30 dicembre 2006

Morte del Lupo Cattivo

L’ esecuzione di Saddam Hussein e’ stata unanimemente deplorata dal mondo politico italiano. Guardando la tv italiana dall’estero, sembrerebbe che i fatti del mondo accadano solo per consentire a politici di seconda fila di rilasciare interviste al TG1, e ai giornalisti di questo ripetere la solita litania di espressioni di "deplorazione, esecrazione, sdegno" ... e questo e’ l’aspetto tragicomico della faccenda.

Le critiche confondono due piani che invece dovrebbero stare ben separati: quello della giustezza etica, e quindi della liceità della pena di morte, e quello dell’opportunità’ politica dell’esecuzione, che, si dice, potrebbe portare a nuove violenze e discordie. Ora, e’ facile osservare che in un atto di giustizia considerazioni politiche non dovrebbero entrare: ed infatti, le critiche italiane ed europee partono da un indimostrato assoluto etico, che respinge la pena di morte in ogni caso, in quanto ingiusta in se. Invece, il processo a Saddam e’ stato, e non poteva essere altrimenti, un processo politico. Perchè la giustizia, al contrario di quanto ci piacerebbe credere, si muove sempre in un ambito politico, non resta mai confinata a un empireo morale e legale, ma vive nel nostro tempo e nella nostra realtà.

Di conseguenza l’esecuzione di Saddam e’, finora, l’unica pagina positiva di questa lunga e probabilmente inutile guerra. Consente di lavare nel sangue un periodo di orrori, e costituisce un monito terribile per tutti i dittatori della regione e non solo. Cos'è meglio? Un Saddam morto impiccato, o un Pinochet morto pensionato e celebrato come un padre della patria, o uno Slobodan Milosevic morto di noia nelle more di un processo interminabile?

Se si vogliono processare efficacemente i dittatori, bisogna arrendersi all’evidenza che la cavillosità di un processo normale, e il formalismo giuridico, nei casi di genocidio, si rivolgono sempre a vantaggio dell’accusato. Il processo a Saddam e ai suoi accoliti e’ il primo da molto tempo per crimini umanitari che giunge a una sentenza e ad una conclusione in tempi ragionevolmente brevi.

Capisco che questo sia estraneo alla moderna "cultura" giuridica europea e soprattutto italiana: dove il sogno segreto ed inconfessabile di ogni pubblico accusatore e’ di avere un imputato permanente, quello di ogni avvocato avere inesauribili rimedi e occasioni di ricorso, e quello di ogni giornalista di giudiziaria, qualcosa da scrivere ogni giorno.

Ma la lezione tremenda di oggi e’ che il sangue chiama sangue. Possiamo averlo dimenticato noi, non lo hanno dimenticato quanti hanno vissuto per anni nel terrore.
Che potranno così, con un capro espiatorio di indubbia bruttura morale, dimenticare le proprie responsabilità. La morte del lupo cattivo non rende le pecore meno vili, solo più baldanzose.
Ne dovremmo sapere qualcosa noi italiani, pronti a svillaneggiare il cadavere di un dittatore fucilato senza nemmeno la formalità del processo, nella stessa città che poche settimane prima lo aveva osannato...

16 dicembre 2006

Io tifo per Livia

Montalbano e Livia
Andrea Camilleri è di nuovo in libreria con un altro romanzo avente per protagonista il Commissario Montalbano. Lo comprerò presto: apprezzo Camilleri, scrive storie godibili e, con il suo parlare misto di siciliano, è un autentico innovatore della lingua italiana. Un merito, questo, che i critici non gli riconosceranno mai, visto che, nella visione compartimentata dei colti di casa nostra, il genere poliziesco è ‘minore’ e quindi giammai potrà aspirare al rango della ‘vera’ letteratura. Sapegno del resto poteva liquidare con poche righe addirittura il grande De Filippo, che lui solo chiamava “Edoardo”, e nessuno, credo, ha mai incluso nei testi scolastici uno dei più conosciuti autori italiani del dopoguerra, Guareschi. Essere un autore popolare è una bestemmia per i nostri intellettuali, che non ammettono si possa coltivare, nelle lettere e nelle arti in genere, altro che i propri privati soliloqui. La scuola si perde per strada i giovani infliggendo loro il Rapisardi e Giovanbattista Marino, poi ci si meraviglia che in Italia nessuno tocchi più un libro dopo il liceo…


I gialli di Montalbano (a proposito, dispiace che la letteratura poliziesca abbia perso da tempo, in copertina, questo colore così tipico della tradizione editoriale italiana) hanno più livelli di lettura: c’è il Commissario impegnato nelle indagini, il gourmet sempre a caccia della buona tavola, e infine l’uomo privato.


Che sappiamo essere scapolo, abitante in Sicilia, da lungo tempo impegnato in una relazione a distanza, quasi del tutto telefonica, con una donna di Genova, Livia. I due si incontrano saltuariamente, e sempre che gli impegni di lavoro di Montalbano lo consentano. Dopo un po' si capisce che il lavoro è solamente una scusa. Montalbano ama Livia a modo suo: che è un modo terribilmente egoistico. Non pensa minimamente a trasferirsi, o a far muovere la fidanzata. Non vuole che niente turbi la sua pace, la sua bella casa, il suo tran-tran e il suo amatissimo lavoro. La fedeltà di Montalbano a Livia è semplicemente una fedeltà a sé stesso e alle sue abitudini. Nella sua vita, la compagna è essenzialmente una commodity: occorre qualcuno che stia lì, lontano ma a portata di mano, come un maglione in un cassetto, pronto quando serve calore, ma che si possa riporre quando non serve più. Montalbano è una testa pensante: mai però che uno dei suoi pensieri sia dedicato alla donna che dice di amare; mai che si sposti dal suo baricentro per considerare anche il punto di vista di lei. In Livia ama soprattutto la possibilità di fare il comodo suo.


Nelle stesse parole di Camilleri, “Montalbano è un gran vigliacco”. Come tutti i vigliacchi, un manipolatore. Oh, non un mostro: i mostri hanno almeno il pregio dell’eccezionalità, due o tre in un secolo. Capacità di manipolazione, viltà ed egoismo sono invece caratteristiche piuttosto comuni e banali, le si ritrova nei bambini, e negli adulti immaturi (non solo maschi). Uno stron**, questo sì.


Chissà allora se gli psicologi hanno codificato una tale attitudine verso la vita e la coppia: in caso contrario propongo di definirla “sindrome di Montalbano”. Se la “sindrome di Peter Pan” connota chi non vuole diventare adulto, i tipi alla Montalbano hanno paura di invecchiare, e per questo non esitano a cristallizzare il tempo loro, e quello di chi sta loro intorno.
La relazione tra lui e Livia è senza tempo, senza senso, e senza sbocco, perché a lui va benone così.


Sarebbe il caso che si studiasse seriamente il fenomeno, perchè esso è diventato sempre più frequente: conosco da vicino, ahimè, persone, e non necessariamente donne, che nella realtà – proprio come Livia - si sono abbrutite per anni in irrisolti e frustranti rapporti a distanza.
Relazioni del genere sono rese possibili dal moderno progresso delle telecomunicazioni, che ha consentito non solo la delocalizzazione degli affari, ma anche quella degli affetti. Come per ogni delocalizzazione, l’utilità per chi l'attua sta nel massimizzare i guadagni pagando il minor costo possibile.


Chi accetta, più o meno consapevolmente, di soggiacere a un simile rapporto ineguale, nutre sicuramente bassa autostima. Che però il manipolatore di turno sa confermare e volgere in suo favore, facendo apparire il sempre più avaro dono di sé, tanto più prezioso quanto più è scarso ("Vedi? Nonostante tutti i miei impegni, riesco a dedicarti mezza giornata, questa settimana..." esclama), e la compagna insoddisfatta, un'ingrata incontentabile.


Auguriamoci dunque che Livia sappia prima o poi liberarsi del compagno egoista, ma anche crescere nella consapevolezza del proprio valore. Se saprà ribellarsi alla condizione marginale e accessoria in cui è stata confinata dal suo amante, scoprirà che il mondo ha più e meglio da offrirle, e più vicino, di una mortificante e squallida relazione a distanza con un narciso egocentrico.


Vado in libreria con l'augurio che questa per Livia sia la volta buona.


09 dicembre 2006

Maori

Anni fa contrassi un'avvilente mésalliance con un’algida intellettuale italiana trapiantata in Germania che, oltre ad essere un’inguaribile bugiarda avvezza ad ogni sorta di sotterfugio, aveva una disgustosa e irrefrenabile perversione: vantarsi ripetutamente – anche in momenti di intimità - delle sue storie passate, descrivendole fin nei minimi dettagli.
A quanto pare non sono l’unico cui è capitata una tale disavventura, perché leggo sul forum online di una famosa psicologa l’intervento di un giovane che riporta più o meno lo stesso fastidioso inconveniente. Il poveretto si colpevolizza per la sua gelosia retrospettiva, e la psicologa ovviamente ci mette il carico da undici reiterando i consumati stereotipi del maschietto in crisi spiazzato dall’emancipazione femminile.

Ma è proprio così? Nessun uomo moderno, in realtà, si aspetta che la sua compagna sia vergine o inesperta. A molti nemmeno piacerebbe. Se la psicologa online analizzasse piuttosto la donna che frequentemente indulge a confronti e ricordi, scoprirebbe una persona incapace di voltar pagina e di confrontarsi col presente. Una donna che si presenta a letto col curriculum e fa vanterie sulla sua esperienza, trasmette al suo compagno un ben preciso messaggio: l’indisponibilità a rimettersi in gioco e ad aprirsi al nuovo. L’esperienza ,elevata a dato memorabile e quindi statico, è intangibile e indiscutibile: in altri termini, chiusa - dunque escludente.
Paradossalmente, chi si racconta molto ritiene di essere interessante, ma all’esterno appare arida.
I viaggiatori del resto, parlano del loro viaggio solo quando è finito, e tornano a casa carichi di bagaglio e di ricordi. È interessante ascoltarli, forse, e per un po'. Dopo annoiano: è chiaro che essi, reduci dal loro viaggio, non saranno mai i compagni del nostro.

Tutt’altro che manifestazione di una femminilità vittoriosa ed emancipata, questo compiaciuto raccontarsi, esibizionistico e un po' sadico - a quanto pare tipico della donna italiana - è segno di profonda insicurezza. Un’insicurezza che è, per il malcapitato partner del momento, contagiosa e castrante. Uno scrittore francese, Daniel Pennac ha ben descritto un caso del genere, in una gustosa scenetta del romanzo “Au Bonheur des Ogres”: la zia Julie, nuova conquista del signor Malausséne, comincia a raccontargli d’emblée, e senza esserne richiesta, le sue peripezie erotiche tra i Maori.

"I maori hanno muscoli lunghi, precisi, ben disegnati. Le spalle e i fianchi non ti si sciolgono fra le dita. L'uccello ha una morbidezza setosa che non ho mai trovato altrove. E quando ti penetrano, si illuminano dentro, come dei Gallé 1900, stupendamente ramati".
Il risultato è raggelante, e per nulla divertente:

« - Qu'est-ce que tu as?
J'ai répondu :
Rien.
Je n'ai rien. Absolument rien. Rien qu'un misérable mollusque lové entre ses deux coquilles. Qui ne veut pas sortir la tête. Par peur des bombes, j'imagine. Mais je sais que je me mens à moi-même. En fait, ma chambre est pleine de monde. Bourrée à craquer. Tout autour de mon plumard se dressent des spectateurs au garde à vous. Et pas n'importe quels spectateurs ! Toute une couronne de Sandinistes, de Cubains, de Moïs, de Satarés, à poil ou en uniforme, ceints d'arbalètes ou de Kalachnikov, cuivrés comme des statues, auréolés de poussière glorieuse. Ils bandent, eux ! Et les mains sur les hanches, ils nous font une haie d'honneur dense, tendue, arquée, qui me la coupe.»
Lungi dall’essere frutto di gelosia, che è comunque manifestazione di coinvolgimento, la risposta del maschio, affidata al suo organo più sensibile e accorto, il pene, è di subitaneo disinteresse. In un momento in cui vorrebbe star da solo con la sua compagna è costretto invece a partecipare a una sorta di ammucchiata virtuale: solo una persona malata di voyeurismo potrebbe seriamente eccitarsi in una circostanza del genere.
E già, perché la pettegola indiscreta non sta in quel momento solo parlando di sé, ma anche spiattellando l’intimità di un’altra persona. E non a tutti piace essere costretti a spiare la vita altrui dal buco della serratura.

L'ammainabandiera dell'eccitazione
annuncia la ritirata.

Ora, un singolo episodio potrebbe far pensare ad un incidente di percorso dovuto a una caduta di stile. Ma se l’autoreferenziale affabulatrice non si scoraggia e persevera, vuol dire che ha messo in atto una strategia di manipolazione che le assicura due vantaggi: rassicurarsi non solo con il ricordo delle passate prodezze, ma anche mediante l'esercizio del potere castratorio che consiste nello smorzare gli ardori del suo compagno attuale. Non casualmente, del resto, la pompiera dei miei incendi aveva fatto scappare il marito dopo appena sei mesi di matrimonio.

La psica rammenta al giovane: “Lei dice che la sua ragazza è meravigliosa ma sembra non tener conto che tutte le esperienze del passato, amorose comprese, hanno contribuito a renderla tale”.

Questo è un argomento perfettamente razionale. Quasi cartesiano. Ma la persona che ci fa balenare le sue esperienze davanti agli occhi ottiene un risultato esattamente inverso a quello sperato. È un po' come se, assisi a tavola in un ristorante, ci venisse servita una succulenta bistecca, e al momento di affrontarla, con l’acquolina in bocca, si spegnessero le luci, calasse uno schermo e ci venisse proiettato davanti il film della sua vita: vedremmo il giovane manzo che pascola felice sui prati, poi la macellazione, lo squartamento… alzi la mano chi avrebbe ancora appetito dopo uno spettacolo del genere… eppure è proprio grazie a quelle esperienze che la proteica bistecca è finita nel nostro piatto!

Così, la pettegola che indiscretamente evoca i suoi passati amori ci proietta davanti agli occhi una specie di film porno, con lei protagonista: solo a un pervertito piacerebbe immaginare la sua compagna a letto con un altro.


Non è logico, certo, ma quello che le razionalizzazioni estreme delle intellettuali, studiose della psiche o della società, non coglieranno mai, è che l’amore non è affatto logico: esso è coinvolgimento, passione, seduzione, rivoluzione. Non è un premio, un riconoscimento a qualcosa. Per sua natura è monopolistico, non ammette condominii. Non guarda al passato, ma al futuro. Non vuole ripercorrere il già fatto e già visto, ma creare il nuovo. Molto spesso siamo innamorati di una persona non per, ma nonostante il suo passato.

Il curriculum lo chiedo alla donna che voglio assumere. Alla donna che voglio come mia compagna,  invece, non domando da dove viene, ma in che direzione va, e se vuole fare la sua strada, o almeno un pezzo, con me.
Il resto non m'interessa affatto.


L'ipocrisia del concorso?

Un articolo di Piero Ichino e la mia risposta

L'ipocrisia del concorso
Per reclutare servono strumenti nuovi
di Piero Ichino
Corriere della Sera 21 novembre 2006
Sul Corriere del 14 novembre Francesco Giavazzi ha indicato nelle «regole di reclutamento» attuali uno dei quattro difetti fondamentali del nostro sistema universitario. Lo stesso potrebbe dirsi in riferimento all'intera nostra amministrazione pubblica. Ma è un discorso difficile, perché porta a mettere in discussione niente meno che una regola contenuta nella Costituzione (articolo 97): «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso». Il concorso dovrebbe garantire la scelta imparziale della persona migliore tra le disponibili. Ma l'esperienza insegna che nella maggior parte dei casi le cose non vanno affatto così; al punto che molti esperti considerano il metodo del concorso come un ostacolo alla scelta migliore. Il problema — va subito chiarito — non è costituito soltanto dalla frequenza con cui accade che l'esito del concorso sia inquinato da clientelismi baronali, politici, sindacali o di altro genere. Il fatto su cui occorre riflettere è che il concorso si rivela come un metodo cattivo di scelta anche quando esso si svolge rigorosamente secondo le regole. In primo luogo perché l'idoneità di una persona a un determinato ruolo dipende per lo più da un insieme di qualità e attitudini molto più complesso di quanto si possa accertare e verbalizzare con una procedura concorsuale: questo vale per tutte le figure professionali, dal docente al giovane ricercatore, dal dirigente al fattorino. Quand'anche, poi, le prove concorsuali consentissero di accertare le qualità che veramente contano per la funzione specifica, resterebbe il fatto che la commissione giudicatrice non risponde per nulla della bontà della scelta. Svolto il compito, essa si scioglie; e se il vincitore si rivelerà inidoneo al ruolo, nessuno ne chiederà mai conto ai commissari. Il metodo del concorso è legato all'idea ottocentesca dell'amministrazione pubblica come luogo dove i comportamenti sono soggetti al controllo ex ante di legittimità, ma non al controllo ex post dei risultati prodotti. Oggi sperimentiamo che questo sistema non soltanto non garantisce il risultato ex post, ma di fatto non riesce a garantire neppure un tasso accettabile di legittimità sostanziale, sotto la scorza della (apparente) legittimità formale. Sono davvero pochissimi i concorsi nei quali non vi sia un vincitore designato ben conoscibile già prima del bando. E in qualche caso — occorre dirlo — non è neppure male che le cose vadano così. Ma allora non sarebbe meglio, là dove è possibile attivare un sistema di controllo rigoroso dei risultati, abbandonare questo ferro vecchio, eredità di un sistema amministrativo superato? Così, almeno, chi continuerà a praticare il clientelismo baronale, politico o sindacale, rischierà lo stipendio. Per esempio: pensiamo a un sistema universitario nel quale sia abolito il valore legale della laurea (dove cioè siano abrogate tutte le norme che richiedono quel titolo di studio per accedere a qualsivoglia posto, funzione o beneficio) e nel quale lo Stato non finanzi direttamente gli atenei, ma dia a ogni diciottenne l'80% del necessario per l'iscrizione a una facoltà universitaria liberamente scelta, a suo rischio. A quel punto potremmo lasciare altrettanto libera ogni facoltà di assumere il personale docente e amministrativo secondo le procedure che essa preferisce: se sceglierà male, gli studenti andranno altrove ed essa dovrà chiudere. Forse, paradossalmente, sarà la prima volta che vedremo dei concorsi veri: magari con minor dispendio di verbali e ceralacca, ma con un impegno sostanziale assai maggiore a selezionare le persone più capaci e più adatte, rispetto alle specifiche esigenze effettive.


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Gentile prof. Ichino,
ho letto con vivo interesse il suo editoriale sul Corriere della Sera del 21 novembre dal titolo “L’ipocrisia del concorso”.

Condivido in pieno il suo argomento secondo cui “il metodo del concorso è un ostacolo alla scelta migliore” e anzi, vorrei sottoporre alla sua attenzione una proposta ancora più audace: perché non aboliamo anche le elezioni?
Consentirà che anche le elezioni democratiche, come i concorsi pubblici si sono rivelate “un metodo cattivo di scelta, anche quando si svolge secondo le regole” e che (almeno in Italia) esse hanno miseramente fallito nell’obbiettivo di assicurare la selezione di una classe politica competente ed onesta, nonché di garantirne il ricambio.

Quali le alternative possibili? Si potrebbe provare con l’estrazione a sorte, ad esempio. Lei certo conosce quel racconto di J.L. Borges, “La lotteria di Babilonia” nel quale il grande scrittore argentino immagina un luogo ove il destino di ciascuno sia determinato da una lotteria, gestita da una Compagnia dotata dei pieni poteri pubblici.

Oppure, se l’idea appare troppo azzardata e innovativa, si potrebbe sempre tornare a istituti sperimentati, come l’aristocrazia e l’ereditarietà delle cariche. Alessandro, Cesare, Federico il Grande, non vinsero pubblici concorsi o elezioni; e molte dinastie hanno reso servizi egregi alle nazioni che hanno governato.

Sto scherzando, naturalmente, ma non troppo. Cerco solo di portare alle estreme conseguenze il suo ragionamento. Perché, vede, tra elezioni e concorsi esiste una stretta parentela.

Il sistema dei concorsi, di derivazione cinese, fu introdotto in Europa, alla fine dell’Ancien Regime, quando si trattò di passare dall’aristocrazia alla democrazia, dal sistema delle cariche pubbliche assegnate per via ereditaria o venalmente (cioè vendute per denaro) a uno in cui ci fosse separazione netta tra interessi privati e pubblici.

Lungi dall’essere semplicemente, come lei scrive “un ferrovecchio, eredità di un sistema amministrativo superato”, i concorsi sono, assieme alle elezioni, lo strumento che le moderne democrazie occidentali si son date per selezionare le proprie classi dirigenti nel più ampio ventaglio possibile di candidati.
Le elezioni selezionano la dirigenza politica secondo il principio della rappresentatività, i concorsi selezionano la dirigenza amministrativa secondo il principio della competenza.

Possiamo liquidare elezioni e concorsi come ferrivecchi, dunque, ma avendo ben presente che si tratta dei capisaldi della democrazia - che rimane, secondo il celebre detto di Winston Churchill, “il peggiore dei sistemi politici ad eccezione di tutti gli altri”.

Lei naturalmente è padronissimo di immaginare “strumenti nuovi”. Io, dal canto mio, mi accontenterei che funzionassero bene, anche in Italia, quelli che assicurano, in tutte le altre democrazie occidentali, la selezione di classi politiche ed amministrative di alto profilo.

Gentile professore, la seguo con interesse dal suo libro “A che serve il sindacato?” – anch’io faccio attività sindacale, per la Cida-Unadis. La descrizione di un mondo che lei conosce bene era estremamente istruttiva.
Ma, da quando batte il terreno della Pubblica Amministrazione, trovo che lei parli per consolidato pregiudizio, più che per cognizione di causa. Naturalmente ogni luogo comune ha un fondo di verità, e non starò a negare che esistono dipendenti pubblici fannulloni e raccomandati, e concorsi truccati. Ma chi ha detto che ciò sia la regola?

Ad un intellettuale domando che scriva qualcosa di informato e di coraggiosamente controcorrente. Ora, l’illuminata borghesia settentrionale delle professioni e dell’impresa che è tradizionalmente il pubblico d’elezione del Corriere della Sera, non ha certamente bisogno di sentirsi dire che il pubblico impiego è il refugium peccatorum di tutti gli incapaci del paese, e lo Stato il peso morto dell’economia. Lo pensa già, e i suoi autorevoli scritti servono solo a confermarla nel pregiudizio. Quanto all’essere informato, voglio sperare che un’affermazione apodittica come “Sono davvero pochissimi i concorsi nei quali non vi sia un vincitore designato ben conoscibile già prima del bando” sia suffragata da qualche serio e inattaccabile studio statistico. Altrimenti si tratterebbe solo di un’impressione personale, cioè, ancora una volta, di un pregiudizio.

Che i concorsi siano truccati e blindati è cosa risaputa nell’università (e immagino che il suo sia stato una felice eccezione), ma dove sta scritto che sia sempre così anche in altri ambiti?

Come altri, che le hanno scritto prima di me, anch’io ho affrontato e superato il Secondo Corso Concorso di Formazione Dirigenziale della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione, che consentì a un centinaio di giovani di diventare dirigenti dello Stato prima dei quarant’anni. Ricordo distintamente che accanto a me alle selezioni c’era la figlia di un potente sottosegretario, che fu bocciata.

Quando si è voluto fare concorsi seri, lo si è fatto, e con ottimi risultati. Quando si è voluto controllare i risultati, lo si è fatto, e il mio sindacato si batte per un trasparente sistema di valutazione.
Del resto, un coerente sistema di valutazione ex post dei risultati ha senso solo se accompagnato a un sistema di selezione per merito.

Quello che sta accadendo, piuttosto, è che una classe politica che si è assicurata la possibilità di riprodursi per cooptazione, sta tentando di fare la stessa cosa anche con l’Amministrazione Pubblica. Già oggi, proprio come vorrebbe lei, Direttori Generali dei ministeri e una significativa aliquota di dirigenti di seconda fascia vengono scelti intuitu personae, e non appare che il sistema stia dando grandi risultati, né che abbia particolarmente premiato il merito, o che qualcuno abbia risposto, politicamente e contabilmente, per le scelte effettuate, quando si sono rivelate errate.

I primi a non volere i concorsi e la valutazione sono i politici, che così possono assumere non per merito ma per altre vie: concorsi riservati, scorrimento delle graduatorie, nomine dirette, contratti di consulenza, stabilizzazioni dei precari, leggine, e così via. Gli incarichi provvisori, poi, diventano definitivi, quando una manina misteriosa infila qualche emendamento in finanziaria.

Contro queste pratiche mi batto e continuerò a battermi. Ma sarebbe bello che l’opinione pubblica, e chi per essa scrive, non ci mettesse tutti nello stesso mucchio, capaci ed incapaci, onesti e furbi, lavoratori e scansafatiche, il bambino e l’acqua sporca.

Dopo cinque anni di esperienza professionale posso affermare con tranquillo orgoglio che il pezzettino di Stato che è affidato alle mie cure funziona, tratta correttamente i cittadini, impiega bene le (sempre più scarse) risorse assegnate. Lo Stato funziona male, è innegabile: ma mettendo sempre l’accento sul “male”, ci si dimentica che, se funziona ancora, qualcuno che lo fa funzionare, malgrado tutto, c’è.
E, mi creda, è la cosa più terribile che si possa fare ad un uomo, togliergli l’orgoglio della sua funzione e del suo lavoro.

Se e quando vorrà scrivere della Pubblica Amministrazione con maggior cognizione di causa, professore, sarò lieto di mettermi a sua disposizione. Scoprirà che, lungi dall’essere il decrepito monolite uniformemente grigio che lei immagina, ci sono tanti fermenti vitali che vale la pena di valorizzare.

Cordialmente,
Dario Quintavalle

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Post Scritum 2011

è a questo modello che pensava Ichino?

Per conoscenza, non con il curriculum
così le imprese scelgono il personale

Rep Tv  E così li cerca invece Ikea in Australia

Indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro: nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione hanno fatto ricorso al cosiddetto canale informale: conoscenti o fornitori


08 dicembre 2006

Ricordo di mio nonno



A chi gli domandava come si sentisse, rispondeva sempre: “Magnificamente!”. Lo fece anche il giorno della sua morte. Il suo rifiuto di lamentarsi e commiserarsi era totale. Chi ha ben vissuto non ha rimpianti. Un giorno, informatosi della salute di un mio zio, incontrato sulle scale, questi gli rispose - come spesso fanno i vecchi - mostrando cicatrici e ferite e parlando di dolori. Lui non l’avrebbe mai fatto. Reagì con un ‘bah’ che sintetizzava tutta la sua disapprovazione. Dopo i suoi funerali, mia nonna confidandosi in privato, sospirò pudicamente: “era così focoso”. Ogni tanto, da bambino, lo vedevo sparire di primo mattino, con il suo giaccone di fustagno di un colore indefinibile, il fucile, gli stivali, i cani, tra cui il fedele Bill, e tornare dopo giorni, pieno di fango, con in mano un carniere pieno di pernici, quaglie e fagiani. Mia nonna li prendeva, li spennava e li cucinava, e, senza saperlo, assistevo così al ripetersi di un rito antico quanto il mondo. In gioventù andò alla guerra, viaggiò per l’Africa e la Spagna. Ancora oggi io penso che cacciare e combattere sono le sole attività degne di un uomo. Veemente nell’esprimere le sue opinioni, vorace nella tavola, energico nelle decisioni, liberale nei suoi averi: ogni sua azione esprimeva passione e nerbo.
Io non mi ricordo quando morì mio nonno, né il giorno e di che mese. Ma ricordo come morì, vivendo fino all’ultimo. E sempre mi torna in mente lui, quando la prima neve copre le montagne dell’Abruzzo, la terra dei lupi, degli orsi, e degli uomini dagli occhi grandi e dai cuori buoni e generosi.

05 dicembre 2006

Memento

"If you can't be a good example, then you'll just have to serve as a horrible warning"
(Catherine Aird)


04 dicembre 2006

Il Diavolo Veste Prada

“Il Diavolo veste Prada” è uno di quei film che si va a vedere senza troppe aspettative, giusto per passare due ore rilassanti al cinema. Tutt'altro che superficiale, è invece un bell'apologo, leggero e brillante, sulla vita moderna, e sul posto che occupa il lavoro nell'esistenza di ognuno.
La giovane Andy (la deliziosa Anne Hathaway) arriva a New York e trova lavoro come assistente di Miranda Priestly (una grande Meryl Streep), celebre, iperattiva e dispotica direttrice di una importante rivista di moda. Catapultata in un universo a lei estraneo, e che le domanda un’adesione totale e un impegno assoluto, Andy sceglie di adattarsi ed integrarsi, facendosi coinvolgere da ritmi sempre più frenetici e vorticosi.
Per il lavoro Andy finisce per rinunciare alla propria identità: per i vecchi amici e il fidanzato non c’è mai tempo, c’è sempre qualcosa di “più importante”.
Quando l’amico Nigel la avverte che “il primo segnale del successo è la vita privata che va a rotoli”, Andy apre gli occhi. Volta le spalle a quel mondo impazzito e abbandona Miranda. Questa, alle prese con l'ennesimo divorzio, si troverà sola a celebrare l'apice del successo professionale, e al tempo stesso il suo assoluto fallimento sentimentale ed umano.

Il “diavolo” dunque è il lavoro. Al quale alcuni scelgono di vendere l’anima, sacrificandogli tutto e tutti. Altri invece sanno dargli il giusto posto. La scelta di Andy ci ricorda che è inutile vincere il mondo, se si perde sè stesse.
Un film che tutte le donne in carriera dovrebbero vedere.

03 dicembre 2006

'O regolamento

regolamento autobus a Napoli

Regolamento degli autobus a Napoli - in dialetto


Puttanesimo integrale

Una tredicenne di Ascoli Piceno, raccontano i giornali, aveva messo su un bel business: vendeva foto osè di sé stessa, scattate col videofonino, ai compagnucci di scuola.
Perché stupirsene? Se una diciottenne senza arte né parte può fare carriera e guadagnare improvvisamente un sacco di soldi spogliandosi per un calendario, logico che una tredicenne pensi che è lecito fare la stessa cosa, con mezzi più artigianali. La bimba, peraltro, nemmeno può essere accusata di venalità: il tariffario era di tre euro per una immagine del seno, quattro per le parti intime, dieci per la figura intera. Prezzi modici, quindi, lontani dai cachet stratosferici delle veline.
Da tempo vado affermando che il moderno culto del corpo e del nudo ha perso ogni connotazione sensuale e seduttiva, per ridursi a uno strumento di autoaffermazione. Insomma, non è più un gioco interrelazionale uomo-donna, ma un esercizio autoreferenziale che impone stili e comportamenti, nel presupposto indimostrato che essi siano autentici e accettabili.
Il mondo femminista, o quel che ne resta, è totalmente silente di fronte a questo fenomeno di ‘petty prostitution’: e pour cause. Avendo sempre spiegato i comportamenti devianti femminili come una derivata del rapporto uomo-donna, interpretato nell'ottica deformata dello schema marxiano dell’oppressione e dello sfruttamento, si trova a malpartito di fronte a un mercimonio che è capitalismo puro, allo stato brado, e che vede nelle donne le prime attrici.
La donna che si vende profittando delle sue doti naturali - nelle forme infantili e scollacciate del calendario, ovvero in modo più sublimato e indiretto - non vi è costretta da nessuno, ma partecipa da consapevole protagonista a un mercato sempre più fiorente e redditizio perchè incoraggiato da un'offerta praticamente illimitata. E scalza le sue concorrenti donne, alla faccia di ogni pretesa ‘sorority’, usando tutte le armi a disposizione, gioventù e bellezza in primo luogo. La tredicenne sporcacciona annuncia l’astuta manager si sé stessa che sarà da adulta.

Non stupisce che episodi del genere avvengano soprattutto in Italia: la donna italiana è, tra le occidentali, quella meno emancipata di tutte, avendo interpretato (siamo pur sempre il paese dei furbi) l’emancipazione in senso non egualitaristico, ma utilitaristico. Vuole le pari opportunità, le quote rosa in parlamento, certo, ma poi al ristorante il conto lo deve comunque pagare l’uomo, che, ci mancherebbe altro!, deve essere, anche nel XXI secolo, “cavaliere”.
Dove manca la responsabilità, la libertà diventa rapidamente arbitrio. Dove manca il rispetto degli altri, è facile si perda anche il rispetto per sé stesse.



02 dicembre 2006

Però, Salerno!

La missione a Salerno è finita, e riparto assai contento. Ero arrivato prevenuto, aspettandomi di trovare nient'altro che un sobborgo della grande marmellata abusiva napoletana. Invece ho scoperto una città assai ben tenuta, ragionevolmente pulita e ordinata, piuttosto efficiente. Il suggestivo centro storico è in corso di ristrutturazione grazie ad un sapiente utilizzo dei fondi del programma europeo Urban. È ovunque percepibile, in Salerno, il polso fermo di un’amministrazione competente e lungimirante, attenta al dettaglio.
E poi, intorno, i panorami incomparabili della Costiera Amalfitana, le bellissime ceramiche di Vietri, la suggestione aulica dei templi di Paestum.
Infine, che bello in un autunno eccezionalmente clemente, passeggiare in maglietta sotto un sole caldo (oltre 20°) che illumina il lungomare, incrociando splendide ragazze dalla pelle ambrata e gli occhi di luna.
Lascio Salerno davvero entusiasta, e spero di tornarci presto.
L’aereo si libra su una Napoli notturna splendente di luci festose attorno alla sagoma nera e inquietante del Vesuvio.

24 novembre 2006

Il privilegio di essere italiani

Nella mia scapestrata gioventù, rincorrendo lucciole madornalmente scambiate per lanterne, ho persino creduto di volermi stabilire tutta la vita in un improbabile postaccio chiamato Meclemburgo- Pomerania Anteriore, uggiosa marca agricola nel nord della Germania, fetente di letame e lagrimevolmente frustata dalle piogge e dai venti freddi del Baltico. Che incosciente...
È stato ripensando con un certo brivido di raccapriccio a quei giovanili errori, e con un moto di autocongratulatorio sollievo per lo scampato pericolo, che ho percorso, la settimana scorsa, tutta la Costiera Amalfitana, fermandomi a contemplare questo sublime tramonto dal costone più alto di Positano.
Un luogo dalla bellezza impareggiabile, costellato da alberghetti romantici, e da terrazze a strapiombo sul mare dove è possibile cenare sotto le stelle, al lume di candela, specchiandosi negli incantevoli occhi cerulei di una bella donna.
Siamo a Novembre, eppure un bel sole caldo e sfolgorante ci rammenta del privilegio di vivere in questo paradossale paese che è l’Italia: che ci fa dannare e rodere il fegato, sì, ma poi ci regala momenti meravigliosi e spettacoli ineguagliabili.

19 novembre 2006

Puro Nando



Nando (noto al mondo come Nandokan) è stato intervistato in diretta dalle Iene che lo hanno messo alla gogna catodica, povirazzo, per disfunzioni, non della Procura che dirige, ma del Tribunale di Velletri.

Questo è un gustoso ritrattino che fa di me, tratto dal resoconto che ci ha fatto della disavventura mediatica (peraltro gestita assai bene, il ragazzo è un vero signore, anche se ormai è così ingrassato che ha assunto l'aspetto del frutto di un rapporto non protetto tra l'Omino Michelin e il cugino del Gabibbo):

"Delle vette sublimi, però le avremmo raggiunte se oggetto della persecuzione in Betacam fosse stato il maggico Quinta. Immaginatevi, ad esempio, che effetto farebbe se alla testa di un plotone della Delta Force ci fosse, invece che Chuck Norris, Philippe Daverio; se l'agente addetto al recupero crediti di un cravattaro di Tor Pignatta fosse Baricco; se, giunti a Fiumicino, vi trovaste un tassì abusivo condotto invece che da un trucidone della Garbazza (ovviamente originario di Pratola Peligna - essendo com'è noto il 92,7% dei tassinari romaneschi abruzzesi trapiantati a Roma fin dai tempi della Fiat 1100R) da Francesco Giorgino.
Già me la vedo la scena: le Iene tutte quante "ahò, mbè, com'è, ma è possibile" e lui, sereno come un atarassico, che illustra loro "le cvoste ammivabili all'intevno del Tvibunale di Sovveglianza che ho l'onove di divigeve" o che, di fronte alla tentata consegna del gadget ienifero, se ne esce con un "come dice sempve un mio cavissimo amico attachè dell'ambasciata del Tuvkmenistan a Ottawa, col quale abbiamo dato vita allo hesc di Tampeve nel febbvaio di tve anni fa, "vait ov wvong it's my countvi!" ".

Eh!

18 novembre 2006

Per un pugno di euro

Sono fuori sede, in missione, per un corso di aggiornamento. Vado a pranzo con tutti i colleghi. Beh, non è il massimo del divertimento, ma ogni tanto tocca farlo, per scambiare due chiacchiere con gente dell’ambiente e non passare da asociale. Al ristorante, un anziano collega prende l’iniziativa di raccogliere i soldi per tutti, 20€ a capoccia. Poi l’oste passa a distribuire le ricevute che metteremo nel rimborso spese. Sono da 30€ ciascuna… Sapevo che queste cose avvengono, ma non mi era ma capitato di esserne testimone. Mi arrabbio seriamente. Unico, tra trenta persone mi rifiuto di starci. A bassa voce, con una faccia torva, restituisco la ricevuta, chiedo che sia corretta e di pagare il dovuto. Intorno, il gelo.

Quello che più mi ha fatto arrabbiare è la disinvoltura della faccenda, il fatto che un emerito sconosciuto mi renda complice delle sue malversazioni. Una naturalezza che mi fa supporre che queste pratiche siano assai frequenti.
Dovevo farmi i fatti miei? Qualcuno dirà che sono uno che vede le cose in bianco e nero. Può darsi: in Italia, uno che ha dei principi è disprezzato come “moralista”. Alla base di una secolare omertà è l’idea che ognuno si deve fare i fatti propri, voltarsi dall’altra parte.
Io non credo di essere un incorruttibile Robespierre, solo uno che non vuole vendersi la dignità per quattro soldi.

Degrado a Ostia

Oltre al rumoroso locale di Via Poggio di Venaco, a Ostia, di cui parla il lettore Massimo Restaino nella lettera del 17 novembre sulla Cronaca di Roma del Corriere, merita di essere segnalata anche la deplorevole situazione dell’area abbandonata al degrado compresa tra la stessa strada, Via Oletta, Via Dorando Pietri e Viale della Vittoria - destinata dal Piano Regolatore a verde pubblico e invece diventata il coperchio di un parcheggio mai aperto. Tra un prato spelacchiato dove i residenti lasciano disordinatamente le macchine e una spianata di cemento, troneggiano, estremo affronto all’intelligenza dei cittadini, vecchi cartelli del Comune che annunciano un piano di riqualificazione mai partito. Oltre al danno, insomma, anche la beffa. Signor Sindaco, Ostia fa parte di Roma. Intende fare qualcosa per via Poggio di Venaco?
Dario Quintavalle
Lettera al Corriere della Sera

15 novembre 2006

Donne senza gonne

La compagnia di bandiera Alitalia è sull’orlo del fallimento. Dobbiamo salutare perciò con gioia l’importante accordo recentemente concluso tra le parti sindacali e l’azienda, all’esito di un’aspra controversia ("vertenza termica") durata dieci anni. La grande conquista è… che le hostess potranno portare una divisa con i pantaloni. I commentatori hanno sottolineato con costernazione che, in questo momento di profonda crisi, il management e il personale avrebbero ben altro da pensare che alle uniformi: ma il diavolo, si dice, è nei dettagli.

Per parte nostra non ci stupiamo: antica e costante aspirazione della donna italiana, si sa, è di portare i pantaloni. Per una mia ex, ad esempio, era una questione di principio non vestire gonne e non truccarsi (e talvolta neppure lavarsi…) per uscire con me: giammai farsi belle per il maschio padrone!
Facciano pure, dunque, le hostess: Alitalia non andrà al fallimento solo perché non potremo più sbirciar loro le gambe.

E tuttavia, dobbiamo osservare con rammarico che ancora una volta la parità opera a senso unico: sarà mai permesso a noi maschietti di venire in ufficio in bermuda ?
Io ho belle gambe, benché villose: quando potrò uscire liberamente per strada indossando il mio bellissimo kilt ?

Scrisse Lara Cardella "Volevo i pantaloni". Beh, e noi vogliamo vestir le gonne!

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Sulla conclusione della vicenda Alitalia ho scritto qui.

14 novembre 2006

Sindacato on line

È stato un lavoraccio di mesi, ma finalmente è pronto: il nuovo sito del mio sindacato Cida Unadis, www.unadis.it

Con una nuova interfaccia grafica, pulita e senza fronzoli, dietro la quale opera un potente motore Wordpress, il sito è costruito come un ‘blog’: ciò risolve brillantemente il problema di come classificare gli inserimenti, senza le rigidità dell'html classico.

Ogni nostro articolo o comunicato potrà essere rintracciato secondo un ordine cronologico, o per argomento, o amministrazione. Sarà quindi possibile, in ogni momento, ricostruire le nostre posizioni, ad esempio, in materia di “Trattamento economico” o “Stato giuridico” o sapere cosa abbiamo fatto, di recente, in una data amministrazione.

Inoltre c’è un completo corredo documentario, con la legislazione e i contratti che ci riguardano. Il vecchio sito, aggiornato fino ad agosto 2006, si trova su www.unadis.it/storico. È un impressionante documento dell’attività degli ultimi cinque anni del nostro sindacato.

Il visitatore troverà utili ed essenziali informazioni su di noi: chi siamo, cosa facciamo e le ragioni per cui vale la pena iscriversi e dare forza all’unico sindacato che rappresenta esclusivamente dirigenti.

Un grazie a “Faboulous” Fabio e agli amici di ‘Farenheit 451’ di Milano, per aver saputo interpretare in ogni momento, brillantemente, le mie idee e le mie esigenze.

Mi piace dedicare questo lavoro alla memoria dell’amico Giuseppe Negro, che del sito fu il fondatore.

09 novembre 2006

Mogli e buoi dei paesi altrui

In Italia, dice l’ultimo rapporto Eures (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) dall'eloquente titolo «Finché vita non ci separi», ci si sposa sempre di meno e c’è una separazione o un divorzio ogni quattro minuti. L'istituzione matrimoniale dunque è in piena crisi, e l'anello debole della catena sembra essere proprio la donna italiana.
Così, se un uomo si arrischia al grande passo, è sempre più probabile che smentisca il vecchio adagio "mogli e buoi dei paesi tuoi", e sposi una straniera. Il 10,5 % dei nuovi matrimoni, infatti, avviene con una donna straniera.
Che dire? Avendo visto che cosa è capace di combinare una moglie italiana alle spalle del marito, e quanto, di converso, sono felici quelli tra i miei amici che hanno sposato ragazze straniere, non sono affatto sorpreso...

È, in materia, sempre valido quell'aforisma di Ennio Flaiano: "Spesso la donna italiana e' cuoca in salotto, puttana in cucina e signora a letto"...

31 ottobre 2006

Utile per l'ufficio ;-)

Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi…; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi.

Dalla lettera di S. Paolo agli Ebrei 13, 17

30 ottobre 2006

One night stands

Ogni tanto passano in televisione un delizioso film di Vincente Minnelli - “Come sposare una figlia” con Sandra Dee, Rex Harrison e Kay Kendall - commedia brillante che, narrando l'ultimo ballo delle Debuttanti a Londra nel 1958, descrive con garbo e ironia il tramonto dell’alta società inglese, fondata sul culto della forma e delle buone maniere. La bibbia di quel mondo erano i manuali di etichetta di Debrett's, editore dal 1769. I tempi cambiano e, miracolo tutto inglese, le tradizioni si rinnovano nella continuità: così Debrett's è sopravvissuto e ha appena pubblicato “Etiquette for girls”, un manuale di bon ton destinato alle ragazze del nostro tempo, “sassy, metropolitan, chic”.

Un intero capitolo dell’opera è in particolare dedicato al “Men’s management” - dove gli 'uomini da gestire' sono soprattutto quelli incontrati durante le storie da una notte. Il Times ha notato perplesso che le “one night stands” sono talmente citate e accettate nel manuale da essere persino abbreviate con una sigla, “ONS”.

Ciò farà particolarmente piacere a quelle signore che amano darsi arie da donne disinvolte e liberate, dandosi a molte “ONS” con uomini di passaggio. Per carità, nulla di cui scandalizzarsi: ma nemmeno cosa di cui menar troppo vanto. Noi maschietti pratichiamo spesso (mai troppo spesso, lamenterebbe qualcuno…) lo sport del rimorchio facile e senza impegno sentimentale. Tuttavia, lungi dal cercare di nobilitare simili episodi con termini inglesi che fanno tanto chic, li definiamo “scopate”, "trombate", o “botterelle”: roba da non confessare mai alle fidanzate, semmai da raccontare agli amici in sauna o al pub di fronte a diverse pinte di birra, con rumorose risate, allusioni e pacche sulle spalle.

La voluta becera trivialità con cui descriviamo tutta la faccenda esprime, ai nostri occhi, il carattere animalesco e non troppo commendevole di questo approccio al sesso, praticato nell’attesa e nella beata speranza di incontrare una donna superiore capace di elevarci dalla condizione di bruti.

La guida Debrett, invece, sdogana finalmente le one night stands femminili: non più roba per ragazzette di facili costumi
disponibili a una-botta-e-via, bensì pratica distintiva della femmina trendy ed emancipata: che sarà così libera di comportarsi, anche in questo campo, come la brutta copia di un (brutto) uomo. Evviva la parità.

Quanto a noi uomini,
temo, continueremo in cuor nostro, al riparo delle censure politically correct delle psicologhe da settimanale femminile, a disprezzare le fanciulle che ci si concedono troppo facilmente, defraudandoci del raffinato piacere della seduzione e della conquista.

Cento, mille volte meglio espugnare una fortezza dopo un lungo e faticoso assedio, piuttosto che trovarsi davanti la porta subito spalancata e la pappa pronta. E che gusto ci sarebbe, allora?


20 ottobre 2006

D'accordo

La vita o è un’audace avventura o non è niente.
Helen Keller


06 ottobre 2006

Vendemmiare o raccattare

Con la nuova finanziaria e decreti collegati le scuole di alta amministrazione dello Stato si avviano a miseranda fine: la SSPA, della quale prima si progetta la fusione con il Formez, e poi si annuncia la chiusura della sede di Acireale; la SSEF, alla quale vengono ridotti i fondi, e una metà dei restanti destinati all’affidamento in ousourcing “a società specializzate, di consulenze, studi e ricerche”.
Aggiungiamo che i concorsi pubblici verrebbero riservati (concorso pubblico riservato è un evidente ossimoro) a coloro che si trovano già in amministrazione a diverso titolo, cioè precari, stagisti etc (praticamente resuscita il ‘volontario’ cavouriano): così la selezione delle nuove leve della PA, lungi dall'essere limpida, selettiva e meritocratica, sarà figlia dei percorsi più ambigui.

I tempi in cui la sinistra sembrava esprimere un interesse organico e scientifico per la riforma della PA sembrano sideralmente lontani.
Sarebbe ora invece di riproporre il tema di come si entra in amministrazione e soprattutto nella dirigenza. Della necessità di una scuola nazionale di amministrazione che non sia un fumoso centro studi o un’università in sedicesimo, affidata ad accademici rottamati e a consulenti superpagati, ma una vera scuola della leadership amministrativa e politica del paese.

Sogni? Può darsi, anzi certamente.

Ciampi, ricevendo noi allievi dei corsi-concorso di formazione dirigenziale della SSPA, auspicò che ci fosse una vendemmia annuale di giovani dirigenti, un programma che consentisse alle migliori energie del paese di considerare una carriera nel pubblico impiego.
Metafora agricola assai pertinente: perché chi raccoglie, vuol dire che prima ha seminato. Mentre che non ha avuto la lungimiranza di seminare, poi si trova, nel bisogno, a raccattare qua e là quello che trova.
E poi succede che i tipi come Ichino dicano peste e corna del pubblico impiego…

04 ottobre 2006

Amen !!!

"Perciò approvo l'allegria, perché l'uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole. "

Ecclesiaste, 8, 15

02 ottobre 2006

La bella morte

Un uomo di Ferentino è morto nella tarda serata di ieri, mentre stava cenando, soffocato da un fetta di prosciutto. Il boccone gli è andato di traverso e gli ha bloccato il respiro. Morte assurda, dicono i giornali. Bella morte, dico io. Quale fine migliore che essere uccisi da qualcosa di buono, o da chi si ama? Sincera invidia.

30 settembre 2006

A new Enténte Cordiale?

Julian Lindley French wrote a very interesting article on the International Herald Tribune of September 16, 2006, titled “Britain and France need to lead, together”.
His thesis is that “fifty years after Suez, Britain and French should forge a new partnership… founded on four principles of strategic leadership: the global West; a strategic Atlantic alliance; a robust EU; effective European homeland security… There are only two countries that can save Europe from the self-deluding isolationism into which it is tipping: Britain and France”.

The article matches many of my core paper’s ("Is there a West?") conclusions about the origin of the modern West being in the alliance between France and UK, the Enténte Cordiale. I totally agree with the sentence “The West is no longer a place but an idea built around democratic security governance”.

Still - while I do not understand what Lindley French means by a “Global West” (a sort of spontaneous club of democracies, or the export of western values, or what else) - I ask: by what means he thinks Uk and France could make for “a robust EU”?

In my humble opinion, the fact that both countries wish to maintain their status as superpowers, keeping two out of five seats in the Security Council, is not the best way to foster a stronger political EU.
Let’s face it: the only reason why those countries are still sitting in the Security Council is because many, many, years ago, they were the centre of large empires accounting for a big share of the world. On such basis, Italy too should have a seat, having been – in the past – the centre of a large empire.
But leadership has nothing to do with the past. It has to do with the future, with projects and visions. Do France and Britain have any? Hardly.
Would Britain and France reinforce Europe, they should generously give up their seats in favour of the whole European Union: than EU could become a global actor, and automatically be forced to take more responsibilities in the field of international security.
It is totally unrealistic, yes, but still, leadership calls for personal sacrifice.
Otherwise, why EU countries should accept their leadership? Things have changed since Nelson and Napoleon’s time, and small countries are not so ready to bow to the ‘greats’ anymore, as Chirac discovered to his expenses some years ago, when he said that EU newcomers lost a good occasion to keep their mouths closed.

France and Britain, instead of being the “two countries that can save Europe from the self-deluding isolationism into which it is tipping”, are the two that are doing the most to lead it to irrelevancy. Correctly, Lindley French reckons that present leadership in both countries is not up to the task. Is it likely that this is going to change in the future? We can hardly expect this: French voters didn’t prove more far-sighted than their governants while casting the black ballot at the European referendum.

I think this is no time for nostalgic thinking, but for brave projects.

I shared my wiews with Dr. Lindley French, and look forward to his reply.


Julian's reply:

Dear Dario,

sorry for the silence. I had to go to Australia. Tough job but someone had to do it.

My basic point in that article is that we need to re-connect European security with world security. Given comparable security investment and imcomparable strategic cultures in Europe only the UK and France together are in a position to lead by example. I am afraid, Germany, the key to ESDP is mired in its internal questions to be a leader and Italy has cut its defence equipment budget by 70% since 2003, which hardly signifies leadership intent.

Moreover, the security plans of the UK and France are bringing them closer. As for the UNSC permanent seats. With the 4th and 5th biggest economies and the 2nd and 3rd most capable militaries (not to mention their nuclear capabilities) the UK and France are still rightfully permanent members. If the UNSC was an Executive Committee of the UN then that would be a different matter because representation not power would be the defining factor. When the EU finally lives up to its potential, i.e. those states that say they will make it happen but do not do, then the situation will remain the same. It is really up to the likes of Italy, Germany, Spain and others to properly fulfil their pledges on HG2010 (which they are not) and shift the balance of security power within the EU through effort and performance.

Look what is happening in Afghanistan. When things really get dangerous who has to do the dirty work again - mainly the British. So, as far as London is concerned, less talk more action. Sadly the strategic concept is being replace by gthe national caveat for too many European countries. Put simply, the UK spent $50.9bn on defence last year, dwarfing that of Italy and Germany. He who pay and does says.

As usual with all these things it is a question of relative power and proven intent and we are awaiting the proof of the ambitions that many states say they are committed to but their actions suggest otherwise. The operation in Lebanon is a case in point being defined not by the mission that needs to be done but rather by the weaknesses of the force in position.

As for the global West. Talking to Australians, Canadians, New Zealanders, Indians and others it is evident that a) the West must stabilise the system it built; b) that the UK and France in particular share heritage, doctrine and military culture with many countries the world over who are seeking to be part of the stabilisation mission; c) that such a relationship puts stability before democracy. Talking to senior Chinese and Japanese officials they were very comfortable with this notion particularly as so much of our current security effort involves the struggle between power and terror. The Global West is thus open to all but I make no apologies that I believe when the West is on top the world is a safer place. Frankly, if we cannot find Europeans who are serious about this then we will look elsewhere. The genius of both Britain and France has been their respective abilities to leverage power in pursuit of their objectives. Europe, the EU and NATO remain priorities. However, they must deliver. One is reminded of that famous Nike commercial - "Just Do it!!!"

Take care and good luck with all the future plans and I hope that clarifies the article.

Off to London!

Best regards,

Julian



18 settembre 2006

Gli scansafatiche

Caro direttore, Pietro Ichino, dalle colonne del Corriere, ha rivolto ai sindacati dei lavoratori pubblici tre domande sul problema di come garantire efficienza nei pubblici uffici.

Penso di dover rispondere anch’io, a nome del mio sindacato. Cida-Unadis rappresenta i Dirigenti dello Stato, e aderisce ad una confederazione, la CIDA, che, riunendo dirigenti pubblici e privati, coniuga in sé la cultura amministrativa con quella privatistica.

Com’era prevedibile, il dibattito suscitato da Ichino è stato infarcito di tutti i luoghi comuni sul pubblico impiego, visto quale naturale refugium peccatorum di scansafatiche ed incapaci.

Non è così, naturalmente, ma non perderò neppure un minuto a negare che tipi del genere esistano effettivamente nell’amministrazione pubblica: fosse anche uno solo, è uno di troppo.

Il nostro paese, impegnato com’è in una competizione epocale con economie di dimensioni colossali, non può più permettersi di tollerare rendite di posizione e rami secchi, e deve fare appello a tutte le sue energie produttive. La pubblica amministrazione deve fare la sua parte, ed è un bene che si cominci a considerarla un settore produttivo, e non, come finora si è sempre fatto, un peso morto del quale non vale nemmeno la pena occuparsi.

Il problema dell’efficienza, dunque, riguarda anche noi dirigenti, in una triplice veste: come cittadini, come pubblici dipendenti, e come responsabili del governo degli uffici e del personale.

Diciamo subito che, già oggi, la retribuzione dei dirigenti pubblici è legata alle responsabilità dell’ufficio ricoperto e alla valutazione dei risultati conseguiti.
Il nostro sindacato ha contribuito a diffondere la cultura meritocratica del rapporto tra prodotto e retribuzione, combattendo qualunque ipotesi di distribuzione “a pioggia” delle indennità di risultato. E non solo a parole: Cida-Unadis, per esempio, si è opposta - inutilmente opposta - alla distribuzione a pioggia di un imponente premio di produttività (per maggiori entrate a vario titolo nelle casse dello Stato) ai dipendenti del ministero dell’Economia - una vicenda che Gian Antonio Stella ha raccontato sul Corriere del 29 dicembre del 2005 - ed ha presentato, alla magistratura del lavoro, ricorso per comportamento antisindacale nei confronti dei ministri Siniscalco e Tremonti, i quali, motu proprio, avevano destinato compensi maggiorati (+ 65%) indistintamente a tutti i dirigenti (e non dirigenti) di due dipartimenti del Ministero .

Quanto alla mobilità dei dirigenti, la legge Frattini l’ha strangolata, abolendo il Ruolo Unico dei Dirigenti. Noi, invece, con l’ultimo Ccnl abbiamo contribuito a introdurre un meccanismo che consenta il passaggio da una all’altra amministrazione e quindi un autentico mercato delle professionalità.
E si potrebbe continuare: chi volesse approfondire le nostre iniziative può trovare una completa documentazione sul nostro sito www.unadis.it.

Gli episodi citati dimostrano che, se la cultura della valutazione e del risultato è stata profondamente assimilata dalla dirigenza, così non può dirsi per il referente politico. Il perché è abbastanza chiaro: una cosa è elargire generose regalie, altro è impegnarsi in una rigorosa azione di definizione degli obbiettivi e verifica dei risultati. Una cosa è legare le carriere dei dirigenti ai meriti e ai risultati conseguiti, altro è avere mano libera per poter premiare la fedeltà politica. I dirigenti che finora hanno perso l’incarico, infatti, non sono certo stati rimossi in base a valutazioni meritocratiche, ma per il meccanismo spartitorio dello spoils system.

Stretto nella morsa collusiva tra politica e sindacati del personale, il dirigente, come datore di lavoro, si trova in una ben scomoda posizione: è valutato, ma non può valutare i suoi collaboratori. Riceve una retribuzione per i risultati che raggiunge, ma è privo di analoghi poteri di incentivazione economica nei confronti del suo personale .

Delle sanzioni disciplinari che possono essere inflitte al pubblico dipendente (nell’ordine: rimprovero, multa, sospensione dal servizio, licenziamento), il dirigente può irrogare autonomamente solo i rimproveri. Le altre sanzioni sono di competenza delle commissioni disciplinari paritetiche, le quali, per superiori esigenze di pace sociale con le organizzazioni sindacali, il più delle volte assolvono il lavoratore e mettono alla berlina il dirigente che ha promosso l’azione disciplinare.
Fatto ancora più paradossale, la Legge Frattini rimanda ai contratti collettivi la definizione delle sanzioni disciplinari e delle modalità per irrogarle. Tali contratti vengono negoziati tra la parte pubblica e i sindacati del personale non dirigente: noi non abbiamo alcun potere di intervenire nella contrattazione, nemmeno quando, come in questo caso, essi disciplinano poteri dirigenziali.

Ben venga, dunque, una revisione della normativa che metta in grado i dirigenti non solo di sanzionare gli impiegati, diciamo così, poco produttivi, ma anche di premiare e valorizzare, entro regole chiare e certe, le molte persone capaci e in gamba che pure ci sono e delle quali, chissà perché, non si parla mai.

Come formulata, però, la proposta Ichino ricorda molto le decimazioni in voga durante la prima guerra mondiale. Vogliamo allora ricordare che a vincere quella guerra non fu Cadorna, fautore delle punizioni esemplari, ma Diaz, che seppe motivare ufficiali e truppa e condurli alla vittoria?

Inviata al Corriere della Sera 13 settembre 2006

14 settembre 2006

Parlar difficile

... "Per la Cdp l'operazione sarebbe « teoricamente » a costo zero, poiché « un flusso di poste aggiuntivo per lo Stato, derivante dalla tassazione della plusvalenza generata in Telecom Italia, di circa 5- 7 miliardi, sarebbe tale da compensare l'investimento nell'equity della newco »"...
Questo pezzo di astruso industrialese viene da un piano finanziario per il riassetto della rete Telecom, citato integralmente, e senza spiegazioni di sorta sul Corriere della Sera di oggi.
Poi magari il Corriere farà ironie sui burocrati che parlano difficile, che dicono 'obliterare' invece di 'annullare'. Da qual pulpito...

"E sul riassetto Tronchetti da Padoa-Schioppa".
Sergio Rizzo, 14 settembre 2006

13 settembre 2006

Tra i due litiganti ...

È sorprendente quanto poco gli analisti di politica internazionale capiscano di psicologia e ne sappiano applicare gli schemi. Altrimenti potrebbero leggere nel confronto tra Islam e Occidente il risultato di una grande frustrazione sessuale collettiva, della voglia di mostrare la propria potenza e di svirilizzare l’avversario. Il ripetuto tentativo dei terroristi per distruggere i grattacieli delle Torri Gemelle, chiaro simbolo fallico, esprime un inconscio desiderio di castrazione dell’avversario. La Spada dell’Islam è un altro chiaro simbolo fallico. Quando essa si scontra con la Spada di Rolando, la Durlindana, il giovanile impeto dell’Islam si spegne e comincia invece l’alba della potenza occidentale. Il mujahed che si fa saltare in aria desidera un paradiso dove godrà del favore di 99 vergini. È un modo di ragionare primitivo e brutale, proprio di una società di madri castranti che trasmettono ai figli un sacro terrore per la libertà della donna. Ma davvero, nel confrontarci con una cultura così rozza, abbiamo saputo essere più raffinati?

Cosa fu l’11 settembre, all’atto pratico? Una strage orrenda ed efferata, d’accordo. Ma, militarmente parlando, fu un’azione del tutto irrilevante e nemmeno benissimo coordinata (per avere una maggiore efficacia, i dirottamenti avrebbero dovuto essere contemporanei), che ebbe come risultato l’abbattimento di quattro aerei di linea, la demolizione totale di due grandi palazzi, e quella parziale di un terzo, oltre alla morte, terribile, certo, di poco più di 6000 persone.
Era il caso di dichiarare una “guerra” per questo?
Gli è che il machismo islamico trovò sulla sua strada un altro machismo, quello texano di George W. Bush. La sfida di questi anni è una infantile competizione tra maschiacci celoduristi.

La vera, grande vittima, dell’11 settembre è la leadership americana sull’Occidente. Naturalmente gli americani hanno esercitato pesantemente il loro potere in questi ultimi cinque anni. Ma la leadership è tutta un’altra cosa: è chiarezza degli obbiettivi, è visione del futuro, è esercizio del potere in nome di principi obbliganti per tutti. È capacità di unificare.

Accettando la sfida dei terroristi, Bush li ha promossi a competitori alla pari. La sua stupida definizione di “Guerra al terrore” ne ha fatto dei belligeranti anziché dei criminali comuni.
Qualcuno ha potuto vedere nella brutta pagina dell’11 settembre l’avverarsi della profezia di Huntington sullo scontro di civiltà. Ma quale civiltà? Bastava vedere le eloquenti immagini del passaggio degli israeliani in Libano: da una parte del confine agrumeti e orti, subito al di là un triste deserto di pietre. La verità è che tutto il mondo arabo non conta assolutamente niente, non è competitivo proprio in nulla. Il PIL complessivo dei paesi arabi è inferiore a quello della Spagna, compresi i redditi del petrolio. Se non fosse per il petrolio, di quello che succede nel mondo arabo non meriterebbe occuparsi. Invece ci tocca, ma è una nostra scelta volere che sia così, per non aver sviluppato per tempo fonti energetiche alternative. Paghiamo il terrorismo alla pompa di benzina e diamo così ragione a Lenin che diceva che il capitalista avrebbe venduto la corda con cui essere impiccato.

La leadership americana è stata distratta dal vero problema di questi anni e di quelli a venire: l’ascesa della Cina.
Questo e solo questo è il vero incontro / confronto / e forse scontro di civiltà della nostra epoca. Sono finiti i cinquecento anni in cui l’Occidente bianco, cristiano, europeo ha dominato il mondo.

Un evento del genere avrebbe meritato la completa attenzione della massima potenza del pianeta. C’era, la Cina, nel programma elettorale di Bush: in fondo conosceva quel paese, suo padre vi era stato come ambasciatore degli USA, e poi veniva dal partito repubblicano che con Nixon ne aveva fatto un partner strategico. Ma poi si è messo a pensare ad altro, e, ahinoi, si è andato ad arenare tra le sabbie dell’Iraq e dell’Afghanistan.
Come si dice, tra i due litiganti, il terzo gode…

11 settembre 2006

Refugium Peccatorum

Dov’ero cinque anni fa, quando le Torri cadevano? Ricordo benissimo: nell’aula informatica della SSPA, a battere al computer la mia tesi finale del corso di formazione dirigenziale. Dieci giorni prima ero tornato mestamente in Italia, dopo una gloriosa esperienza di lavoro a Brussels. Cominciava una lunga traversata nel deserto, otto interminabili mesi ad aspettare i comodi della Scuola, poi della Funzione Pubblica, poi del ministero della Giustizia, prima di avere quel posto da dirigente che mi ero guadagnato con un corso-concorso tra i più selettivi mai fatti in Italia. Nessuno, in queste prestigiose istituzioni, aveva saputo preparare per tempo il nostro ingresso nella P.A. dopo 30 mesi di corso, lasciandoci così a vegetare inutilizzati.
Passano gli anni, e ancora non riesco ad identificarmi con la categoria del pubblico impiegato: e non ne ho nessuna intenzione. Detesto cordialmente questo mondo dove tutto va lemme lemme, dove il tempo non ha nessun valore, dove si complica ciò che è semplice. I soldi buttati si possono riguadagnare, ma il tempo è la vita, e quella chi te la restituisce?

Così quando Pietro Ichino, dalle pagine del Corriere della Sera, propone di licenziare gli impiegati nullafacenti, non posso che essere intimamente d’accordo. In quattro anni e passa di carriera (più l’anno del servizio militare), ne ho conosciuta di gente allucinante. Ma chi l’ha stabilito che il pubblico impiego debba essere il refugium peccatorum di tutti i falliti, scansafatiche, incapaci, pigri, lazzaroni, mangiapane a tradimento del nostro paese? Perché non potrebbe avere anch’esso il prestigio e lo status che ha in altri paesi? E allora liberiamoci davvero di questa miserevole zavorra, tagliamo i rami secchi. Questa gente fa ombra e impedisce di crescere a tante persone brave e capaci che pure nello Stato ci sono: già, perché l’altra faccia della medaglia è che lo Stato funziona, male forse, ma funziona, e qualcuno che lo fa funzionare ci dev’essere per forza. Non sono tutti scansafatiche.

All'atto pratico che può fare un dirigente contro i lazzaroni? Ben poco, ahimè, stretto com’è nella collusione di interessi tra la politica e la massa dei pubblici impiegati (ed elettori).
Il dirigente è valutato dai suoi superiori, ma non può a sua volta valutare i suoi dipendenti. Riceve una retribuzione per i risultati conseguiti, ma non può premiare i suoi collaboratori. Le sanzioni disciplinari sono un’arma spuntata: se ho un dipendente incapace o fannullone posso infliggergli autonomamente solo il “rimprovero verbale”, mentre per le altre sanzioni (multa, sospensione dal servizio, licenziamento) devo mandarlo alla commissione disciplinare.
Dirigere un ufficio pubblico, allora, significa sostanzialmente affidarsi a metodi empirici, molta carota e poco bastone, moral suasion e sapiente utilizzo di altri strumenti. Mica è facile comandare in un paese dove nessuno è più abituato ad obbedire, dove ognuno ritiene di essere un caso a parte e di meritare quindi un’eccezione.

Chiaro dunque che qualcuno chieda strumenti drastici.
La proposta Ichino, però, ricorda molto le decimazioni in voga durante la prima guerra mondiale. Vogliamo allora ricordare che a vincere quella guerra non fu Cadorna, fautore delle punizioni esemplari, ma Diaz, che seppe motivare la truppa e condurla alla vittoria?

09 settembre 2006

Noi viaggiamo per ritrovare noi stessi...

"Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu? - chiese a Polo il Gran Khan. - Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare? - È sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po' di vento, - rispose Marco Polo. - Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c'è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l'odore d'un estuario fangoso. - Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui. Il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d'un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Khan. Ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimurginarli in silenzio. Difatti stavano muti, a occhi socchiusi, adagiati su cuscini, dondolando su amache, fumando lunghe pipe d'ambra. Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che piú si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, piú capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino. A questo punto Kublai Khan l'interrompeva o immaginava d'interromperlo, o Marco Polo immmaginava d'essere interrotto, con una domanda come: - Avanzi col capo voltato sempre all'indietro? - oppure: - Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? - o meglio: - Il tuo viaggio si svolge solo nel passato? Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato piú remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva piú d'avere: l'estraneità di ciò che non sei piú o non possiedi piú t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi. - Viaggi per rivivere il tuo passato? - era a questo punto la domanda del Khan, che poteva anche essere formulata cosí: - Viaggi per ritrovare il tuo futuro? E la risposta di Marco: - L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà. "

Italo Calvino, Le città invisibili

"Noi viaggiamo per cercare noi stessi. E quando ci saremo ritrovati, allora sì che saranno cavoli nostri"
Dario Quintavalle - Monaco di Baviera, 1994

07 settembre 2006

Il mio nuovo ufficio:

Primo giorno di lavoro come dirigente del mio nuovo ufficio, il Tribunale di Sorveglianza di Roma, tra il Palazzaccio e Castel S. Angelo. Fuori infuriano le polemiche sugli statali fannulloni, e sembra che da Monsù Travet ad oggi tutto sia rimasto uguale. Ma io ho voglia di fare e di cambiare. Mi guardo indietro, appena quattro anni, eppure quante esperienze interessanti: Brussel, Trieste, Frosinone, Ginevra. Sono diventato dirigente quasi per caso, rispondendo a un bando di concorso: e ho trovato un lavoro che mi sta come un guanto. E oggi comincia una nuova avventura.

06 settembre 2006

L'Italia salvata dalle russe

La diciassettenne Elizaveta Migatcheva, di Kazan, vicino Mosca partecipa alle finali di Miss Mondo a Varsavia come rappresentante .... dell'Italia. È un segno dei tempi, e una volta tanto, un buon segno. Miei amici sono sposati con donne russe e sono molto felici, padri di belle bambine che mescolano tratti mediterranei e grazia slava. Sia benedetta Santa madre Russia e tutte le sue figlie.

05 settembre 2006

Culle vuote, paese triste

Il crollo demografico italiano ha conquistato la prima pagina dell’International Herald Tribune. Siamo al tempo stesso, la cosa è risaputa, uno dei paesi dove si vive di più e dove si nasce di meno.
Come Anchise sulle spalle di Enea, un numero crescente di anziani pesa su un numero sempre minore di giovani. Quelli che Svevo chiamava gli “abietti longevi che appariscono quale un peso per la società” hanno ipotecato il futuro del nostro paese, si oppongono a qualunque riforma della previdenza e pretendono di vivere di rendita una parte sempre più lunga della loro esistenza.

Quali le soluzioni del problema? I demografi elaborano studi ed ipotesi. Beh, tanto per cominciare, potremmo liberarci proprio dei demografi. Le loro previsioni si sono rivelate clamorosamente sbagliate e nocive: quando, trent’anni fa, l’Italia era in pieno baby-boom, essi lanciarono l’allarme – sovrappopolazione. Si diffusero allora parole d’ordine come “crescita zero”, fu approvata una legge estremamente liberale sull’aborto, si impose un modello culturale sostanzialmente denigratorio nei confronti della donna impegnata nella famiglia, la “mamma italiana” declassata a simbolo dell’arretratezza culturale del nostro paese.
Risultato? Il boom è rapidamente diventato “sboom”, la tenuta del sistema previdenziale è affidata agli immigrati, i cortili, le scuole, i campi giochi sono tristemente vuoti.

Lasciamo perdere i demografi, anzi, possibilmente aboliamo questa perniciosa disciplina, e affidiamoci piuttosto a qualche analisi sul campo, assolutamente a-scientifica. Bene, dei miei amici, gli unici due ad essersi finora riprodotti, sono sposati con ragazze lettoni. Si tratta di donne che provengono da una cultura che non vede nella maternità un ripiego rispetto alla realizzazione sul lavoro, e che è fortemente orientata alla famiglia. Il confronto con la nostra cultura è significativamente stridente: quando Julja, a 22 anni è andata a partorire in un ospedale romano, le altre puerpere, tutte sui 35 – 40 anni la commiseravano: “Poverina, così giovane!”. Lei lo racconta ancora ridendo. In quel “poverina” c’è tutta la distorsione mentale alla base del problema demografico italiano. La natura ha stabilito che il periodo migliore per figliare è dai 14 ai 25 anni. Il nostro modello sociale ha spostato il primo, e spesso unico, parto oltre i 30, e talvolta, oltre i 40. Addirittura, si sperimentano tecniche per rendere la maternità accessibile anche alle sessantenni: dalle puerpere tardive alla puerpere tardone…

E se invece ammettessimo semplicemente che la natura ha ragione e noi torto? Che il modello sociale e culturale che è stato imposto al nostro paese sulla base di previsioni demografiche sciaguratamente errate, è sostanzialmente contro natura?
Sarebbe ora. Questo paese di culle vuote, di donne sterili e di vecchietti senza nipoti è tremendamente triste.


29 agosto 2006

Si lavora e si fatica per ...?

Una mia (ex) amica mi ha segnalato un articolo pubblicato sulla rivista “Forbes” da un certo Michael Noer, che esprime la tesi secondo cui è meglio non sposare donne in carriera, in quanto esse sarebbero statisticamente più propense al tradimento, meno ad avere figli, e i loro matrimoni si sfasciano con maggiore frequenza.
A dire della mia (ex) amica, si tratta di un articolo maschilista e quindi dovrebbe piacermi assai.

Beh, tanto per cominciare, non mi sento un maschilista. Il mio ideale di donna è tutt’altro che una brava mogliettina che sta in casa a badare ai fornelli e ai marmocchi, se non altro perché ho avuto una madre che ha rinunciato al lavoro per fare la casalinga e so quanto ciò possa produrre frustrazioni, di cui fanno le spese, purtroppo, la famiglia e i figli.
Certo, conciliare casa e lavoro è per una donna particolarmente difficile e stressante, ma è vero anche che esiste un ormai consolidato schema culturale e sociale che assegna alla realizzazione della donna nel lavoro una maggiore importanza, e considera l’impegno domestico e la maternità una scelta di ripiego, da affrontare quando le cose veramente “prioritarie” sono state sistemate. Basterebbe però andare nella vicina Danimarca, un paese nient’affatto maschilista, con donne emancipatissime, per vedere mamme giovani, che si formano molto presto una famiglia, e poi lavorano. Lì, una struttura sociale che funziona non chiede alle donne di scegliere tra carriera e famiglia, ma consente loro di avere l’una e l’altra cosa, rispettando i tempi della natura. Il risultato è un boom demografico visibile ad occhio nudo: Copenhagen
letteralmente pullula di bambini.

Quanto all’articolo in questione, non mi pare affatto che sia maschilista: esso si limita a riportare alcuni studi pubblicati da diverse riviste scientifiche, che concludono nel senso di una coincidenza statistica tra matrimoni falliti e carrierismo femminile. Di studi e riviste del genere ce ne sono tanti, dicono tutto e il contrario di tutto, a seconda del punto di vista che assumono: pertanto ho sempre avuto dubbi sulla pretesa scientificità delle cosiddette scienze sociali (proprio la mia ex-amica, tra l’altro, è una che, per mestiere, sforna studi sociali).
Inoltre l’articolo è frutto di una particolare realtà, quella americana, dove la guerra tra i sessi è giunta a un punto di tale acrimonia che persino uno sguardo intenso può fruttare una denuncia per molestie sessuali (io in America, manco a dirlo, starei a Sing-Sing già da parecchio).
Se posso esprimere il mio punto di vista sull’argomento, non credo affatto che il conflitto tra carriera e famiglia riguardi solo le donne. Un matrimonio può essere ugualmente infelice anche se a essere troppo assorbito dalla professione è l’uomo. Insomma, quello che conta, ai fini della riuscita di una relazione, è quanto di sè ciascuno dei partner voglia spenderci.

Credo che, molto schematicamente, la classe lavoratrice si divida in due categorie: quelli che lavorano per vivere, e quelli che vivono per lavorare.
I primi vedono nel lavoro solo un modo onesto di guadagnare il pane,
acquistare beni per rendere felice la loro famiglia e confortevole la loro casa, e in più possibilmente conoscere gente interessante e fare qualcosa di utile nei lunghi intervalli tra una vacanza e l'altra.
Per i secondi è il lavoro in sé ad essere gratificante: dà loro importanza, identità, uno scopo nella vita e un posto nella società, definisce chi e cosa sono. Senza, si sentirebbero perduti, vuoti, inutili. Non esiste niente di altrettanto, o più, importante, e il tempo libero, per loro, è semplicemente tempo perso.
Per i primi, il lavoro non è che un mezzo, per i secondi è un fine assoluto.

Non è una questione di generi, né di professioni: il discrimine è l’atteggiamento individuale verso la vita, dell’ordine di priorità che ciascuno assegna a valori come i sentimenti e la famiglia. La donna “in carriera”, dunque, non è che la versione contemporanea e in gonnella di un personaggio maschile anaffettivo che esiste da secoli, e che gli inglesi efficacemente definiscono “workaholic”: un malato vero e proprio, una persona disturbata e squilibrata, un tossicodipendente della professionalità. Come tutti i tossici, è una persona che combina i maggiori guai proprio a chi più dovrebbe voler bene.

A parte quei pochi casi in cui il partner è al tempo stesso compagno di lavoro e di vita (Pierre e Marie Curie, Masters & Johnson), le persone che danno tanta importanza al lavoro, se sono oneste, si condannano da sé al celibato, magari comprandosi un cane o un gatto su cui riversare i propri bisogni affettivi. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, esse ritengono, in assoluta buona fede, di essere perfettamente normali, e quindi, come tutti, cercano di formarsi una famiglia e di avere un partner e dei figli; di
conseguenza si circondano di infelici. Quelle stesse persone che sul piano professionale sono ricche, generose, passionali, interessanti, nell’ambito privato diventano sorprendentemente avare di tempo e di attenzioni. Al partner chiedono pazienza e comprensione, ma intanto lo marginalizzano nella scala degli impegni e delle priorità.
Solo che i tempi in cui Ulisse poteva permettersi di assentarsi vent'anni per far la guerra, e bighellonare nel Mediterraneo, per poi ritrovare la mogliettina rimasta fedele a casa a tessere la tela, sono finiti da un pezzo, e per fortuna: sono poche le persone che hanno una così bassa autostima e dignità da accontentarsi di vedersi assegnato in permanenza un ruolo secondario nella vita del partner. Logicamente, dunque, e doverosamente, il rapporto si sfascia.

A questo punto il lettore smaliziato avrà ben capito che la mia (ex) amica di cui sopra è in realtà una mia ex-fidanzata, e che, se io mi identifico pienamente col tipo umano della prima categoria (con chi, cioè, lavora per vivere), lei rientra piuttosto nella seconda, essendo del tutto assorbita dal lavoro. Quando avrò aggiunto che essa fu capace di abortire (non un figlio mio, grazie al Cielo) pur di non interrompere la sua lanciatissima carriera accademica, e che pretendeva addirittura che io passassi dalla sua segretaria per poter fissare i nostri incontri ... qualcuno potrà seriamente rimproverarmi se me la sono data a gambe, e sto ancora correndo?