29 agosto 2006

Si lavora e si fatica per ...?

Una mia (ex) amica mi ha segnalato un articolo pubblicato sulla rivista “Forbes” da un certo Michael Noer, che esprime la tesi secondo cui è meglio non sposare donne in carriera, in quanto esse sarebbero statisticamente più propense al tradimento, meno ad avere figli, e i loro matrimoni si sfasciano con maggiore frequenza.
A dire della mia (ex) amica, si tratta di un articolo maschilista e quindi dovrebbe piacermi assai.

Beh, tanto per cominciare, non mi sento un maschilista. Il mio ideale di donna è tutt’altro che una brava mogliettina che sta in casa a badare ai fornelli e ai marmocchi, se non altro perché ho avuto una madre che ha rinunciato al lavoro per fare la casalinga e so quanto ciò possa produrre frustrazioni, di cui fanno le spese, purtroppo, la famiglia e i figli.
Certo, conciliare casa e lavoro è per una donna particolarmente difficile e stressante, ma è vero anche che esiste un ormai consolidato schema culturale e sociale che assegna alla realizzazione della donna nel lavoro una maggiore importanza, e considera l’impegno domestico e la maternità una scelta di ripiego, da affrontare quando le cose veramente “prioritarie” sono state sistemate. Basterebbe però andare nella vicina Danimarca, un paese nient’affatto maschilista, con donne emancipatissime, per vedere mamme giovani, che si formano molto presto una famiglia, e poi lavorano. Lì, una struttura sociale che funziona non chiede alle donne di scegliere tra carriera e famiglia, ma consente loro di avere l’una e l’altra cosa, rispettando i tempi della natura. Il risultato è un boom demografico visibile ad occhio nudo: Copenhagen
letteralmente pullula di bambini.

Quanto all’articolo in questione, non mi pare affatto che sia maschilista: esso si limita a riportare alcuni studi pubblicati da diverse riviste scientifiche, che concludono nel senso di una coincidenza statistica tra matrimoni falliti e carrierismo femminile. Di studi e riviste del genere ce ne sono tanti, dicono tutto e il contrario di tutto, a seconda del punto di vista che assumono: pertanto ho sempre avuto dubbi sulla pretesa scientificità delle cosiddette scienze sociali (proprio la mia ex-amica, tra l’altro, è una che, per mestiere, sforna studi sociali).
Inoltre l’articolo è frutto di una particolare realtà, quella americana, dove la guerra tra i sessi è giunta a un punto di tale acrimonia che persino uno sguardo intenso può fruttare una denuncia per molestie sessuali (io in America, manco a dirlo, starei a Sing-Sing già da parecchio).
Se posso esprimere il mio punto di vista sull’argomento, non credo affatto che il conflitto tra carriera e famiglia riguardi solo le donne. Un matrimonio può essere ugualmente infelice anche se a essere troppo assorbito dalla professione è l’uomo. Insomma, quello che conta, ai fini della riuscita di una relazione, è quanto di sè ciascuno dei partner voglia spenderci.

Credo che, molto schematicamente, la classe lavoratrice si divida in due categorie: quelli che lavorano per vivere, e quelli che vivono per lavorare.
I primi vedono nel lavoro solo un modo onesto di guadagnare il pane,
acquistare beni per rendere felice la loro famiglia e confortevole la loro casa, e in più possibilmente conoscere gente interessante e fare qualcosa di utile nei lunghi intervalli tra una vacanza e l'altra.
Per i secondi è il lavoro in sé ad essere gratificante: dà loro importanza, identità, uno scopo nella vita e un posto nella società, definisce chi e cosa sono. Senza, si sentirebbero perduti, vuoti, inutili. Non esiste niente di altrettanto, o più, importante, e il tempo libero, per loro, è semplicemente tempo perso.
Per i primi, il lavoro non è che un mezzo, per i secondi è un fine assoluto.

Non è una questione di generi, né di professioni: il discrimine è l’atteggiamento individuale verso la vita, dell’ordine di priorità che ciascuno assegna a valori come i sentimenti e la famiglia. La donna “in carriera”, dunque, non è che la versione contemporanea e in gonnella di un personaggio maschile anaffettivo che esiste da secoli, e che gli inglesi efficacemente definiscono “workaholic”: un malato vero e proprio, una persona disturbata e squilibrata, un tossicodipendente della professionalità. Come tutti i tossici, è una persona che combina i maggiori guai proprio a chi più dovrebbe voler bene.

A parte quei pochi casi in cui il partner è al tempo stesso compagno di lavoro e di vita (Pierre e Marie Curie, Masters & Johnson), le persone che danno tanta importanza al lavoro, se sono oneste, si condannano da sé al celibato, magari comprandosi un cane o un gatto su cui riversare i propri bisogni affettivi. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, esse ritengono, in assoluta buona fede, di essere perfettamente normali, e quindi, come tutti, cercano di formarsi una famiglia e di avere un partner e dei figli; di
conseguenza si circondano di infelici. Quelle stesse persone che sul piano professionale sono ricche, generose, passionali, interessanti, nell’ambito privato diventano sorprendentemente avare di tempo e di attenzioni. Al partner chiedono pazienza e comprensione, ma intanto lo marginalizzano nella scala degli impegni e delle priorità.
Solo che i tempi in cui Ulisse poteva permettersi di assentarsi vent'anni per far la guerra, e bighellonare nel Mediterraneo, per poi ritrovare la mogliettina rimasta fedele a casa a tessere la tela, sono finiti da un pezzo, e per fortuna: sono poche le persone che hanno una così bassa autostima e dignità da accontentarsi di vedersi assegnato in permanenza un ruolo secondario nella vita del partner. Logicamente, dunque, e doverosamente, il rapporto si sfascia.

A questo punto il lettore smaliziato avrà ben capito che la mia (ex) amica di cui sopra è in realtà una mia ex-fidanzata, e che, se io mi identifico pienamente col tipo umano della prima categoria (con chi, cioè, lavora per vivere), lei rientra piuttosto nella seconda, essendo del tutto assorbita dal lavoro. Quando avrò aggiunto che essa fu capace di abortire (non un figlio mio, grazie al Cielo) pur di non interrompere la sua lanciatissima carriera accademica, e che pretendeva addirittura che io passassi dalla sua segretaria per poter fissare i nostri incontri ... qualcuno potrà seriamente rimproverarmi se me la sono data a gambe, e sto ancora correndo?

22 agosto 2006

Ritorno a Riga

Il Tupolev dell'Aeroflot atterra a Riga. Vi ritorno dopo due anni e otto mesi. E comincio a piangere, a calde lacrime, come un bambino. Quanto tempo, passato a negare me stesso, ad inseguire chimere, tempo buttato. L'unico luogo dove sono stato veramente felice, nella mia vita, è questo. Sono di nuovo a casa.

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Vedi sul mio sito la pagina dedicata a Riga.

06 agosto 2006

L'amore al tempo di ICQ

La distanza, e la lotta per superarla, è un elemento classico di tutte le grandi storie d’amore. Ulisse e Penelope, Orfeo ed Euridice, Renzo e Lucia sono amanti separati che cercano di ricongiungersi.
La lontananza, si dice, alimenta l’amore vero, e spegne quello falso. La moderna tecnologia delle comunicazioni rende oggi le cose più facili per chi si ama a distanza: almeno è possibile parlarsi, se non toccarsi.
Inoltre, grazie ai programmi di chat ed instant messaging non solo è possibile mantenere in vita una relazione a distanza, ma anche avviarne una.
Il fenomeno degli amori nati su Internet è talmente diffuso che ad esso è dedicato persino un libro (“The Long-Distance Relashionship Guide: Advice for the Geographically Challenger” di Caroline Tiger)

Si può davvero amare via internet? Ho avuto una (brutta) esperienza in materia, e posso rispondere di no. Altro è usare i mezzi di comunicazione per rimanere in contatto con una persona che già si conosce, altro è conoscersi in rete.
Certo, all’incontro in rete può seguire una storia anche fisica, con incontri saltuari: ma quando due persone non trovano il modo di superare la distanza che li separa, è il momento di diffidare. Chi ama davvero, infatti, è capace di superare ogni ostacolo per ricongiungersi all’oggetto del proprio amore: se invece dall’altra parte non c’è la voglia di iniziare una storia vera, allora la distanza è soltanto un alibi per non fare sul serio. Vi siete probabilmente imbattuti in una di quelle persone all’apparenza normali, ma in realtà assai squallide, che popolano la rete.

Appropriatamente, dunque, si parla di “relazioni virtuali” e non solo di relazioni “a distanza”: la relazione virtuale è una imitazione dell’amore vero, comoda, poco impegnativa e alla portata di tutti.

Insomma, dopo il telelavoro abbiamo inventato il teleamore.

Il teleamore non è affatto amore: i sentimenti che suscita sono di frustrazione piuttosto che di passione. Aver bisogno di amore e credere di trovarlo in qualche persona che abita a mille chilometri di distanza è come pensare di calmare la fame leggendo una rivista di cucina. Inoltre, ci si apre al rischio di incontrare delle persone con qualche grosso problema nella sfera dei sentimenti, che sulla rete coltivano l’illusione di essere normali. Sulla tastiera possono scrivere parole impegnative e importanti, spararle grosse, lasciarsi trasportare dai sogni, dire “ti amo” e promettere che sarà “per sempre”, e intanto pensare “campa cavallo”: la distanza rimanda all’infinito la verifica. L’amore via Internet regge a lungo proprio perché non deve confrontarsi con la quotidianità e la corporeità. Pensi di parlare con una persona, in realtà tai facendo l'amore con un PC.

Il teleamore ha la grandissima comodità di poter essere espletato dalla scrivania d’ufficio e nei ritagli di tempo: permette di esercitare il romanticismo e al tempo stesso di pensare alle cose veramente prioritarie, il lavoro e la carriera.

Il teleamore ricorda la “simpatia”, così come la definiva Albert Camus:
un sentimento poco impegnativo, a buon mercato, da presidente del Consiglio: ‘Creda alla mia simpatia’ nell’intimo precede immediatamente ‘ed ora occupiamoci d’altro’ ".
La persona che sullo schermo del pc dice ‘ti amo’ sottintende ‘purché tu non invada i miei spazi, non modifichi la mia agenda, non ti illuda di vivere a casa mia e di distrarmi dal mio lavoro e dalla mia carriera. Purché, insomma, tu stia a distanza’.

Il teleamore è una triste e squallida imitazione dell’amore, come il fuoco finto nei caminetti è un maldestro simulacro del fuoco vero: e, come quello, non brucia davvero, e non riscalda.


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Sullo stesso tema in questo blog:
Tradimenti online
Io Preferisco una Bionda
Facebook è una ca*ata pazzesca...
Addio all'informatica (o almeno, arrivederci)
Internettiano con dubbi

Su Time Magazine: Making It Work Long-Distance

01 agosto 2006

Loro fuori, noi dentro


Ho dovuto richiamare in servizio d'urgenza dalle ferie tutto l’ufficio esecuzioni della Procura che dirigo: approvata la legge sull’indulto, stiamo rilasciando in tutta fretta delinquenti di ogni risma, assassini e rapinatori. Loro fuori, e noi dentro a lavorare. Ma dico, approvata la legge sull’indulto, che bisogno c’era di farla entrare in vigore subito? Sono da mesi in emergenza, non ho più denaro per comprare la carta, ho pagato di tasca mia una risma per stampare gli ordini di scarcerazione, e avevo messo in ferie il personale. Il cancelliere era persino in malattia, e nonostante un braccio rotto è rientrato in servizio di sua iniziativa. E poi qualcuno parla male degli statali...

PS: ma perchè chi detiene materiale pedopornografico non merita l'indulto e un assassino sì? Che logica c'è in tutto questo? Non capisco.