30 marzo 2007

Dievs, sveti Latviju



Una grande bandiera lettone sventola su Palazzo Chigi, ed è una vera emozione per chi, come noi, tanto deve al piccolo paese baltico: ben due miei amici sono,
infatti, felicemente sposati con ragazze lettoni, e quanto a me, ho passato a Riga i giorni più felici della mia vita.

È in visita ufficiale a Roma la Presidente Vaira Vīķe-Freiberga, “Brivibas Varda”, ‘Guardiana della Libertà’, accolta con tutti gli onori. Lo merita del resto: questa signora elegante e gentile, che ho avuto l’onore di conoscere, è stata una grande guida per il suo Paese.
Come tutte le donne che valgono davvero, non ha avuto bisogno di “quote rosa” per emergere. La sua biografia è eloquente: all’età di sette anni ha lasciato con la famiglia il suo Paese sconvolto dalla guerra. Ha vissuto in Germania, in Marocco e in Canada, dove ha insegnato Psicologia all’università di Montréal. Nel 1998, pochi anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riconquista dell’indipendenza della Lettonia, è tornata in patria e l’anno dopo, suscitando una certa sorpresa, è stata eletta alla presidenza della Repubblica. Nel 2003 è stata riconfermata e gode oggi di grande popolarità tra i suoi compatrioti.

La Lettonia, con la stessa popolazione del comune di Roma, ha espresso una leadership autorevole e capace che, con assoluta chiarezza della propria missione e dei fini da raggiungere, ha portato il Paese in pochi anni ad entrare nella Nato e nell’Unione Europea. Così, essa beneficia della vicinanza col gigante russo (e oggi molti russi si rassegnano a fare l’esame di lingua per prenderne la cittadinanza), ha riallacciato i secolari rapporti con la Svezia e l’area anseatica, esporta qualificati lavoratori nell’Europa che traina (col bel risultato che le ragazze guardate con sospetto alla frontiera italiana vanno invece a lavorare in massa in Irlanda o a Londra, partecipando al boom di quei paesi), ed ha – udite udite –una crescita dell'11,9% del Pil, 2 punti in più della Cina.
La mia Tanja, oggi, è una dirigente d’azienda con un ufficio importante, in una ditta in tumultuosa crescita.

Nel frattempo uno studio dell´Eurispes rivela che i salari italiani sono ormai i più bassi d´Europa in termini di potere d´acquisto, superiori solo a quelli del Portogallo.
Ma noi, convintissimi di essere il miglior paese d’Europa, quello dove si vive meglio, e via discorrendo, continuiamo a guardare dall’alto in basso i nostri piccoli vicini (ne è un esempio l’atteggiamento spocchioso dei triestini verso i molto più progrediti sloveni), mentre forse sarebbe il caso che umilmente ci mettessimo ad imparare da loro.

29 marzo 2007

Io sono Euroentusiasta !!!

Il 25 marzo, cinquantesimo anniversario della stipula dei trattati di Roma, meritava forse di essere festeggiato con maggior calore dai popoli europei.
Come ci ricorda Geoffrey Wheatcroft sull’IHT, sono stati 50 anni incomparabilmente felici, per l’Europa, specie se confrontati con i cinque lustri precedenti, segnati da due guerre mondiali.
Lo scetticismo riguardo all’Europa dunque, appare esagerato e non rispondente alla realtà dei fatti.

C’è, e palpabile, un sentimento di perplessità per l’ultimo grande Allargamento della Comunità a 10+2 nuovi paesi. In realtà, se l’ammissione di Bulgaria e Romania è stata prematura, se quella di Malta superflua - se non per fini geostrategici, e comunque nell’interesse italiano - e quella di Cipro decisamente incauta, gli otto paesi dell’Europa Centro-orientale hanno meritato pienamente la fiducia loro accordata. Tutti i paesi ex socialisti hanno portato una salutare ventata di liberismo e realismo politico in un’Europa ingessata da un sotterraneo rifiuto della logica del mercato: sono un testimone oculare dell’enorme progresso fatto dalla Lettonia in pochi anni.

Chi invece all’Europa ha fatto davvero male sono stati due stati fondatori: la Francia - con i suoi irrisolti complessi di superiorità bonapartisti-gollisti, il suo eterno malumore sfogatosi in un referendum totalmente irrazionale, suprema contraddizione nella terra di Cartesio - e la Germania. Quest’ultima, finita la generazione di coloro che sentivano intero il peso dell’irredimibile colpa del paese, ha ripreso con una certa baldanza e immemore incoscienza a perseguire antiche logiche geopolitiche che in passato hanno portato a due guerre sanguinose.
Lo fa pacificamente, ma non senza danno: così la malriuscita riunificazione è stata fatta pagare a tutti gli europei; così il prematuro ed unilaterale riconoscimento dell’indipendenza slovena e croata ha ignito la secessione jugoslava; così la pretesa assurda di avere per sé un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ucciso nella culla ogni possibilità di svolgere una non velleitaria politica estera e di sicurezza comune.

Irlanda e Spagna hanno brillantemente smentito, invece, con le loro performances, il radicato pregiudizio weberiano che il capitalismo potesse annidarsi solo in paesi nordici e protestanti, quasi che la ricchezza fosse il prodotto di un mix di religione e maltempo. L’Italia avrebbe potuto con un colpo di reni essere la terza di questa nouvelle vague catto-mediterranea, ma qui stiamo ancora a discutere dei meriti di Bettino Craxi, ahinoi…

Paradossalmente, quindi, come sottolinea sir Ian Buruma, il paese più europeista è proprio la culla degli Euroscettici, la Gran Bretagna. Che ha saputo attrarre e premiare energie, menti e capitali, e crescere impetuosamente grazie al loro apporto.


L’euroscetticismo ha spesso preso di mira la burocrazia europea, dipinta come un moloch oppressivo. Vado orgoglioso di aver lavorato alla Commissione, e posso testimoniare che questa è un’autentica leggenda metropolitana: tutta l’amministrazione europea conta meno impiegati del Comune di Roma, ed assai più qualificati. La sua capacità progettuale, e non solo meramente esecutiva, è notevole e lungimirante. La sua attività di standardizzazione senz’altro benefica. La sua vigilanza sulla libertà di commercio un freno salutare alle ricorrenti tentazioni protezionistiche degli stati membri.

E poi, contro i luoghi comuni dell’Europa dall’alto, sta la realtà di una crescente integrazione dei popoli europei. Si viaggia agilmente ed economicamente con i voli low cost, si passano frontiere nazionali con la stessa facilità con cui si attraversano demarcazioni comunali e regionali, spesso senza accorgersene. Gli studenti scoprono con Erasmus i loro coetanei e magari li sposano, i nostri accademici lavorano senza frontiere (anche se poi amano darsi un romantico tono da esuli scacciati dalla Patria ingrata), e persino le Pubbliche Amministrazioni nazionali, sotto la spinta di qualche pioniere (io per esempio... ;-), cominciano a dialogare e a lavorare assieme.

Altro dunque che trionfo degli Eurocrati. L’Europa è – sempre più – la casa comune di tutti noi.

18 marzo 2007

Quant'è bella l'Italia nella mischia

Mi sono cimentato col rugby in un paio di occasioni, una nel lontano 1980, in Irlanda, nello storico stadio di Lansdowne Road, a Dublino, e una decina di anni più tardi, quando il leggendario capitano maori degli All Blacks, Wayne “Buck” Shelford, che allora correva con gli Hash House Harriers di Roma, ci insegnò alcuni passaggi e la famosa haka “Ka Mate”. In entrambe le occasioni mi sono divertito moltissimo, pur uscendone malconcio.

Non posso che rallegrarmi che questo formidabile sport stia prendendo piede anche in Italia. Il torneo delle Sei Nazioni che si è chiuso oggi è stato il più fulgido per i colori italiani, con ben due vittorie. La nostra squadra comincia ad essere presa sul serio: sono ben lontani i tempi in cui la Tv francese, per annunciare un match con l’Italia mandava un trailer con una tizia che dava una schicchera ad un’oliva su una pizza dicendo “O-là-là, les Italiéns jouent au Rugby!”.

Nell’Italia calciodipendente, dove si va allo stadio come alla guerra, e un infame Matarrese può dichiarare che anche un poliziotto morto negli scontri post-partita fa parte del gioco, il Rugby, con i suoi giocatori rudi ma leali, i suoi tranquilli tifosi che sciamano festanti per le strade con i kilt e con una pinta di Guinness in mano, sembra venire da un altro pianeta.

Tifiamo per la Nazionale, ma soprattutto tifiamo per il Rugby: un Sei Nazioni onorevolmente perso, vale quanto, o più, di un Mondiale di Calcio vinto.

17 marzo 2007

Per amore di una rana…

Per rane e rospi è iniziata la stagione degli amori: i maschi della specie iniziano veri e propri viaggi per raggiungere le compagne ed insieme accoppiarsi e deporre le uova.

Solo che il loro percorso passa spesso per strade trafficate, attraversate da automezzi in velocità: una buona parte di questi romantici migranti dell’amore, quindi, muore tragicamente prima del traguardo.
Per fermare la strage, ci dicono, Legambiente promuove la «Notte dei rospi», con volontari il cui compito sarà quello di raccogliere i rospi e portarli dall’altra parte della strada.

Onestamente, non trovo parole per esecrare persone che – sicuramente animate dalle migliori intenzioni – vogliono trasformare un’epocale avventura in cerca dell’amore in un viaggio organizzato, e che interferiscono nella più sacra delle leggi di Natura: quella per cui solo i migliori sopravvivono e si riproducono.

Certo, per i rospi il tragitto sarà assai più breve, comodo e sicuro. Ma scopriranno a loro spese, probabilmente, che trovare da soli la propria strada, affrontando distanze e pericoli, era proprio la parte più eccitante e divertente di tutta la faccenda.
Che delusione, poveretti, se poi, al termine della traversata, scoprissero che la rana del loro cuore non si tramuta al loro bacio nella leggiadra principessa delle favole, ma è solo una qualunque ranocchietta piccoloborghese e casalinga: potrebbero pensare che non valeva la pena di fare tanta strada per lei, e che era meglio rimanere a casa a bere una birra con gli amici.

Posso solo invitare i giovani rospi, rifiutato il non richiesto aiuto di ecologisti benintenzionati ma impiccioni, ad intraprendere da soli il viaggio alla ricerca dell'amore, e a goderselo. Giunti dall’altra parte, superate e vinte le prove più dure, forse non avranno trovato la rana dei loro sogni, ma avranno di sicuro scoperto qualcosa di bello e di nuovo su sé stessi.

16 marzo 2007

Peggio del manganello è l'inerzia

È dai tempi del liceo, quando il mio prof di letteratura mi faceva conoscere alcuni dei più interessanti intellettuali contemporanei, intervistando i quali aveva scritto il suo “La trappola e la nudità”, sui rapporti tra scrittori e potere, che mi vado interrogando sul tema del rapporto col potere. Dopotutto anch’io sono in una posizione di potere, rappresento lo Stato, e dipendo, sia pure mediatamente, dal potere politico.
Come ci si pone dunque di fronte al potere, senza asservirsi?

Viene quindi opportuna una rilettura di “Animal Farm” di Orwell, nel pregevole testo originale inglese.
È – come noto - una metafora della dittatura, che nasce e si sviluppa a causa della violenza prepotente di pochi (i maiali), dello sciocco servilismo delle pecore, dell'aiuto dei mastini (la forza), ma soprattutto, grazie alla silenziosa e paziente rassegnazione degli Animali della fattoria. Alcuni più zelanti, come il cavallo Gondrano, amico di Benjamin the donkey, che risponde a tutti i dubbi ideologici e ai problemi pratici dicendo: "lavorerò di più". Infatti si ammazza di fatica, e poi, al momento di andare in pensione, la dittatura dei maiali lo ricompensa mandandolo al mattatoio.

Il circolo si chiude, e i dittatori diventano esattamente come i tiranni che avevano cacciato. Piuttosto sconfortante: in Animal Farm non ci sono ribelli né spiriti critici. Anche gli animali più intelligenti si accorgono dove si va a parare, ma non reagiscono. Non ci sono nè Jan Palach nè Charta 77: anche per Orwell, la perdita della libertà era ineluttabile e irreversibile.

La storia ha dimostrato il contrario, per fortuna. Ma la morale della favola è che gli ingredienti delle dittature, come di ogni forma di sopruso (possibile anche in democrazia), non sono soltanto i pochi violenti, ma anche i troppi consenzienti. Quelli che non vogliono, ma ci stanno, che 'non capiscono, ma si adeguano', quelli che si voltano dall’altra parte, minimizzano, fanno finta di niente. I servi sciocchi, ma assai più gli intelligenti, quelli che hanno capito, ma – per assenza di forza morale - non traggono le conseguenze sul piano dell'azione.

Chi ha la fortuna di vivere in paesi e tempi che non lo costringano a drammatiche scelte morali ha almeno il dovere di partecipare consapevolmente, attivamente, alla edificazione del corpo sociale. Nel paese del “farsi i fatti propri”, è già una rivoluzione.

12 marzo 2007

Namárië

Ai! Laurië lantar lassi súrinnen
Yéni únotimë ve ramar aldaron !
Yéni ve lintë yuldar avánier
mi oromandi lissë-miruvóreva
Andúnë pella, Vardo tellumar
nu luini yassen tintalar i eleni
ômaryo airetari-lirinen.

Si man i yulma nin enquantuva ?

An si Tintallë Varda Oiolossëo
ve fanyar máryat Elentari ortanë
ar ilyë tier undulávë lumbulë;
ar sindanóriello caita mornië
i falmalinnar imbë met, ar hisië
untúpa Calaciryo míri oialë
Si vanwa ná, Rómello vanwa, Valimar!

Namárië! Nai híruvalyë Valimar.
Nay elyë hiruva. Namárië!

I amar prestar aen, han mathon ne nen,
han mathon ne chae a han noston ne 'wilith il.

(il mondo è cambiato, posso sentirlo nell'acqua, posso sentirlo nella terra posso respirarlo nell'aria)


J.R.R. Tolkien


08 marzo 2007

03 marzo 2007

Arbiter Elegantiarum, Moi ?

Una mia bella collega in una mail pubblica mi definisce “arbiter elegantiarum”.
Proprio io, che vesto sempre e solo di rosso; che per la mia trasandatezza ho fatto sempre disperare tutte le mie fidanzate (tranne una sciattona tedesca); e qualunque cosa faccia sarò sempre ricordato solo per la mia passione per gli abbigliamenti ‘non consoni’ (tra cui una memorabile mise sandali - camicia hawaiana - bermuda, esibita negli austeri corridoi della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione)?
Questa sì che è bella.

01 marzo 2007

Sulla zattera della Medusa



Il 1° marzo del 1999 cominciava a Roma il Secondo Corso-Concorso di Formazione Dirigenziale presso la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. Sono uso commemorare quell'evento con una copertina del Controsito. Quest'anno mi è venuto in mente di usare come illustrazione il quadro "La Zattera della Medusa" di Théodore Géricault.

La scelta non è stata meditata, ma freudianamente inconscia: me ne sono accorto andandomi a rileggere la storia del naufragio della fregata La Méduse, avvenuto nel mare africano nel 1816.
In sintesi, il comandante, Hugues Duroy de Chaumareys, dopo aver portato - per incompetenza, e perché si ostinava ad usare carte non aggiornate e a non dar retta ai suoi più giovani ufficiali - la propria nave ad incagliarsi, l’abbandonò per primo sulle poche scialuppe disponibili, insieme agli ufficiali ed ai passeggeri più importanti. Il resto dell’equipaggio prese posto su una zattera al traino delle scialuppe. I nobili occupanti di queste, però, ben presto stufi di rimorchiare, pensarono bene di abbandonare la zattera alla deriva.

Riflettendoci, quindi, la vicenda mi è sembrata una perfetta metafora della condizione italiana: dove l’élite è poco aggiornata, autoreferenziale, deresponsabilizzata e niente affatto interessata a svolgere il suo naturale compito di guida della società, che anzi vive quasi come un impaccio.

Come dimostra un interessante saggio di Carlo Carboni “Elite e classi dirigenti in Italia”, ed. Laterza, l' élite italiana non è classe dirigente.
Una élite che non sa farsi classe dirigente concepisce la sua posizione come potere e privilegio, piuttosto che funzione sociale. Quindi è conservatrice, difende le sue posizioni, mentre una matura classe dirigente cresce insieme con la società, la ‘constituency’, che amministra. L’elite è statica, mentre una classe dirigente è dinamica, cioè traente.

Carboni, professore di sociologia, fa un impietoso ritratto dell’élite italiana: mediocre culturalmente, provinciale, gerontocratica, forte nell’autolegittimarsi e nel riprodursi per cooptazione, ma debole nella progettualità, incapace di favorire il civismo e la solidarietà tra i cittadini.
I quali, lasciati a sé stessi, al grido di “si salvi chi può”, si arrangiano: come dimostra il permanente caos del traffico nelle nostre città, o la microconflittualità condominiale che intasa i nostri tribunali, o la crescita dei corporativismi.

Insomma, siamo in 8 settembre permanente: una riflessione amara, certo, ma che deve spingere chi ha scelto la professione di ‘Dirigente’ a uno scatto di orgoglio, ed uno stimolo ulteriore ad assumersi, tutte intere, le proprie responsabilità.