta.
Sabina e Daniele sono due fratelli che hanno subìto, durante l’infanzia, violenze da parte del padre, nel complice e omertoso silenzio della madre. I due si rincontrano dopo la morte dei genitori.
Daniele è diventato professore universitario e si è costruito una famiglia e una carriera in America, il più lontano possibile dalla casa paterna. Progressivamente ha fatto emergere il suo drammatico vissuto tramite una terapia psicoanalitica. Sabina invece ne ha la sconvolgente rivelazione solo in occasione della gravidanza, a causa di una riemersione dall’inconscio dei propri incubi infantili.

A differenza del padre-padrone pastore di Ledda, i genitori di Sabina e Daniele sono professori, appartengono alla classe colta, alla borghesia urbana della grande metropoli. Nulla, dall’esterno, sembra spiegare o preparare la violenza. Il pastore è violento perché ignorante, il padre di Daniele è violento nonostante non sia affatto ignorante. Daniele si domanda come egli abbia potuto fare ciò che ha fatto, malgrado la sua cultura, a cosa gli siano serviti i libri che ha letto, la scienza accumulata.

Il film descrive con grande efficacia come insospettabilmente la famiglia borghese tradizionale riesca ad isolarsi persino in un contesto urbano e professionale socialmente elevato. Dietro una maschera di perbenismo, nella professione di pubbliche virtù, al riparo da sguardi indiscreti, e molto spesso nell’indifferenza complice del contesto, questa famiglia diventa il teatro ove si recitano tragedie inaudite, il calderone di una sofferenza le cui vittime non trovano possibilità di sfogo, né umana solidarietà. La Comencini descrive plasticamente questa condizione, ritraendo una casa velata di polvere, dai mobili vecchi e dalle finestre oscurate, un luogo dove non circolano né aria, né luce, né affetti.
Dunque, ceto sociale, cultura, urbanesimo, istruzione, non sono assicurazioni di una vita felice né di una famiglia sana, nè sono sufficienti come via d'uscita.

Daniele assiste l’agonia del padre, non con affetto, bensì col desiderio di vederlo morire, e con lui di veder sparire i propri fantasmi. Si renderà conto poi che l’unico modo di cancellare per sempre la violenza dalla storia, sua e della sua famiglia, non è la morte ma la vita. “Le cicatrici non sono malattie”, dice, ci segnano per sempre. Ma questo non deve impedire di guardare avanti: Daniele e Sabina hanno figli, e costruiscono una nuova generazione alla quale, finalmente - imparando dagli errori dei genitori, ma anche impedendo a sé stessi di perpetuare una storia orribile - sapranno dare affetto e sicurezza, una cornice familiare sicura e un ambiente sano in cui crescere.

Molto brava e bella Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo di Sabina. Pregevoli le nudità di Francesca Inaudi, se non la sua recitazione.


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PS Vabbè a me il film sembrava significativo, ma in effetti questo sfottò di Disegni ci coglie in pieno... Che iena...


03 ottobre 2005

L'Europa è una rana, attenti a che non scoppi...

L’avvio dei negoziati di adesione tra l’Unione Europea e la Turchia è frutto di un equivoco. Fino ad oggi, i successivi allargamenti dell’Unione sono avvenuti estendendo il quadro giuridico comunitario, il cosiddetto acquis, ai nuovi aderenti. L’Unione si trovava pertanto ad avere due categorie di soci: quelli che avevano partecipato alla negoziazione del quadro giuridico comunitario nel suo momento formativo, e che talvolta si riservavano di restare fuori da singole politiche attraverso clausole di opting out (come la Gran Bretagna a proposito dell’Europa di Schengen e dell’Euro); e i nuovi soci, che dovevano puramente e semplicemente importare nel proprio ordinamento tutta la normativa comunitaria, senza eccezione. Per i vecchi soci l’Europa era à la carte, per i nuovi un ‘prendere o lasciare’. Questa formula ha funzionato bene finché l’Europa è stata definita dalla Cortina di Ferro. La Comunità Europea era, in realtà, la Comunità dell’Europa Occidentale. Ha invece cominciato a scricchiolare con il maxiallargamento ai 10 nuovi paesi dell’ex blocco Comunista. Ci si è accorti che l’Europa allargata non era più la stessa di prima, né per i nuovi soci né per i vecchi. Un ulteriore allargamento all’Ucraina, alla Turchia, alla Romania e Bulgaria, costringerebbe a un ripensamento dell’intera essenza della costruzione europea. Il rischio è per capirci, che come la rana della favola di Esopo, questa Europa si gonfi oltre i suoi limiti per poi scoppiare.
Il Ministro degli Esteri Britannico Jack Straw ha ricordato che la Turchia fa già parte di numerose istituzioni europee, come il Consiglio d’Europa, ed è un membro della Nato.
Qui forse si nasconde l’equivoco. La Turchia è indubbiamente un paese Occidentale, o almeno occidentalizzato. Non è invece un paese europeo. Fino alla caduta del Muro di Berlino, la distinzione era sottile al punto da essere irrilevante. L’Europa come definita dalla Cortina di Ferro era l’Europa Occidentale. Oggi non è più così.
Nel mio saggio, “Is there a West” ho tentato di identificare in che cosa consiste l’Occidente. Ho ritenuto di poterlo definire come un attore della sicurezza collettiva che si basa su una comunità politica che condivide i medesimi valori liberali. Quindi all’Occidente, inteso in questo senso, sono estranei tanto paradigmi culturali (quelli cari all’Huntington del ‘Clash of Civilizations’) quanto precisi confini geografici. Al contrario, l’identità europea ha alla base un ben preciso paradigma culturale (quello classico romano - germanico) e anche, piaccia o meno, religioso (cioè cristiano). Ed è anche un’entità geograficamente definita, per cui, sebbene i suoi confini siano malcerti, essi non possono essere spinti indefinitamente oltre la linea naturale degli Urali – Bosforo – Mediterraneo. L’Occidente come comunità politica è una costruzione essenzialmente intergovernativa. L’Europa invece ha già da tempo compiuto la scelta di essere non solo una comunità di Stati, ma di popoli.
L’Europa è un sottoinsieme dell’Occidente, ed Europa comunitaria ed Occidente Euromediterraneo non corrispondono più. La Turchia fa certamente parte delle istituzioni di sicurezza dell’Occidente, ma non potrebbe entrare a far parte dell’Europa senza che il suo ingresso ridefinisse perciò stesso l’essenza dell’Unione, che diverrebbe molto più uno spazio economico e commerciale euromediterraneo e molto meno un’Europa dei popoli uniti da una parentela e da una storia civile e religiosa comune.
Insomma, l’ingresso della Turchia in Europa non sarebbe un semplice Allargamento, ma cambierebbe definitivamente la natura, gli scopi e le prospettive dell’Unione, in un senso drammaticamente diverso da quello previsto e voluto dai padri fondatori. A questo punto non esiste garanzia alcuna che una simile costruzione possa reggere, e che i popoli che compongono l’Unione non si disamorino da un’operazione percepita come soltanto di vertice.
Naturalmente volere trasformare l’Unione europea in questo senso è un’opzione legittima, purché le implicazioni di questa operazione siano tenute ben presenti e il risultato sia tra quelli previsti, preparati e desiderati. Ma non sembra che quanti vogliono la Turchia in Europa abbiano attentamente meditato tutto questo. Non è un caso del resto che i maggiori sostenitori dell'adesione della Turchia non siano in Europa, ma in America, nell'Amministrazione Bush, dove certamente l'effetto dirompente del nuovo allargamento non è nè sottovalutato, nè temuto.

01 ottobre 2005

Peggio di un crimine è lo sbaglio

" C'EST PIRE QU'UN CRIME, C'EST UNE FAUTE. "
(Mot attribué à TALLEYRAND ou à FOUCHÉ, mais dit par A.BOULAY, député de la Meurthe,au Conseil des Cinq Cents, après l'enlèvement et l'exécution du Duc D'Enghien).