08 giugno 2007

Addio all'informatica (o almeno, arrivederci)

Una mia amica mi aveva regalato un gift certificate di Amazon un anno fa, e mi sono mosso, tipicamente, all’ultimo minuto per riscattarlo. Non avevo mai ordinato niente su Amazon.uk. È un sito incasinatissimo. Mi sono trovato con un ordine per un libro che non volevo e un altro ordine per due libri che volevo cancellati. E sì che non sono un pivello dell’informatica, né un novellino dell’e-commerce. Due ore perse ieri sera, altre mail di protesta stamattina. Ho risolto bene, nulla da dire sul loro customer care, correttissimi. Ma tempo buttato, e io di tempo non ne ho più.

Appena il dottore ha visto le radiografie della mia colonna vertebrale (foto) ha stabilito che passo troppo tempo al computer. È vero, e, ciò che è più paradossale, ogni soluzione tecnica che dovrebbe aiutarmi a salvare tempo nel mio lavoro, comporta altro esborso di tempo ed energie. Il nuovo fax, il nuovo scanner, il nuovo video: ognuno di questi benedetti prodotti ha una quantità di funzioni di cui potrei fare benissimo a meno, e manuali d’istruzione così perversamente complicati che al confronto una circolare della Ragioneria Generale dello Stato sull’inventario dei beni di facile consumo e redazione del modello 256 PGS, è un’opera di alta poesia.

Ho buttato ora il mio vecchio pc upgradato cento volte, comprato otto anni fa. Allora ero un assoluto computer geek. Non credo affatto che la mia vita, una volta informatizzata, sia cambiata per il meglio. Il computer non serve a produrre meno carta. Non serve affatto a lavorare di meno. È allucinante spedirsi mail tra persone che potresti vedere di persona. Questa fede nell’informatizzazione come panacea di tutti i mali presuppone che si sappia ragionare in modo semplice: ma se non sono semplici nemmeno coloro che programmano questi aggeggi! È una pia illusione che il pc serva a socializzare, e aborrisco da sempre la possibilità di giocarci o di vederci film. Al computer ho conosciuto delle persone agghiaccianti e false, come una tal demografa meclemburghese: senza computer mi sarei dunque risparmiato uno degli anni più brutti e una delle esperienze più avvilenti della mia esistenza.

E poi francamente detesto l’omologazione informatica che riduce ogni cosa ad una questione di bit. Fotografie, scritti, musica, pensieri: tutto è diventato un identico, omogeneo segnale digitale.
Vuoi mettere il colore dell’inchiostro della stilografica, il pennino che gratta la carta quando verghi i tuoi pensieri? E la punta del grammofono che plana insicura sul solco del vinile, e il fruscio dei miei dischi jazz? Ieri ho tirato fuori la mia vecchia fedelissima Canon. Che rassicurante suono, la baionetta inastata, il rullo che riavvolge la pellicola d’argento. E le diapositive nel proiettore, enormi e sfolgoranti di colori. Chi ci ha imposto di rinunciare a tutto questo? E dove sarebbe la comodità nel farlo?

Quindi prendo una decisione: mi metto a dieta di pc. Non penso affatto di farne a meno - sono un uomo del XXI secolo - ma di ridurne drasticamente l’uso.
Torno al diario su quaderno di carta, alla foto con i rullini, alla musica dal vivo.

È estate, le spiagge abbondano di belle ragazze, le piazze di turiste, le ville di musicisti. Un sole gradevole ed amico carezza i nostri corpi, e la sera, a Campo dei Fiori, l’aria è delicata come il velluto: sarebbe un peccato perdere altro tempo qua sopra.

Dunque addio anche a questo blog, almeno per un po'. Chi vuole mi trova a Campo per una sana birra. Grazie a Dio, nessuno è mai riuscita a distillarla in bit.

07 giugno 2007

Vangelo per Dirigenti

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
Mohandas K. Gandhi

Il Precursore

Sette anni fa ero allievo dirigente alla Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione.
Un giorno, in una torrida estate, con i condizionatori rotti, decisi di mollare l'abbigliamento formale cui eravamo tenuti per regolamento e mi presentai a lezione in bermuda, sandali e camicia hawaiana. L'effetto fu clamoroso e di rottura, in un paese dove l'apparenza è tutto. Ora leggo con piacere che il bermuda sta diventando di moda.

Classico addio: Pantaloni-bermuda e bretelle: in ufficio l’«uomo stropicciato» .
Voglia di libertà e di leggerezza: Pitti apre la rassegna dell’abbigliamento maschile
FIRENZE — C’è qualcosa nell’aria se il pantalone s’accorcia a mo’ di bermuda. Se la giacca si svuota, si fa piccola e pure un po’ stropicciata. Se alla cinta è preferita la bretella. E se la polo sta al posto della camicia. C’è qualcosa sì: voglia di leggerezza, libertà, di — per una volta —sognare che il classico si faccia da parte. Che il maschio, questa volta, ce la faccia? Parrebbe di sì, o per lo meno è più convinto del solito… Pitti uomo è uno show, svelto, dinamico, giovane. Dove il lui, evidentemente, è un tipo allergico alle convenzioni: al lavoro ci andrebbe anche in bermuda, appunto… Uno pensa che no, non è possibile. L’uomo non sarà mai così coraggioso.
C’è chi le mode le segue.
C’è chi le mode le lancia.
C’è chi le mode le anticipa...

Ma essere leader non vuol dire proprio anticipare i cambiamenti?

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Articoli sull'argomento:
WEDNESDAY, JULY 4, 2007
Italians fight global warming by shedding their ties

By Elisabeth Rosenthal (International Herald Tribune)

Dressed for the occasion - Bangkok Post
The Federal Aviation Administration's dress code, which was introduced last September, bars jogging outfits, halter tops, shorts and jeans. ...
www.bangkokpost.com/040707_News/04Jul2007_news99.php


01 giugno 2007

I complessi di colpa dell'Occidente

Ho trovato questo trafiletto di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera (18/II). Illustra in poche righe il diffuso e patologico 'complesso di inferiorità' occidentale di cui ho parlato nella mia ricerca "Is there a West?". Ritengo che l'Occidente sia prigioniero della sua tradizionale visione che lo pone al centro della storia umana, anche quando denuncia i suoi limiti ed errori storici. Così, nel caso, citato nell'articolo, della tratta degli schiavi, si omette di dire che gli euro-americani non furono i soli acquirenti di schiavi né i soli impegnati nella tratta, che ebbe come complici i mercanti arabi e le stesse tribù africane.
Piuttosto equivoca, invece la nozione di "conquiste universali" dell'Occidente. Pochi, fuori dall'Occidente stesso, la condividerebbero, e quindi, ancora una volta, si tratta di un'autoillusione.

Ha fatto bene il ministro dell'Istruzione inglese Alan Johnson a rendere argomento obbligatorio dello studio della storia nella scuola secondaria la tratta degli schiavi. «Voglio - ha spiegato - che i giovani riflettano in modo critico su temi come l'etnicità, la religione, la razza». Ma con due obiezioni. La prima è che nel mondo un'unica cultura, ahimè, quella europea, si muove in questa direzione, e ciò crea un evidente squilibrio nella percezione del passato e nel giudizio su di esso. La seconda è che da tempo, ormai, il «pensiero critico» che la nostra scuola insegna alle nuove generazioni è quasi sempre solo un pensiero autocritico verso l'Occidente, all'insegna del «rimorso dell'uomo bianco». Un equilibrato senso storico vorrebbe invece che accanto alle colpe si insistesse almeno egualmente sulle conquiste universali dell'Occidente stesso. Ma qualcuno ne sente parlare oggi nelle aule scolastiche?
Lo stesso torna sul tema dello schiavismo il 9 Maggio 2007:

ALTRI SCHIAVISTI

Nei tanti discorsi e libri che si fanno e si scrivono in Italia sulle colpe storiche del binomio Occidente-capitalismo (in genere per sminuire quelle del comunismo) lo schiavismo occupa uno dei primissimi posti. È forse per questo che è passata sotto silenzio una storia finalmente completa di quel terribile fenomeno: La tratta degli schiavi di Olivier Pétré-Grenouilleau, libro uscito l’anno scorso dal Mulino. Perché l’autore dimostra che, contro circa 11 milioni di persone trasportate in catene fra il 1519 e il 1867 dall’Africa verso le Americhe dagli europei, furono ben 17 milioni (cioè oltre il 50 per cento in più) gli schiavi venduti in un arco assai più lungo di tempo all’interno dell’Africa nera stessa e nei paesi islamici ad opera, naturalmente, di mercanti non europei. Nel 1900 in Africa occidentale «c’erano più schiavi di quanti avessero mai avuto le Americhe in qualsiasi momento della loro storia» (p. 419)