26 maggio 2007

Piccoli trucchi contabili

Dalla stampa di oggi: "Il 91,3% delle acque costiere italiane sono balneabili, mentre il restante 8,7% non soddisfa i requisiti... Questi i dati del rapporto annuale sulle acque di balneazione redatto sulla base del monitoraggio gestito dalle agenzie Arpa e dalle aziende sanitarie su 5.410 chilometri di coste controllate, presentato oggi al ministero della Salute."
Bene. Peccato che l'Italia abbia OTTOMILA km di coste... Non si buggera un vecchio ufficiale di Marina ;-)

25 maggio 2007

La situazione richiede un gesto futile, e sta a noi compierlo....






D-Day: War's over, man. Wormer dropped the big one.
Bluto: Over? Did you say "over"? Nothing is over until we decide it is! Was it over when the Germans bombed Pearl Harbor? Hell no!
Otter: [whispering] Germans?
Boon: Forget it, he's rolling.
Bluto: And it ain't over now. 'Cause when the goin' gets tough... the tough get goin'! Who's with me? Let's go! ... What the fuck happened to the Delta I used to know? Where's the spirit? Where's the guts, huh? "Ooh, we're afraid to go with you Bluto, we might get in trouble." Well just kiss my ass from now on! Not me! I'm not gonna take this. Wormer, he's a dead man! Marmalard, dead! Niedermeyer -
Otter: Dead! Bluto's right. Psychotic, but absolutely right. We gotta take these bastards. Now we could do it with conventional weapons that could take years and cost millions of lives. No, I think we have to go all out. I think that this situation absolutely requires a really futile and stupid gesture be done on somebody's part.
Bluto: We're just the guys to do it.


Una delle mie battute preferite

Pochi giovani al potere

Lavoce.info - Informazione

Un altro articolo che conferma una mia vecchia opinione: l'Italia è nemica dei giovani...

19 maggio 2007

We few, we happy few, we band of brothers

Una lezione sulla leadership valida tuttora.



The fewer men, the greater share of honour.
God's will! I pray thee, wish not one man more.
By Jove, I am not covetous for gold,
Nor care I who doth feed upon my cost;
It yearns me not if men my garments wear;
Such outward things dwell not in my desires.
But if it be a sin to covet honour,
I am the most offending soul alive.
No, faith, my coz, wish not a man from England.
God's peace! I would not lose so great an honour
As one man more methinks would share from me
For the best hope I have. O, do not wish one more!
Rather proclaim it, Westmoreland, through my host,
That he which hath no stomach to this fight,
Let him depart; his passport shall be made,
And crowns for convoy put into his purse;
We would not die in that man's company
That fears his fellowship to die with us.

This day is call'd the feast of Crispian.
He that outlives this day, and comes safe home,
Will stand a tip-toe when this day is nam'd,
And rouse him at the name of Crispian.
He that shall live this day, and see old age,
Will yearly on the vigil feast his neighbours,
And say 'To-morrow is Saint Crispian.'
Then will he strip his sleeve and show his scars,
And say 'These wounds I had on Crispian's day.'
Old men forget; yet all shall be forgot,
But he'll remember, with advantages,
What feats he did that day. Then shall our names,
Familiar in his mouth as household words-
Harry the King, Bedford and Exeter,
Warwick and Talbot, Salisbury and Gloucester-
Be in their flowing cups freshly rememb'red.
This story shall the good man teach his son;
And Crispin Crispian shall ne'er go by,
From this day to the ending of the world,
But we in it shall be remembered-

We few, we happy few, we band of brothers;
For he to-day that sheds his blood with me
Shall be my brother; be he ne'er so vile,
This day shall gentle his condition;
And gentlemen in England now-a-bed
Shall think themselves accurs'd they were not here,
And hold their manhoods cheap whiles any speaks
That fought with us upon Saint Crispin's day.


St. Crispen's Day Speech Shakespeare's HENRY V (c. 1599)

18 maggio 2007

Se io fossi il Presidente

Ho visto al cinema il film “L’uomo dell’anno” con Robin Williams. Williams interpreta Tom Dobbs, un popolarissimo comico che, nel corso del suo talk show quotidiano prende in giro i politici e si fa portavoce di una nazione delusa ed esasperata, che non crede più nella partecipazione democratica. Così il pubblico gli chiede di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.
Lui allora fonda un movimento popolare con il quale, rifiutando i condizionanti ed interessati finanziamenti delle lobbies private, si presenta alle elezioni. E - clamorosamente - le vince.
Peccato, però, che la sua vittoria sia dovuta a un pasticcio del nuovo sistema elettorale informatico. Dell’errore si accorge solo una progettista del sistema, Eleanor Green, che ingenuamente ne informa la sua società. La quale, ovviamente non ha affatto interesse a rivelare una notizia che la porterebbe al fallimento, e quindi cerca prima di screditare la sua dipendente, e poi di ucciderla.
Fin qui il film cresce di tensione, ma poi diventa sempre meno plausibile. Eleanor si rivolge al nuovo presidente eletto, Dobbs. Lui crede a quello che lei racconta e ne informa il paese. Rinuncia e cede il posto ai politici che aveva combattuto.

Il film scivola gioiosamente, ma senza approfondirli, su temi di grande attualità, assolutamente centrali nelle moderne democrazie. C’è il troppo spazio che diamo alla tecnologia (ovvio il riferimento alla prima elezione di Bush); c’è la crescente disaffezione dei cittadini dalla politica; la capacità della televisione nel creare dal nulla nuovi personaggi e movimenti politici; l’incredibile scambio di ruoli tra organi di informazione e spettacoli di intrattenimento; il ruolo sempre crescente e corruttivo delle lobbies economiche; il peso dei conflitti di interesse nella politica.
Noi italiani possiamo trovare tante spaventose analogie nei problemi denunciati dal film: nel nostro paese il giornalismo d’inchiesta lo fanno ormai solo il Gabibbo e le Iene. A fustigare il potere è rimasto solo Beppe Grillo (di cui Dobbs sembra una versione più divertente e meno scalcinata). Un uomo solo ha potuto fondare un intero movimento politico grazie al potere della televisione, e tanti capipopolo hanno dato di sé, messi di fronte ai fatti, una ben misera prova.

Temi forti, dunque, ma approcciati in modo del tutto superficiale. Il regista Barry Levinson aveva in mano un materiale incredibile, poteva fare un film enorme, l’erede di “Deadline” di Brooks (quello dove Humprey Bogart dice “è la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente”), di “Quarto Potere” di Welles, di “Quinto Potere” di Lumet.

Invece ha cucinato un film che è un flop esattamente come la figura di presidente che racconta: il tradimento dello spettatore va di pari passo col tradimento degli elettori da parte di un aspirante politico che delude le attese. Peccato, perché la prima parte del film è efficacissima, si ride a crepapelle, e si sogna ad occhi aperti: magari avere un politico che parla così, chiaro e schietto. La seconda è deludente e manca di spessore psicologico.

Il punto centrale del film non è (emerita sciocchezza scritta dai critici italiani) come potrebbe essere l’America governata da un comico. In America non ci sono caselline e caste, la gente può essere ciò che vuole (semmai evita di tenere il piede in due staffe, e un imprenditore che si da alla politica smette di fare l’imprenditore, punto e basta - ogni riferimento non è casuale), e gli USA sono già stati governati da un attore, che fu un grande presidente, Reagan.

Il vero tema è invece il rapporto che ciascuno di noi ha con il potere.

Mi interrogo sin dai tempi del liceo sui rapporti col potere (sin da quando cioè il mio prof di letteratura mi metteva in contatto con grandissimi scrittori che avevano molto elaborato sul tema). E oggi, sono, a tutti gli effetti, un uomo di potere. Dirigere due uffici della P.A. non è gran cosa, beninteso, ma ho pur sempre la responsabilità di una frazione dello Stato. Faccio cioè parte, nel mio piccolo, di quella categoria sociale, che si usa definire “classe dirigente”, e che comprende politici, dirigenti, manager, allenatori, direttori d’orchestra: tutte quelle persone, insomma, il cui compito è dire agli altri cosa devono fare e come, governare gruppi sociali evitando che il confronto e la competizione, al loro interno e tra di loro, degenerino in guerra civile, ed anzi cercando di condurre tante brillanti individualità alla cooperazione in vista di risultati condivisi.

So per esperienza che a questa categoria di relativamente pochi “attori” si contrappone una massa di “spettatori” tanto ipercritici quanto poco desiderosi di assumersi responsabilità dirette, e ben felici di delegare ai primi riservandosi il diritto di mugugnare.
I tifosi che affollano spalti degli stadi credono di sapere allenare meglio degli allenatori, e i loggionisti all’Opera ritengono di poter dirigere meglio del direttore d’orchestra: a criticare sono buoni tutti – ed in fondo il diritto di criticare è compreso nel prezzo del biglietto - ma sono davvero pochi coloro che hanno davvero voglia di impegnarsi. Fare il capo è una faccenda assai meno facile di quanto si pensi, e molto meno divertente: datemi retta, colui che coniò il proverbio “è meglio comandare che fottere” non sapeva evidentemente di cosa stava parlando.

Il modo di conseguire il potere è del tutto secondario. Certo, il corretto svolgimento del processo elettorale (o di un concorso) è questione capitale in una democrazia. Ma elezioni e concorsi, la democrazia, insomma, sono solo un metodo, che non garantisce nulla di per sé: per secoli la selezione della classe dirigente è stata affidata al caso, all’eredità, alla forza bruta. Non è statisticamente provato che la democrazia selezioni i migliori: è solo il mezzo più pacifico ed efficiente, perché, come scrisse Einaudi, contare teste è meglio che spaccarle.

Chi cerca il potere, a prescindere dai metodi con cui lo consegue, sente di avere un progetto, un’idea che vuole realizzare. Nelle persone di potere c’è un’immensa forza creatrice, e non a caso, spesso potere ed arte vanno a braccetto insieme.

E allora, è credibile il personaggio chiave, un uomo che - arrivato al potere limpidamente, sia pure grazie ad errori non suoi - posto di fronte all’alternativa drammatica tra la possibilità di mettere in pratica le proprie idee e fare del bene, ma a prezzo di un compromesso, o rinunciare a tutto, non si sente dilaniato, ma si libera della carica appena conquistata con la stessa facilità con cui ci si toglie un cappotto? Davvero un uomo vero in una simile situazione non sentirebbe le seduzioni del potere, le sue ammalianti sirene? Non passerebbe notti insonni in tormentosa solitudine meditando su cosa è davvero giusto fare? Non sentirebbe la tentazione di accettare in nome del primo principio della politica per cui “il fine giustifica i mezzi”?

Non me la bevo: quello che Williams impersona non è un uomo integro, ma solo un fifone. Cioè qualcuno che, avuta la bicicletta, si accorge di quanto è faticoso pedalare, e afferra il
primo pretesto possibile per rinunciare. Come ben intuiva Dioniso di Siracusa proponendo a Damocle di scambiarsi i posti, tutti vedono i privilegi del potere, e lo ambiscono fin quando non si rendono conto di quanti rischi, responsabilità e fatica esso comporta.

Sarebbe stato ben altro film se il regista e il principale attore fossero stati capace di domandare ad ogni spettatore, dopo avergli fatto fare tante risate: ma se tu avessi – anche per caso, o immeritatamente - il potere di cambiare le cose, lo accetteresti? Ne assumeresti il peso? O fuggiresti?
Ognuno di noi si ritrova, a un certo punto - per scelta, caso o destino - a recitare una parte. Il filosofo Epitteto prescriveva all’uomo di recitarla bene. E non casualmente Dante tacciava di “viltade” colui che fece il “gran rifiuto”.
Solo che di questi vili, lamentosi per di più (Gramsci li chiamava ‘gli indifferenti’), il mondo è pieno. Quelli che mancano, drammaticamente, sono i leader coraggiosi e le persone di buona volontà.


PS: a ripensarci, era molto meglio la prova di Eddie Murphy ne "Il distinto gentiluomo" (1992), dove un truffatore riesce a farsi eleggere al Congresso degli Stati uniti con lo scopo di profittare del denaro dei lobbysti, ma quando è dentro scopre quanto la politica è corrotta e contribuisce a fare arrestare alcuni ladri tra i deputati. Come a dire che un malvivente è un semplice dilettante rispetto ai professionisti della politica. Caustico.



15 maggio 2007

Au milieu de l'hiver

"A midi sur les pentes à demi sableuses et convertes d'héliotropes comme d'une écume qu'auraient laissée en se retirant les vagues furieuses des derniers jours, je regardais la mer qui, à cette heure, se soulevait à peine d'une mouvement épuisé et je rassasiais les deux soifs qu'on ne peut tromper longtemps sans que l'être se dessèche, je veus dire aimer et admirer. Car il y a seulement de la malchance à n'être pas aimé : il y a du malheur à ne point aimer. Nous tous, aujourd'hui, mourons de ce malheur. C'est que le sang, les haines décharnent le cœur lui-même; la longue revendication de la justice épuise l'amour qui pourtant lui a donné naissance. Dans la clameur où nous vivons, l'amour est impossible et la justice ne suffit pas. C'est pourquoi l'Europe hait le jour et ne sait qu'opposer l'injustice à elle-même.

Mais pour empêcher que la justice se racornisse, beau fruit orange qui ne contient qu'une pulpe amère et sèche, je redécouvrais à Tipasa qu'il fallait garder intactes en soi une fraîcheur, une source de joie, aimer le jour qui échappe à l'injustice, et retourner au combat avec cette lumière conquise. Je retrouvais ici l'ancienne beauté, un ciel jeune, et je mesurais ma chance, comprenant enfin que dans les pires années de notre folie le souvenir de ce ciel m'avait empêché de désespérer. J'avais toujours su que les ruines de Tipasa étaient plus jeunes que nos chantiers ou nos décombres. Le monde y recommençait tous les jours dans une lumière toujours neuve. O lumière! C'est le cri de tous les personnages placés, dans le drame antique, devant leur destin. Ce recours dernier était aussi le nôtre et je le savais maintenant. Au milieu de l'hiver, j'apprenais enfin qu'il y avait en moi un été invincible."

Albert Camus - L'été - Retour à Tipasa

Un'idea su Ségo

Un mio amico francese mi ha inviato alcune argute considerazioni sulle recenti presidenziali transalpine. Ne traggo questa arguta osservazione:

"On peut un peu regretter de ne pas voir une femme accéder à la magistrature suprême, mais comme disait la regrettée Françoise Giroud, journaliste française de renom :

"La femme sera vraiment l'égale de l'homme le jour où, a un poste important, on désignera une femme incompétente".
Force est de constater que nous n'en sommes pas encore là..."

14 maggio 2007

Sacrosanto :-)


Non esistono donne fatali, solo uomini cretini.
(Anonimo)

13 maggio 2007

La Metro fa un'altro buco...nell'acqua


Tracciato del progetto comunale

E così la stazione di Largo Argentina della metro C non si farà. Impossibile bucare lo strato archeologico senza fare sfracelli. Sorpresi? Ma se lo sanno tutti che scavare nel centro di Roma è impossibile! Sono maligno: perché aprire tanti bei cantieri della Metropolitana in pieno centro è un stato un modo efficacissimo di propagandare l’idea di un’amministrazione impegnata nella costruzione di grandi opere pubbliche. Mentre quelli aperti erano solo cantieri archeologici... dirlo chiaro e tondo non sarebbe stato altrettanto pagante politicamente.
A proposito, ma com'è possibile che la Sovrintendenza abbia autorizzato lo scavo di un'altra linea sotto le fondamenta del Colosseo? E il pericolo per la stabilità del monumento, sempre evocato quando si tratta di limitare il passaggio di auto, e soprattutto in occasione del 2 giugno (niente carri armati, persino i tacchi dei soldati trasmettono vibrazioni al terreno, si disse)?
Mi permetto di suggerire un deciso spostamento del tracciato: più a nord, da Porta Maggiore, a Piazza Vittorio, a Piazza Venezia, per evitare la zona dei Fori e del Colosseo. E poi lambire il centro facendo passare le gallerie sotto il Lungotevere, se non addirittura sotto il Tevere, fino a San Pietro. Ma sono pronto a scommettere che la metro C non si farà. E francamente non penso che sarebbe un male. Una buona tramvia, come quella che ho appena visto a Strasburgo, potrebbe portare un gran numero di passeggeri ed essere costruita senza sconquassi in poco tempo, e con minor spesa.



Tracciato proposto


12 maggio 2007

Edgardo Sogno, il ragazzo con i capelli bianchi

In neretto, tutti i motivi per cui un personaggio del genere, di cui ho sentito parlare pochissimo, mi affascina. In America su una vita così avrebbero fatto un film... Il testo è di Sergio Romano, da 'Lettere al Corriere' 12 maggio 2007.
"Credo che non vi sia parola meno adatta di «martire» per definire un uomo che non smise mai di dare battaglia e di restituire i colpi dell'avversario. Sono convinto che Edgardo Sogno sarebbe stato il primo a rifiutare per se stesso questo appellativo. La verità è che fu un uomo scomodo, ingombrante, detestato da una larga parte della sinistra, ma poco amato dalla destra. Ebbe una certa notorietà negli ultimi anni della sua vita perché Forza Italia e Alleanza nazionale avevano bisogno di un patriota «risorgimentale», di cui servirsi per meglio dimostrare che la memoria della Resistenza era stata ingiustamente monopolizzata dai comunisti. Ma per molti anni i moderati e i conservatori lo avevano considerato con diffidenza. Era troppo impulsivo, spericolato, incurante dei rischi che correva e degli effetti delle sue iniziative. Fece almeno tre mestieri (militare, diplomatico, scrittore), ma sempre in modo sorprendente e imprevedibile.
Quando decise di andare in Spagna, durante la guerra civile, a combattere i «rossi», non era fascista, ma liberal-nazionale. Ne dette la prova dopo l'8 settembre 1943 rifiutando di deporre le armi. Attraversò il fronte, scese al Sud e di lì, dopo qualche contatto con il governo del re, ritornò al Nord per crearvi l'«Organizzazione Franchi», una delle migliori formazioni militari sorte durante la Resistenza. La sua impresa più brillante, anche se sfortunata, fu la tentata liberazione di Ferruccio Parri, allora detenuto nell'albergo di via Santa Margherita, a Milano, dove le SS avevano il loro quartier generale. Indossò una uniforme tedesca ed entrò spavaldamente nell'albergo fingendosi latore di messaggi speciali, ma venne catturato e mandato in un lager della provincia di Bolzano da dove uscì vivo, miracolosamente, nelle ultime settimane del conflitto.
Terminata la guerra, fu giornalista, fondò un settimanale e divenne membro della Consulta (l'organo consultivo che tenne le veci del Parlamento prima delle elezioni per l'Assemblea costituente) e avrebbe potuto restare in politica. Ma non andava molto d'accordo con i suoi amici liberali e decise di entrare in diplomazia. Nel 1938 aveva fatto il concorso per la carriera e lo aveva vinto, ma il posto gli era stato tolto all'ultimo momento, grazie a un ingiusto cambiamento di graduatoria. Terminata la guerra, ricorse al Consiglio di Stato, ebbe il posto di cui era stato privato e approdò a Palazzo Chigi dove aveva sede, allora, il ministero degli Esteri. Ma era troppo avventuroso e irrequieto per accettare le servitù di un mestiere nobile, ma prudente. All'inizio degli anni Cinquanta, con grande imbarazzo del suo ministero e di quello degli Interni, pubblicò un giornale anticomunista intitolato Pace e libertà che fu per qualche tempo sul punto di trasformarsi in movimento politico. Quando gli ungheresi insorsero a Budapest nell'autunno del 1956, si gettò nella mischia e mise in piedi un'associazione che operava da Vienna per accogliere i profughi in fuga dalla repressione sovietica. Irrequieto e genialmente instabile, tornò in diplomazia, fu a Washington e successivamente a Rangoon come ambasciatore. Ma non approvava il giudizio negativo del governo di centrosinistra sulla guerra del Vietnam e decise di dimettersi. Aveva torto, ma le persone che hanno il coraggio di vivere i propri errori sino alle loro logiche conseguenze meritano rispetto.
Più tardi, negli anni di piombo, quando l'Italia attraversò uno dei periodi più pericolosi e turbolenti della sua storia, Sogno giunse alla conclusione che il Paese aveva bisogno di un nuovo regime politico simile a quello che il generale de Gaulle aveva creato per la Francia fra il 1958 e il 1962. Strinse amicizia con Randolfo Pacciardi, fautore della repubblica presidenziale, e cominciò a immaginare improbabili, avventurosi cambiamenti di governo. Erano le fantasie di un temperamento incontrollabile, di un eterno ragazzo con i capelli bianchi. Ma finì per qualche giorno a Regina Coeli nel corso di una indagine che si concluse qualche mese dopo con un proscioglimento.
L'ultimo capitolo fu negli anni Novanta quando Tangentopoli e il collasso del vecchio sistema politico gli dettero la sensazione che la sua speranza di un'Italia gollista avrebbe potuto finalmente avverarsi. Si rimise a scrivere con grande entusiasmo, pubblicò alcuni libri e fece altre battaglie. Quando lo vidi l'ultima volta, soffriva di una ostinata bronchite, ma non voleva rinunciare a tutti i battaglieri impegni che aveva preso per i giorni seguenti. Morì alla fine 1999 dopo avere scritto una Lettera agli amici che fu il suo testamento politico."

10 maggio 2007

Free man in Riga

Un'altra dura giornata a recitare il mio strano lavoro, a metà tra l'uomo d'ordine e lo psicanalista per signora. Sono passati cinque anni da quando sono tornato da Riga in Italia per cominciare tutto questo. Così mi torna sempre in mente questa canzone di Joni Mitchell.
Peccato, capisci che sei felice solo quando è troppo tardi, o forse è la vita che ci porta, o il dovere... mah.


FREE MAN IN PARIS
Joni Mitchell

...

Everybody's in it for their own gain
You can't please 'em all
There's always somebody calling you down
I do my best
And I do good business
There's a lot of people asking for my time
They're trying to get ahead
They're trying to be a good friend of mine

I was a free man in Paris

I felt unfettered and alive
There was nobody calling me up for favors
And no one's future to decide
You know I'd go back there tomorrow
But for the work I've taken on

...

Lately I wonder what I do it for
If l had my way
I'd just walk out those doors
And wander
Down the Champs Elysees
Going cafe to cabaret
Thinking how I'll feel when I find
That very good friend of mine

I was a free man in Paris

I felt unfettered and alive
Nobody was calling me up for favors
No one's future to decide
You know I'd go back there tomorrow
But for the work I've taken on

...



06 maggio 2007

Un gingillo per gli schiavi

In Germania è diventato una star l'orsetto Knut, un cucciolo di orso polare, nato lo scorso dicembre allo zoo di Berlino.

Prego, è la stessa Germania che un anno fa permise che venisse accoppato senza tante discussioni Bruno, l’orso italiano che vagabondando nelle Alpi ebbe la sventura di passare il confine, e fu ucciso dai cacciatori bavaresi col consenso delle autorità preoccupate per il bestiame? Cos'è cambiato allora?

Benchè entrambi orsi, i due sono diversissimi: Bruno era un orso italiano, un meridionale disordinato e casinista. Knut è un orso del Nord, bianco, pulito ed ordinato. Bruno cercava la libertà. Knut è nato e vive bene in cattività. È una differenza che in questo ordinato e meticoloso paese - tirato a lucido, lindo e pinto, dove ogni cosa deve stare disciplinatamente al suo posto - può diventare questione di vita o di morte.

Buffo peraltro che poi la Germania possa montare in cattedra e accusare l'Italia di scarsa sensibilità animalista (ricordate le campagne diffamatorie della Bild contro gli italiani che accecano gli uccellini per farli cantare meglio?). Da qual pulpito...

Sono di sangue abbruzzese, e - agli orsachiotti tenerottoli che fanno bella mostra di sè negli zoo, simbolo rassicurante di una versione addomesticata e buonista della natura da servire ai bambini per illuderli sulla mitezza del mondo - continuo a preferire i grandi e possenti orsi marsicani padroni delle montagne, e la loro secolare lotta per la sopravvivenza contro l'uomo.

Ed invece che portare i
bambini allo zoo, li farei salire su quelle montagne, per insegnar loro che è meglio morire libero, come Bruno, piuttosto che vivere schiavo come Knut.

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Vedi anche "Fine di Bruno, orso italiano in Germania"


05 maggio 2007

Sette anni su Internet


Sette anni fa, dalla Sala Computer della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione mettevo online, su un server gratuito di Digilander, e con l'aiuto di Maurizione Rinaldi, il mio primo sito.
Poi vennero il sito AllieviSSPA e il Controsito, il sito degli Hash, quello dell’Unadis, il mio Blog. Se il primo sito era una sorta di vetrina, arricchendosi poi di contenuti di servizio, il Blog è stato una palestra di scrittura e di riflessione su piccoli e grandi temi. Con una presenza costante su internet ho potuto documentare la mia attività, fare incontri quasi sempre interessanti, ritrovare vecchi amici (e trovare giovani amiche ;-) e compagni di scuola e di Accademia. Ho avuto oltre 140.000 visite e conto lettori affezionati, tra cui qualche inevitabile ma innocuo maniaco (un dirigente in pensione delle Comunicazioni, rimbambito, ed una mia ex tedesca, ossessiva).

Sette anni fa stare su Internet era difficile e dispendioso. Anni ruggenti, a guardarsi indietro. La rete era percorsa da dilettanti e sciacalli, sedicenti ‘imprenditori’ convinti di aver trovato un modo per guadagnare senza faticare.
Uno speculatore sardo, Nicky Grauso, si era registrato tutti i cognomi italiani. Fu il maggior fenomeno di cybersquatting nel nostro paese. Per farmi usare il mio nome avevano tentato di stoccarmi una milionata. Aspettai che la registrazione al Nic scadesse e lo presi il giorno dopo per una sessantina di euro. Poi, il mio primo provider fallì, e rischiai di perdermi tutti contenuti.
Oggi un generoso spazio server e un dominio mi costano appena 11 €.

Poi c’era la questione della codifica. Il mio primo editor fu (orribile a dirsi), Word. Poi imparai a usare Java, un po' di DHTML. Oggi so modificare un CSS e poco più.
I blog ed i wiki hanno aperto a tutti la possibilità di pubblicare contenuti usando templates preformattati e pannelli di controllo senza bisogno di editors e di ftp (caro vecchio Cute!). Molto più comodo, anche se il web che ne risulta è piuttosto monotono. Il php basato su database ha permesso di superare la struttura gerarchica ad albero, basata sull’antiquato concetto di directory derivato dal mondo dei pc da tavolo. L’innovazione dei permalink ha dato un senso più completo alla nozione di URL.
Infine, Google, che ha trasformato una fragile ragnatela di link in un’efficiente banca dati.

Abbattuti a livelli ragionevoli i costi di accesso, è sperabile che un giorno si possa superare anche la tirannia dei nomi a dominio e dei provider e dar vita ad un’internet finalmente decentralizzata, secondo il modello del per-to-peer. Non c’è nessuna ragione tecnica per cui uno non potrebbe farsi il proprio server casalingo e tenere i propri contenuti presso di sé. E soprattutto non esiste un motivo per cui l’ICANN debba esercitare un monopolio sui nomi a dominio, regalando soldi alle autorità di registrazione e a speculatori di tutto il mondo. Non bastano le figuracce fatte con i domini .tv, .fm, .eu, e la patetica vicenda del .xxx? Perché dovrebbero esistere solo TLD geografici e non linguistici (per i contenuti in latino, per esempio)? Perché non posso avere un sito www.quintavalle.dq? Ma sono pronto a scommettere che presto questo problema sarà superato.

Ma a che serve stare su internet? Sette anni fa avere un proprio sito personale era una vera novità. Oggi invece la possibilità di farsi un blog è alla portata di tutti, ma bisogna ancora scontare il pregiudizio dei profani che mettersi su internet (se non si ha un’impresa o un prodotto) sia un atto di profondo narcisismo. Forse. Ma a me piace pensare che offrire le proprie opinioni ed esperienze allo scrutinio del pubblico sia soprattutto un atto di umiltà e trasparenza.

Partecipo, insieme a milioni di altre persone, a una grande comunità che costruisce quotidianamente una memoria collettiva ed un sapere non gerarchizzato e non controllato. È davvero ironico che il web sia nato in un ambiente accademico, quando esso è diventato lo strumento eversivo che ha permesso di liberarsi dal monopolio dell’accademia e dell’editoria per la diffusione di conoscenza ed informazione.

Certo, c’è un’offerta sovrabbondante, un chiacchiericcio incessante, e la maggior parte dei contenuti in rete sono del tutto superflui. Ma, è questo il bello, si può scegliere.

Il web, in fondo, è una grande metafora liberista: qui la rilevanza di ognuno è data dalla capacità di offrire qualcosa di interessante. Ciascun nodo di questa rete è evitabile, sorpassabile. Nessuno può imporre dazi. L’esclusivismo non è possibile, occorre saper attrarre. I soliloqui sono possibili, ma vince chi sa dialogare. La concorrenza è assoluta e perfetta, c’è spazio per tutti, e c’è una possibilità di confronto pressoché immediata. Internet è un mercato perfetto, da manuale. Dove meglio poteva trovarsi, allora, un liberale come me?

01 maggio 2007

Tolleranza zero, compagno?

Come sindacalista (sono Segretario Nazionale della Cida-Unadis), e come lavoratore, il 1° Maggio è anche una mia festa. Però devo dirlo, mi fa sempre una certa impressione, ascoltare i discorsi dei segretari dei sindacati confederali, che rappresentano ormai, molto più che i lavoratori, i pensionati. E tra i lavoratori, molto più i privilegi di chi il lavoro lo ha, di chi lo vorrebbe avere. L'impressione, insomma, è che la nostra grande nazione sia come l'orwelliana fattoria degli animali, dove tutti sono uguali, certo, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Proprio oggi c'è stato un altro incidente mortale sul lavoro. E alla manifestazione di Torino il segretario CGIL Epifani - che aveva a fianco un assenziente Fausto Bertinotti - ha chiesto "Tolleranza Zero" per chi causa morti sul lavoro.

Tolleranza Zero? Ma non era un concetto di destra? E della destra più bieca? Ci sarebbe molto da dire su come vengono malamente fraintesi concetti che arrivano da oltreAtlantico: in America la politica di Tolleranza Zero è stata il frutto più riuscito di un'azione bipartisan condotta dal Presdiente Clinton, e dal Sindaco di New York Rudy Giuliani, che ha ridotto notevolmente la criminalità.
Quindi, sgombrato il campo dall'equivoco mi chiedo: questa richiesta di fermezza vale solo per le morti sul lavoro? O non per tutte le occasioni in cui la vita di un cittadino innocente viene distrutta? Vale per le rumene che hanno ucciso a ombrellate una ragazza nella metro di Roma? Vale per le ottomila vittime all'anno dell'incoscienza al volante (come la mi povera mamma)? Insomma il valore della vita è uguale per tutti e merita sempre di essere tutelato?
O ancora una volta, siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri?