29 aprile 2006

Padroni del nostro futuro

Sono ben lontani i tempi in cui al Senato di Roma sedeva Marco Papirio, così dignitoso ed impassibile da poter essere scambiato dagli invasori galli per una statua di marmo: il Senato della Repubblica ha dato ieri una prova di scarso decoro in diretta nazionale, accapigliandosi per ritardare il più possibile la nomina di Franco Marini a presidente dell’Assemblea. È, anche questo, un frutto avvelenato della pessima legge elettorale architettata dal governo uscente, che non ci ha consegnato una maggioranza chiara e netta.

Grazie a questa legge elettorale, definita “una porcata” dal suo presentatore on. Calderoli, al momento del voto gli elettori si sono trovati davanti liste bloccate, preconfezionate dalle segreterie dei partiti. Ma non basta: anche dopo il voto la composizione definitiva delle due Camere non è stata decisa direttamente dagli elettori, bensì dalle opzioni esercitate da coloro che, essendosi candidati in più collegi, hanno poi scelto quali, tra i primi dei non eletti, far entrare in Parlamento e quali no.
Nel resto dell’Occidente, i cittadini vanno a votare, e il giorno dopo si sa chi ha vinto. Il popolo sovrano vota e decide. Noi italiani, invece, votiamo, ma non decidiamo. Le elezioni sono tornate ad essere, come ai tempi della Prima Repubblica, una distribuzione di carte che altri giocheranno.

Un’altra legge, poi - quella che concede il diritto di voto agli italiani all’estero - fa sì che per gli equilibri politici del paese siano determinanti i voti di chi nel paese non ci vive e non ci paga le tasse, e magari ha anche una comodissima doppia o tripla cittadinanza. Per carità, l’emigrazione italiana merita rispetto: ma essa ha ormai una rilevanza solo culturale, non economica. L’epoca in cui gli emigrati sostenevano la nostra economia con le proprie rimesse è finita da un pezzo: chi lavora all’estero in via permanente si è costruito lì una propria esistenza, e con l’Italia ormai ha poco o nulla a che spartire. Ai nostri cugini all’estero dovremmo dire come si fa negli USA: “America, love it or leave it”. Insomma, o uno rimane o se ne va, o lavora nel suo paese d’origine o in quello d’adozione.
È ben vero che tutte le grandi democrazie consentono ai cittadini espatriati di votare per posta. Ma si dimentica
che Usa, Francia, Uk non hanno mai conosciuto un forte flusso migratorio in uscita, e quindi tali elettori - non molti di numero e perciò scarsamente influenti sul risultato elettorale - risiedono temporaneamente all’estero, per periodi spesso lunghi, raramente definitivi. Essi dunque votano, sia pure per posta, a casa loro, nelle circoscrizioni elettorali in patria. Invece l’Italia, già paese di forte emigrazione, si ritrova con una grande diaspora, fatta di cittadini che o hanno scelto di vivere in permanenza all’estero, o addirittura che all’estero ci sono nati. Per essi la legge elettorale ha creato maxi circoscrizioni elettorali che coprono l’intero pianeta. È logico che siano loro a determinare il destino politico del nostro paese?
Più giusto, semmai, sarebbe stato dare il voto agli immigrati, che nel nostro paese vivono, lavorano, e contribuiscono alla nostra economia.

Il quadro, insomma, è quello di un paese sempre più spossessato del diritto di decidere del proprio destino.

Torna dunque d’attualità la proposta di concedere il diritto di voto ai minori, da esercitarsi per procura legale da parte delle madri.
Sull’argomento se ne sono dette tante, ma la sua motivazione razionale è una sola: far pesare sul mercato politico le giovani generazioni. Si tratta di circa venti milioni di persone: le decisioni che oggi la classe politica prende avranno influenza sul loro futuro, il debito che si accumula lo pagheranno loro. Uno dei cardini democratici è il nesso “taxation – representation”: l’enorme debito pubblico che l’Italia ha accumulato è stato possibile proprio perché le generazioni più anziane hanno finanziato il loro benessere addossando sui giovani l’indebitamento relativo. Le “generazioni future”, dunque, non sono un’entità ‘in mente dei’, ma persone in carne ed ossa, che vivono in questo paese ben 18 anni prima di poter influire sulla politica con il loro voto. A quel punto, però, molte e rilevanti scelte che li riguardano sono già state fatte.
Inoltre, i minori sono a tutti gli effetti cittadini italiani, solo che non godono dei diritti politici. Perché non immaginare dunque che tali diritti, come del resto già avviene per i diritti civili e patrimoniali, possano essere esercitati in loro vece dai genitori, loro rappresentanti legali?
Facendo esercitare il voto alle madri, aumenterebbe inoltre il peso politico della famiglia – l’unità che fa investimenti sul futuro - e all’interno di questa, della donna.

Pensarci non farebbe male. Oggi più che mai gli italiani hanno bisogno di tornare padroni a casa propria e padroni del proprio futuro.

26 aprile 2006

Sore loser :-)

Milan-Barcellona 0-1 ma Berlusconi contesta il risultato
Berlusconi ha fatto ricorso alla Cassazione per contestare il risultato di Milan-Barcellona.
Il Cavaliere ha detto che con un solo goal di scarto non si puo' parlare di vincitori e perdenti.
"E' vero che il Barcellona ha segnato al 57' minuto - ha aggiunto Berlusconi - ma e' anche vero che in tutti gli altri 89' minuti non ha mai segnato".
Berlusconi propone una "Grosse Risultaten" che assegnerebbe ad entrambe le squadre un punto e mezzo ciascuna ma grazie allo scorporo dei calci d'angolo ed un premio di maggioranza per via del maggior numero dei tifosi milanisti sugli spalti, i rossoneri dovrebbero aggiudicarsi il match.
Intervistato da Tosatti all'uscita dello stadio alla domanda "Cavaliere pensa che il risultato cambiera'?" Berlusconi ha risposto: "Sono fiducioso, Galliani sta verificando i tacchetti dei giocatori avversari e il risultato DEVE cambiare!"
Bonaiuti nel frattempo ha dichiarato che il festeggiamento di Giuly e degli altri spagnoli e' anticostituzionale e fara' un esposto al Parlamento Europeo per far rimuovere i clacson alle auto con targa spagnola.
Calderoli nel frattempo ha messo in discussione la partecipazione stessa del Barcellona alla Champions League.
"Io avevo chiaramente indicato nella legge, che ho scritto io stesso tra una vignetta e l'altra, che s'intendeva Barcellona in Sicilia e non quella spagnola che si scrive Barcelona. Quindi bisogna rimuovere tre goals al Barcellona e quindi il milan ha vinto 0 a -2".
Fini ha dichiarato interessanti e non prive di logica le tesi avanzate da Calderoli.
Bondi si e' dichiarato sbalordito dal fatto che truffaldinamente il Barcellona spagnolo si sia spacciato per quello siciliano e dichiara che gli spagnoli vogliono mettere il bavaglio alla UEFA.

(ansa)

22 aprile 2006

Cervelli in fuga?

Ci risiamo! Dolenti servizi giornalistici sul fenomeno dei “cervelli in fuga”, ricercatori che tornati dall’estero si dolgono dello stato delle cose nell’università italiana, alti lai sul triste destino di questi poveri profughi della scienza, costretti ad abbandonare la Patria per cercare fortuna altrove. Ma le cose stanno davvero così?

Negli anni 2004-2005, per ragioni di lavoro e di sentimento, ho avuto occasione di vedere da vicino l’ambiente accademico. E non mi è piaciuto per niente.

Non amo affatto gli accademici. Ho un’idea ingenuamente umanistica della cultura: per me nasce per contatto tra idee e ambienti differenti, sgorga da spiriti liberi e completi. Mi pare di ricordare che tal Isaac Newton intuisse la legge di gravità mentre pisolava sotto un melo.

Non mi ispirano nessuna simpatia, invece, questi nevrotici gnomi iperspecializzati - la cui carriera è fatta di pubblicazioni (non di brevetti, si di bene: non di applicazioni pratiche e utili delle loro scoperte, solo di pezzi di carta che vengono valutati da loro compari) per compilare le quali passano tutto il tempo isolati in un qualche centro di ricerca, che per quanto li riguarda, potrebbe anche essere in fondo al mare.

Questa è l’Università: un mondo autoreferenziale, con proprie regole ai limiti della mafiosità. Chi entra a farne parte conosce bene queste regole e le accetta: quindi ne è complice. Come in tutte le cosche, ci sono i vincenti e i perdenti. Quelli che perdono, vanno all’estero: non mi pare poi un destino così triste.

Quello dei “cervelli in fuga” è un luogo comune, come la mucca pazza, l’elettrosmog, l’agricoltura biologica, la birra Heineken, e tante altre entità immaginarie della cui esistenza siamo convinti solo perché c'è un’etichetta facilmente memorizzabile.

Io affermo che il fenomeno dei “cervelli in fuga” NON ESISTE. Non è affatto vero che i ricercatori italiani siano COSTRETTI ad emigrare all’estero: la classe accademica mondiale è altamente globalizzata ed è quindi perfettamente normale e fisiologico che la carriera di queste persone si svolga, in tutto o in parte, lontano dal paesello natio. In tutti i paesi, non solo in Italia, chi abbraccia la carriera accademica e vuole progredire, sa che il suo destino è di andare saltabeccando in giro per il mondo, da un incarico all’altro, quindi affronta i problemi relativi e paga i prezzi del caso, primo tra tutti la rinuncia alla vita privata.

Questo stile di vita seleziona naturalmente persone agghiaccianti, prive tanto di radici col luogo d’origine, quanto di legami con l’ambiente circostante.
I grandi centri di ricerca (tutti grottescamente simili, nell’architettura, a una boccia per i pesci rossi) sono luoghi di raduno di persone che vengono da tutto il mondo, e che passano la vita chiusi nei propri laboratori a fabbricare le famose pubblicazioni.
Gli accademici costituiscono una comunità che si rappresenta come cosmopolita, ma che in realtà è solo “apolide”, in quanto del tutto avulsa dalla realtà che la circonda: io ho vissuto un anno a Trieste e mai che abbia avuto occasione di conoscere uno dei tanti ricercatori della Sissa. D
el resto, quando un tizio passa la vita chiuso in un cubicolo davanti a un computer, fa molta differenza dove il cubicolo si trova?

Cos’hanno, dunque, da lamentarsi i nostri ricercatori? Il loro mondo offre altissime opportunità a chi le vuole cogliere: il mercato dei cervelli è globale e virtualmente senza ostacoli; dunque, economicamente un mercato ‘perfetto’, che permette il libero incontro e la migliore allocazione della domanda e dell’offerta, e per questo caratterizzato da una fortissima mobilità dei fattori produttivi. Sono poche le categorie produttive che hanno l'opportunità di poter vendere il loro lavoro in tutto il mondo: altro che
"fuga"!

Certo, lontano da casa la vita è dura, così qualcuno ritorna, per nostalgia del sole o degli spaghetti di mammà. Faccio tanto di cappello a persone capaci di fare – per ragioni di cuore, o di stomaco - scelte economicamente irrazionali: in quell’ambiente di anaffettivi déracinées, rappresentano pur sempre un bell’esempio di fedeltà alle cose concrete e ai sentimenti. Però non si può negare che nel mondo accademico le opportunità esistono, anche se poi c’è gente che per motivi suoi non le vuole o non le può cogliere.

Da che mondo è mondo le risorse vanno normalmente dove sono meglio remunerate: pertanto, qualunque azione sul lato dell’offerta, mirante a far rientrare i ‘cervelli’, è destinata a fallire. La scarsa concorrenzialità del mercato italiano risiede in una ragione molto semplice: manca la domanda. Noi, per chi non se ne fosse accorto, siamo un paese in forte deindustrializzazione già da vent’anni. Non abbiamo più chimica, siderurgia, informatica, radiotecnica, nucleare, aeronautica civile, etc. La nostra economia è finora sopravvissuta grazie a un tessuto di piccole imprese artigianali a livello familiare e a basso valore aggiunto. I danari rientrati grazie allo scudo fiscale di Tremonti sono stati investiti nel mattone, non certo in progetti strategici.

Ebbene, al distretto della piastrella o a quello del divano, come pure agli immobiliaristi, un superlaureato in neuroscienze, biotech, astrofisica, semplicemente non serve. I grandi investimenti in R&S al mondo li fanno i colossi multinazionali, non le aziendine a conduzione familiare del Nord-Est. Anche se si trovasse il modo di farli rientrare tutti, questi benedetti cervelloni, non avremmo nulla da fargli fare.

Quindi il dramma non sta nella supposta fuga di cervelli, ma nel paese tout court. Nel quale non a caso, prosperano coloro che possono vivere di rendite di posizione. Se il paese fosse competitivo, non solo la gente non se ne andrebbe, ma attirerebbe nuove energie.

La nostra università intanto, va avanti non perché produca brevetti, ma perché è una delle ultime incubatrici della classe politica italiana. Una cattedra universitaria di rango è un trampolino di lancio prestigioso per un seggio parlamentare o per la presidenza di una municipalizzata. I soldi vengono da lì e il sistema si autoalimenta e si garantisce la sopravvivenza, al riparo dalle fredde leggi del mercato.
Stupirsene? Per comprendere quale sia stato il contributo al progresso morale e civile del nostro paese della classe accademica, basterebbe la lettura di “Preferirei di no” (G.Boatti, Einaudi, 2000), la storia dei dodici professori universitari che rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo: solo dodici su 1250!
Come ci si può aspettare che una scuola di conformismo come questa possa produrre idee innovative e originali?
Togliere il valore legale al titolo di studio, spezzare il monopolio dell’università nella produzione della cultura, sarebbe il primo passo per liberarsi dell’aristocrazia dei baroni.

La crisi del sistema Paese del resto dipende ben poco dall’università: i cervelli, magari fuggono, ma intanto ci sono. Quelle che, sempre più drammaticamente si dimostrano incapaci di rinnovarsi e di riprodursi – talchè come facevo notare anzitempo, la campagna elettorale si è giocata sulla contesa tra due settantenni - sono le classi dirigenti e gli imprenditori coraggiosi (coraggiosi, non spregiudicati: quelli ne abbiamo a bizzeffe) . Lì sì che bisognerebbe intervenire.

Invece di preoccuparci di questi espatriati di lusso, dobbiamo dolerci del triste futuro che attende chi è costretto a restare.


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Vedi ora la mia voce "Fuga di Cervelli" su Wikipedia
E questo articolo simpaticamente controcorrente dal titolo "Viva la fuga dei cervelli!

Un marziano a Roma



La nuova teca dell’Ara Pacis di Richard Meier, inaugurata oggi in occasione del Natale di Roma, insiste su uno dei luoghi più sconvolti e tormentati del Centro Storico. Qui erano il porto di Ripetta dello Specchi, l’Anfiteatro del Corea, poi Auditorium: tutto scomparso. Il posto sembra avere un richiamo irresistibile per il piccone demolitore. Il risultato di cento anni di interventi è uno sfigatissimo cratere senza senso in pieno Centro Storico.

In sé l’opera di Meier non è brutta: al contrario ricorda simpaticamente un villone californiano. Solo, sembra essere piombata lì come l’astronave aliena del marziano a Roma di Flaiano: non c'entra niente col contesto, non dialoga coi monumenti circostanti. La sua gioiosa luminosità, vero manifesto dell'architettura-spettacolo, sottolinea crudele il lugubre mortorio della piazza Augusto Imperatore, con i palazzoni fascisti e il relitto del Mausoleo di Ottaviano.
Nessuna nostalgia ovviamente per la vecchia teca: se si è potuto buttar giù il capolavoro dello Specchi, pazienza per Ballio Morpurgo. Però è stata persa clamorosamente l'occasione di ripensare e rimodellare tutta l’area: si vede che mancava – nell’amministrazione comunale committente - il respiro strategico. La teca è nuova, ma il concetto urbanistico è vecchio, in paradossale continuità con la peggiore urbanistica fascista. Con maggiore coraggio, ad esempio, si sarebbe potuto immaginare un impiego nuovo per il "dente cariato" del Mausoleo di Augusto, come anni fa suggeriva - inascoltato - Bruno Zevi.

Accontentiamoci: a Roma si comincia a vedere qualcosa di nuovo dopo mezzo secolo di stagnazione. La nuova Ara Pacis è una bella pensata, ma niente di più.

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Sullo stesso tema, in questo blog "Un marziano a Roma 2"

12 aprile 2006

Vuoti apparenti - le foto di Livia Monami


Alla Stazione Termini, ala mazzoniana, fino al 2 maggio 2006 si può visitare la mostra fotografica "Vuoti apparenti", un reportage di Livia Monami dalle steppe siberiane e mongole. Particolarmente brillante, in questa fotografa romana (mia vicina di casa, ho scoperto!), la sensibilità per il colore e la capacità di cogliere le espressioni dei volti dei nomadi mongoli e jacuti. Per realizzare il suo servizio, la fotografa è rimasta per mesi a temerature estreme: la fotografia, come dico sempre, è uno sport di resistenza. Peccato manchi un catalogo, ma c'è un sito assai ben fatto.

02 aprile 2006

Forte nostalgia.....



Il mio programma elettorale

  • Conferire il diritto di voto alle madri in rappresentanza dei loro figli minori, in modo da dare rappresentatività ai cittadini italiani minorenni, e al tempo stesso aumentare il peso politico delle famiglie giovani.
  • Ticket sulle interruzioni volontarie di gravidanza, progressivo in caso di recidiva.
  • Legge di attuazione degli articoli 97 e 98 della Costituzione, per uno statuto della dirigenza pubblica.
  • Reintroduzione del Ruolo Unico della Dirigenza Pubblica, abolizione dello spoils system, abolizione delle quote di dirigenti pubblici riservate alla nomina politica.
  • Negli uffici giudiziari distinzione di funzioni tra Magistrati Capi degli Uffici e dirigenti amministrativi dipendenti dal Ministero della Giustizia, riservando a questi ultimi la gestione delle risorse e del personale.