30 dicembre 2006

Morte del Lupo Cattivo

L’ esecuzione di Saddam Hussein e’ stata unanimemente deplorata dal mondo politico italiano. Guardando la tv italiana dall’estero, sembrerebbe che i fatti del mondo accadano solo per consentire a politici di seconda fila di rilasciare interviste al TG1, e ai giornalisti di questo ripetere la solita litania di espressioni di "deplorazione, esecrazione, sdegno" ... e questo e’ l’aspetto tragicomico della faccenda.

Le critiche confondono due piani che invece dovrebbero stare ben separati: quello della giustezza etica, e quindi della liceità della pena di morte, e quello dell’opportunità’ politica dell’esecuzione, che, si dice, potrebbe portare a nuove violenze e discordie. Ora, e’ facile osservare che in un atto di giustizia considerazioni politiche non dovrebbero entrare: ed infatti, le critiche italiane ed europee partono da un indimostrato assoluto etico, che respinge la pena di morte in ogni caso, in quanto ingiusta in se. Invece, il processo a Saddam e’ stato, e non poteva essere altrimenti, un processo politico. Perchè la giustizia, al contrario di quanto ci piacerebbe credere, si muove sempre in un ambito politico, non resta mai confinata a un empireo morale e legale, ma vive nel nostro tempo e nella nostra realtà.

Di conseguenza l’esecuzione di Saddam e’, finora, l’unica pagina positiva di questa lunga e probabilmente inutile guerra. Consente di lavare nel sangue un periodo di orrori, e costituisce un monito terribile per tutti i dittatori della regione e non solo. Cos'è meglio? Un Saddam morto impiccato, o un Pinochet morto pensionato e celebrato come un padre della patria, o uno Slobodan Milosevic morto di noia nelle more di un processo interminabile?

Se si vogliono processare efficacemente i dittatori, bisogna arrendersi all’evidenza che la cavillosità di un processo normale, e il formalismo giuridico, nei casi di genocidio, si rivolgono sempre a vantaggio dell’accusato. Il processo a Saddam e ai suoi accoliti e’ il primo da molto tempo per crimini umanitari che giunge a una sentenza e ad una conclusione in tempi ragionevolmente brevi.

Capisco che questo sia estraneo alla moderna "cultura" giuridica europea e soprattutto italiana: dove il sogno segreto ed inconfessabile di ogni pubblico accusatore e’ di avere un imputato permanente, quello di ogni avvocato avere inesauribili rimedi e occasioni di ricorso, e quello di ogni giornalista di giudiziaria, qualcosa da scrivere ogni giorno.

Ma la lezione tremenda di oggi e’ che il sangue chiama sangue. Possiamo averlo dimenticato noi, non lo hanno dimenticato quanti hanno vissuto per anni nel terrore.
Che potranno così, con un capro espiatorio di indubbia bruttura morale, dimenticare le proprie responsabilità. La morte del lupo cattivo non rende le pecore meno vili, solo più baldanzose.
Ne dovremmo sapere qualcosa noi italiani, pronti a svillaneggiare il cadavere di un dittatore fucilato senza nemmeno la formalità del processo, nella stessa città che poche settimane prima lo aveva osannato...

16 dicembre 2006

Io tifo per Livia

Montalbano e Livia
Andrea Camilleri è di nuovo in libreria con un altro romanzo avente per protagonista il Commissario Montalbano. Lo comprerò presto: apprezzo Camilleri, scrive storie godibili e, con il suo parlare misto di siciliano, è un autentico innovatore della lingua italiana. Un merito, questo, che i critici non gli riconosceranno mai, visto che, nella visione compartimentata dei colti di casa nostra, il genere poliziesco è ‘minore’ e quindi giammai potrà aspirare al rango della ‘vera’ letteratura. Sapegno del resto poteva liquidare con poche righe addirittura il grande De Filippo, che lui solo chiamava “Edoardo”, e nessuno, credo, ha mai incluso nei testi scolastici uno dei più conosciuti autori italiani del dopoguerra, Guareschi. Essere un autore popolare è una bestemmia per i nostri intellettuali, che non ammettono si possa coltivare, nelle lettere e nelle arti in genere, altro che i propri privati soliloqui. La scuola si perde per strada i giovani infliggendo loro il Rapisardi e Giovanbattista Marino, poi ci si meraviglia che in Italia nessuno tocchi più un libro dopo il liceo…


I gialli di Montalbano (a proposito, dispiace che la letteratura poliziesca abbia perso da tempo, in copertina, questo colore così tipico della tradizione editoriale italiana) hanno più livelli di lettura: c’è il Commissario impegnato nelle indagini, il gourmet sempre a caccia della buona tavola, e infine l’uomo privato.


Che sappiamo essere scapolo, abitante in Sicilia, da lungo tempo impegnato in una relazione a distanza, quasi del tutto telefonica, con una donna di Genova, Livia. I due si incontrano saltuariamente, e sempre che gli impegni di lavoro di Montalbano lo consentano. Dopo un po' si capisce che il lavoro è solamente una scusa. Montalbano ama Livia a modo suo: che è un modo terribilmente egoistico. Non pensa minimamente a trasferirsi, o a far muovere la fidanzata. Non vuole che niente turbi la sua pace, la sua bella casa, il suo tran-tran e il suo amatissimo lavoro. La fedeltà di Montalbano a Livia è semplicemente una fedeltà a sé stesso e alle sue abitudini. Nella sua vita, la compagna è essenzialmente una commodity: occorre qualcuno che stia lì, lontano ma a portata di mano, come un maglione in un cassetto, pronto quando serve calore, ma che si possa riporre quando non serve più. Montalbano è una testa pensante: mai però che uno dei suoi pensieri sia dedicato alla donna che dice di amare; mai che si sposti dal suo baricentro per considerare anche il punto di vista di lei. In Livia ama soprattutto la possibilità di fare il comodo suo.


Nelle stesse parole di Camilleri, “Montalbano è un gran vigliacco”. Come tutti i vigliacchi, un manipolatore. Oh, non un mostro: i mostri hanno almeno il pregio dell’eccezionalità, due o tre in un secolo. Capacità di manipolazione, viltà ed egoismo sono invece caratteristiche piuttosto comuni e banali, le si ritrova nei bambini, e negli adulti immaturi (non solo maschi). Uno stron**, questo sì.


Chissà allora se gli psicologi hanno codificato una tale attitudine verso la vita e la coppia: in caso contrario propongo di definirla “sindrome di Montalbano”. Se la “sindrome di Peter Pan” connota chi non vuole diventare adulto, i tipi alla Montalbano hanno paura di invecchiare, e per questo non esitano a cristallizzare il tempo loro, e quello di chi sta loro intorno.
La relazione tra lui e Livia è senza tempo, senza senso, e senza sbocco, perché a lui va benone così.


Sarebbe il caso che si studiasse seriamente il fenomeno, perchè esso è diventato sempre più frequente: conosco da vicino, ahimè, persone, e non necessariamente donne, che nella realtà – proprio come Livia - si sono abbrutite per anni in irrisolti e frustranti rapporti a distanza.
Relazioni del genere sono rese possibili dal moderno progresso delle telecomunicazioni, che ha consentito non solo la delocalizzazione degli affari, ma anche quella degli affetti. Come per ogni delocalizzazione, l’utilità per chi l'attua sta nel massimizzare i guadagni pagando il minor costo possibile.


Chi accetta, più o meno consapevolmente, di soggiacere a un simile rapporto ineguale, nutre sicuramente bassa autostima. Che però il manipolatore di turno sa confermare e volgere in suo favore, facendo apparire il sempre più avaro dono di sé, tanto più prezioso quanto più è scarso ("Vedi? Nonostante tutti i miei impegni, riesco a dedicarti mezza giornata, questa settimana..." esclama), e la compagna insoddisfatta, un'ingrata incontentabile.


Auguriamoci dunque che Livia sappia prima o poi liberarsi del compagno egoista, ma anche crescere nella consapevolezza del proprio valore. Se saprà ribellarsi alla condizione marginale e accessoria in cui è stata confinata dal suo amante, scoprirà che il mondo ha più e meglio da offrirle, e più vicino, di una mortificante e squallida relazione a distanza con un narciso egocentrico.


Vado in libreria con l'augurio che questa per Livia sia la volta buona.


09 dicembre 2006

Maori

Anni fa contrassi un'avvilente mésalliance con un’algida intellettuale italiana trapiantata in Germania che, oltre ad essere un’inguaribile bugiarda avvezza ad ogni sorta di sotterfugio, aveva una disgustosa e irrefrenabile perversione: vantarsi ripetutamente – anche in momenti di intimità - delle sue storie passate, descrivendole fin nei minimi dettagli.
A quanto pare non sono l’unico cui è capitata una tale disavventura, perché leggo sul forum online di una famosa psicologa l’intervento di un giovane che riporta più o meno lo stesso fastidioso inconveniente. Il poveretto si colpevolizza per la sua gelosia retrospettiva, e la psicologa ovviamente ci mette il carico da undici reiterando i consumati stereotipi del maschietto in crisi spiazzato dall’emancipazione femminile.

Ma è proprio così? Nessun uomo moderno, in realtà, si aspetta che la sua compagna sia vergine o inesperta. A molti nemmeno piacerebbe. Se la psicologa online analizzasse piuttosto la donna che frequentemente indulge a confronti e ricordi, scoprirebbe una persona incapace di voltar pagina e di confrontarsi col presente. Una donna che si presenta a letto col curriculum e fa vanterie sulla sua esperienza, trasmette al suo compagno un ben preciso messaggio: l’indisponibilità a rimettersi in gioco e ad aprirsi al nuovo. L’esperienza ,elevata a dato memorabile e quindi statico, è intangibile e indiscutibile: in altri termini, chiusa - dunque escludente.
Paradossalmente, chi si racconta molto ritiene di essere interessante, ma all’esterno appare arida.
I viaggiatori del resto, parlano del loro viaggio solo quando è finito, e tornano a casa carichi di bagaglio e di ricordi. È interessante ascoltarli, forse, e per un po'. Dopo annoiano: è chiaro che essi, reduci dal loro viaggio, non saranno mai i compagni del nostro.

Tutt’altro che manifestazione di una femminilità vittoriosa ed emancipata, questo compiaciuto raccontarsi, esibizionistico e un po' sadico - a quanto pare tipico della donna italiana - è segno di profonda insicurezza. Un’insicurezza che è, per il malcapitato partner del momento, contagiosa e castrante. Uno scrittore francese, Daniel Pennac ha ben descritto un caso del genere, in una gustosa scenetta del romanzo “Au Bonheur des Ogres”: la zia Julie, nuova conquista del signor Malausséne, comincia a raccontargli d’emblée, e senza esserne richiesta, le sue peripezie erotiche tra i Maori.

"I maori hanno muscoli lunghi, precisi, ben disegnati. Le spalle e i fianchi non ti si sciolgono fra le dita. L'uccello ha una morbidezza setosa che non ho mai trovato altrove. E quando ti penetrano, si illuminano dentro, come dei Gallé 1900, stupendamente ramati".
Il risultato è raggelante, e per nulla divertente:

« - Qu'est-ce que tu as?
J'ai répondu :
Rien.
Je n'ai rien. Absolument rien. Rien qu'un misérable mollusque lové entre ses deux coquilles. Qui ne veut pas sortir la tête. Par peur des bombes, j'imagine. Mais je sais que je me mens à moi-même. En fait, ma chambre est pleine de monde. Bourrée à craquer. Tout autour de mon plumard se dressent des spectateurs au garde à vous. Et pas n'importe quels spectateurs ! Toute une couronne de Sandinistes, de Cubains, de Moïs, de Satarés, à poil ou en uniforme, ceints d'arbalètes ou de Kalachnikov, cuivrés comme des statues, auréolés de poussière glorieuse. Ils bandent, eux ! Et les mains sur les hanches, ils nous font une haie d'honneur dense, tendue, arquée, qui me la coupe.»
Lungi dall’essere frutto di gelosia, che è comunque manifestazione di coinvolgimento, la risposta del maschio, affidata al suo organo più sensibile e accorto, il pene, è di subitaneo disinteresse. In un momento in cui vorrebbe star da solo con la sua compagna è costretto invece a partecipare a una sorta di ammucchiata virtuale: solo una persona malata di voyeurismo potrebbe seriamente eccitarsi in una circostanza del genere.
E già, perché la pettegola indiscreta non sta in quel momento solo parlando di sé, ma anche spiattellando l’intimità di un’altra persona. E non a tutti piace essere costretti a spiare la vita altrui dal buco della serratura.

L'ammainabandiera dell'eccitazione
annuncia la ritirata.

Ora, un singolo episodio potrebbe far pensare ad un incidente di percorso dovuto a una caduta di stile. Ma se l’autoreferenziale affabulatrice non si scoraggia e persevera, vuol dire che ha messo in atto una strategia di manipolazione che le assicura due vantaggi: rassicurarsi non solo con il ricordo delle passate prodezze, ma anche mediante l'esercizio del potere castratorio che consiste nello smorzare gli ardori del suo compagno attuale. Non casualmente, del resto, la pompiera dei miei incendi aveva fatto scappare il marito dopo appena sei mesi di matrimonio.

La psica rammenta al giovane: “Lei dice che la sua ragazza è meravigliosa ma sembra non tener conto che tutte le esperienze del passato, amorose comprese, hanno contribuito a renderla tale”.

Questo è un argomento perfettamente razionale. Quasi cartesiano. Ma la persona che ci fa balenare le sue esperienze davanti agli occhi ottiene un risultato esattamente inverso a quello sperato. È un po' come se, assisi a tavola in un ristorante, ci venisse servita una succulenta bistecca, e al momento di affrontarla, con l’acquolina in bocca, si spegnessero le luci, calasse uno schermo e ci venisse proiettato davanti il film della sua vita: vedremmo il giovane manzo che pascola felice sui prati, poi la macellazione, lo squartamento… alzi la mano chi avrebbe ancora appetito dopo uno spettacolo del genere… eppure è proprio grazie a quelle esperienze che la proteica bistecca è finita nel nostro piatto!

Così, la pettegola che indiscretamente evoca i suoi passati amori ci proietta davanti agli occhi una specie di film porno, con lei protagonista: solo a un pervertito piacerebbe immaginare la sua compagna a letto con un altro.


Non è logico, certo, ma quello che le razionalizzazioni estreme delle intellettuali, studiose della psiche o della società, non coglieranno mai, è che l’amore non è affatto logico: esso è coinvolgimento, passione, seduzione, rivoluzione. Non è un premio, un riconoscimento a qualcosa. Per sua natura è monopolistico, non ammette condominii. Non guarda al passato, ma al futuro. Non vuole ripercorrere il già fatto e già visto, ma creare il nuovo. Molto spesso siamo innamorati di una persona non per, ma nonostante il suo passato.

Il curriculum lo chiedo alla donna che voglio assumere. Alla donna che voglio come mia compagna,  invece, non domando da dove viene, ma in che direzione va, e se vuole fare la sua strada, o almeno un pezzo, con me.
Il resto non m'interessa affatto.


L'ipocrisia del concorso?

Un articolo di Piero Ichino e la mia risposta

L'ipocrisia del concorso
Per reclutare servono strumenti nuovi
di Piero Ichino
Corriere della Sera 21 novembre 2006
Sul Corriere del 14 novembre Francesco Giavazzi ha indicato nelle «regole di reclutamento» attuali uno dei quattro difetti fondamentali del nostro sistema universitario. Lo stesso potrebbe dirsi in riferimento all'intera nostra amministrazione pubblica. Ma è un discorso difficile, perché porta a mettere in discussione niente meno che una regola contenuta nella Costituzione (articolo 97): «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso». Il concorso dovrebbe garantire la scelta imparziale della persona migliore tra le disponibili. Ma l'esperienza insegna che nella maggior parte dei casi le cose non vanno affatto così; al punto che molti esperti considerano il metodo del concorso come un ostacolo alla scelta migliore. Il problema — va subito chiarito — non è costituito soltanto dalla frequenza con cui accade che l'esito del concorso sia inquinato da clientelismi baronali, politici, sindacali o di altro genere. Il fatto su cui occorre riflettere è che il concorso si rivela come un metodo cattivo di scelta anche quando esso si svolge rigorosamente secondo le regole. In primo luogo perché l'idoneità di una persona a un determinato ruolo dipende per lo più da un insieme di qualità e attitudini molto più complesso di quanto si possa accertare e verbalizzare con una procedura concorsuale: questo vale per tutte le figure professionali, dal docente al giovane ricercatore, dal dirigente al fattorino. Quand'anche, poi, le prove concorsuali consentissero di accertare le qualità che veramente contano per la funzione specifica, resterebbe il fatto che la commissione giudicatrice non risponde per nulla della bontà della scelta. Svolto il compito, essa si scioglie; e se il vincitore si rivelerà inidoneo al ruolo, nessuno ne chiederà mai conto ai commissari. Il metodo del concorso è legato all'idea ottocentesca dell'amministrazione pubblica come luogo dove i comportamenti sono soggetti al controllo ex ante di legittimità, ma non al controllo ex post dei risultati prodotti. Oggi sperimentiamo che questo sistema non soltanto non garantisce il risultato ex post, ma di fatto non riesce a garantire neppure un tasso accettabile di legittimità sostanziale, sotto la scorza della (apparente) legittimità formale. Sono davvero pochissimi i concorsi nei quali non vi sia un vincitore designato ben conoscibile già prima del bando. E in qualche caso — occorre dirlo — non è neppure male che le cose vadano così. Ma allora non sarebbe meglio, là dove è possibile attivare un sistema di controllo rigoroso dei risultati, abbandonare questo ferro vecchio, eredità di un sistema amministrativo superato? Così, almeno, chi continuerà a praticare il clientelismo baronale, politico o sindacale, rischierà lo stipendio. Per esempio: pensiamo a un sistema universitario nel quale sia abolito il valore legale della laurea (dove cioè siano abrogate tutte le norme che richiedono quel titolo di studio per accedere a qualsivoglia posto, funzione o beneficio) e nel quale lo Stato non finanzi direttamente gli atenei, ma dia a ogni diciottenne l'80% del necessario per l'iscrizione a una facoltà universitaria liberamente scelta, a suo rischio. A quel punto potremmo lasciare altrettanto libera ogni facoltà di assumere il personale docente e amministrativo secondo le procedure che essa preferisce: se sceglierà male, gli studenti andranno altrove ed essa dovrà chiudere. Forse, paradossalmente, sarà la prima volta che vedremo dei concorsi veri: magari con minor dispendio di verbali e ceralacca, ma con un impegno sostanziale assai maggiore a selezionare le persone più capaci e più adatte, rispetto alle specifiche esigenze effettive.


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Gentile prof. Ichino,
ho letto con vivo interesse il suo editoriale sul Corriere della Sera del 21 novembre dal titolo “L’ipocrisia del concorso”.

Condivido in pieno il suo argomento secondo cui “il metodo del concorso è un ostacolo alla scelta migliore” e anzi, vorrei sottoporre alla sua attenzione una proposta ancora più audace: perché non aboliamo anche le elezioni?
Consentirà che anche le elezioni democratiche, come i concorsi pubblici si sono rivelate “un metodo cattivo di scelta, anche quando si svolge secondo le regole” e che (almeno in Italia) esse hanno miseramente fallito nell’obbiettivo di assicurare la selezione di una classe politica competente ed onesta, nonché di garantirne il ricambio.

Quali le alternative possibili? Si potrebbe provare con l’estrazione a sorte, ad esempio. Lei certo conosce quel racconto di J.L. Borges, “La lotteria di Babilonia” nel quale il grande scrittore argentino immagina un luogo ove il destino di ciascuno sia determinato da una lotteria, gestita da una Compagnia dotata dei pieni poteri pubblici.

Oppure, se l’idea appare troppo azzardata e innovativa, si potrebbe sempre tornare a istituti sperimentati, come l’aristocrazia e l’ereditarietà delle cariche. Alessandro, Cesare, Federico il Grande, non vinsero pubblici concorsi o elezioni; e molte dinastie hanno reso servizi egregi alle nazioni che hanno governato.

Sto scherzando, naturalmente, ma non troppo. Cerco solo di portare alle estreme conseguenze il suo ragionamento. Perché, vede, tra elezioni e concorsi esiste una stretta parentela.

Il sistema dei concorsi, di derivazione cinese, fu introdotto in Europa, alla fine dell’Ancien Regime, quando si trattò di passare dall’aristocrazia alla democrazia, dal sistema delle cariche pubbliche assegnate per via ereditaria o venalmente (cioè vendute per denaro) a uno in cui ci fosse separazione netta tra interessi privati e pubblici.

Lungi dall’essere semplicemente, come lei scrive “un ferrovecchio, eredità di un sistema amministrativo superato”, i concorsi sono, assieme alle elezioni, lo strumento che le moderne democrazie occidentali si son date per selezionare le proprie classi dirigenti nel più ampio ventaglio possibile di candidati.
Le elezioni selezionano la dirigenza politica secondo il principio della rappresentatività, i concorsi selezionano la dirigenza amministrativa secondo il principio della competenza.

Possiamo liquidare elezioni e concorsi come ferrivecchi, dunque, ma avendo ben presente che si tratta dei capisaldi della democrazia - che rimane, secondo il celebre detto di Winston Churchill, “il peggiore dei sistemi politici ad eccezione di tutti gli altri”.

Lei naturalmente è padronissimo di immaginare “strumenti nuovi”. Io, dal canto mio, mi accontenterei che funzionassero bene, anche in Italia, quelli che assicurano, in tutte le altre democrazie occidentali, la selezione di classi politiche ed amministrative di alto profilo.

Gentile professore, la seguo con interesse dal suo libro “A che serve il sindacato?” – anch’io faccio attività sindacale, per la Cida-Unadis. La descrizione di un mondo che lei conosce bene era estremamente istruttiva.
Ma, da quando batte il terreno della Pubblica Amministrazione, trovo che lei parli per consolidato pregiudizio, più che per cognizione di causa. Naturalmente ogni luogo comune ha un fondo di verità, e non starò a negare che esistono dipendenti pubblici fannulloni e raccomandati, e concorsi truccati. Ma chi ha detto che ciò sia la regola?

Ad un intellettuale domando che scriva qualcosa di informato e di coraggiosamente controcorrente. Ora, l’illuminata borghesia settentrionale delle professioni e dell’impresa che è tradizionalmente il pubblico d’elezione del Corriere della Sera, non ha certamente bisogno di sentirsi dire che il pubblico impiego è il refugium peccatorum di tutti gli incapaci del paese, e lo Stato il peso morto dell’economia. Lo pensa già, e i suoi autorevoli scritti servono solo a confermarla nel pregiudizio. Quanto all’essere informato, voglio sperare che un’affermazione apodittica come “Sono davvero pochissimi i concorsi nei quali non vi sia un vincitore designato ben conoscibile già prima del bando” sia suffragata da qualche serio e inattaccabile studio statistico. Altrimenti si tratterebbe solo di un’impressione personale, cioè, ancora una volta, di un pregiudizio.

Che i concorsi siano truccati e blindati è cosa risaputa nell’università (e immagino che il suo sia stato una felice eccezione), ma dove sta scritto che sia sempre così anche in altri ambiti?

Come altri, che le hanno scritto prima di me, anch’io ho affrontato e superato il Secondo Corso Concorso di Formazione Dirigenziale della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione, che consentì a un centinaio di giovani di diventare dirigenti dello Stato prima dei quarant’anni. Ricordo distintamente che accanto a me alle selezioni c’era la figlia di un potente sottosegretario, che fu bocciata.

Quando si è voluto fare concorsi seri, lo si è fatto, e con ottimi risultati. Quando si è voluto controllare i risultati, lo si è fatto, e il mio sindacato si batte per un trasparente sistema di valutazione.
Del resto, un coerente sistema di valutazione ex post dei risultati ha senso solo se accompagnato a un sistema di selezione per merito.

Quello che sta accadendo, piuttosto, è che una classe politica che si è assicurata la possibilità di riprodursi per cooptazione, sta tentando di fare la stessa cosa anche con l’Amministrazione Pubblica. Già oggi, proprio come vorrebbe lei, Direttori Generali dei ministeri e una significativa aliquota di dirigenti di seconda fascia vengono scelti intuitu personae, e non appare che il sistema stia dando grandi risultati, né che abbia particolarmente premiato il merito, o che qualcuno abbia risposto, politicamente e contabilmente, per le scelte effettuate, quando si sono rivelate errate.

I primi a non volere i concorsi e la valutazione sono i politici, che così possono assumere non per merito ma per altre vie: concorsi riservati, scorrimento delle graduatorie, nomine dirette, contratti di consulenza, stabilizzazioni dei precari, leggine, e così via. Gli incarichi provvisori, poi, diventano definitivi, quando una manina misteriosa infila qualche emendamento in finanziaria.

Contro queste pratiche mi batto e continuerò a battermi. Ma sarebbe bello che l’opinione pubblica, e chi per essa scrive, non ci mettesse tutti nello stesso mucchio, capaci ed incapaci, onesti e furbi, lavoratori e scansafatiche, il bambino e l’acqua sporca.

Dopo cinque anni di esperienza professionale posso affermare con tranquillo orgoglio che il pezzettino di Stato che è affidato alle mie cure funziona, tratta correttamente i cittadini, impiega bene le (sempre più scarse) risorse assegnate. Lo Stato funziona male, è innegabile: ma mettendo sempre l’accento sul “male”, ci si dimentica che, se funziona ancora, qualcuno che lo fa funzionare, malgrado tutto, c’è.
E, mi creda, è la cosa più terribile che si possa fare ad un uomo, togliergli l’orgoglio della sua funzione e del suo lavoro.

Se e quando vorrà scrivere della Pubblica Amministrazione con maggior cognizione di causa, professore, sarò lieto di mettermi a sua disposizione. Scoprirà che, lungi dall’essere il decrepito monolite uniformemente grigio che lei immagina, ci sono tanti fermenti vitali che vale la pena di valorizzare.

Cordialmente,
Dario Quintavalle

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Post Scritum 2011

è a questo modello che pensava Ichino?

Per conoscenza, non con il curriculum
così le imprese scelgono il personale

Rep Tv  E così li cerca invece Ikea in Australia

Indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro: nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione hanno fatto ricorso al cosiddetto canale informale: conoscenti o fornitori


08 dicembre 2006

Ricordo di mio nonno



A chi gli domandava come si sentisse, rispondeva sempre: “Magnificamente!”. Lo fece anche il giorno della sua morte. Il suo rifiuto di lamentarsi e commiserarsi era totale. Chi ha ben vissuto non ha rimpianti. Un giorno, informatosi della salute di un mio zio, incontrato sulle scale, questi gli rispose - come spesso fanno i vecchi - mostrando cicatrici e ferite e parlando di dolori. Lui non l’avrebbe mai fatto. Reagì con un ‘bah’ che sintetizzava tutta la sua disapprovazione. Dopo i suoi funerali, mia nonna confidandosi in privato, sospirò pudicamente: “era così focoso”. Ogni tanto, da bambino, lo vedevo sparire di primo mattino, con il suo giaccone di fustagno di un colore indefinibile, il fucile, gli stivali, i cani, tra cui il fedele Bill, e tornare dopo giorni, pieno di fango, con in mano un carniere pieno di pernici, quaglie e fagiani. Mia nonna li prendeva, li spennava e li cucinava, e, senza saperlo, assistevo così al ripetersi di un rito antico quanto il mondo. In gioventù andò alla guerra, viaggiò per l’Africa e la Spagna. Ancora oggi io penso che cacciare e combattere sono le sole attività degne di un uomo. Veemente nell’esprimere le sue opinioni, vorace nella tavola, energico nelle decisioni, liberale nei suoi averi: ogni sua azione esprimeva passione e nerbo.
Io non mi ricordo quando morì mio nonno, né il giorno e di che mese. Ma ricordo come morì, vivendo fino all’ultimo. E sempre mi torna in mente lui, quando la prima neve copre le montagne dell’Abruzzo, la terra dei lupi, degli orsi, e degli uomini dagli occhi grandi e dai cuori buoni e generosi.

05 dicembre 2006

Memento

"If you can't be a good example, then you'll just have to serve as a horrible warning"
(Catherine Aird)


04 dicembre 2006

Il Diavolo Veste Prada

“Il Diavolo veste Prada” è uno di quei film che si va a vedere senza troppe aspettative, giusto per passare due ore rilassanti al cinema. Tutt'altro che superficiale, è invece un bell'apologo, leggero e brillante, sulla vita moderna, e sul posto che occupa il lavoro nell'esistenza di ognuno.
La giovane Andy (la deliziosa Anne Hathaway) arriva a New York e trova lavoro come assistente di Miranda Priestly (una grande Meryl Streep), celebre, iperattiva e dispotica direttrice di una importante rivista di moda. Catapultata in un universo a lei estraneo, e che le domanda un’adesione totale e un impegno assoluto, Andy sceglie di adattarsi ed integrarsi, facendosi coinvolgere da ritmi sempre più frenetici e vorticosi.
Per il lavoro Andy finisce per rinunciare alla propria identità: per i vecchi amici e il fidanzato non c’è mai tempo, c’è sempre qualcosa di “più importante”.
Quando l’amico Nigel la avverte che “il primo segnale del successo è la vita privata che va a rotoli”, Andy apre gli occhi. Volta le spalle a quel mondo impazzito e abbandona Miranda. Questa, alle prese con l'ennesimo divorzio, si troverà sola a celebrare l'apice del successo professionale, e al tempo stesso il suo assoluto fallimento sentimentale ed umano.

Il “diavolo” dunque è il lavoro. Al quale alcuni scelgono di vendere l’anima, sacrificandogli tutto e tutti. Altri invece sanno dargli il giusto posto. La scelta di Andy ci ricorda che è inutile vincere il mondo, se si perde sè stesse.
Un film che tutte le donne in carriera dovrebbero vedere.

03 dicembre 2006

'O regolamento

regolamento autobus a Napoli

Regolamento degli autobus a Napoli - in dialetto


Puttanesimo integrale

Una tredicenne di Ascoli Piceno, raccontano i giornali, aveva messo su un bel business: vendeva foto osè di sé stessa, scattate col videofonino, ai compagnucci di scuola.
Perché stupirsene? Se una diciottenne senza arte né parte può fare carriera e guadagnare improvvisamente un sacco di soldi spogliandosi per un calendario, logico che una tredicenne pensi che è lecito fare la stessa cosa, con mezzi più artigianali. La bimba, peraltro, nemmeno può essere accusata di venalità: il tariffario era di tre euro per una immagine del seno, quattro per le parti intime, dieci per la figura intera. Prezzi modici, quindi, lontani dai cachet stratosferici delle veline.
Da tempo vado affermando che il moderno culto del corpo e del nudo ha perso ogni connotazione sensuale e seduttiva, per ridursi a uno strumento di autoaffermazione. Insomma, non è più un gioco interrelazionale uomo-donna, ma un esercizio autoreferenziale che impone stili e comportamenti, nel presupposto indimostrato che essi siano autentici e accettabili.
Il mondo femminista, o quel che ne resta, è totalmente silente di fronte a questo fenomeno di ‘petty prostitution’: e pour cause. Avendo sempre spiegato i comportamenti devianti femminili come una derivata del rapporto uomo-donna, interpretato nell'ottica deformata dello schema marxiano dell’oppressione e dello sfruttamento, si trova a malpartito di fronte a un mercimonio che è capitalismo puro, allo stato brado, e che vede nelle donne le prime attrici.
La donna che si vende profittando delle sue doti naturali - nelle forme infantili e scollacciate del calendario, ovvero in modo più sublimato e indiretto - non vi è costretta da nessuno, ma partecipa da consapevole protagonista a un mercato sempre più fiorente e redditizio perchè incoraggiato da un'offerta praticamente illimitata. E scalza le sue concorrenti donne, alla faccia di ogni pretesa ‘sorority’, usando tutte le armi a disposizione, gioventù e bellezza in primo luogo. La tredicenne sporcacciona annuncia l’astuta manager si sé stessa che sarà da adulta.

Non stupisce che episodi del genere avvengano soprattutto in Italia: la donna italiana è, tra le occidentali, quella meno emancipata di tutte, avendo interpretato (siamo pur sempre il paese dei furbi) l’emancipazione in senso non egualitaristico, ma utilitaristico. Vuole le pari opportunità, le quote rosa in parlamento, certo, ma poi al ristorante il conto lo deve comunque pagare l’uomo, che, ci mancherebbe altro!, deve essere, anche nel XXI secolo, “cavaliere”.
Dove manca la responsabilità, la libertà diventa rapidamente arbitrio. Dove manca il rispetto degli altri, è facile si perda anche il rispetto per sé stesse.



02 dicembre 2006

Però, Salerno!

La missione a Salerno è finita, e riparto assai contento. Ero arrivato prevenuto, aspettandomi di trovare nient'altro che un sobborgo della grande marmellata abusiva napoletana. Invece ho scoperto una città assai ben tenuta, ragionevolmente pulita e ordinata, piuttosto efficiente. Il suggestivo centro storico è in corso di ristrutturazione grazie ad un sapiente utilizzo dei fondi del programma europeo Urban. È ovunque percepibile, in Salerno, il polso fermo di un’amministrazione competente e lungimirante, attenta al dettaglio.
E poi, intorno, i panorami incomparabili della Costiera Amalfitana, le bellissime ceramiche di Vietri, la suggestione aulica dei templi di Paestum.
Infine, che bello in un autunno eccezionalmente clemente, passeggiare in maglietta sotto un sole caldo (oltre 20°) che illumina il lungomare, incrociando splendide ragazze dalla pelle ambrata e gli occhi di luna.
Lascio Salerno davvero entusiasta, e spero di tornarci presto.
L’aereo si libra su una Napoli notturna splendente di luci festose attorno alla sagoma nera e inquietante del Vesuvio.