26 novembre 2005

“Addio, Dolce Vita”

A prima vista, in Italia la vita sembra ancora abbastanza dolce. Il paesaggio è straordinario, le città storiche sono meravigliose, i tesori culturali stupefacenti, e il cibo e il vino più gustosi che mai. Per molti aspetti, gli italiani sono ricchi, vivono a lungo e le loro famiglie sono incredibilmente unite. La rozza ubriachezza che rende spiacevole i centri delle città di molti paesi europei in Italia è fortunatamente quasi assente. Il traffico può essere caotico, e luoghi come Venezia e Firenze sono assaltati dai turisti; ma se ci andate fuori stagione (o se semplicemente vi allontanate dai posti più battuti), potrete passare in Italia giorni più piacevoli che in qualsiasi altro paese del mondo.
Tuttavia, sotto questa dolce superficie, molte cose sembrano essersi guastate. Il miracolo economico successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, culminato nel famoso sorpasso del 1987 (quando l’Italia annunciò che il proprio pil aveva superato quello dell’Inghilterra), è ormai finito del tutto. Nel corso degli ultimi quindici anni, il tasso medio di crescita economica è stato il più basso fra i paesi dell’Ue, rimanendo indietro persino rispetto a quello di Francia e Germania. All’inizio di quest’anno l’Italia ha addirittura vissuto un breve periodo di recessione; nel 2005 sarà probabilmente il solo paese dell’Ue in cui l’economia ha subito una contrazione. Per il prossimo anno ci si aspetta, come prospettiva più rosea, una crescita economica minima.
Le aziende italiane, soprattutto quelle piccole, a conduzione familiare, che hanno rappresentato l’ossatura portante dell’economia italiana, sono esposte a pressioni sempre più forti. I costi sono aumentati, ma la produttività non è aumentata o è addiritura calata. L’adozione della moneta unica europea esclude la possibilità di una svalutazione, che per molti anni ha rappresentato una valvola di sicurezza per il business italiano. La competitività del paese sta rapidamente disintegrandosi, mentre la quota di esportazioni mondiali e di investimenti stranieri diretti è molto bassa. Nella lista dei paesi più competitivi compilata dal World Economic Forum all’Italia è stato assegnato un umiliante quarantasettesimo posto, soltanto una posizione in più rispetto a quella occupata dal Botswana. L’economia italiana si è rivelata anche molto vulnerabile di fronte alla concorrenza dei paesi asiatici, perché molte aziende italiane sono specializzate in settori come quello tessile e calzaturiero, che stanno subendo l’assalto cinese.

Gli effetti del declino
Gli effetti di questo declino iniziano a essere visibili. Un numero crescente di italiani vede ristagnare o addirittura diminuire il proprio tenore di vita. Il costo della vita sembra essere drasticamente aumentato da quando l’euro ha preso il posto delle lire nel gennaio 2002. I prezzi degli immobili sono senza dubbio diventati proibitivi per molti italiani che vogliono acquistare la loro prima casa a Roma, a Milano e persino a Napoli. Molti italiani stanno riducendo le spese per le loro vacanze annuali, o vi rinunciano del tutto. Altri stanno rinunciando a comprarsi nuove automobili o nuovi vestiti, un’autentica privazione per un popolo così attento allo stile. I supermercati riferiscono che gli acquisti calano drasticamente nella quarta settimana del mese, prima del pagamento dello stipendio, evidente prova del fatto che le famiglie fanno parecchia fatica ad arrivare alla fine del mese.
Un’economia fiacca crea anche problemi più vasti. Le infrastrutture del paese sono in pessime condizioni: strade, ferrovie e aeroporti sono al di sotto degli standard europei, e gli edifici pubblici e privati sono sempre più fatiscenti. La qualità dell’istruzione è calata: sul piano internazionale il paese fa una brutta figura, e nemmeno un’università italiana figura tra le migliori novanta del mondo. Le spese per la ricerca e lo sviluppo sono ben al di sotto degli standard internazionali. L’Italia ha anche subito contraccolpi molto negativi a causa degli scandali aziendali, in particolare quelli della Cirio e della Parmalat. E le finanze pubbliche sono nel caos. Stime autorevoli pongono il deficit di bilancio per il prossimo anno al 5 per cento del pil, ossia molto di più del tetto del 3 per cento previsto dal Patto di stabilità e crescita. Il debito pubblico equivale al 120 per cento del pil e ha ormai smesso di scendere. Persino la struttura sociale del paese si trova sotto pressione. La famiglia rimane forte e il tasso di divorzi è relativamente basso. Ma il fatto che il 40 per cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni vivono ancora con i propri genitori non è segno di armonia familiare o di attaccamento ai piatti della mamma. Molti giovani italiani non vanno via di casa perché non riescono a trovare lavoro o perché non guadagnano abbastanza per permetterselo. La solidarietà sociale (un concetto difficilmente quantificabile) in Italia sembra essere a un livello molto basso, e questa è probabilmente uno dei principali motivi per cui le aziende di famiglia hanno sempre avuto un ruolo decisivo nell’economia italiana. Il rispetto delle regole e delle leggi, mai alto, negli ultimi anni sembra essersi ulteriormente ridotto.
L’evasione fiscale e le costruzioni abusive, incoraggiate da ripetute amnistie, continuano ad aumentare. Il crimine organizzato e la corruzione sono ancora estremamente diffusi, soprattutto nel Sud.
A completare il quadro, l’andamento demografico appare un disastro. L’Italia ha un tasso di natalità fra i più bassi d’Europa, con una media di 1,3 bambini per donna, e la popolazione si sta riducendo. Per di più, gli italiani vivono più a lungo, e quindi la popolazione sta anche rapidamente invecchiando. Le conseguenze economiche (troppi pensionati e un numero insufficiente di lavoratori per mantenerli) sono estremamente preoccupanti. Ciò che le rende ancora più gravi è il basso tasso di occupazione degli italiani. Soltanto il 57 per cento della fascia tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro, la proporzione più bassa di tutta l’Europa. La Germania, in confronto, ha un tasso di occupazione del 66 per cento e l’Inghilterra del 73 per cento. Per quanto il tasso complessivo di disoccupazione non sia troppo negativo rispetto allo standard europeo, appare preoccupantemente alto tra i giovani e al Sud.
Che cosa non ha funzionato nell’economia italiana, e come vi si può porre rimedio? Sono le principali domande alle quali quest’inchiesta cerca di rispondere. Ma bisogna tenere presente il turbolento contesto della scena politica italiana. Il governo di centro-destra presieduto da Silvio Berlusconi, eletto nel maggio 2001, sembra destinato a riuscire nella rara impresa di rimanere in carica per tutta la durata della legislatura, per la prima volta nella storia dei governi post-bellici. Berlusconi ne è estramamente orgoglioso. Ma ha molto meno di che essere orgoglioso quando si tratta della situazione economica. Nella campagna elettorale del 2001 aveva promesso di utilizzare il senso degli affari che lo aveva fatto diventare l’uomo più ricco d’Italia per rendere più ricchi tutti gli italiani. Ma non ci è affatto riuscito.

L’eredità di Silvio Berlusconi
L’opinione che l’Economist ha di Berlusconi è ben nota. Nell’aprile del 2001 abbiamo scritto che non era l’uomo adatto per governare l’Italia, a causa dei numerosi problemi legali che aveva avuto nel corso della sua carriera di imprenditore e a causa dei conflitti di interesse derivanti dal fatto che è proprietario delle tre principali reti televisive private italiane. Quasi cinque anni dopo, Berlusconi continua ad avere gli stessi problemi legali, e non ha fatto praticamente nulla per risolvere i conflitti di interesse; anzi, poiché il governo è proprietario della Rai, Berlusconi ora controlla circa il 90 per cento delle reti televisive italiane. Il verdetto del 2001 non cambia di una virgola.
Ciononostante, come avevamo osservato allora, nel 2001 c’erano validi motivi per eleggere la coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi. L’Italia aveva estremamente bisogno di una sana dose di riforme pro-mercato, di liberalizzazione, di privatizzazione, di deregolamentazione e di scuotimento della pubblica amministrazione, tutte cose che Berlusconi aveva promesso di fare. Aveva persino giurato di ridurre le tasse. La maggioranza degli italiani, appoggiati da buona parte del mondo degli affari, è stata disposta a dimenticare i suoi problemi legali e i suoi conflitti di interesse per dargli l’opportunità di riformare il paese. Ma, ormai all’approssimarsi delle prossime elezioni, ben poco di quanto promesso è stato realizzato, e moltissimi suoi iniziali sostenitori appaiono profondamente delusi. Persino l’apparente stabilità politica garantita da Berlusconi può ingannare. La sua coalizione esapartitica di centro-destra ha rischiato più volte di frantumarsi.
In questo momento l’opposizione di centro-sinistra, guidata da Romano Prodi, sembra destinata a vincere le elezioni dell’aprile 2006. Ma anche in caso di vittoria, per Prodi sarà molto difficile avviare una politica di riforme, soprattutto perché la sua coalizione raggruppa non meno di nove partiti, molti dei quali si oppongono al cambiamento. E’ stato proprio un suo alleato, Fausto Bertinotti, a causare la caduta del governo Prodi nel 1998. In verità, nessuna delle due principali formazioni politiche italiane offre molte speranze a chi ritiene che il paese abbia bisogno di radicali (e dolorose) riforme.
Ma l’Italia si sta avvicinando alla resa dei conti. Esattamente come Venezia nel XVIII secolo, ha vissuto troppo a lungo sull’eredità dei suoi passati successi. Venezia fu spazzata via da Napoleone, e l’ultimo doge si dimise di propria spontanea volontà. Oggi è poco più di un’attrazione turistica, per quanto affascinante. Potrebbe essere questo il destino di tutta l’Italia?
© The Economist
per gentile concessione di Panorama
(traduzione di Aldo Piccato)
(25/11/2005)

16 novembre 2005

Dirigenti e poeti

“Florentino Ariza scriveva qualsiasi cosa con tanta passione che persino i documenti ufficiali sembravano lettere d’amore…
Senza proporselo, senza neppure saperlo, dimostrò con la sua stessa vita… che non esisteva nessuno con maggior senso pratico, né spaccapietre più ostinati, né
direttori più lucidi e pericolosi, dei poeti.”

Gabriel Garcia Marquez, “L’amore ai tempi del colera”.