29 aprile 2007

La grandezza, a due passi da casa

Un paio di anni fa mi lasciai convincere da una donna appena conosciuta - una demografa tedesca, sedicente amante dell’avventura, ma in realtà affetta da acuto ed irredimibile bovarismo - ad intraprendere un viaggio in Islanda. Fu in assoluto uno dei viaggi più balordi della mia vita: spesi un mucchio di soldi per vedere un paese deserto, un panorama monotono e squallido, e per di più soffrendo un freddo bestiale, in compagnia di una pedante professoressa che non cessava di interrogarmi come uno scolaretto...
Per dirla con le parole di un indimenticabile Alberto Sordi, nella parte del navigatore solitario:



solo... in assoluta meditazione... a contatto della natura più pura...: e' allora che capisci… quanto sei stronzo a compiere queste imprese, che non servono a un cazzo”.
Gli amanti dell’esotico a tutti i costi sarebbero stupiti di scoprire che, ad appena un’ora di autostrada da Roma, esiste un complesso montuoso di impareggiabile e selvaggia bellezza, il Gran Sasso d’Italia. Su quei monti ho le mie radici, e li conosco sin da bambino: la piana gloriosa di Campo Imperatore, così varia ed aspra da essere stata scenario di innumerevoli film, il Monte Camicia, Assergi, Fonte Vetica, i Prati di Tivo, la Rocca di Calascio, Santo Stefano di Sessanio (con le sue prelibatissime lenticchie), ed infine Castel del Monte, culla dei miei antenati.

A questa signora tra le montagne, i Meridiani Montagne dedicano una ricchissima monografia illustrata con un buon corredo cartografico, utile per chi voglia esplorare il Gran Sasso in bici o in arrampicata. Imperdibile.

Amami, Alfredo

La Traviata è un’opera insospettabilmente ardua, un croccante ottocentesco che facilmente degenera nel feuilleton lagrimoso e straziante. Una sfida per giganti: ne ricordo una indimenticabile interpretazione di Riccardo Muti alla Scala, con Tiziana Fabbricini nel ruolo di Violetta.

Così è valsa la pena di andare all’Opera di Roma per vederne la nuova edizione per la regia di Zeffirelli e la direzione di Gelemtti. La prima è stata criticata dai soliti soloni, ma essa è discreta nel sottolineare i protagonisti e al tempo stesso impegnativa per l’occhio, quando serve.
Gianluigi Gelmetti è stato un direttore eccellente e senza sbavature, con un gesto autorevole e preciso. Interessante l’apparizione, nell’orchestra, di un cimbasso, strumento verdiano e belliniano dal suono caldo e brillante.
Ma soprattutto merita la compagnia di canto fatta di giovani artisti di eccellente qualità: la convincente soprano greco Myrto Papatanasiou, una bella voce, agile e sicura; il baritono Dario Solari, che ha sostituito Renato Bruson senza farlo rimpiangere; ottimo il tenore Marius Brenciu, nella parte di Alfredo. Oltre che bravi cantanti, finalmente bravi attori, capaci di sottolineare con ampia presenza scenica lo svolgersi della trama, dando vita, davanti al pubblico, ad una moderna, drammatica e commovente storia d’amore.

Dopo anni nel palco al primo ordine, per la prima volta siamo passati alla barcaccia di platea, proprio sopra il golfo mistico: divertente vedere l’opera di lato.

23 aprile 2007

Fermiamo la strage stradale

Una bella mattina di agosto di ventisei anni fa, un piccolo pregiudicato di borgata decise che non aveva voglia di aspettare i comodi del semaforo rosso. Risalì contromano a tutta velocità la colonna di auto ferma sul lungomare di Ostia e centrò in pieno, uccidendola, una signora che passava sulle strisce. Incidentalmente, quello sventurato pedone era mia madre.

L’Italia - che ama darsi arie da campionessa dei diritti umani perché lotta contro la pena di morte - ha al suo interno una pratica assai più raccapricciante: il sacrificio umano. Ogni anno, infatti, circa 8000 persone muoiono immolate sull’altare del progresso e della motorizzazione, senza che a nessuno, apparentemente, la cosa interessi più di tanto. I morti stradali sono morti di serie B rispetto a quelli per droga o per cancro: oh, quelle sì sono emergenze sociali. Esiste anche di fronte alla morte – che dovrebbe essere la suprema livella - una gerarchia. Un morto sulla strada non suscita sufficiente “allarme sociale”: siamo tutti narcotizzati, e poi, italianamente, finché il problema tocca gli altri, non ci riguarda.

L’amore per le automobili e l’indisciplina sociale si incontrano in un mix mortale con un’altra caratteristica tutta italiana: l’infantilismo di un popolo bambino cui è del tutto estranea l’idea di assumersi le proprie responsabilità. Tale attitudine si esprime in una terminologia sintomatica: “incidenti”, “infortuni”, “disgrazia”, “fatalità”, parole che sottintendono l’incolpevolezza di chi provoca questi fatti, quasi che essi accadano da soli. Così, in occasione di un maxitamponamento in Val Padana, i giornali parleranno, per default, di “nebbia killer”, come se fosse la nebbia, e non l’eccessiva velocità, a causare tutti quei morti.

La settimana dal 23 al 29 aprile è stata dichiarata dall’ONU la prima “Settimana mondiale della sicurezza stradale”. Prego, qualcuno se n’è accorto? Sul sito del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti il comunicato è ben nascosto, e nessuno si è nemmeno preoccupato di tradurlo dall’inglese. La breve parentesi dei successi mietuti grazie alla patente a punti è ormai un ricordo: anche quell’esperienza è finita all’italiana, cioè a tarallucci e vino.

E sì che la strage stradale, al netto dei costi umani, ha anche un prezzo economico: intasa gli ospedali, i tribunali, aumenta sensibilmente i premi di assicurazione. Perché, tra l’altro, grazie al latrocinio legalizzato della RCA auto obbligatoria, la rischiosità dei pirati della strada è spalmata su tutti gli automobilisti, anche i più virtuosi. In altri paesi, chi guida male non può più assicurarsi, quindi viene appiedato dalle compagnie prima ancora che dalla legge. Qui in Italia no: chiunque ha la patente ha diritto ad essere assicurato.

L’omicidio, ancorché colposo, è, in teoria, un reato. Ma la giurisprudenza costante (è il nome tecnico della sciatteria e pigrizia dei giudici) fa sì che se la pena edittale è di cinque anni di reclusione, raramente ne venga comminato più di uno. E naturalmente non viene scontato nemmeno quello. Poi, ci sono amnistie (come quella del settembre 1981 che passò un colpo di spugna sul sangue ancora caldo di mia madre) ed indulti (e si può capire con quanto entusiasmo abbia fatto il mio dovere preparando l’ultimo, quello del 2006, che escludeva i pedofili, ma non gli assassini).

Ci si potrebbe aspettare che almeno venga ritirata per sempre la patente a quell’automobilista che, per colpa lieve o grave, abbia dimostrato comunque oltre ogni ragionevole dubbio la sua inettitudine o pericolosità alla guida. Macché, nemmeno quello. Nella scorsa legislatura fu presentato un emendamento in tal senso, applicabile però solo a chi guida in stato di ebbrezza o droga. Se vostra madre è stata ammazzata da uno che non è drogato, solo un incosciente, rassegnatevi, è una morta di serie B.

Insomma, l’uccisione di cittadini al volante è di fatto depenalizzata, e ad ogni italiano, insieme alla patente, viene consegnata una licenza di uccidere che farebbe l’invidia di James Bond. Rallegriamoci allora, che i morti non siano, ogni anno, molti di più.

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Il sito del WHO sulla "First United Nations Global Road Safety Week

Sottoscrivo in pieno il contenuto di questo articolo: Sicurezza stradale, il vero scandalo - LASTAMPA.it

Calendario di E. Galli della Loggia



21 aprile 2007

Per Internet un quartiere a luci rosse

La recente decisione dell'Icann (Internet corporation for assigned names and numbers) di non autorizzare un un TLD (dominio di primo livello) [*.XXX] è fortemente opinabile.
Il dominio .XXX - in inglese si legge "ecsecsecs", un suono simile a “sex, sex, sex”, e in tutto il mondo vuol dire porno - sarebbe servito per contrassegnare i siti a contenuto esplicitamente sessuale.

Sin dagli albori, Internet è stato messo sotto accusa per il fatto di essere un veicolo di pornografia. Per la cronaca, questo accadde anche con la fotografia, la cui fortuna fu fatta dalla rapida diffusione di immagini licenziose.
Il sesso domina Internet perché è l’unica cosa che vende davvero, con buona pace di tutti i discorsi sull’e-commerce. Così, i siti pornografici sono quelli meglio costruiti, dal momento che molti webmasters arrotondano il loro reddito dedicandosi ad essi. Perciò si tratta di una giungla che contiene codice malizioso, pop-up a cascata, dialer, spyware, malfare, e nella quale è altamente sconsigliabile navigare se non ottimamente corazzati con firewall e antivirus. Ciò, evidentemente, a parte i contenuti discutibili o immorali.

Come già per la stampa, su Internet si scontrano due istanze opposte: quella di chi propugna l’assoluta libertà di espressione, e quella di chi, mostrando i pericoli di questa libertà, domanda controlli e censure.
Di qui una santa alleanza tra forze conservatrici e governi repressivi, che trovano nella pornografia on-line un ottimo pretesto per cercare di limitare la diffusione del più eversivo strumento di libertà mai inventato.
Non è un caso, del resto, che la stampa italiana parli di Internet, cioè del suo più pericoloso concorrente, solo come luogo di convegno di pedofili e maniaci.

L’assegnazione di un dominio unico per i siti porno sarebbe stata un utile compromesso. Avrebbe facilitato l’individuazione di questi siti e pertanto l’adozione di parent filters di blocco, a tutela soprattutto dell’infanzia.
Si trattava di fare, cioè, un’operazione analoga a quella compiuta in molte città del nord negli anni ’60: delimitare un quartiere a luci rosse dedicato al vizio per salvare tutto il resto. Il moralismo dominante in Italia ha sempre bandito questa soluzione, ed infatti le nostre strade di periferia sono bordelli a cielo aperto.

Non esiste una sola ragione tecnica per cui i domini di primo livello debbano essere solo quelli oggi accettati, e non altri. La discutibile decisione dell’Icann (che, pur se formalmente indipendente, è un ente del Governo degli Stati Uniti) ha il pregio di mettere in luce il suo ormai ingiustificato monopolio nel controllo dello sviluppo della rete.

20 aprile 2007

16 aprile 2007

Mamme d'Italia

Una signora scrive al Corriere per lamentarsi che il figlio, ormai maggiorenne, abbia firmato un contratto capestro, i cui costi dovranno essere ripagati dai genitori. E si lamenta: "Lo Stato dovrebbe mettere una norma per cui fin quando non si è autosufficienti non si possono firmare contratti". Ecco, qui, in poche righe, il grande, immenso, inconfessabile sogno della Mamma Italiana: avere dei figli eternamente minorenni, sotto tutela della mamma, e tutti sotto tutela della Grande Mamma che è lo Stato (con la quale si litiga, si insulta, le si fanno i dispetti, ma poi sempre lì a bussare a quattrini).

14 aprile 2007

Dalla padella alla brace

L’attuale legge elettorale (così come risultante dalle modifiche introdotte dalla legge n. 270 del 2005) è un’assoluta schifezza. Ha prodotto un governo che, con la stessa base di consenso, è esageratamente forte alla Camera, e troppo precario al Senato. Ha spezzato il rapporto tra territorio ed eletti. Attraverso il meccanismo delle pluricandidature ha fatto sì che 1/3 dell’attuale parlamento non sia stato eletto il giorno stesso del voto, ma sia il risultato delle opzioni fatte successivamente da coloro che sono stati eletti in più collegi; questi, e non gli elettori, sono stati arbitri di decidere chi far entrare in parlamento e chi no, e quindi, della composizione finale delle Camere.
Questo orrendo sistema su liste bloccate decise dalle segreterie ci ha consegnato un Parlamento assai più “nominato” che “eletto”. Si tratta di un passo indietro per la nostra democrazia, suscettibile solo di creare disaffezione tra i cittadini.

L’annunciato referendum elettorale, spiegato con esemplare chiarezza nel sito del comitato promotore, risolverà questi problemi? Temo proprio di no.
Il terzo quesito ha almeno il merito di eliminare il meccanismo delle candidature plurime.
I primi due quesiti chiedono l’abrogazione della disciplina sul collegamento tra liste per la formazione di coalizioni che concorrano alla conquista del premio di maggioranza. Conseguentemente, il premio di maggioranza verrebbe attribuito solo alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Il risultato che i promotori si attendono è spingere le attuali, rissose coalizioni a formare due grandi partiti omogenei che competano tra di loro.
Questo è uno scenario possibile, ma ce n’è un altro altrettanto possibile e spaventoso: che i due partiti non si formino, e che la lista di maggioranza relativa acquisti la maggioranza assoluta. Il prodotto del referendum, sia pure animato dalle migliori intenzioni, assomiglia drammaticamente a quella Legge Acerbo che spianò la strada al fascismo.

E se anche si formassero due grandi partiti in vista delle elezioni, chi dice che essi rimarrebbero insieme dopo? Molti partiti si formano in parlamento prima ancora che nel paese, e i meccanismi che incoraggiano la frammentazione non vengono minimamente toccati.
Inoltre, mentre non è affatto detto che il referendum raggiungerebbe gli scopi prefissati, ed anzi potrebbe produrne altri di imprevisti ed indesiderati, esso non risolverebbe i problemi prodotti da questa legge, in particolare quello del completo, e alla lunga, pernicioso, sganciamento della politica dal territorio.

Questa è, e rimarrebbe anche dopo il referendum, una pessima legge, che dovrebbe solo essere tolta di mezzo. Meglio avrebbero fatto i referendari a proporre un referendum abrogativo secco della legge n. 270 del 2005, cosa che ci avrebbe riportato automaticamente al vecchio sistema elettorale maggioritario con collegi uninominali prodotto dai referendum Segni.

Dunque, se si arriverà al referendum io voterò NO ai primi due quesiti.

Incredibile ma vero...

L’annunciata soppressione della stazione “Nomentana” sulla linea B1 ha dell’incredibile.
Non occorre essere esperti urbanisti per capire quanto fosse strategica per l’interscambio con le molte linee di superficie che percorrono la via Nomentana, oggi sovraccariche, e che servono aree che, anche in futuro, non saranno raggiunte dalla nuova linea. I passeggeri dei filobus e degli autobus che percorrono la Nomentana avrebbero potuto scendere e prendere la metro. E se davvero i costi per la stazione Nomentana sono eccessivi, non si capisce allora perché sia stata scartata anche la soluzione subordinata del tapis roulant con Piazza Annibaliano. I cittadini del Terzo municipio sopporteranno disagi per anni senza alcuna contropartita!


Uomini avvisati...

Oggi pomeriggio sono stato con la mia compagna a vedere il film francese “Quello che gli uomini non dicono”.
All’uscita dal cinema ho subito il proditorio agguato delle telecamere di RaiUno che mi hanno chiesto a bruciapelo un’opinione sul film. “Veramente meraviglioso” – ho risposto
preso alla sprovvista. Alla seconda e ancor più imbarazzante domanda: “Cosa le è piaciuto di più del film?” (un tipo di domanda che mi faceva incazzare già alle elementari), ho detto, con la mia miglior faccia di bronzo : “Beh, innanzitutto il sentimento poetico, l’inno all’amore, la tessitura delicata… come dire, il filo rosso che lega questo film alla migliore tradizione della Nouvelle Vague… Truffaut, Chabrol, Rohmer, etc”.

Considerato il mucchio di balle che va in onda alla tv italiana, ci sono serie probabilità che l'intervista venga trasmessa. Non ho più la televisione e quindi non mi potrò rivedere quando dichiaro enfatico: “VeVamente meVaViglioso”, ma qui, di fronte a voi, miei incliti amici, desidero dichiarare, in tutta sincerità, che il film di cui all’oggetto è una CAGATA PAZZESCA, e mettervi in guardia che lo raccomando davvero solo a chi avesse problemi di insonnia. Mai visto niente di più sconclusionato.

Ho terminato la serata al ristorante francese (c’erano solo francesi per strada, oggi?) “l’Eau Vive” a s. Eustachio. Si mangia bene, ma è gestito da missionarie salesiane, così mentre gustavo il Magret de canard cotto nel Borgogna, mi sorbettavo anche il rosario.
Insomma, dalla padella alla brace…

12 aprile 2007

C'è speranza, con la paranza...

Bella canzoncina... averla conosciuta due anni fa...
(Ma non ti senti un po' ridicola a visitare il mio sito ogni giorno, quattro volte al giorno? :0)

La Paranza

Mi sono innamorato di una stronza
Ci vuole una pazienza
Io però ne son rimasto senza
Era molto meglio pure una credenza
Un fritto di paranza... paranza... paranza

La paranza è una danza
Che ebbe origine sull'isola di Ponza
Dove senza concorrenza
Seppe imporsi a tutta la cittadinanza
È una danza
ma si pensa
Rappresenti l'abbandono di una stronza
Dal calvario alla partenza
Fino al grido conclusivo di esultanza

Uomini uomini c'è ancora una speranza
Prima che un gesto vi rovini l'esistenza
Prima che un giudice vi chiami per l'udienza
Vi suggerisco un cambio di residenza
E poi ci vuole solo un poco di pazienza
Qualche mese e già nessuno nota più l'assenza
La panacea di tutti i mali è la distanza
E poi ci si consola con la paranza

La paranza è una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza
E eleganza
E con un lento movimento de panza

Così da Genova puoi scendere a Cosenza
Come da Brindisi salire su in Brianza
Uno di Cogne andrà a Taormina in prima istanza
Uno di Trapani? Forse in Provenza

No no no non è possibile
Non è raccomandabile
Fare ritorno al luogo originario di partenza
Ci sono regole precise in latitanza
E per resistere c'è la paranza

....

Dov'è dov'è
Tutti si chiedono
Dov'è dov'è
Ma non mi trovano
Lo sai che c'è?
Che sto benissimo
Fintanto che
Sto a piede libero
E poi perchè
Ritornare da lei
Quando per lei è sempre stato meglio senza di me
Non riusciranno a prendermi
Io resto qui

...

E se io latito latito
Mica faccio un illecito
Se non sai dove abito
Se non entro nel merito
se non vado a discapito
Dei miei stessi consimili
Siamo uomini liberi
Siamo uomini liberi
Stiamo comodi comodi
Sulle stuoie di vimini
Sulle spiagge di Rimini
Sull'atollo di Bimini
Latitiamo da anni
Con i soliti inganni

...

Testo e musica: Daniele Silvestri

Ritorno alla SSPA

Altri articoli sulla SSPA e sul Corso Concorso per Dirigenti si trovano sotto i tag: "Pubblica Amministrazione" e: "Dirigenza e Leadership".
IN BOCCA AL LUPO ;-) !!!

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Dario Quintavalle

(II CCFD, Dirigente del Ministero della Giustizia)

Intervento al primo incontro della SSPA con gli ex allievi dei corsi di formazione dirigenziale,

Roma, 11 Aprile 2007


Una settimana fa ero a Strasburgo, a seguire il primo degli “Incontri della Gestione Pubblica” organizzati dall’ENA. Proprio in quei giorni, il candidato alle presidenziali Bayrou, dell’ENA proponeva la soppressione. Ne seguiva un acceso dibattito, con l’opinione pubblica divisa quasi perfettamente tra favorevoli e contrari. Dunque, il tema della formazione e selezione della classe dirigente politico-amministrativa è in Francia un argomento principale della campagna presidenziale, e suscita ampio e controverso dibattito pubblico. Nulla di tutto questo avviene in Italia. L’annunciata soppressione della SSPA è passata quasi sotto silenzio, nell’indifferenza dei mass media e dell’opinione pubblica.


Se mai in Italia si parla di Pubblica Amministrazione, è per riproporre (Ichino) i luoghi comuni che la vogliono refugium peccatorum di tutti i falliti, scansafatiche, incapaci, pigri, lazzaroni, mangiapane a tradimento del nostro paese.

Per avviare un profondo rinnovamento della P.A. non servono ricette fantasiose: l’unico credibile modo è di fare appello a energie giovani, a forze fresche, all’entusiasmo di una nuova leva di dirigenti e funzionari, che possano affiancarsi ai più anziani e beneficiare della loro esperienza prima di sostituirli.
Ricordo che il Presidente Ciampi, ricevendo noi ex allievi SSPA al Quirinale, auspicò che ogni anno, con regolarità, ci fosse una “vendemmia” di giovani dirigenti, un programma che consentisse alle migliori energie del paese di considerare una carriera nel pubblico impiego.
Metafora agricola assai pertinente: perché chi raccoglie, vuol dire che prima ha seminato. Mentre chi non ha avuto la lungimiranza di seminare, poi si trova, nel bisogno, a raccattare qua e là quello che trova.

La soppressione della Scuola, personalmente, mi addolora, e non solo per motivi sentimentali: presto noi saremo ex allievi di qualcosa che non esiste più. Come "Allievisspa" saremo alla stessa stregua di una automobile Innocenti, o di una macchina da scrivere Olivetti: ottimi prodotti di una fabbrica che, però, ha chiuso. Difficile considerare distintivo un brand che non è più sul mercato.

Dell’indifferenza della pubblica opinione alle sue sorti, la Scuola rimproveri innanzitutto sé stessa. Un qualunque industriale sa benissimo che il prestigio del marchio e la qualità del prodotto si influenzano reciprocamente. La Scuola ha invece mancato clamorosamente – almeno finora - nel valorizzare il suo prodotto principale, cioè i suoi allievi. [...]È quindi tanto più apprezzabile l’iniziativa della nuova Direttrice della Scuola, professoressa Termini – che ringrazio - di organizzare questo primo (e speriamo non ultimo) incontro con i dirigenti ex allievi.

Quale che sia il destino della Scuola, un nuovo Corso Concorso è infatti in fase di preparazione, ed occorre quindi interrogarci su cosa della nostra esperienza merita di essere salvato, e cosa invece dovrebbe essere cambiato. È nostro dovere offrire un contributo propositivo.

Vorrei quindi sinteticamente soffermarmi su alcuni aspetti che sono, a mio modesto avviso, i pro e i contro della nostra esperienza, e provare a trarne alcuni insegnamenti e raccomandazioni.


A) I pro:

  1. In un paese gerontocratico, e in una PA chiusa a riccio verso l’esterno, la Scuola ha avuto il merito, assoluto ed indiscutibile, di offrire, a tanti giovani, spesso esterni al pubblico impiego, un'occasione, più unica che rara, di entrare direttamente ai gradi alti della Pubblica Amministrazione.

  2. L’esperienza di aver frequentato un corso di lunga durata tutti insieme, e nella medesima sede, ha creato e cementato una rete di solidi legami professionali ed umani (basti pensare che dal nostro corso sono nate oltre dieci famiglie e un gran numero di bambini: più team building di così...! ), uno spirito di corpo, un forte senso della propria identità, che rappresentano un unicum in una Dirigenza, che invece fatica a percepirsi come un corpo professionale, e quindi a collocarsi con pari dignità accanto agli altri grand corps dello Stato, come la Magistratura o la Diplomazia.

  3. La proiezione europea ed internazionale: per tutti è stata curata la formazione linguistica, e inoltre, per una trentina di noi, il corso è culminato con uno stage a Bruxelles, dove la Commissione ci ha riconosciuto il prestigioso status di END. In una PA che colpevolmente trascura la dimensione europea, la nostra apertura al confronto con l’esterno, la nostra dimestichezza con i fori internazionali, sono senz’altro tratti distintivi e peculiari.

  4. La formazione generalista: benché il Ruolo Unico sia stato abolito poco dopo il nostro ingresso in Amministrazione, ritengo che vada rifiutato lo spezzettamento specialistico, e continuo a pensare che la Dirigenza debba soprattutto connotarsi come corpo connettivo unico capace di parlare un linguaggio comune e trasversale a tutta la P.A.: insomma, uno dei grand corps dello Stato.

B) I contro:

  1. Quanto alla formazione ricevuta, pur se di ottima qualità, ritengo negativa una impostazione eccessivamente teorica degli insegnamenti, spesso connotati da sudditanza culturale al modello manageriale privatistico (clamoroso esempio per tutti, la lezione di un responsabile dell’azienda di revisione Grant Thornton, poi coinvolta nello scandalo Parmalat), trascurando invece la valorizzazione di best practices all’interno della PA;

  2. La disparità di trattamento – economico, giuridico, previdenziale – e di garanzie, tra allievi già dipendenti della Pubblica Amministrazione e quelli che non lo erano. Essi sono stati costretti a dimettersi da precedenti impieghi privati per seguire il corso, e poi, nell’intervallo tra la fine della borsa di studio e l’entrata in servizio (un crudele calvario di otto lunghissimi mesi) sono rimasti completamente disoccupati e privi di reddito, e senza garanzie relative all’assunzione;

  3. Più doloroso di tutti, il fatto che la Scuola abbia considerato esaurito il suo compito con la fine del Corso, completamente disinteressandosi del “collocamento del prodotto” presso le Amministrazioni. Non è stato offerto orientamento agli allievi nelle loro scelte professionali, né è stata svolta alcuna funzione di coordinamento tra domanda ed offerta, cosicché spesso è mancata coerenza tra il percorso formativo e l’impiego sul campo (io, per esempio, dopo uno stage alla Commissione Europea alla Direzione dei Trasporti Marittimi e Relazioni Internazionali, sono finito alla Giustizia…). Paradossale, infine, che la Scuola non abbia mostrato interesse ad impiegare i suoi ex allievi nella sua stessa struttura;

  4. La Scuola è stata – almeno fino ad oggi ­- una struttura che insegna, ma che non impara. Essa non ha – sinora – manifestato alcun interesse nel ricevere un feedback da parte dei suoi ex allievi e impiegarlo costruttivamente nella progettazione delle sue esperienze formative.


C) Mi permetto pertanto di fare alcune raccomandazioni per il futuro corso:

  1. La prima è, ovviamente, quella di correggere gli aspetti negativi che ho sottolineato, ed al contrario, valorizzare quelli positivi. Si potrebbe cominciare, ad esempio, coinvolgendo gli ex-allievi nella progettazione del quarto CCFD.

  2. Curare il networking: in una società della Rete come quella attuale, è importantissimo. Il collegamento degli Allievi tra loro, e tra loro e la scuola, deve cessare di essere episodico e volontaristico, per essere formalizzato ed istituzionalizzato. Non credo che il rapporto con la Scuola debba essere mediato dalle varie Associazioni: aderire ad esse deve rimanere una scelta libera ed individuale. Propongo piuttosto che la Scuola, sull’esempio di università e centri di formazione stranieri (come ad esempio quello che ho frequentato a Ginevra) si doti di un Ufficio “Alumni”: una struttura permanente di collegamento e consultazione, che curi il database degli indirizzi e degli incarichi degli ex allievi, ne segua la carriera, e organizzi periodici incontri, e seminari di approfondimento tra loro;

  3. Inoltre, ritengo che per valorizzare la proiezione internazionale degli allievi, la Scuola dovrebbe attrezzarsi per fornire al termine del corso – e riconoscere ai partecipanti dei corsi precedenti - un titolo di studio internazionalmente certificato (magari dall’ European Association for Public Administration Accreditation), come l’ MPA (Master in Public Administration), in modo da consentire agli ex allievi la possibilità di intraprendere fruttuosi periodi di scambio all’estero. La SSPA potrebbe inoltre curare programmi di formazione post-corso presso le altre Scuole Nazionali di Amministrazione;

  4. Gestione delle carriere. [...] Spesso le amministrazioni si sono rivelate impreparate ad accoglierci e ad impiegarci correttamente. Ritengo che la Scuola non dovrebbe limitarsi a formare i suoi allievi, ma più ambiziosamente dovrebbe prefiggersi il compito di accompagnarli, sostenerli ed orientarli durante tutto il corso delle loro carriere. Può far questo intrattenendo rapporti non episodici con le Amministrazioni, affinché esse collochino adeguatamente gli allievi. E può farlo svolgendo un servizio di consulenza ed orientamento per la gestione delle carriere. Un’esperienza come la nostra ha un senso solo se ci consente di aspirare ad incarichi di massima responsabilità: chi va all’ENA sa che accederà ai massimi vertici dello Stato, non solo amministrativi, ma persino politici.

Per concludere vorrei richiamare l’illuminante analisi di Carlo Carboni che, nel suo recente saggio, “Elite e classi dirigenti in Italia” (Laterza), distingue tra ‘èlites’ e classi dirigenti, e sostiene che l' élite italiana non è e non sa farsi classe dirigente. Una élite che non sa farsi classe dirigente concepisce la sua posizione come potere e privilegio, piuttosto che funzione sociale. Quindi è conservatrice, difende le sue posizioni, mentre una matura classe dirigente cresce insieme con la società, l
a ‘constituency’, che amministra. L’elite è statica, mentre una classe dirigente è dinamica, cioè traente.
Ora, chi come noi chi ha scelto la professione di ‘Dirigente’ ha il dovere di uno scatto di orgoglio, di proporre un’idea, precisa e forte, del proprio ruolo all’interno dello Stato, e dello Stato all’interno della società.

Ritengo che abbiamo il dovere di essere ambiziosi e di pensare in grande, non solo per noi stessi, ma soprattutto per la società che rappresentiamo. E spero che questo incontro segni per tutti noi un nuovo e proficuo inizio.
Grazie.

DQ


02 aprile 2007

Sotto il segno di Erode


La stampa italiana riporta con un certo risalto le conclusioni allarmistiche della PAA - il consesso mondiale dei demografi che si tiene ogni anno in America - sul futuro del nostro pianeta.

La razza umana continua a crescere e moltiplicarsi, e a dispetto di ogni lugubre previsione malthusiana il nostro malandato pianeta sembra generosamente in grado di sostenere tutti. Il successo della nostra specie non era affatto scontato (basti pensare all’ingrata fine dei dinosauri) e dovrebbe suscitare congratulazione e ammirazione, anziché essere studiato con sospetto, quasi fosse una pandemia.

Mentre l'Europa si è condannata a una turpe vecchiezza, questa sì una malattia, altrove la vita esplode e fiorisce giocosa, supera miseria, avversità e catastrofi. L'impeto irrefrenabile di milioni e milioni di nuovi giovani risveglia interi continenti addormentati, spezza le catene della tirannia più severa, sovverte consolidate gerarchie, produce progresso e innovazione, ricchezza e benessere.

L'idea che a questo mondo siamo "troppi" è ormai uno di quei luoghi comuni radicati ed inestirpabili perché acriticamente accettati da chi avrebbe invece per mestiere l'obbligo di mettere in discussione le idee ricevute.

Chi può stabilire davvero che siamo "troppi"? E in base a quale metro di paragone? Chi può escludere che, come la natura ha saputo da sola colmare i grandi vuoti dovuti a carestie e guerre, e pareggiare il saldo tra maschi e femmine, così non abbia in sé i meccanismi per fermare l'evoluzione delle nascite, una volta che questa sia diventata davvero insostenibile?

Lungi dall'esser 'troppi', dovremmo essere, a quest’ora, molti di più. Questo vuol dire che le previsioni dei demografi si sono rivelate sbagliate? Non proprio: decenni di allarmismi hanno attivato politiche di contenimento della fertilità che stanno dando i loro frutti, con risultati, diciamo, "discutibili", pur se indubbiamente efficaci (ma si potrebbe dire lo stesso dell'Olocausto). Una peculiarità della demografia è proprio questa: che essa modifica l’oggetto del proprio studio nel momento stesso in cui inizia a studiarlo.

Quindi, attenzione! quello che si dice in questi convegni non è senza conseguenze per la vita di milioni di esseri umani. Eppure esiste un insufficiente controllo etico e democratico dell’opinione pubblica sugli approcci e sui risultati degli studi demografici. Il motivo, probabilmente, è che si ritiene comunemente che il lavoro degli scienziati sia lontano ed autonomo dalla politica. Ma non è per niente così.

Se esiste una scienza contigua alla politica, questa è proprio la demografia. Sconcerta quindi l’assenza, nei commenti relativi alle conclusioni di questo illustre consesso, di ogni considerazione relativa alla corresponsabilità sociale, politica, e perché no, morale, dei demografi nelle scelte che le pubbliche autorità compiono a partire dalle loro analisi.

Di tale responsabilità gli stessi sembrano peraltro essere meravigliosamente noncuranti. Non c'è da stupirsene: tutti gli scienziati – e i demografi non fanno eccezione – si pretendono alieni dagli interessi mondani e reclamano una verginità morale rispetto alle concrete azioni (e alle catastrofi) che sono conseguenza dei loro studi teorici. Possono progettare bombe e andare a letto senza rimorsi, avendo lasciato ad altri la responsabilità di sganciarle.

Il binomio demografia - politica è particolarmente evidente nei paesi totalitari. In Italia, per esempio, fondatore della scuola demografica fu Corrado Gini, splendida figura di scienziato, certo, ma anche convinto fascista, razzista, antisemita, fautore dell’eugenetica, capace di influenzare con il suo prestigio la politica del regime, orientandola in senso decisamente populazionista (l’infame “il numero è potenza”).

Più di recente, le previsioni demografiche sono state alla base di politiche estremamente restrittive alla natalità nei paesi emergenti, Cina in testa. Particolare non indifferente, queste politiche hanno profondamente alterato il saldo tra maschi e femmine, principalmente con il ricorso massiccio all’aborto eugenetico e selettivo. Lasciata a sé stessa, la Natura fa sì che vi sia un sostanziale equilibrio tra nuovi nati uomini e donne. Dunque, se trenta milioni di maschi cinesi non trovano una compagna, vuol dire che altrettante donne non sono nate. Le politiche demografiche hanno alterato il corso della natura.

Ricordate? Prima di dissolversi, l’Unione Sovietica aveva attirato l’attenzione e le proteste degli ambientalisti di tutto il mondo per la folle idea di invertire il corso dei fiumi siberiani. Ma il fatto che la più grande dittatura comunista del pianeta abbia alterato il corso della fecondità umana (con effetti del tutto imprevedibili), non sembra attirare lo stesso biasimo.

Per inciso, la scomparsa di trenta o più milioni di esseri umani altrove sarebbe definita genocidio. Sennonché, le femministe che hanno provato a definire il concetto di “gender genocide” o “gynocide”, si sono ben guardate dall’includervi questo fenomeno. Significherebbe infatti mettere in discussione uno dei tabù del pensiero unico occidentale, che vuole l’aborto uno dei grandi diritti di libertà, assoluti ed indiscutibili del mondo femminile. Ebbene, ironicamente, proprio questa supposta grande conquista della donna è lo strumento grazie al quale milioni di donne non sono mai nemmeno venute al mondo...


Il controllo delle nascite su scala di massa serve a castrare l'atto sessuale, a disinnescare la sua dimensione progettuale e rivoluzionaria, ed a ridurlo a mero oggetto di consumo individuale: è il panem et circenses di noi moderni. Esso insomma serve ad espropriare gli individui del loro diritto di creare il futuro, funzione che viene avocata agli Stati, e ai demografi loro complici.

Che sia fascista o comunista, di destra o di sinistra, che si batta per l’espansione della specie o per il suo contenimento, la demografia insomma non è innocente né neutrale, ma profondamente ed intrinsecamente politica. Essa è la naturale alleata dei regimi illiberali e precostituisce alla cultura statalista argomenti pseudo scientifici che servono da alibi per ingerirsi sempre di più nella vita dei singoli.

Al grido di "siamo troppi", i demografi riducono l'infinita varietà e ricchezza del mondo, cioè ciascuno di noi singoli individui, a mera statistica.

Simili a bambini che osservano incantati un formicaio, ma che poi non sanno resistere alla tentazione di portare scompiglio nella vita e nel lavoro delle formiche, questi supposti scienziati, intenti a studiare i comportamenti riproduttivi nel chiuso asfittico delle torri d'avorio dei loro laboratori, pretendono di influenzare il futuro di tutti noi.

Sono pericolosi. Fermiamoli.


01 aprile 2007

Somebody to love

Questa canzone ha la mia stessa età, e Dio, è una delle mie preferite.
Grace Slick con la sua potente voce da contralto è un inno all'energia vitale

When the truth is found to be lies
You know the joy within you dies

Don’t you want somebody to love ?
Don’t you need somebody to love ?
Wouldn’t you love somebody to love ?
You better find someone to love

When the dawn is rose they are dead,
Yes, and you’re mine, you’re mine, you’re so full of red

Your eyes, I say your eyes may look like his,
Yeah, but in your head, baby,
I’m afraid you don’t know where it is.

Tears are running,
Running along down your breast
And your friends, baby,
They treat you like a guest.



Gli Hash House Harriers sul New York Times

Published: March 30, 2007
The New York City Hash House Harriers run here and there, but they always seem to wind up at a bar.

Ma il buonismo uccide.

Leggo sul Corriere l'articolo «Noi islamiche picchiate nel silenzio multiculturale» di MARIOLINA IOSSA.

Souad Sbai, leader delle donne marocchine in Italia: «la vostra ipocrisia ci lascia sole. Sono le donne immigrate a pagare il prezzo più alto delle «bugie del multiculturalismo». Sono loro soprattutto a subire le conseguenze di un «buonismo ipocrita che fa male, non bene. La sinistra si riempie la bocca di questo multiculturalismo, del rispetto per le altre culture. Sono falsità. L’immigrazione è un problema di tutti, che va affrontato subito. O esplode».

Avendo sempre avversato il buonismo, e il politicamente corretto, che ritengo una variante mielosa dell'ipocrisia e del farisaismo, queste parole sono un'autorevole conferma di quanto esso sia negativo e persino omicida.