28 maggio 2006

PA e FFAA: le lezioni da apprendere

Nei mesi scorsi, nell’arco di pochi giorni, in Iraq e in Afghanistan, un nuovo tributo di sangue è stato imposto alle Forze Armate. La partecipazione popolare ai funerali delle vittime è stata ancora una volta, come fu per la prima strage di Nassirya, vasta e commossa.

Non mi importa qui discutere del merito o dell’opportunità della partecipazione italiana alle due missioni. Ma osservare il modo in cui, in pochi anni, è cambiata – in positivo - la percezione popolare delle forze armate. E chiedermi se ci sono lezioni da imparare.

Insomma: come Dirigenti dello Stato e Pubblica Amministrazione, abbiamo qualcosa da imparare dalle Forze Armate?

Ancora pochi anni fa, le Forze Armate erano un’istituzione assai impopolare. Il Paese viveva malvolentieri il tributo obbligatorio di un anno di servizio militare, la sconfitta bellica aveva lasciato dubbi (niente affatto infondati) sulle capacità delle nostre gerarchie militari, la sinistra nutriva sospetti sulla vocazione democratica delle stellette, adombrando addirittura - negli anni ’70 - scenari cileni. Dal canto loro i militari facevano poco per curare la propria immagine: la leva garantiva senza fatica un flusso costante di coscritti, le risorse erano abbondanti, la collocazione geopolitica dell’Italia, al riparo dell’ombrello NATO, riduceva al minimo il rischio di un conflitto; la carriera militare si presentava abbastanza comoda e priva di reali inconvenienti.

A partire dalla fine della Guerra Fredda, l’immagine delle Forze Armate presso l’opinione pubblica è costantemente migliorata. Di conseguenza, nel 2003, quando a Nassirya l’Esercito subì il più grave tributo di sangue dalla fine della seconda guerra mondiale, i funerali dei nostri soldati furono un momento di forte e commovente unità nazionale.

Gli italiani possono essere certamente divisi sul modo di impiegare le forze armate, sull’opportunità della missione in Iraq, ma è un dato di fatto che in discussione è sempre meno l’istituzione – Esercito in quanto tale. Le Forze Armate in pochi anni hanno saputo recuperare prestigio agli occhi dell’opinione pubblica, e presentarsi come qualcosa che appartiene a “tutti”, e rappresenta l’intera comunità nazionale. Un tempo istituzione-totem immobile e autoreferenziale – esse sono state costrette ad aprirsi alla società, hanno dovuto cominciare a giustificare la loro esistenza, ed evidenziare il valore aggiunto della spesa militare, prima percepito come un impiego a fondo perduto.

La Pubblica Amministrazione, invece, continua ad essere largamente screditata, e percepita come una palla al piede per l’economia nazionale: non un’istituzione di tutti, ma una res nullius. La struttura amministrativa viene spesso considerata – persino da quella classe politica che si trova pro tempore a capeggiarla - del tutto priva di valore aggiunto, un costo secco da tagliare il più possibile quando le necessità della finanza pubblica lo richiedano. La ‘burocrazia’ è un ostacolo da superare, non un partner per cittadini ed imprese. La carriera nella P.A. ha scarso prestigio e richiamo, ed è percepita come il refugium peccatorum di coloro che non saprebbero mettersi in competizione sul mercato del lavoro privato.

È un dato di fatto talmente endemico che ormai lo consideriamo quasi naturale, dimenticando che in paesi a noi molto vicini, la funzione pubblica gode di ben altro prestigio.

Possiamo immaginare, allora, scenari diversi, magari traendo lezioni dal modo in cui le Forze Armate hanno risalito la china della considerazione popolare? Io credo che gli aspetti da tenere in considerazione, e se possibile, da imitare, siano essenzialmente due: l’internazionalizzazione (con la standardizzazione che ne consegue) e la ridefinizione degli obbiettivi.

Internazionalizzazione
In primo luogo, le Forze Armate sono oggi un’istituzione fortemente aperta e internazionalizzata che si confronta con le omologhe istituzioni straniere. Mentre un tempo l’unico unico momento di confronto tra eserciti era sui campi di battaglia, oggi la qualità delle prestazioni (vale a dire dell’efficienza, operatività, mobilità) delle FF.AA. può essere misurata in quanto esistono precisi benchmark di riferimento.

Questo avviene grazie alla minuziosa standardizzazione NATO, che ha reso paragonabili carriere, procedure e performances: gli ufficiali italiani possono confrontarsi continuamente con i propri colleghi stranieri e importare immediatamente le best practices elaborate altrove.

Si tratta di uno choc culturale non da poco per quella che un tempo era una casta chiusa ed autoreferenziale. Oggi è cresciuta una generazione di giovani Ufficiali che passa una significativa parte del proprio addestramento all’estero e ha un’apertura mentale sconosciuta alle generazioni più anziane.

La P.A., invece, continua ad essere autoreferenziale. Gli esperimenti di internazionalizzazione ed interscambio con paesi partner sono ancora a livello embrionale. Ogni amministrazione statale coltiva il proprio particolare senza sentire la necessità di un proficuo confronto verso l’esterno. Questo isolamento è spesso contrabbandato come qualcosa di positivo, necessario ed inevitabile, in nome di una supposta “specificità” (vedi il caso del ministero della Giustizia). Di fatto, ogni amministrazione tende a chiudersi in sé stessa, come un corpo separato, e ad elaborare proprie consuetudini procedurali, al punto che sarebbe più corretto parlare di ‘pubbliche amministrazioni’ al plurale. L’abolizione del ruolo unico ha aggravato questo quadro facendo cessare la preziosa funzione (almeno potenziale) della Dirigenza come corpo connettivo capace di parlare un linguaggio comune e trasversale a tutta la P.A.

La mancanza di standard riconosciuti a livello nazionale (per non parlare del livello internazionale) fa sì che anche le best practices – meno rare di quanto si creda - rimangano episodi di eccellenza isolati, perché, semplicemente, non sono esportabili. Le prestazioni e le performances della P.A. non sono misurabili né comunicabili. Né la PA è capace di imparare dai suoi errori, ed è quindi percepita come impermeabile alle critiche e quindi, ancora una volta, autoreferenziale, una “mònade” senza porte né finestre.

Ridefinizione degli obbiettivi
In secondo luogo, il mutamento del quadro geopolitico e la crescente scarsità delle risorse a disposizione, hanno imposto alle FF.AA. una ridefinizione degli obbiettivi e un adeguamento delle risorse.

Negli ultimi anni, tanto la sinistra che la destra, alternatesi al governo, hanno dovuto prendere la difficile decisione di servirsi dello strumento militare: la realtà del mondo ha imposto così a tutte le parti politiche di interessarsi dei problemi della Difesa.
I militari hanno saputo colloquiare con la politica, ed imporre una realistica e responsabile presa di coscienza delle possibilità di impiego, vale a dire del rapporto necessario tra inputs ed outputs.

Non potendo più contare sull’apporto costante di militari di leva, le Forze Armate hanno dovuto diventare un datore di lavoro serio e credibile, attento al corretto impiego delle risorse materiali e soprattutto umane. A chi entra a far parte delle Forze Armate oggi si offrono piani di sviluppo di carriera diversificati e chiari.
Insomma, tanto verso il referente politico quanto verso l’opinione pubblica, i militari hanno saputo comunicare il senso della propria “mission”.

La Pubblica Amministrazione continua invece a navigare a vista. Essa non ha saputo imporre alcun protagonismo culturale, nessuna idea forte della sua identità e del suo sviluppo, insomma, del “cosa serve e a chi serve”.

Continuiamo a lasciare che ci diano addosso come parassiti, siamo incapaci di spiegare la nostra funzione sociale, il nostro valore aggiunto, il nostro contributo alla prosperità, ricchezza, progresso del Paese. Ci culliamo nell’idea che basti un semplice ritorno alla Costituzione, alle sue garanzie di legalità ed indipendenza ed imparzialità, per trovare una funzione nella società di oggi. Perdiamo di vista che il nostro datore di lavoro non è “la Nazione”, concetto fumoso, ma una comunità di cittadini - utenti – contribuenti di carne e sangue, che pagano le tasse e si attendono riscontri.

Dopo un’epoca a fine 800, in cui la PA ha saputo esprimere anche la classe politica, oggi siamo ridotti a una sudditanza culturale che ci impedisce di imporre alla politica un quadro realistico del rapporto tra risorse (sempre più scarse) e impegni (sempre maggiori). Convinti come siamo che il nostro compito è applicare imparzialmente delle norme, che piovono dall’alto, siamo incapaci di proporre una prospettiva dinamica e proattiva.

Coscienza del ruolo del dirigente nella Pubblica amministrazione, e della PA nella comunità nazionale, senso della propria missione: è questo che dobbiamo recuperare, se vogliamo, a pieno titolo, essere “classe dirigente” del Paese.

12 maggio 2006

Oportet ut scandala veniant

Non riesco a condividere, perdonatemi, il dolore per quanto accade al calcio italiano.
Il mio estraniamento da codesto sport cominciò alle elementari, quando giocavo da terzino e mi distraevo per uscire dal campo a cogliere margherite da portare alla mamma. Per tutti gli anni della scuola, ogni lunedì mi sono sentito un pària, perché non avevo niente da dire su quanto successo la domenica prima, e nemmeno mi interessava. Ho messo piede in uno stadio appena una volta, e mi sono annoiato a morte: almeno in tv i giocatori li vedi da vicino. Seguo invece, con interesse e partecipazione, la crescita dell’Italia nel rugby, gioco simpaticamente ruvido, ben lontano dalle commedie dei nostri calciatori.
Bisognerebbe vedere il calcio per quello che è davvero: non uno sport, ma un sistema di potere, dove girano troppi soldi, il supporto e veicolo di ambizioni – anche politiche - smisurate. Se c’è un momento in cui ho trovato francamente ridicolo Bertinotti, è quando ha accettato un orologio del Milan da Berlusconi in diretta televisiva. Che la politica non riesca a trovare un terreno di dialogo comune nemmeno sui massimi interessi del paese, ma solo sul calcio, è penoso, e dimostra che i politici che abbiamo sono proprio quelli che ci meritiamo. Il vero oppio dei popoli è il calcio, un colossale sistema di rimbecillimento che porta un intero popolo a discutere, ogni settimana, del nulla, e a distrarsi dei suoi problemi veri. Non c’è da stupirsi che i politici amino il calcio. Il calcio è peggio, molto peggio, del fascismo.
Quindi evviva Moggi, e il fango che sta travolgendo tutto questo baraccone, sperando che sia arrivata la mazzata finale.

Oportet ut scandala veniant

05 maggio 2006

Odio gli indifferenti

Indifferenti di Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani (1)”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

“La Città futura”, pp. 1-2 Raccolto in: “Scritti Giovanili”, 78-80

Cfr. Friedrich Hebbel, “Vivere significa esser partigiani” pensiero pubblicato nel numero del “Grido del Popolo” del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due “riflessioni” tratte dalla medesima opera: 1. “Un prigioniero è un predicatore della libertà“. 2. “Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos’è peggio?”. "

Antonio Gramsci, 1917

Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca.

Apocalisse di San Giovanni 15, 16