31 luglio 2007

Mele... bacate

Ci si domanda, leggendo i giornali, se i nostri politici lo facciano apposta. Apposta a gettare discredito sulle istituzioni – per le quali molto seriamente tanta gente, compreso il sottoscritto, lavora - in un impeto di irrefrenabile ed incosciente tafazzismo.

Antefatto: un deputato dell’UDC, Cosimo Mele, ammette alla stampa di aver partecipato ad un festino con prostitute, alcol e droga all’Hotel Flora di Roma, scoperto perché una delle ragazze si è sentita male.
Fatto l’annuncio con aria contrita, il deputato aggiunge: “Mi dimetto”.
E allora si sente un moto di istintiva solidarietà per uno che, sì, ha fatto la ca**ata, ma che vivaddio, ha il coraggio e la dignità di ammetterlo, e di trarne le dovute conseguenze istituzionali. Ci si sente evangelici, si cita la massima "chi è senza peccato scagli la prima pietra", etc. Tanto di cappello, in confronto alle dimissioni farsa di Gustavo Selva, vantatosi della furbata di aver superato un blocco stradale facendosi caricare su un’ambulanza per raggiungere degli studi televisivi.
Uno pensa, questo Mele è un uomo vero, ha dato dimissioni vere, e con ciò ha reso un bel servizio alle istituzioni.

Macché: 24 ore dopo scopriamo che Cosimo Mele si è dimesso dall’UDC, non dal Parlamento. E che il segretario dell’UDC sollecita interventi (anche economici) per favorire il “ricongiungimento familiare”, espressione coniata per i poveri immigrati e che sembra semanticamente curioso voler estendere ai parlamentari. A parte il fatto che se l'indennità parlamentare basta per affittare una suite a Via Veneto, due professioniste e 2 etti di coca (già, abbiamo pagato le tasse anche per consentire al deputato di fare i suoi comodi!), forse allora avanza per portarsi dietro la famiglia - che ricordiamo al cattolico Mele è "remedium concupiscientiae".

Insomma, una vicenda squallida ma che poteva essere gestita con un minimo di dignità, e persino diventare un precedente importante in casi simili, diventa ridicola, e attira il disprezzo dell’opinione pubblica non più su un singolo, ma su un sistema intero. Ed è questo, non la boccaccesca vicenda del deputato puttaniere, il danno grave alle istituzioni.

28 luglio 2007

Qui si parla di me...

"In mezzo all'impersonale personificato, qui si erige una personalità"
Capitano Achab, in Melville, Moby Dick, CXVIII



27 luglio 2007

Sulle spalle di Ascanio

Tra le proposte di Veltroni - capo in pectore del futuro (!) Partito Democratico - c’è quella di abbassare l’età per essere ammessi a votare, da 18 a 16 anni, come pare si stia facendo in Austria.
Si vorrebbe porre in tal modo un rimedio alla straordinaria gerontocrazia italiana, che fa della nostra classe politica la più vecchia d’Europa, e il nostro un paese in drammatico declino demografico, visto che ogni risorsa va alle pensioni e al debito, mentre di politiche per la famiglia ed il futuro non si parla.
Il rimedio è virtuale, un po' come quelli che Veltroni ha applicato finora ai problemi della Capitale, che infatti continua ad essere sporca, caotica ed inquinata, solo che adesso costituisce un “Modello Roma”. Modello di cosa e per chi, non si sa bene.

Forse che i ventenni, trentenni, quarantenni già oggi non votano? Eppure i giovani in politica non contano. Lo stesso Veltroni scende in campo a un’età in cui Tony Blair si è ritirato.
Forse che le donne in Italia non votano? Sono la buona metà della popolazione, eppure la nostra rappresentanza politica femminile è la più striminzita d’Europa.

Il problema centrale del nostro paese, che gli impedisce di essere una democrazia matura e quindi un sistema competitivo ed efficiente non è il voto in sé, ma la traduzione del voto in peso politico.

In modo tipico della sinistra italiana, l’idea di Veltroni risolve il tema della partecipazione in un diritto assoluto, ed il voto a un mero strumento di “espressione”, quando esso è soprattutto una modalità di “decisione”.
L’idea che la democrazia consista essenzialmente nel “dire la propria” è perniciosamente molto diffusa in Italia. Marco Pannella, con i suoi molti e quasi tutti irrilevanti referendum, ne è stato il sommo campione.
La democrazia invece consiste nello scegliere e decidere, in modo consapevole e responsabile. Il decisore deve cioè conoscere le alternative possibili, ed essere disposto a pagare
di tasca propria i costi e le conseguenze delle proprie scelte.

Nelle democrazie mature il voto non è un diritto assoluto, ma relativo, tanto che può persino essere subordinato, come in Inghilterra, al pagamento di una tassa (poll tax).
Tale diritto costituisce la contropartita di precisi doveri civici, primo tra tutti quello alla contribuzione fiscale. Si vota, insomma “col portafoglio” per difendere concreti interessi materiali: sembra prosaico, ma è così. Il motto delle grandi democrazie liberali, e non a caso la parola d'ordine della Rivoluzione Americana, è "no taxation without representation".

Ora, in Italia, quello che è appunto saltato, e che ha fatto impazzire tutto il meccanismo, è proprio il nesso tra “taxation" e "representation”, la naturale endiadi "cittadino-contribuente". L'anomalia italiana sta nel fatto che chi decide la spesa non ne paga le conseguenze, grazie ad un meccanismo di sostanziale irresponsabilità fiscale.

Facciamo un passo indietro: i parlamenti nacquero come assemblee rappresentativa di proprietari terrieri, di coloro che avevano beni al sole. Essi avevano la funzione di autorizzare il sovrano alla spesa pubblica, e quindi alla relativa tassazione, che della spesa è il corollario indispensabile.
La prima, fondamentale divisione dei poteri, che è il concetto su cui si basa la democrazia moderna, è questa: tra poteri di impegno e ordinazione della spesa, e poteri di imposizione fiscale (entrate). Chi paga controlla chi spende, e per questa via si realizza un equilibrio di bilancio.

In Italia, invece, si è invertito il gioco delle parti: chi ordina la spesa non ne risponde a coloro che devono poi finanziarla. Perché ciò avviene?
Perché il Parlamento Italiano, forte di un potere legislativo praticamente assoluto, può emanare leggi di spesa, lasciando al governo l’onere della loro copertura e della quadratura dei conti.
Ora, la spesa pubblica è uno splendido strumento per l’acquisto del consenso (pork barrel), di cui i parlamentari hanno disperatamente bisogno. Per espandere la spesa, però, occorre imporre nuove tasse: queste invece non portano consenso. La soluzione italiana è stata quella di indebitarsi. Il debito può essere finanziato anche da investitori stranieri, ma alla fine a pagare per redimerlo sono sempre i cittadini. Non però gli elettori di coloro che hanno ordinato la spesa, ma le constituencies successive, che dunque, sostanzialmente, non hanno con chi prendersela.
Ed infatti, il bilancio pubblico è in sostanziale pareggio, persino in avanzo primario. Se abbiamo un deficit esso deriva dal debito pregresso.

È attraverso l'espansione del debito pubblico che è saltato il necessario rapporto tra tassazione e rappresentatività, che è il cuore di ogni democrazia matura.
L’indebitamento italiano – in sostanza - può essere letto come una tassazione indiretta che una generazione ha imposto a quelle successive per pagarsi l’espansione del proprio benessere, allontanando da sé i costi. L’Italia di oggi potrebbe essere ben simboleggiata da un Ascanio costretto ad accollarsi il peso - economico e fiscale - del padre Enea e del nonno Anchise.

Dunque, il nocciolo del problema non è rappresentare meglio le generazioni presenti, ma proteggere le generazioni future, che sulle scelte di oggi non hanno voce in capitolo e per tale via, imporre un comportamento 'virtuoso' ai decisori politici di oggi.

L’espansione della base elettorale ai minori potrebbe allora far ben poco: immetterebbe sul mercato politico persone che voterebbero in base a una carica ideale, per non dire ideologica, aggravando semmai - non pagando i sedicenni le tasse - il problema della irresponsabilità fiscale di chi vota.
Al contrario, lo dico per paradosso, la base elettorale dovrebbe essere ristretta, privando del diritto di voto coloro che hanno rotto il patto tra le generazioni su cui si regge ogni società umana (‘io preparo il tuo futuro, tu assisti la mia vecchiaia’) e hanno accollato ai loro figli e nipoti i loro debiti: quelli che Svevo chiamava “gli abietti longevi che appariscono quale un peso per la società”.
Oppure, si potrebbe dar corso alla proposta (che ho ripreso in questo post) di far votare le mamme per i figli minori, il che avrebbe il vantaggio di far pesare le famiglie con figli, vale a dire quelle che hanno fatto investimenti sul futuro.

Ma credo che solo una maggiore divisione dei poteri, privando completamente il parlamento e le assemblee rappresentative del potere di ordinare la spesa, e al tempo stesso imponendo una disciplina costituzionale più rigorosa dell’indebitamento potrebbero porre rimedio al disastro italiano. Nel Regno Unito i
l Parlamento può solo approvare il bilancio presentato dal Governo o rigettarlo. La sessione di bilancio lì dura appena mezza giornata: altro che Legge Finanziaria...



26 luglio 2007

Black Magic Woman

26 luglio 1997. Incredibile, sono passati esattamente dieci anni, eppure è come se fosse ieri. Ricordo ogni minuto di quella stupenda e pazza estate, tra Brussel, Parigi ed Amsterdam… il nostro incontro folgorante, la nostra fuga insieme, e quella romantica mansarda sui tetti di Parigi, la luna piena che disegnava delicati arabeschi d'argento sul suo lungo, sontuoso corpo d’ebano che sapeva amarmi con una passione e un calore mai sperimentati prima, né - ahimè - dopo.

Ci sono donne che riempiono di sé ogni spazio e momento, pronunciano parole solenni e meravigliose senza il coraggio di andare sino in fondo, e poi, puf!, scompaiono come bolle di sapone, inghiottite nel nulla, meteore senza senso, consegnate all'oblio, lasciando dietro di sé solo il rimpianto per il tempo buttato appresso a loro.

E poi ci sono quelle come Gloria: donne speciali, che marcano un punto di svolta nella vita di un uomo. Dopo di loro niente è più come prima. Donne donne, che fanno sentire uomo un uomo. Di norma non amo guardarmi indietro, né conservare rapporti con le mie ex. Ma lei è indiscutibilmente una delle cose più belle che siano capitate nella mia vita. Ci incontriamo talvolta, per caso, nei posti più impensati, Rotterdam, Rostock, Milano, e rimaniamo in sporadico ma amichevole contatto, condividendo il sentimento complice e malandrino di chi ha vissuto una bella avventura insieme.

Immigrata illegalmente nei Paesi Bassi, si è integrata e ne è diventata cittadina, imparando perfettamente la lingua. Ha un buon lavoro, è sposata con un olandese ed ha due figlie. Anche lei ha risentito dell’ondata di xenofobia che ha attraversato quella nazione un tempo civile e tollerante, in particolare del trattamento riservato ad Ayaan Hirsi Ali e a molti altri africani come lei, stabilitisi in Olanda grazie ad una tolleranza complice ed ora, cambiato il vento, trattati come intrusi. Come molti, ormai Olandesi a tutti gli effetti, è uscita coraggiosamente allo scoperto e ha combattuto per il diritto a rimanere nella nuova patria, lottando contro le discriminazioni che colpiscono, anche lì, chi ha la pelle scura. Ha recuperato tutto intero l’orgoglio della sua africanitudine, a partire dal suo vero nome, Otoabasi. Una bella lezione di dignità, a chi pensa di poter chiudere il mondo e i suoi problemi fuori della porta.

Sono fiero di lei, ed ha sempre un posto speciale nel mio cuore e nei miei ricordi.

25 luglio 2007

Da quel pulpito val bene la predica

La Frankfurter Allgemeine Zeitung con un grande articolo intitolato in italiano «Arrivederci Italia» evidenzia sul supplemento di domenica la scarsa competitività del nostro Paese in campo turistico.

Consiglierei a chi di dovere di prendere tali critiche molto sul serio. Vengono da un paese che avrebbe in materia di promozione del turismo moltissimo da insegnarci. In Germania ogni città è ottimamente organizzata per l'accoglienza, esistono centri di prenotazione presso stazioni ed aeroporti che trovano sistemazioni di qualità a prezzi abbordabili, anche senza preavviso. Fermarsi a dormire in una città tedesca, anche arrivandoci la sera senza aver prenotato, è la cosa più semplice e rilassante del mondo. E gli standard qualitativi sono molto alti: gli hotels sono moderni, puliti, ed offrono ricchissime prime colazioni. Senza contare la regolarità dei treni e dei trasporti urbani.

Solo una inclemente meteorologia, una vita notturna a dir poco soporifera, e una gastronomia "sfidante" impediscono alla Germania di essere una star del turismo mondiale. Mentre l’Italia vive di rendita parassitaria sul mare, sul sole, sulla pizza, ma non sa affrontare professionalmente il turismo come un’industria.

Call it Joy of Life

Il mio compleanno 2005 nella mia casa di Ginevra. Beh, la casa era in realtà uno sgabuzzino, ma abitavo pur sempre al Paquis... la frontiera era vicina e contrabbandavo vino di Borgogna al di qua del confine. Ogni weekend andavo a sciare sul Monte Bianco. Conducevo una stimolante vita intellettuale insieme a un gruppo di militari e diplomatici stranieri. Quel giorno avevo anche troncato un'avvilente relazione con una donna insopportabile e per questo mi sentivo più giovane e leggero, il che per un compleanno è sempre una bellissima sensazione. E poi mi ero servito a cena ostriche e Sancerre bianco secco. In breve, mi godevo la vita.

23 luglio 2007

Dario in Dalmazia

Ragusa (Dubrovnik)

Mancava alla mia conoscenza della costa dalmata questo gioiello architettonico.


Lesina (Hvar):



A Hvar il sole splende assoluto ed imperativo. Ritornarci è sempre un'emozione.



Questa invece è la vista che si gode dalla Fortezza Spanjola. Peccato non si possano sentire gli intensi profumi di lavanda....

22 luglio 2007

Dario in Africa



Alcune immagini del mio viaggio in Mali nel Gennaio 2006.
Qui sono sul bordo della grande Falesia di Bandjagara, al tramonto. Mi accingo ad entrare nel Paese dei Dogon.
Nel video invece la risalita della Falesia, 300 metri di roccia ripida. Ad un certo punto incontrammo anche una scolaresca, che ogni giorno scalava la falesia - in pantofole! - per andare a scuola e la scendeva a sera per tornare a casa. Quando ho pensato alle storie che facevo io per andare a scuola, mi si è stretto il cuore...

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Tips and tricks for an African trip.
Mali is a poor country, but not at all miserable. It has a very interesting history, and different ethnicities. People is smiling and friendly, with an air of great dignity (but don't make any pictures, they want be tipped). Sure, you need to do all vaccines and anti-malaria, and avoid drinking non bottled water if it is offered to you. Bring Imodium and mosquito repellent (but mosquitos in Rome are much bigger, to tell the truth). Always have an ID with you, police is frequently checking tourists.
If you don't speak any french, that maybe an handicap. I recommend you buy the Rough Guide, it contains some phrasebook in Bambara, the main local language, and valuable infos. See also www.tourisme.gov.ml

Of course do not expect to find anything similar to Europe. A bit of adaptation is needed. It seem tiring at the beginning, noisy, dirty, chaotic, but once you enter the spirit, it's unforgettable.
December-January is the best time of the year for a visit there. Climate will be mild, the best in the year, absolutely bearable. In the north, nearer to Sahara, bring an hat (sun is strong even for an Italian) and do not forget to hydratate: drink a lot of water. You may buy a Touareg scarve, to make a tourban. It's good against the sandy wind from the desert.
Bamako is modern and chaotic, while Timbouktou is a legendary ancient place (never been there, unfortunately).
The capital has a superb nightlife. When in Bamako, go dancing in Niarela district, the Bla bla bar, Byblos, etc... There are astoundingly beautiful lean girls, elegantly dressed in red, with a superior sense of rithm, as any african. I flatter myself thinking I'm a good dancer, but no comparison with an african: when I have done a movement, they've done four. I spent this New Years Eve dancing with an enchanting black 'gazelle'. Good Lord!
Unfortunately, those beautiful girls all have their genitals mutilated: as they grown up, they have to have their clitoris cut away … Barbaric!

Food is very good: they eat the fish "Capitaine" from Niger river, in brochette, and you should also try the Planteen, a sort of banana, fried with eggs. Delicious. They have also funny little onions, very delicate: onions fileds give a touch of green in the midst of a panorama which is quite brown. To eat out in Bamako, I recommend the restaurant San Toro.

What to buy?
Music, first of all (ever heard of Salif Keita?), then bogolans (see www.promali.org/ndomo) - very good to cover your bed or the walls in your flat - and any sort of wooden statuettes (ebony), masks, necklaces, earrings. Go to Marché Artisanal in Bamako. Timbouktou is in the Touareg area and you will find beautiful swords, like mine, plus leather boxes.
I suggest you to bring an empty folding bag to bring things you will buy back home.
Do not expect to offer some money and go away: you HAVE to bargain. As you have not much time, do not just waste it to buy a single thing. Take a lot, then offer a ridiculous price. The seller will look offended and will ask for a huge amount of money. Say many times "A songo ka guele" ("it's too much") ad go on negotiating until you reach the price you wanted.
I tell you, it's an excellent negotiation training. And it's really great fun.
Of course in Bamako prices are higher, but on the Malian standard. What you don't keep, you can sell back home for a price 300% higher, or make gifts.

Oh: should you be arriving via Paris, you will have a stop over in Casablanca, Morocco. Don't miss the Rick's Cafe, a reproduction from the film (http://www.rickscafe.ma/ ).

In short, I foresee an unforgettable experience. It's just like landing on another world. Enjoy it!

PER SAPERNE DI PIU'

Scheda Paese Ocse
Schede Paese: World factbook Cia

20 luglio 2007

15 luglio 2007

Il Paese delle donne nude


Elisabetta CanalisA giudicare dalla sua rappresentazione mediatica, la condizione della donna italiana è proprio nera. Magari il modello "Moglie&Mamma", tutta casa e chiesa, proprio della famiglia patriarcale non era il massimo, ma certo che il messaggio che oggi è veicolato dalle varie trasmissioni TV è che per fare strada nella vita occorre essere carine e anche disponibili. C'è una vera e fiorente industria del titillamento, che si alimenta di concorsi di bellezza, veline e calendari, che propone un ben preciso tipo di ragazza: bella, stupida (ma furbetta) ed ignorante.
Avevo già affrontato in altri post (Puttanesimo integrale; La seduzione e i sottaceti) il tema dell'imbarazzante quantità di femmine discinte nella pubblicità e nella televisione italiana, che fa sembrare il nostro un paese di immaturi guardoni e di ragazzine facili pronte a vendersi per poco.

Ora Adrian Michaels sul Financial Times ci scrive un articolo "Naked Ambition", informato, ma che non centra affatto il problema.
Che è in altri termini questo: dato per scontato che la maggioranza dei posti di potere sono occupati da uomini, e che quindi una certa visione sciovinistica della donna può trovare in questo dato la sua spiegazione, perché le donne si rendono complici di tutto questo e lo accettano ? Se non altro, sotto il piano economico: capisco che una pubblicità scollacciata possa vellicare i maschi, ma - ammesso e non concesso che noi uomini siamo tutti dei guardoni bavosi - qual è l'attrazione per il pubblico femminile ? Perchè le donne comprano prodotti reclamizzati così?

Certo, c'è una certa dose di assuefazione. Ci dobbiamo sorbettare i giornali e telegiornali più servili d'Europa, chili di carta straccia e ore di trasmissione per non dire letteralmente niente. I soliti maligni diranno che è un progetto del Belzebù di turno (Berlusconi?) per rincretinire gli italiani. Ma possibile che non ci sia nessuna signora ad opporsi? Macchè, anzi: le più feroci critiche di Michaels sono venute proprio dalle donne.

Io penso, e lo ribadisco, che la radice del problema sta nel modo in cui è stata intesa la liberazione sessuale qui in Italia. Cioè all'italiana: senza cogliere il nesso tra libertà e responsabilità.

Quando io ed altri amici cominciammo a frequentare ragazze straniere, nella stagione che descrivo nel post qui sotto e in altre parti del mio sito, rimanemmo colpiti non solo dalla loro bellezza, ma anche dalla loro maggiore maturità.
La straniera arrivava puntuale agli appuntamenti, pagava la sua parte del conto, se voleva una storia con te lo diceva, altrimenti amici come prima. In due parole: rispettava e si faceva rispettare.
Per noi, abituati alle ragazze italiane - che ci facevano
immancabilmente attendere, che si facevano spesare di tutto, che se capivano che eri interessato a loro cominciavano manovre incredibili per tenerti in parcheggio il più possibile - era una rivelazione.
Elio e Le Storie Tese su quest'attitudine scrissero una divertente canzoncina, "Servi della Gleba" con l'indimenticabile verso "lei è il mio piccione, io il suo monumento" che esprime in un flash tutto il problema della mancanza di rispetto reciproco nei rapporti tra i sessi.
La donna italiana "se la tira" perchè implicitamente accetta l'idea che il rapporto tra i sessi si alimenti di sopraffazione, e cerca di fissare il prezzo più alto possibile. E il pollo italiota che infastidisce tutte le ragazze che incontra per strada (che sorpresa quando all'estero le donne ti restituiscono uno sguardo ed un sorriso!) non fa che mimare una lezione di violenza e prevaricazione appresa già in famiglia.

La difesa d'ufficio femminista è che il nostro è un paese maschilista, e che questa orgia di tette è un omaggio al potere maschile. Sarà: ma è un fatto che queste trasmissioni le vedono anche le donne, le pubblicità scollacciate si rivolgono anche alle donne, e che alla fine le tante ragazzette che costituiscono la manovalanza di questa industria, sono donne anch'esse.
Semplicemente, non è vero che l'Italia sia un paese maschilista. l'Italia è piuttosto un paese matriarcale. La grande madre mediterranea è il centro della famiglia italiana, non struttura fondante e solida di affetti e sentimenti, ma ragnatela vischiosa e complice che alimenta le dipendenze, scoraggia l'autonomia e castra il maschio.
Il classico conflitto nuora-suocera, da noi, non viene combattuto nel nome dell'autonomia della coppia dal legame incestuoso con la famiglia d'origine: esso è bensì lotta per il controllo dell'uomo tra la matriarca e l'aspirante tale.
È in famiglia che vengono ripetuti e perpetuati gli stereotipi di genere.

L'Italia non è dunque " il paese che ha dimenticato il femminismo", come sostiene Michaels. È piuttosto, un paese che ha declinato il femminismo - fenomeno d'importazione - a modo suo.
L'accento messo dal femminismo nostrano sulla 'differenza di genere' anziché sull'eguaglianza dei diritti e dei doveri, come nel femminismo degli altri paesi, è diventato presto la pretesa furbetta di una condizione di specialità e quindi di privilegio.
Il femminismo italiano non ha più niente da dire perché ha parlato sempre e solo di diritti, e mai di doveri. E perché ha prodotto donne che, diventate a loro volta madri, non hanno avuto nessun valore positivo da insegnare ai loro figli.

Rendiamoci conto, però, che il triste stato della condizione della donna, dei giovani e del livello dei rapporti tra i sessi nel nostro paese, con tutti i riflessi che ha su cultura, famiglia, educazione, è una parte non secondaria del declino  - anche demografico - italiano. Un tema che andrebbe tolto dalle pagine di varietà e affidato a ben più serie riflessioni.
Ma siamo un paese provinciale: e quello che era chiaro già quindici anni fa a un gruppo di ventenni che attraverso un pub avevano aperto una finestra sul mondo, non è ancora chiaro invece ai tanti che - ancora oggi - pensano di vivere nel paese migliore del mondo.
Giusto, in fondo: abbiamo la pasta, il sole, la pizza, perché non ci accontentiamo?

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Citato nel blog "Visti da lontano"


PS: Ecco il documentario "Il Corpo delle Donne"




13 luglio 2007

L'amica ritrovata



A volte capita che un nome ti frulli in testa per un po'. Una persona che senza una ragione precisa hai perso di vista dopo un'epoca felice, un po' come un'ondata che porta
su una spiaggia qualcosa da paesi lontani e con altrettanta decisione la restituisce al mare. Che fine ha fatto - mi chiedevo - Marija, la croata di Berlino che insieme ad altre bellissime tra cui la grande MBH, fu protagonista di un'indimenticabile stagione di feste e di spiagge, colei che nel pieno del party organizzato da Patrick la sera prima della mia partenza per l'Accademia, mi rase la barba, che il regolamento degli allievi non ammetteva?
Una breve ricerca su Internet, trovo il nome di Marjia in un sito tedesco per contatti tra compagni di scuola. Io non parlo tedesco, solo ein bissisch, così passo un pomeriggio a tradurre le pagine di istruzione. Quando dispero di avercela fatta, ecco la risposta di Marija, prima dubbiosa, poi come un flash, i ricordi tornano a fluire. Mi manda una foto, ed è certo lei, col suo grande e contagioso sorriso. Ci sentiamo al telefono ed è come se fosse ieri. Però, Internet...