15 marzo 2006

Legge elettorale, aboliamola subito

Ad Aprile andremo a votare con una nuova legge elettorale. Il suo stesso promotore, l’On. Calderoli, della Lega, l’ha definita “una porcata”, e una volta tanto si può essere d’accordo con lui.

Premessa: sono stato un convinto assertore del maggioritario: ricordo i due referendum proposti da Mario Segni, e le speranze che suscitarono. Oggi, molti sono i delusi, ma bisogna riconoscere che il maggioritario ci ha dato dieci anni di stabilità governativa, con due coalizioni che si sono alternate alla guida del Paese. Poteva andar meglio, non fosse stato per la residua quota proporzionale.

La nuova legge elettorale conferisce un premio di maggioranza alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa, consentendole di diventare maggioranza parlamentare assoluta. All’interno di ogni coalizione i seggi saranno distribuiti in proporzione ai voti di lista. I seggi, all’interno di ciascuna lista verranno attribuiti in ordine di posizione dei candidati all’interno della lista stessa, posizione che sarà stata decisa dalle segreterie di partito.

Quindi, in assenza di ogni voto di preferenza, e di meccanismi democratici per la formazione delle liste, quali ad esempio le primarie, il prossimo parlamento praticamente sarà nominato, più che eletto.

Insomma, bisogna rimpiangere il voto di preferenza. Certo, per guadagnarselo certi candidati facevano di tutto. Ma esso aveva, nel sistema proporzionale, un pregio: ogni candidato era in gara, e quindi spinto a competere per acquisire preferenze. La preferenza diventava automaticamente anche un voto di lista. Il numero di seggi guadagnati dipendeva dai voti di lista e quindi ogni candidato, pur lottando per sé stesso, faceva campagna anche per il partito, aumentando al tempo stesso le proprie chances di elezione.

Con il nuovo sistema elettorale, invece, a seconda della loro posizione in lista i candidati hanno una ragionevole sicurezza di essere eletti o di non esserlo affatto. Ed infatti molti, per non essersi visto assegnato un posto sicuro, hanno sdegnosamente rifiutato la candidatura. Questo significa che viene meno ogni incentivo alla competizione: chi è sicuro di essere eletto non farà campagna elettorale, e chi è sicuro di non esserlo, idem. In entrambi i casi, perché prendersi il disturbo? Gli unici che si daranno da fare, saranno quelli in bilico.

Tutta la campagna elettorale sarà basata sull’effetto trascinamento dei due leaders, e sul voto ideologico destinato ai partiti più radicati, mentre credo saranno spiazzate le formazioni minori, il voto d’opinione e quello moderato.

Inoltre viene completamente distrutto il legame col territorio, che era uno dei punti di forza del maggioritario: ogni circoscrizione aveva un suo deputato di riferimento e chi voleva poteva coltivare un dialogo con il proprio collegio.

Forse l’affluenza alle urne sarà garantita, questa volta, dalla polarizzazione ideologica che rende questa tornata elettorale un referendum pro o contro Berlusconi (quasi che il paese non abbia altri problemi), ma nel lungo periodo il risultato sarà un’ulteriore disaffezione dalla politica. Insomma, questa è la legge elettorale più antidemocratica che ci sia: si vota per scegliere, non per ratificare scelte fatte da altri.
Mi auguro che, a urne appena chiuse, si avviino i meccanismi, parlamentari o referendari, per abrogarla.

04 marzo 2006

Come gli Usa combatteranno le guerre del futuro

Mi scusi se, pur sapendo che l’Italia ama la strategia quanto un vegetariano una bistecca alla fiorentina, desidero coinvolgerla su quanto stanno facendo gli Stati Uniti. Il Pentagono, a evitare gli errori commessi in Iraq, intende affrontare una possibile guerra e il suo dopoguerra all’insegna del motto «libera, consolida e costruisci». Per la prima fase, liberare con la guerra un Paese, l’America non conta affatto su una coalizione di alleati più o meno «volenterosi», bensì, come in Afghanistan, su una coalizione posticcia, con truppe arruolate se e quando occorre sul posto (proxies) senza impicci istituzionali e guidate da forze speciali degli Stati Uniti sostenute da alte tecnologie. Nel dopoguerra, anziché scendere sul sentiero di guerra con la formula «cerca e distruggi», dà corso alla «stabilizzazione» e alla «costruzione» della nazione che affida a gruppi di specialisti, poliziotti, agenzie di cooperazione. Alle forze speciali attribuisce il ruolo primario di addestrare e guidare le forze di sicurezza locali, avvalendosi delle alte tecnologie. La macchina del Pentagono è in moto, aumentano del 15% le forze speciali e gli investimenti nelle alte tecnologie. Il fatto è che la riforma, a prescindere dai suoi contenuti militari, riduce moltissimo la già modesta dipendenza americana dagli alleati europei e la coesione euro-atlantica. La cosa preoccupa Francia, Germania e Gran Bretagna. Perché non l’Italia?
Gen. Luigi Caligaris , Roma

risponde SERGIO ROMANO
Caro Caligaris,
anch’io credo che sia iniziata negli Stati Uniti, come dopo la guerra del Vietnam, una «rivoluzione degli affari militari». Ma non sono certo che la misura da lei menzionata (il considerevole aumento delle forze speciali) si proponga di «liberare» Paesi e consolidare regimi per mezzo di forze locali addestrate sul posto. Credo che l’esperienza di questi anni in Afghanistan e in Iraq abbia provocato nella classe dirigente dell’America e nella sua opinione pubblica una profonda diffidenza per avventure internazionali in cui il Paese corra il rischio di restare intrappolato per lunghi periodi. Il presidente Bush continua a proclamare la sua fiducia nell’esito positivo della vicenda irachena, ma il segretario della Difesa Rumsfeld e i suoi collaboratori stanno già immaginando nuovi scenari e il modo in cui combattere le guerre del futuro. Vi saranno ancora forze armate «convenzionali», ma il vertice politico e tecnico del Paese ha già tratto dalla guerra irachena almeno due lezioni.
Prima lezione. La vittoria sul campo non è più decisiva. Dopo avere distrutto le forze armate dell’avversario, l’America trova di fronte a sé un nemico nuovo che combatte con armi molto più insidiose: terrorismo, guerriglia urbana, rapimenti di persona. Seconda lezione. La società americana non tollera impegni di lungo respiro, nello stile e nello spirito, ad esempio, di quello che la Gran Bretagna imperiale assunse per quasi due secoli in India. Vuole azioni fulminee e successi rapidi. Per tener conto di queste due lezioni l’America si prepara a puntare su un numero particolarmente elevato di «corsari», pronti ad agire fuori del territorio nazionale, spesso senza neppure chiedere il permesso al padrone di casa. Serviranno, nelle intenzioni di Rumsfeld, a liquidare un gruppo terroristico, a distruggere una base, a decapitare una organizzazione, a destabilizzare un governo nemico. È possibile che in alcuni casi le forze americane restino sul terreno per addestrare le forze speciali di uno Stato alleato. Ma si tratterrà pur sempre di operazioni limitate nel tempo.
Lei ha ragione, caro Caligaris, quando osserva che questa nuova strategia americana ridurrà ulteriormente il coinvolgimento degli Stati Uniti nella Alleanza Atlantica. Ma la Nato presenta pur sempre, agli occhi degli americani, qualche vantaggio. È una sorta di volenteroso attendente a cui si possono delegare, in alcune circostanze, i compiti di più lungo respiro che l’America non intende assumere. È accaduto in Bosnia, in Kosovo, in Afghanistan e, secondo Bush, dovrebbe accadere domani nel Darfur, la provincia sudanese dove si combatte da molto tempo una sanguinosa guerra civile. Non basta. Grazie all’esistenza della Nato, gli Stati Uniti possono sostenere che l’unificazione militare dell’Europa sarebbe una inutile duplicazione, pericolosa e costosa. Anziché difenderci da un nemico comune l’organizzazione militare integrata dell’Alleanza Atlantica è divenuta così lo strumento di cui l’America si serve per impedire che l’Europa diventi, sul piano politico e militare, indipendente.
Corriere della Sera 4 marzo 2006