29 settembre 2007

Come la moglie di Lot

Questo è il Palazzo di Giustizia di Roma. Oggi ospita la Corte di Cassazione. Passo davanti a questo edificio diverse volte al giorno, perché è davanti al mio ufficio. Istintivamente lo detesto. Pomposo, ridondante, goffo, costoso, pretenzioso, aulico, disfunzionale, pachidermico, pericolante, esso è la perfetta metafora della Giustizia Italiana. Se un monumento ha da essere verosimigliante al suo modello, allora nessuno è più azzeccato di questo.

Rileggendomi la sua storia, scopro che è praticamente contemporaneo della Torre Eiffel (1889): incredibile. Proprio mentre in riva alla Senna l’ingegner Eiffel progettava la sua ardita torre che sfidando il cielo preconizza l’età del volo, in riva al Tevere il Calderini costruiva un croccante fatto di quadrighe e di statue in toga...

L’uno guardava al futuro, l’altro al passato.

Credo che il passatismo sia la grande malattia mentale dell’Italia. Lo è a tal punto che persino i seguaci di un movimento che avrebbe dovuto essere ai suoi antipodi, il Futurismo, finirono per appattarsi con il restauratore dei labari e dei fasci.
In politica non si fa che discutere del passato, se Craxi fosse un delinquente o uno statista (io opto per la prima), anziché progettare il futuro.

Anche a livello individuale esistono numerosi e patologici esempi di persone che camminano con la faccia voltata all’indietro, vivendo di ricordi e tramutando tutto ciò che è parte del loro passato in una reliquia: ho conosciuto un uomo che ha gelosamente conservato per quarant’anni le bottiglie della sua festa di laurea; una signora che proprio non poteva fare a meno di elencare ai suoi fidanzati i suoi amori passati; gente che non butta via nulla fino a trasformare la propria casa in un magazzino. E si potrebbe continuare con esempi sempre più malati, come quei tali che per eccesso di devozione filiale conservano in casa il cadavere mummificato dei genitori.
Per tutti costoro non appare eccessiva la punizione che Dio riservò alla moglie di Lot, trasformata in statua di sale per essersi voltata indietro a guardare la distruzione di Sodoma (Genesi, 19,26).

Che abbia avuto antenati gloriosi, genitori incombenti, o un’infanzia eccessivamente protetta, il passatista cerca sempre di tornare a una sua mitica età dell’oro, in cui è stato - almeno crede - assolutamente e perfettamente felice. Il suo vivere non è che un rivivere, un ripetere, un ritrovare, un riassaporare. Tra sé ed il mondo mette il diaframma dei suoi ricordi, e l'ingombrante bagaglio delle sue esperienze: il già visto, già fatto, già detto. Il suo cammino, alla fine, è sempre circolare, un andare che è sempre un 'ritornare'. Egli parla per paragoni: le situazioni già vissute sono il metro su cui giudicare le nuove. Nelle persone che incontra non cerca la novità, ma la somiglianza rassicurante con chi già conosce. Una sua tipica frase è: “mi ricordi qualcuno”. Non rammenta: commemora.

In effetti, il passatismo è una manifestazione di profonda insicurezza. Colui che guarda al passato teme il futuro, e quindi lo nega. Nulla più di questa archeologica città di Roma simboleggia come il passato possa essere un'ipoteca sul futuro.

Quanto più conosco i passatisti, tanto più li detesto. Ho sviluppato una profonda antipatia per gli storici, gli archeologi, i diaristi, i memorialisti, gli archivisti, i museografi, i collezionisti, gli antiquari, i conservatori, i restauratori e gli imbalsamatori, per tutti coloro, cioè, che non fanno altro che rivangare e preservare il passato. Reputo fortunati quei popoli che non hanno storia né tradizioni cui ispirarsi, e possono tranquillamente scavare metropolitane sotto le loro città senza trovare vecchie pietre né catacombe.

Forse più che in Arno, gli italiani dovrebbero bagnarsi nel Lete e nell’Eunoè, i fiumi danteschi dell’Oblio e del Rinnovamento. Per cominciare daccapo una nuova storia, scrivendo su pagine bianche.



28 settembre 2007

L'arpia Birmana

Anni fa, a Ginevra, ebbi uno scambio di idee, cortese ma piuttosto acceso, con il famoso ambasciatore di Singapore Kishore Mahbubani, già presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, uno dei maggiori intellettuali asiatici nel settore delle relazioni internazionali. È nota la sua teoria sul declino dell’Occidente, e sulla superiorità dei cosiddetti “valori asiatici”: disciplina, ordine e rispetto della gerarchia. Secondo Kishore Mahbubani la democrazia non è un ingrediente necessario per lo sviluppo economico, e gli esempi della sua Singapore e della Cina sembrerebbero dargli pericolosamente ragione.

Purtroppo, non si può sempre contare sulle dittature illuminate, e il caso della Birmania lo dimostra. Quella che si gioca a Rangoon è una partita che va ben al di là della sorte di quello sventurato paese. La Cina, principale partner della Birmania, non ne vuol sapere di esercitare pressioni sulla sanguinaria giunta militare. È la sua linea tradizionale, una non interferenza al limite dell’indifferenza, in cambio di buoni affari e partnership commerciali. Finché la Cina era una media potenza regionale, questo atteggiamento tranquillo e non interventista non disturbava, anzi, era benvenuto. Ma oggi, il suo eccezionale status di emergente potenza commerciale, economica e militare rende anche il non fare politicamente significativo.

Insomma, questa crisi è una grande occasione per l’Occidente di mettere la Cina con le spalle al muro, anche in vista delle prossime Olimpiadi di Pechino. Un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un global player, deve assumersi tutte le responsabilità che derivano dal suo status.
Bisogna che l’Occidente dica chiaro e forte che democrazia e diritti umani sono valori non negoziabili e validi per tutti: e non solo per motivi puramente ideali, ma anche per ragioni economiche.
Dietro il paravento dei cosiddetti valori asiatici c’è infatti un giocatore sleale che non rispetta le regole, facendo dumping sociale: sarebbe perciò perfettamente plausibile imporre dazi all’importazione di prodotti orientali, tassando così la rendita derivante dai minori costi dovuti all’assenza di democrazia e di tutele sindacali.

La democrazia costa, ma perché è un costo che deve sopportare solo l’Occidente?


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Questo blog aderisce a "Free Burma", l'iniziativa dei blogger italiani per la libertà della Birmania.

Scene da un'italia mammona


Due notizie di oggi, apparentemente senza legame tra loro.
1) Mario D'Auria, il padre di Enzo, l’ufficiale dei servizi segreti rapito in Afghanistan e colpito a morte durante la liberazione si sfoga sui giornali: “Mio figlio è soltanto un ragazzo. Lui ha scelto di partire militare, ma io sono sempre stato contrario”.
2) Il Coordinamento dei genitori degli universitari di Bari che hanno partecipato ai test di ingresso alle facoltà di medicina e odontoiatria ai primi di settembre vuole promuovere un ricorso al Tar contro l'annullamento della prova, rivelatasi truccata.
Un piccolo spaccato dell’Italia mammona. Enzo D’Auria è un uomo che ha fatto una scelta di vita a 17 anni, quando molti brancolano nel buio assai più a lungo, ha trent’anni, è padre di tre figli, ma è ancora, per suo padre, “soltanto un ragazzo”.
Uno sfogo privo di dignità, umiliante per chi lo fa, e per il figlio, che avrebbe almeno diritto in punto di morte, al rispetto delle proprie scelte di vita.
Almeno qui siamo nel dramma: il ridicolo lo tocchiamo a Bari. Ma gli studenti universitari baresi non possono difendere i loro interessi da soli? Che bisogno c’è che mamme e papà se ne facciano portavoce e addirittura costituiscano un coordinamento?

L’Italia d’oggi: un paese bambino sotto tutela da parte di genitori immaturi.

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Figura: una strip di "Momma" di Mel Lazarus

27 settembre 2007

Razionalità circolare e italianità tetragona

La rotatoria compie cent’anni. Fu infatti nel 1907 che l'urbanista francese Eugène Hénard mise a punto il sistema di circolazione a rotatoria — basato su un semplice anello stradale a senso unico: chi è già dentro ha la precedenza su chi si immette dall'esterno. Il principio consente di snellire il traffico perché non è necessario fermarsi agli incroci — basta rallentare — e di ridurre gli incidenti. Uno studio del 2001 dell'Iihs americano («Insurance Institute for Highway Safety») ha documentato che nelle rotatorie avviene un 80% di incidenti in meno rispetto ai tradizionali incroci con semafori.

La Francia è oggi l’indiscussa capitale delle rotatorie. Sono ad ogni angolo, magari esasperanti, ma utilissime: rallentano il traffico e lo disciplinano, rendendolo più sicuro.
È simpaticamente paradossale che proprio nella patria di Cartesio sia stato inventato un modello di incrocio circolare che si è rivelato assai più razionale di quello “cartesiano” ad assi perpendicolari.
Mentre invece è perfettamente consequenziale al provincialismo italiano il fatto che il nostro sia l’ultimo paese ad adeguarsi ad una innovazione ormai vecchia di cent'anni, e di sperimentata efficacia: e lo faccia di malavoglia, con effetti perversi.

Così una normativa di rara idiozia assegna la precedenza a chi si immette da destra nell’incrocio, piuttosto che a chi vi transita già. E sì che non occorre essere degli ingegneri per capire che uno snodo deve essere sgomberato al più presto possibile, per non trasformarsi in un ingorgo, e che quindi è necessario che siano le automobili che stanno nella rotatoria ad avere la precedenza. Invece, in Roma, in rotatorie naturali quali Piazza Re di Roma, o della Repubblica, o delle Province, l'incidente è sempre in agguato.

È la triste metafora del paradosso italiano: importiamo modelli stranieri (es: il maggioritario, il processo accusatorio, la stessa democrazia rappresentativa) ma senza comprenderne ed accettarne fino in fondo lo spirito. Cosicché, soluzioni perfettamente razionali ed efficaci a casa loro, applicate "all'italiana" finiscono per produrre effetti distorti e persino contrari. La facile conclusione che allora se ne trae è che "non vanno bene" per la realtà italiana. No: è semmai l'Italia che continua a resistere, mentalmente,
con tutte le sue forze, al progresso e alla modernità, ed a remarvi contro. Un'allieva cattiva e svogliata di buoni maestri.

La razionalità, circolare o cartesiana che sia, qui da noi non ha cittadinanza. E continuiamo ad accettare seraficamente la falcidia di 8000 morti in incidenti stradali, senza che nessuno percepisca questa strage come un 'allarme sociale'.


25 settembre 2007

Politicamente scorrettissimo




In copertina campeggia un rasoio. Non è per la barba. Il tema di questo libro è chiaramente la castrazione. L’ho acquistato, dopo avergli dato una scorsa veloce, solo perché si trattava evidentemente di un testo controcorrente: Dio sa se ne abbiamo bisogno in questi tempi di ‘pensiero unico’. Solo dopo ho scoperto di avere tra le mani quello che in Francia, prima delle presidenziali, è stato un vero caso letterario. “L’uomo maschio” (Piemme, pagg. 143, euro 11,50), di Eric Zemmour, francese, giornalista e polemista de Le Figaro, è duro e cattivo sin dalle prime righe, e va giù come un cazzotto, contro tutto ciò che è considerato politicamente corretto, dicendo quello che è oggi assolutamente vietato non solo dire, ma anche pensare.

Dove sono finiti i maschi di una volta? Se lo chiedono in tanti ed in tante, da ultimo la simpatica Berarda del Vecchio nel suo gustoso “Sdraiami”. Quelli della mia età hanno fatto in tempo a vedere l’ultima generazione di uomini che si sono confrontati con la Caccia e con la Guerra, vale a dire con un archetipo maschile che resisteva dalla notte dei tempi, e possono misurare la differenza. L’uomo di oggi è discretamente in crisi. Quanto al “maschio” è oramai una parola demodé, come “virilità”, un concetto confinato alla sola sfera sessuale: ed anche lì se la passa male. Perché?


In francese il titolo è “Le premier sexe

24 settembre 2007

Sotto un sole giaguaro

Poffarre!!! Siamo entrati in autunno già da due giorni. Lo confesso, non me ne sono affatto accorto. Uno pensa all'autunno in questo modo: un mare di foglie secche rese pappa dalla pioggia. Ma domenica era una giornata eccezionalmente soleggiata, ed al mare (Capocotta) si stava benissimo.

Lasciamo pure agli araldi di sciagura le preoccupazioni sul clima che cambia.
Purchè su di noi splenda sempre glorioso il sole.

22 settembre 2007

Un sigaro e un capoluogo non si negano a nessuno

A percorrere le strade tortuose dei colli pescaresi, verso Penne e un invitante piatto di agnello, sembra che sia una stele di marmo. Invece fortunatamente è solo polistirolo dipinto, ma il monumento che la Provincia di Pescara ha eretto a sé stessa in tutti i suoi comuni per celebrare il suo ottantesimo anniversario (una stele bucata da un 8 e uno zero che sembrano una scarica di pallettoni) a me sembra ugualmente uno spreco di soldi.
Non so più quante sono le province. Nessuno sa bene a cosa servano, ma il loro numero cresce, e con esse i costi di gestione. Quando andavo a scuola, le province sarde erano tre, adesso sono otto. E tutte le nuove hanno un doppio capoluogo, come documentato in questo servizio di Rai Report. Poi magari le province si decentrano ulteriormente in circondari, che poi a loro volta vogliono diventare provincia. Quando si parla di tagli agli sprechi si pensa solo allo Stato. Quando si parla male della Pubblica Amministrazione, si pensa solo all’amministrazione statale. Intanto gli enti inutili si moltiplicano. È la via italiana al federalismo: un decentramento spappolato che assomiglia tanto al particolarismo feudale.
Non sarebbe il caso di tagliare questo delirio di campanili, tanto per cominciare?


"Un sigaro e un titolo di Cavaliere non si negano a nessuno".
Giovanni Giolitti


Cupio dissolvi, burlando la legge

Antefatto: un ex ministro (dei trasporti !), Claudio Burlando, entra contromano in autostrada, va avanti per un chilometro. Quando viene fermato dalla Polizia Stradale mostra un tesserino da deputato (scaduto, non è più parlamentare) e non viene multato. Certo per i politici non si applica direttamente il DPCM 28 novembre 2000, "Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni" che recita:

Art. 9.
Comportamento nella vita sociale

1. Il dipendente non sfrutta la posizione che ricopre nell'amministrazione per ottenere utilità che non gli spettino. Nei rapporti privati, in particolare con pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni, non menziona né fa altrimenti intendere, di propria iniziativa, tale posizione, qualora ciò possa nuocere all'immagine dell'amministrazione.

Però la capacità della nostra classe politica di screditarsi in un momento in cui è sotto schiaffo da parte dell'opinione pubblica è davvero strabiliante.
Gustavo Selva (destra), Cosimo Mele (centro), ora Claudio Burlando (sinistra): la figuraccia è ormai genuinamente bipartisan.


La vicenda Burlando offre altri spunti di riflessione. Che un uomo politico si sia talmente abituato a viaggiare con l’autista da aver letteralmente disimparato a guidare, così da fare un errore madornale, degno di un principiante o di un nonnetto rimbambito, la dice più di mille discorsi ed analisi su quanto i politici vivano ormai in un mondo tutto loro.

A me le grillate e i vaffaday non piacciono. Non mi piace l’antipolitica.

Però, buon Dio, la politica dov’è?
Dove sono i luoghi dove poter dibattere, partecipare, fare proposte?
Dove sono gli strumenti meno grossolani di partecipazione rispetto al V-day visto che televisioni e giornali sono praticamente proprietà dei partiti e nessuno va più ad ascoltare le persone comuni nelle piazze, nei luoghi di lavoro o nelle università? Come fa il cittadino a farsi sentire, se le elezioni da strumento di scelta sono diventate solo il modo di sanzionare decisioni prese altrove, a priori?


Dopo il fascismo, i partiti si incaricarono di un'opera di educazione delle masse alla politica. Si trattava di ascoltare istanze e bisogni, di codificare il bisogno di esprimersi e partecipare, di inventare linguaggi comuni per capirsi, di trasformare 'umori' in proposte. Tutto questo, semplicemente, non esiste più.
La politica sul territorio e nei luoghi di lavoro è stata disertata. Roba vecchia, si dirà, adesso c'è Internet. Ebbene, tempo fa mi presi la briga di fare un giro sui siti dei partiti. Sorprendentemente difficile trovare un link per iscriversi: come se la militanza non interessasse più a nessuno.

Sganciati dal rapporto con gli elettori e il territorio, i politici sembravano aver preso il volo, eterei, come palloncini, allegramente noncuranti dell'opinione pubblica, persino strafottenti. Iniziò Gustavo Selva, che, non pago di aver usato un'ambulanza come taxi, osò anche vantarsene. Poi il deputato puttaniere, che si giustificò dicendo che "anche i cattolici scopano". Ora l'ex ministro dei trasporti, che inaugura la "sinistra contromano". Si direbbe che destra, centro e sinistra si siano messi d'accordo, animati da un bipartisan cupio dissolvi, per far fare figuracce alle istituzioni. Per chi, come me, nelle istituzioni ci lavora, tutto questo è molto amaro.

Il blog di Burlando è stato chiuso ai commenti anonimi dopo mezza giornata. Erano di una violenza inaudita, pieni di disprezzo.
I politici estraniati dal mondo si accorgono del malcontento, del malumore popolare, solo quando diventa invettiva ed insulto. L'atterraggio sul mondo reale è doloroso. Sono spaventati: il timore espresso dal direttore del TG2 è meno campato in aria di quello che sembri, un esaltato che metta mano alla pistola si trova sempre. Ma se i politici avessero saputo ascoltare e dialogare (cioè, in definitiva, ‘fare politica’, cioè il loro mestiere) oggi non saremmo a questo punto.

Non è stato Grillo ad aver ucciso la politica. Si era suicidata tanto tempo fa. Adesso qualcuno la sta seppellendo. Nel ridicolo.


21 settembre 2007

A passo di carica, ma guardando all'indietro

Campo de’ Fiori, uno stanco, rauco, ripetitivo Pannella celebra il 20 settembre al grido di "No Vatican, No Taliban". Pochi ad ascoltarlo. Che il 20 settembre si celebri in Campo, anziché là ove sarebbe più naturale, a Porta Pia, non è casuale: da sempre questa ricorrenza è cara agli anticlericali che hanno nella statua di Giordano Bruno un punto di riferimento. Peccato, una data che segna il compimento dell’Unità nazionale meriterebbe ben maggiore solennità di accenti ed unanimità di consensi. Dovrebbe essere una data ‘inclusiva’ ed unificante, ma siamo il Paese dove anche le ricorrenze nazionali diventano occasioni partigiane: la sinistra si è impossessata del 25 aprile, e i cosiddetti laici del 20 settembre.

La liberazione di Roma come primo passo della liberazione dai preti? Sciocchezze. Porta Pia non fu affatto una sconfitta della Chiesa. I bersaglieri la sollevarono dal fardello del potere temporale, e questo le fece solo bene. Non a caso, ricorda Giulio Andreotti, i più caldi auguri per il Centenario della Breccia nel 1970 vennero proprio da Paolo VI, che definì l’evento “provvidenziale”.

Semmai, la Breccia fu un evento infausto proprio per l’Italia. Il giovane stato, ancora troppo gracile, si trovò a dover crescere all'ombra di una duplice e plurimillenaria tradizione: della Chiesa e dell’Impero. Ne derivò un complesso di inferiorità mai risolto. Come quei figli di padri troppo importanti, che passano tutta la vita a cercare
di essere alla loro altezza, la giovane Italia arrivata a Roma si sentì in obbligo di scimmiottare il suo glorioso passato. Basti pensare a due goffi monumenti come il Vittoriano e il Palazzaccio, maldestri tentativi di gareggiare con la grandezza del Colosseo e di San Pietro. O al fascismo.
L'Italia è nata guardando al passato, anziché al futuro.

Prendersela con la Chiesa, se l’Italia è cresciuta con le gambe storte, sarebbe quindi sbagliato. E pure ingeneroso: alla fine, se l’Italia ha ancora una rilevanza internazionale che le permette di “pugilare sopra il proprio peso”, è proprio perché a Roma c’è il Papa. Vero, la Chiesa si intromette spesso e volentieri nelle questioni politiche. Ma un paese che ha una classe politica talmente poco autorevole da poter essere messa in crisi da un comico, dovrebbe cercare in sé stesso le cause della propria debolezza. Il progetto liberale di coloro che fecero il Risorgimento era generoso ma utopico: lasciati a sé stessi, gli italiani non diventano né liberi né liberali, solo anarchici e disordinati. E non è un caso se le due istituzioni più popolari rimangono la Chiesa ed i Carabinieri.

Insomma, spero che non passi l’idea di ripristinare una festa nazionale il 20 settembre. Sarebbe ora di finirla di guardare al passato, e di volgere lo sguardo al futuro. Ma in questo paese di passatisti patologici, so che il mio auspicio è vano.



20 settembre 2007

Tre al prezzo di uno

Un anno fa, la proposta di Nicola Rossi - favorire il ricambio generazionale nella Pubblica Amministrazione approfittando dell’occasione unica del prossimo prepensionamento di quasi mezzo milione di persone - mi aveva trovato del tutto favorevole, e lo avevo scritto in un intervento pubblicato anche dal Corriere della Sera. Essa aveva il pregio di superare i ricorrenti e dannosi ‘blocchi del turnover’, che l'esperienza ha dimostrato non avere alcun effetto benefico sulla spesa per il personale. L’odierna proposta del governo, prontamente respinta (stupirsi?) dalla Triplice, è ben diversa: si tratterebbe di prepensionare tre dipendenti anziani per sostituirli con un precario.

Ora, non c’è dubbio che, talvolta, i dipendenti più anziani costituiscono nella PA un freno al cambiamento. Ma è anche vero che sono portatori di un patrimonio di esperienza e di professionalità, oltre che vere e proprie ‘memorie storiche’ degli uffici, che non può certo essere sostituito dalla sera alla mattina. L’inevitabile ricambio generazionale dovrebbe essere preparato, e i nuovi assunti dovrebbero ‘affiancare’ anziché da subito ‘avvicendare’ i colleghi più anziani.
Se poi il criterio per i prepensionamenti è solo l’età, rischiamo che ad andarsene sia proprio il personale più qualificato. Già oggi la Pubblica Amministrazione è scarsamente attrattiva per le elevate professionalità, se poi sostituiamo quelle che ci sono con i precari rischiamo di far diminuire la qualità netta del personale, appesantendo i ranghi più bassi (autisti, uscieri, commessi, dattilografi) che già sono sovraffollati, mentre invece abbiamo un disperato bisogno di quadri e professionalità tecniche.
Io oggi posso governare in una situazione di emergenza due uffici di rilievo regionale dell’amministrazione periferica della Giustizia solo perché posso ancora contare sull’esperienza e la dedizione di un gruppo di cancellieri della vecchia scuola, pericolosamente vicini alla pensione. E posso testimoniare che il dialogo tra persone anziane ed esperte e il loro “giovane” dirigente (la PA è talmente invecchiata che ancora a 41 anni posso darmi arie da giovane…!), è sempre stato proficuo e mi ha arricchito. Dopo di loro, però, il diluvio.

Il piano Nicolais ha il grave difetto di riproporre la Pubblica Amministrazione come valvola di sfogo della disoccupazione (meridionale e non qualificata), minando seriamente la sua credibilità quale datore di lavoro strategico capace di offrire sviluppi di carriera basati sul merito.
Inoltre, promette di dare la mazzata finale al metodo dell’assunzione per concorso, pur previsto come norma dalla Costituzione, sostituito da una maxi-infornata che avrebbe sicuramente non secondari aspetti clientelari.
Anni fa, a me e ad un gruppo di giovani fu offerta un’occasione più unica che rara, di entrare direttamente al vertice della PA attraverso la SSPA. Non sarebbe più democratico se lo Stato offrisse vere occasioni ai giovani, invece che regalare un magro stipendio e uno strapuntino? È tutto qui il valore del lavoro che ci si può aspettare da un governo di sinistra? La perdurante cultura del ‘posto fisso’?

In questa vicenda il Dipartimento della Funzione Pubblica ha mostrato tutti i suoi limite culturali ed organizzativi: esso è incapace di essere la vera cabina di regia delle politiche del pubblico impiego. Perché allora non cominciare proprio da lì, sostituendolo con un’Agenzia per la programmazione delle assunzioni nel pubblico impiego sul tipo di quella che esiste in Germania, e che sovrintende tanto alla amministrazione federale quanto a quella dei laender?

Ma interessa tutto ciò in questi tempi di antipolitica, alle masse convinte che si risolva tutto con un vaffa e una grillata, e che chiunque dedichi il suo tempo alla cosa pubblica sia nel migliore dei casi un parassita, e nel peggiore un ladro?

18 settembre 2007

Dove ti porta il cuore

Un serio studio scientifico americano, che ha causato molta sensazione oltreoceano, rivela che gli uomini, assai più delle donne, mettono al centro delle loro aspirazioni l’amore, e per esso sarebbero ben disposti a sacrificare la carriera.

Personalmente, non vedo la sorpresa: già Cary Grant in “Indiscreto” di Donen (1958) reclamava che “Sono gli uomini i veri romantici!”, e potrei offrire la mia personale testimonianza, visto che anni fa, accecato d’amore, avrei volentieri rinunciato alla mia carriera per trasferirmi in Germania a fare il pizzaiolo, pur di stare vicino a una signora, che, dal canto suo, simili problemi non si poneva neppure, essendo una di quelle carrieriste arrembanti che vivono per lavorare. Andò male, e non cesso di ringraziarne tutti gli dèi del Pantheon, Inshallah!: ma non sono pentito dei miei slanci, solo di averli diretti verso una persona immeritevole.

Quali le ragioni di una scelta apparentemente controcorrente? Perché gli uomini sembrano voler giocare su un campo diverso da quello loro tradizionale? Gli è che una brillante carriera è alla portata di chiunque, ci vuole solo un culo di pietra. Il grande amore è privilegio di pochi, non solo occorre un cuor d’oro, ma occorre trovarne un altro che batta simmetrico degli stessi palpiti. Gli uomini che optano per l’amore, non lo vedono come un’alternativa al successo: hanno semplicemente ridefinito il concetto di “successo”. Come evidenzia un pamphlet controcorrente, ‘Le premier sexe’ di Eric Zemmour, l’emancipazione delle donne alla fine è consistita solo nel conquistare posizioni dalle quali gli uomini si sono ritirati. Perché no? Lasciamo volentieri alle signore lo stress, le riunioni, e i pomeriggi in ufficio: a noi – novelli Nemorino - i sogni, i palpiti del cuore, gli struggimenti, la furtiva lagrima.

Un’ultima nota su questi studi che prolificano copiosi dai centri di ricerca di qua e di là dall’oceano: a me sembrano solo uno spreco di soldi e di tempo. Una volta, missione della scienza era scoprire il nuovo. Oggi consiste nel certificare l’ovvio: quasi come se la realtà non avesse abbastanza dignità da sola, ed acquistasse nuova evidenza solo se studiata e soppesata dai ricercatori.
Personalmente, trovo un po' angoscianti questi scienziati sociali, che consumano la loro esistenza indagando - nel chiuso asettico dei loro centri di ricerca - sull’esistenza altrui: fanno interviste ad un campione di individui, e
poi fondono, con l’alchimia di un modello interpretativo, tante storie individuali e soggettive in una visione – che essi pretendono oggettiva - della ‘società’.
Chi sono questi gnomi? E davvero la loro storia e le loro vicende personali non influenzano le conclusioni cui giungono? Chi è, per esempio, la dottoressa Catherine Mosher, autrice del saggio? Sarebbe lei capace di mollare tutto per un grande amore? O non è piuttosto proprio quel tipo di donna pronta ad impegnare tutta la propria vita nel lavoro (la ricerca, nel suo caso), e che se mai si fa una famiglia e un bimbo, attende fino agli ultimi rintocchi dell’orologio biologico, e solo per certificare, di fronte al mondo e a sé stessa, di essere stata un vero essere umano, ed una vera donna?
Sarebbe interessante saperlo, e darebbe molta maggior attendibilità alla sua ricerca.


17 settembre 2007

Cara professoressa B....



I professori universitari (anche se, in verità, non tutti) sono uomini di cultura. Usando una brutta parola, sono “intellettuali”. Gli intellettuali spesso si danno arie di superiorità. Avendo letto qualche libro in più della media (in realtà non è un merito, è solo una questione di mestiere) si spacciano per migliori, più saggi, più illuminati, degli altri esseri umani. Ma, naturalmente, non è vero. Essi sono fatti con lo stesso impasto di virtù e vizi di tutti gli altri. E sono ugualmente capaci di indulgere al conformismo, alla vigliaccheria, all’opportunismo.

In una sola cosa gli uomini di cultura sono effettivamente più bravi degli altri: nell’arte della dissimulazione, nella capacità di travestire di nobili ragioni i più bassi impulsi
Prof. Angelo Panebianco
(Corriere della Sera Magazine del giugno 2006)


16 settembre 2007

Dedicato ai piacioni

Una lezione sulla leadership che vale ancora oggi.
Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe,
fiero dei suoi riccioli e ben rasato.
Uno basso ne voglio, con le gambe storte,
ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.

Archiloco

14 settembre 2007

Il chilo dimagrito

L’abbiamo studiato tutti a scuola: al Castello di Sévres, vicino Parigi, si conservano i prototipi originali di tutti i pesi e le misure del sistema metrico-decimale, il migliore e più duraturo legato della Francia Napoleonica all’umanità.
Tra questi il Chilogrammo ufficiale. Il peso originale è un cilindro a base circolare di 39 mm di altezza e diametro, composto da una lega di platino e iridio. Ogni dieci anni viene confrontato con i campioni nazionali. E, parbleu! si è scoperto che ‘le Grand Kilo’, pur se gelosamente custodito e trattato con ogni riguardo, pesa 50 microgrammi in meno…

Lasciamo agli esperti scoprire le ragioni di questo drammatico dimagrimento. Loro sono angosciati, mentre invece gioiscono gli obesi di tutto il mondo, per questa inattesa svalutazione delle loro pinguedini.

Trovo che c’è qualcosa di deliziosamente ironico in questo peso che perde peso. Nella Francia dei maîtres à penser, degli arcigni intellettuali da caffè, si è forse consumato l’ultimo regicidio. Ghigliottinati i re, abbattute le eroiche statue dai loro piedistalli, caduti i professori dalle loro cattedre, sappiamo che non c’è più alcun parametro oggettivo su cui misurare e calibrare i nostri comportamenti.
Il Chilo decaduto ci rivela improvvisamente quanto sono inattendibili ed inaffidabili i modelli di presunta perfezione su cui regoliamo la nostra esistenza. Che dobbiamo fare di testa nostra, consci della validità relativa di ogni norma.
Come scrisse Jean Giono:
« Marchez seul, que votre clarté vous suffise ».
Siamo forse più soli, di certo più liberi.

13 settembre 2007

Come un gatto...

E dopo tanto parlare di politica, di architettura, di pubblica amministrazione, di impegno sindacale e di amenità varie, lasciatemi dire quanto è bello mollare tutto, e dopo il lavoro andare a rosolarsi sul sedile di marmo dell'obelisco di Piazza del Popolo , a godersi il sole ronfando come un gatto, questo splendido sole di settembre e quest'aria che carezza amica la pelle, e a rimorchiare giovani turiste tedesche, facendo le fusa sornione, gattaccio monello che ha perso il pelo, ma non il vizio.

Un Miao di pura ed assoluta beatitudine a tutti, da questa meravigliosa Roma settembrina...

10 settembre 2007

Un marziano a Roma, 2



Ora che il progetto di Richard Meyer per l’Ara Pacis a Roma è stato completato, dopo la teca, si può meglio valutarne tutta l’incongruenza rispetto al tessuto urbano, e di qui la superficialità del progettista e insieme il provincialismo e l’incultura di chi l’ha chiamato, al di fuori da una trasparente procedura concorsuale.
Un muretto in travertino occlude la visibilità della chiesa di s. Rocco, e una ridicola fontanina completa il tutto: nella città delle acque monumentali, Meyer avrebbe avuto fior di modelli cui ispirarsi.

Solo ora, a cose fatte, si pensa a riprogettare il disgraziato cratere di Piazza Augusto Imperatore - da cento anni a questa parte campo di esercitazione di ogni piccone risanatore. Dal Guggenheim di New York al Getty di Bilbao, la teca è ormai più importante del contenuto, e pazienza. Ma il cuboide di Meyer ha fatto di peggio: inserito a forza in un contesto storico, è lì per restare, e sarà lui, e non più il miserando rudere dell’Augusteo, il vero protagonista attorno al quale armonizzare la nuova piazza.

Quando visitai la piramide di I.M. Pei appena inaugurata di fronte al Louvre, pur impressionato dalla grandiosità visionaria del progetto mitterrandiano, mi consolavo pensando che, se a Roma non si costruivano architetture moderne, nemmeno si vedevano simili scempi nei contesti storici, fortunatamente tutelati da sovrintendenze magari conservatrici al parossismo, ma coscienti della propria missione.

Da qualche anno invece a Roma si ricomincia a costruire, e la città si è inserita con successo nel circuito dell’architettura spettacolo, con opere e progetti di architetti famosi (oltre a Meyer, Piano, Hadid, Fuksas, Calatrava, Decq). Sono le cosiddette ArchiStar: creatori (al computer) di forme avveniristiche, di linee ardite, di oggetti levigati che planano sulle città come UFO, indifferenti tanto al contesto che alla loro destinazione : ci vuole una croce per capire che un "robo" è una chiesa.

Quella che visibilmente manca è una committenza domestica che abbia una sua idea forte di città, una visione complessiva, coraggiosa ma solidamente fondata su un’ampia cultura. Bernini, nel costruire il colonnato di S.Pietro, non fece che eseguire un ben preciso programma ideologico e spirituale. La sua creatività, lungi dall'esserne frenata, si giovò a trovarsi imbrigliata da dettagliate prescrizioni dei suoi committenti. Ma nessuno oggi saprebbe dire ai grandi e capricciosi architetti che cosa progettare e come.

Così, alla fine, l'ultima idea 'forte' di città resta quella mussoliniana:
ed infatti, all'Ara Pacis è stata solo rifatta una teca, più bella di quella di Ballio Morpurgo, certo, ma senza cambiare di una virgola l'impianto urbanistico fascista.
Ed è ancora l’impostazione fascista delle cittadelle isolate (la Città Universitaria, Cinecittà), denunciata da Bruno Zevi nelle sue memorabili polemiche, il modello alla base del proliferare di altre città e ‘case’ (della musica, della letteratura, della donna, della memoria, dell’architettura, e via dicendo) .

Intorno poi, la solita Roma - caos di segni chiassosi (paline, cabine, lampioni, cassonetti, cabine telefoniche, pubblicità),
eterogenei per foggia e colore - vive il suo quotidiano testimoniando l'incomunicabilità tra l'immaginazione dei grandi designer e l'insipienza dei tecnici comunali, con le loro orribili staccionate, scogliere artistiche, vialetti in ghiaia e compagnia cantando.
Occorre ricordare che Haussmann seppe imporre in Parigi non solo un disegno urbanistico e architettonico, ma anche uno stile coerente ed elegante di tutte le utilities? Che Barcellona è stata arricchita non solo da megaprogetti, ma da una cura meticolosa e sapiente dell'arredo urbano orchestrata dai suoi tecnici municipali?

Il motto della nuova Roma rutello-veltroniana potrebbe essere il celebre aforisma di Leo Longanesi:
"In Italia, alla manutenzione si preferisce l'inaugurazione".

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Sullo stesso tema, in questo blog: "Un marziano a Roma"



Laura

"Petrarca… amò Laura per tutta la vita e profuse in lei un amore che era un indiscutibile spreco di energia".
Mark Twain "Innocents Abroad"

09 settembre 2007

Sdraiami !

Già Ovidio diceva che è importante che l'uomo sappia prendere l’iniziativa ( quella “vis grata puellis”, frase che tutti gli avvocati abusano nei processi per violenza carnale, ma che in realtà è un incoraggiamento all’intraprendenza, non allo stupro), quindi il problema esisteva anche nell'antichità. Secondo Berarda del Vecchio ora però la situazione del maschio italiano è drammatica, “con testosterone ed ironia ai minimi storici” e ci ha scritto un divertente libro, “Sdraiami”, Castelvecchi editore, un grido di dolore per il maschio che non c’è più o che, quando c’è, fa finta di niente. L’autrice lamenta: “È come se gli uomini avessero perso completamente una lingua, una grammatica, un codice, non sanno più corteggiare una donna”. E così propone una terapia shock: «Smettila di parlarmi, tesoro, sdraiami». Una vera implorazione:


“Cosa dovresti fare? Ceniamo in fretta, portami via da qui e, santiddìo, SDRAIAMI! Sdraiami sul cofano della macchina al posteggio sotto casa, sul prato al campetto davanti casa, sdraiami in ascensore, per le scale, in cucina, trascinami per i capelli fino al letto, sbattimi come un Kilim afghano, voltami come una omelette, spianami come una crêpe, intònacami sul muro, ripassami come un esame fuori corso, come un brasato in padella, entrami duro come Cannavaro, vai giù di testa come Zidane, stendimi sul materasso, stendimi come Materazzi, stendimi fuori come i panni, mandami fuori come uno shuttle, fammi tutto quello che non ti ha detto mamma, che non hai mai fatto ad Alessia, a Marina o come cazzosichiama quella anoressica col nasone che non sapeva fare le pompe, e di cui credimi, io per me non avevo nessunissima esigenza di sapere niente, e tantomeno delle pompe. Sdraiami come una sdraio, come un destro in piena faccia, come un’insolazione, come un treno preso in pieno, mettimi sotto come uno zerbino, mettimi sopra come un’amarena sulla panna. Fammi, dimmi, entra, esci, fai lo scherzo del torno subito, del vengo dopo, del non vengo ma tengo, fai quello che ti passa in quella tua testolona bacata, basta che non mi continui a parlare di te, dell’altra, delle altre, delle tue incrinature, delle tue crepe, del tuo passato, del tuo presente, del tuo futuro, delle tue ragnatele mentali. Fai il camionista napoletano, l’amaro lucano, il pastore abruzzese, il pastore maremmano, il leghista analfabeta, il montanaro alla Gustav Thoeni che non dice mai una parola ma chiava anche le serrature delle porte, fai la minoranza etnica, il centro, la destra, la sinistra, la maggioranza silenziosa. Fai quello che cazzo ti pare, ma sdraiami!”.
«SDRA-IA-MI!»

Assolutamente esilarante questo pamphlet, 10€ ben spesi; c'è anche un sito accattivante, con il test “Smaschera il maschio” e il video della presentazione alla Feltrinelli, imperdibile.

Però la crisi - indiscutibile - del maschio italico è solo la metà del problema: c’è anche una tragica (o meglio, tragicomica) crisi della donna italiana.
Sarebbe bello che qualcuno scrivesse la risposta maschile ("Stimolami"?) a questo libro. Potremmo anche noi raccontarne di tutti i colori su incontri da incubo: l’affabulatrice esperta della vita che si racconta a più non posso, e ti ammorba fin dentro il letto raccontandoti in dettaglio dei suoi passati amori; l’algida accademica che sale in cattedra e gioca a smontarti, per poi lamentarsi di non sentirsi desiderata; la tipa modello GT (non sta per granturismo) che si presenta con scollatura a vertigine e la minigonna inguinale ma con gli occhialoni scuri e poi magari vuole che la guardi negli occhi…
Farsi venire voglia di sdraiare donne così, ce ne vuole...

Gli uomini sono andati in crisi per colpa delle donne, o viceversa? La crisi del maschio italiano è causa o conseguenza della crisi della donna italiana? Difficile dirlo, come discettare della precedenza dell’uovo sulla gallina. Ma è una realtà che uomini e donne di questo paese non si trovano bene insieme, e non sanno parlarsi, cercarsi, trovarsi. Chiunque sia stato a cominciare, c’è ormai, tra loro, una tale montagna di ciarpame psicologico e culturale, di pregiudizi, di diffidenze, che lo iato di incomunicabilità è totale; cosicché quello che dovrebbe essere un incontro naturale e spontaneo, oltre che piacevole e spensierato, è diventato un’ardua arrampicata, una schermaglia lunga, estenuante, e, spesso, inconcludente.

Quindi perfettamente condivisibile la scelta dell’autrice di guardare oltreconfine:
“per realizzare finalmente un incontro decente nella mia vita, ho dovuto abbandonare il mercato nazionale e rivolgermi a un prodotto d’importazione. Anche questo dovrebbe farci riflettere: amici e amiche, fatemi dire che se il prezzo da pagare per la felicità è questo, allora viva l’immigrazione, il meticciato, il cross-over, l’imbastardimento e tutto quello che vi pare. Non voglio farvi un pippone sociologico, anche perché sono troppo impegnata a godermela. Ma certe volte capisco perché l’Italia è un Paese, come dicono, a crescita, zero. Nel senso che, con maschi italiani come questi (il primo che mi fa l’elogio del maschio italiano gli tiro una pizza in faccia), è già tanto se riesci a sposarti. Farci un figlio? No grazie.”
Sottoscrivo in pieno, dal versante maschile: viva il meticciato, e viva le donne straniere. Infatti tanto io che i miei amici abbiamo trovato la felicità con ragazze d'altrove, riproducendoci e dando vita a una nuova generazione di belle bambine italo-qualcosaltro. E del resto se il 10% dei nuovi nati in Italia, al netto dell’immigrazione, ha una madre straniera, qualcosa vorrà pur dire. I demografi che consumano la loro vita - contenti loro - a studiare i trend riproduttivi, ignorano questa semplice verità: italiani e italiane non figliano tra loro
perché non si sopportano più.

Mi domando solo se e quanto a lungo la simpatica Berarda resisterà col suo maschione straniero, e se non si farà venire nostalgia dell’uomo italiano - magari timido e impacciato, ma pieno di complimenti ed attenzioni, e soprattutto di tanta, tanta santa pazienza. Insomma, mi auguro che non faccia come quella mia povera amica italiana, sposata con un tedesco un po' freddino che poi si fece l’amante italiano, cui però rimproverava di amarla “troppo” ...

... e, nell’attesa di un impossibile termostato per le relazioni tra i sessi (“troppo caldo? troppo tiepido? va bene così?” e cavolo, mica siamo dal parrucchiere ... ), mi chiedo se queste nostre compatriote non siano eternamente scontente e sempre in cerca, perché vogliono - come bimbe viziate - tutto, il contrario di tutto, e il contrario del contrario di tutto; se insomma in un uomo non cerchino - più che un compagno - una figura paterna, un tour operator, un cicisbeo, un amico, uno psicanalista, un organizzatore della loro vita, un tutore severo dal quale finalmente farsi dire cosa vogliono e di cosa hanno bisogno, perché nemmeno loro lo sanno bene…
Ma vale la pena di sbrogliare questa intricata matassa? Io onestamente trovo di no. La vita è troppo breve per perderla addentrandosi nei tortuosi labirinti mentali delle nostre conterranee complessate.

Quindi ognuno per la sua strada, a sdraiarsi con chi gli pare e piace, purché non con un/una connazionale… e buona fortuna a tutti/e ! Chi vuol esser lieto, sia...

08 settembre 2007

E per emblema un bue



Il V-Day promosso da Beppe Grillo è stato un grande successo.
Cos’è il V-Day? Una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per ottenere queste tre cose:
  1. "che persone condannate non possano sedere in Parlamento;
  2. che nessuno possa essere rieletto per più di due legislature;
  3. che i candidati al parlamento siano eletti dai cittadini con la preferenza diretta" (e non ho capito se si vuole reintrodurre - quod Deus avertat - il voto di preferenza alle elezioni, o imporre le primarie).
La folla a Bologna è impazzita per Grillo. Quando la folla impazzisce, è già un buon motivo per tenersi a distanza.

Grillo è un demagogo dell’antipolitica, l’eroe di quella Italia che non cresce mai, quella che vilipendeva il cadavere di Mussolini a Piazzale Loreto, che lanciava le monetine a Craxi davanti all’Hotel Raphael, quella che si definisce di volta in volta “Italia degli Onesti”, o “Società Civile”, quella insomma che si presume eternamente innocente, quella per cui se le cose vanno male è
sempre colpa degli altri: dei poteri forti, del Grande Vecchio, del Belzebù di turno (nell’ordine, Mussolini, Andreotti, Craxi, Berlusconi), dei politici in genere etc.

Tutte vittime, e mai nessuno che dica: è anche colpa mia.
Tutti bravissimi a battere il “mea culpa” sul petto di qualcun altro, e a guardare la pagliuzza nell'occhio altrui, piuttosto che la trave nel proprio.

L'antipolitica celebrò il suo trionfo all'epoca di Tangentopoli. Sarebbe stato il momento di rimboccarsi le maniche, di impegnarsi nella politica seria e pulita. Fu invece il momento del massimo disimpegno, della delega in bianco alla magistratura, dell'attacco non alla corruzione, ma ai partiti in quanto tali (Grillo ce l'ha a morte con i partiti: ma si svegli, sono finiti da un pezzo, sostituiti da potentati personali). Le famiglie si sedevano alla televisione a guardare i processi, come le tricoteuses durante la rivoluzione francese, a godersi lo spettacolo dei potenti caduti, e pronti ad applaudire altri potenti.

Quello dell'antipolitica è plebe, non popolo. Non pratica l'invettiva civile, ma l'insulto anonimo. Coloro che spernacchiano i 'politici ladri' lo fanno solo perchè esclusi dal banchetto.
Al loro posto farebbero la stessa cosa, e se scoprono il marcio gioiscono, ma non per ansia di pulizia, ma perché trovano alibi ai propri non più degni comportamenti ("I politici rubano? E noi non paghiamo le tasse").

Il nostro animale araldico dovrebbe essere il bue, che, come noto, dà del cornuto all’asino.

È da questo humus, secondo Grillo, che dovrebbero uscire gli uomini politici disinteressati, attenti solo al benessere del cittadino? I novelli Cincinnati disposti a farsi da parte una volta che la missione è compiuta?

La ‘vergogna di essere italiano’ me la fanno provare, ben più dei politici, certi nostri compatrioti, furbetti e felici di esser tali. Come quei turisti che vedo all’estero, risalire le code come salmoni, e se qualcuno chiede perché fanno così rispondono sornioni: “Bicos ui ar italianz”. Perché credono pure di essere simpatici…

Ai suoi seguaci Grillo dovrebbe leggere l’ultimo capitolo de “La Caduta” di Albert Camus:
“La libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie: Oh, no! È anzi un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante… per questo la libertà pesa troppo… Si è liberi, quindi bisogna sbrogliarsi, e dal momento che soprattutto non vogliono né la libertà né le relative sentenze, implorano un’autorità che li costringa, inventano regole terribili, corrono ad innalzar roghi per sostituire le chiese. Tutti Savonarola, le dico…”


05 settembre 2007

An office with a view



Una magnifica e limpida giornata di sole, oggi. Niente male il panorama dal mio ufficio, no?




04 settembre 2007

La legge è legge, 2

Dall’Alpe a Sicilia, c’è voglia di legalità in Italia. Sarà che gli italiani sono tornati dalle vacanze, hanno visto le città europee pulite ed ordinate (e non solo quelle del nord: anche nella mediterranea, latina, cattolica Spagna, a darci la misura di quanto siamo rimasti indietro) e cominciano a chiedersi: perché da noi no?
L’ordinanza contro i lavavetri ha fatto scuola, altre città vogliono copiarla. E si pensa ai prossimi campi di intervento: graffitari, posteggiatori abusivi, prostitute sulle strade, ubriachi, locali notturni rumorosi, venditori ambulanti di merci contraffatte, e via dicendo.
Nel frattempo, in Sicilia, la Confindustria si schiera contro chi paga il pizzo, offrendo per la prima volta una copertura a chi decide di ribellarsi all’intimidazione mafiosa.

Dice il sindaco di Firenze che occorre una rivoluzione concettuale per riportare il rispetto delle regole nelle nostre città. Il che dà la misura di quanto ormai la prassi italiana sia distante dall’Europa. In quale altro paese ci sarebbe questo surreale dibattito sull’applicare le leggi o meno? In quale altro paese un’associazione di imprenditori avrebbe lasciato i suoi aderenti soli per vent’anni a combattere contro il racket, e a farsi ammazzare ?

È come se improvvisamente si fossero svegliati tutti coloro che hanno delle responsabilità sociali, ed avessero scoperto solo oggi che il loro ruolo è proprio di far sì che il cittadino non sia lasciato solo di fronte alle prepotenze altrui.

Se questa moda prende piede Veltroni si potrebbe trovare in serie difficoltà, e il suo “modello Roma” rivelarsi per quello che davvero è: un bluff, pompato dal favore di critici ed intellettuali, e dall’acquiescenza di una stampa singolarmente disponibile.
Niente più lontano dal buonismo veltroniano la nettezza senza compromessi, niente di più alieno dal suo stile avvolgente e consociativo l’affrontare i problemi con provvedimenti suscettibili di creare discussione ed impopolarità. Le strade sono ancora sporche, gli autobus passano quando vogliono, il traffico è caotico come sempre: i problemi atavici di Roma resistono indisturbati, solo che hanno cessato di essere dei problemi. E il Prefetto Serra, congedatosi l’altro ieri per pensionamento, ha detto che lascia una “città sicura”: già, quella dove ogni sera, per anni, hanno potuto esercitarsi indisturbati graffitari ad imbrattare i muri, e piromani ad incendiare motorini. E poi i mendicanti storpi al Pantheon, gli zingarelli in metro, i viados nudi per strada etc… oh, sì, una città sicura, europea, un vero “modello”. Ma non so chi abbia voglia di imitarlo.


Nostra Eccellenza

La Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione è stata inserita nel 2° Rapporto dell’EURISPES intitolato “Nostre eccellenze”, tra i cento casi di successo del sistema Italia: poli di eccellenza imprenditoriale, e centri pubblici in grado di erogare, con elevati standard di qualità, servizi essenziali per i cittadini.

La Scuola è stata selezionata sulla base del suo ruolo istituzionale, dell’intensa attività svolta negli ultimi anni e delle sue prospettive di crescita nel campo della formazione pubblica.

D
ubito fortemente che il motivo di cotanta eccellenza sia aver formato me... ma come ex allievo della SSPA ne sono naturalmente orgoglioso.
Solo otto mesi fa si parlava di chiuderla e di sostituirla con una fumosa “Agenzia per la formazione”. Non sarà il caso di ripensarci, e di dotare la Scuola di fondi e strutture tali da metterla finalmente in grado di fare programmi a lungo termine e di competere con l’ENA?

02 settembre 2007

Amori a catena

Una festa di fine estate su una terrazza romana. La padrona di casa è una matura signora italiana di circa 36 anni, in carriera, di quelle che amano raccontarsi. Parla, parla - sempre e solo di sé - vantandosi di non essere mai stata single dall’età di sedici anni. A sentirla, ogni uomo che ha incontrato è stato una pietra miliare, un caposaldo, un’esperienza irripetibile ed eccitante. Però non si è mai fermata, ed è passata da una storia all'altra senza mai prendersi una pausa, come i fumatori a catena fanno con le sigarette: accendendone una col mozzicone dell'altra. Ha anche avuto una breve esperienza matrimoniale, durata meno di un anno, liquefatta come neve al sole alla prima difficoltà. Marito immediatamente sostituito. Non lo racconta con rimpianto, no, si dichiara “felice”, persino orgogliosa, si vede che ama darsi l’aria della donna vissuta e navigata.

Sono arrivato lì con un gruppetto d’amici: ci godiamo il fresco, il panorama sui tetti di Roma, i cocktail, deliziosi. Commentando la nostra imbarazzante ospite e le sue non richieste confidenze, scopriamo di essere tutti, almeno una volta nella vita, inciampati in un tipo così, amanti a catena incapaci di affrontare la solitudine: ne siamo usciti tutti con la sensazione di essere stati strumentalizzati, manipolati.

In Italia essere single sembra un disonore, quindi le amanti a catena sono molto comuni: appaiono sicure di sé, sono colte e sanno dire le parole giuste, quelle che incantano e fanno sognare. Le incontri, e ti pare di aver afferrato una vetta. Poi le conosci meglio, e la vetta ti sfugge, si schiude un abisso. Le belle parole, le grandi promesse: tutte bugie, funzionali al loro bisogno di sedurre e di avere sempre qualcuno accanto. Scoperto il bluff loro passano ad un altro – provvisorio – scaldaposto sentimentale. Con pochi scrupoli sulla fedeltà:
nel momento in cui una relazione mostra segni di crisi, loro stanno già a guardarsi intorno per trovare il sostituto. Il cambio viene effettuato in corsa: via uno, avanti l’altro, proprio come chi ha sempre una sigaretta in bocca.

Scoprirò poi che questo fenomeno ha anche un nome preciso: "monogamia sequenziale". Viene definita così dalla psicologa Chiara Simonelli: "Rapporti di coppia che durano il tempo di arrivare alla prima crisi, senza elaborazione nè crescita, ma solo un 'ti prendo, c'è crisi, ti tradisco, ti lascio, mi fidanzo con l'amante, c'è crisi lo tradisco, lascio, e così via". Il che spiega come delle persone fondamentalmente incostanti ed infedeli possano, persino in buona fede, ritenere di essere monogame. Fedeli sì, ma solo a sé stesse.


Tra noi, il più severo è Raymond, un gigantesco olandese che ha vissuto parecchio a Roma, ed ha per le donne italiane parole durissime, anche perché può fare il confronto con le ben più indipendenti e solide ragazzone di casa sua. Definisce le nostre conterranee “immature fuori tempo massimo”, dice che seminano illusioni, confusioni, e delusioni, le paragona a chi vive di truffe firmando assegni a vuoto.

Io trovo che queste eterne “mai single”
evitino accuratamente le pause di riflessione perché hanno paura di rimanere sole a fare i conti con sé stesse, di guardarsi dentro e di vedere il vuoto. Non è un uomo che cercano, ma un cicisbeo, uno scaldaletto, una stampella. Non un compagno, ma una compagnia. E il buffo è che, nonostante il bisogno di avere sempre qualcuno vicino, credono fermamente di essere molto “emancipate”.

Campionessa delle amanti a catena è l’attrice Claudia Pandolfi (nella foto): nel 1997 fu protagonista di un divorzio record quando, dopo soli 75 giorni di matrimonio lasciò il marito per un altro uomo, lasciato a sua volta. Ha dichiarato di non essere mai stata single nemmeno per un giorno: «Dal primo fidanzato in poi, sono sempre stata in coppia, anche a costo di intraprendere relazioni sbagliate. Avere un compagno, nel mio caso, serve da conferma alla mia femminilità».

La nostra anfitriona è manifestamente in cerca della prossima vittima: noi ci congediamo di corsa. Siamo tutti felicemente accoppiati con ragazze straniere: qualunque problema abbiano le donne italiane, non è più - ringraziando Iddio - un problema nostro :-)

Legge Merlin, miracolo ultraliberista

Il Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha proposto di regolamentare la prostituzione e subito è nata una di quelle tempeste in un bicchier d’acqua che caratterizzano il nostro sistema politico.
Regolamentare la prostituzione? Giammai, è stato il coro indignato, sarebbe immorale, incivile, e bla bla bla…
Come spesso avviene, in Italia, i dibattiti si fanno “a prescindere” da quello che è il dato normativo. I nostri deputati, interrogati, fanno fatica a dire pure qual è il nome dell’attuale pontefice, quindi difficile che conoscano quel testo arcano, il Codice Penale, che pure come legislatori non dovrebbero faticare a reperire.

E allora guardiamo cosa dice la legge: l’art. 531-536 del Codice Penale, come modificato dalla Legge 20 febbraio 1958, n. 75 (Legge Merlin) punisce una serie di attività collaterali alla prostituzione, ma non la prostituzione stessa. Cucù! In Italia, la prostituzione è LEGALE, comprare e vendere sesso non è reato.

Gli è che la Legge Merlin, nel chiudere i bordelli, nel 1958, operò - proprio negli anni delle nazionalizzazioni e della programmazione economica, in cui metà dell’economia italiana passava sotto il controllo dello Stato - un piccolo miracolo di liberalizzazione selvaggia, degna di un anarco-capitalista alla Nozick: la prostituzione diventava una iniziativa individuale lecita non sottoposta ad alcun controllo pubblico. Nessuna autorizzazione all’inizio dell’attività commerciale, nessun albo o registro professionale, nessun controllo igienico-sanitario, niente scontrini fiscali né partita IVA. Una persona che senza licenza volesse vendere un paio di etti di prosciutto sulla pubblica via incapperebbe in una terrificante serie di violazioni amministrative e penali. Ma vendere 50 kg di carne umana, anche infetta, è lecito, non richiede autorizzazioni amministrative di sorta, ed è soprattutto meravigliosamente esentasse.

Come ci si poteva illudere che una tale isola di non regolamentazione non avrebbe generato un notevole indotto economico? Che il controllo di un’attività lucrosa, una volta abdicato dallo Stato, non sarebbe passato alla criminalità? La Merlin, interpretando il fenomeno del meretricio secondo il ‘pattern’ marxiano dello sfruttamento capitalistico, partì dal presupposto, totalmente infondato, che, chiusi i bordelli, la prostituzione sarebbe sparita da sola.
L’approccio moralistico alla legalità, proprio tanto delle forze cattoliche quanto di quelle socialcomuniste non poteva che renderle cieche nei confronti delle implicazioni economiche delle loro scelte. Ed ancora oggi, quello stesso approccio, a dispetto dell’evidenza che la Merlin non funziona, impedisce e – sono pronto a scommetterci – impedirà anche in futuro, che il problema venga, se non risolto, quantomeno affrontato.

Di fronte a una qualunque attività umana, lo Stato ha di fronte due opzioni essenziali: proibirla o permetterla, in modo più o meno regolato. Si operi dunque una scelta: se si ritiene che il fenomeno prostituzione può essere sradicato, lo si vieti, e si apprestino le necessarie sanzioni penali. Altrimenti lo si regolamenti, in un modo o nell’altro, in modo almeno da tenerlo sotto controllo.

Invece, come in tante altre situazioni, la politica nazionale tende a evitare i problemi, anziché affrontarli: questi scendono giù per li rami, fino alle strade delle grandi città, si incancreniscono, generano una reazione dei cittadini che obbliga i Comuni ad intervenire; con scelte confuse, illegittime, di facciata.
La questione della prostituzione, rimarrà sregolata, ci scommetto, ancora per molti anni: tipico esempio dell’abdicazione dello Stato dal governo dei problemi sociali.







01 settembre 2007

Turchia? No, grazie.

In un articolo pubblicato oggi sull’International Herald Tribune, i ministri degli Esteri svedese e italiano, Carl Bildt e Massimo D’Alema (il cui nome viene incredibilmente storpiato in ‘D’Alemais’, sic!) ci dicono che è tempo per un nuovo sforzo di negoziato verso la Turchia, in vista della sua ammissione nell’Unione Europea.
Le argomentazioni sono le solite, e sono tutte poco convincenti: perché applicandole alla lettera, l’Unione Europea dovrebbe allargarsi a metà dei paesi del mondo. Cosa vuol dire per esempio che ‘non possiamo chiudere le porte’ in faccia a un grande paese? Se domani l’Ucraina o la Russia volessero entrare nell’Unione (ed hanno molti più titoli della Turchia per chiederlo), dovremmo forse ammetterle?

Mi piacerebbe che il nostro Ministro degli Esteri rispondesse a una semplice domanda: qual è l’interesse nazionale dell’Italia ad avere la Turchia nell’Unione Europea?
Non l’ho capito. Ci sono invece molte ragioni per cui noi dovremmo essere contrari: la prima è che, attualmente l’Italia è per popolazione, uno dei quattro grandi paesi d’Europa. Con l’ingresso della Turchia (72 milioni di persone) l’importanza ed il peso del nostro paese diminuirebbero automaticamente. La seconda è che l’Italia ha tutto l’interesse al rafforzamento del processo di integrazione europea, mentre un ulteriore allargamento porterebbe alle estreme conseguenze i limiti dei suoi meccanismi di funzionamento.

La Turchia è un paese occidentale e laico solo grazie alla garanzia delle sue forze armate: non bisogna illudersi su questo. La sua storia non ha nulla a che fare con la storia europea. Geograficamente, il suo territorio è al 97% in Asia. Senza contare gli enormi costi che i contribuenti europei dovrebbero sostenere per consentire a questo paese di aggiornare le sue infrastrutture.

Non si tratta di chiudere le porte in faccia alla Turchia, ma di evitare di costruire una Fortezza Europa dove sia questione di vita o di morte entrare per non rimanere chiusi fuori.
Una solida alternativa potrebbe essere il dare corso ai progetti per un North Atlantic Free Trade Agreement, che includa tutti i membri della NATO.
L’Europa, ritroverà intanto, speriamo, sotto la guida di Sarkozy e della Merkel, la via dell’integrazione. Il risultato del referendum francese di due anni fa dovrebbe aver avvertito tutti: operazioni a tavolino sulla testa dei cittadini non si possono più fare. Se vogliamo un’Europa dei popoli, un’Europa democratica, dobbiamo anche accettare il fatto che la maggioranza degli europei, di avere la Turchia come partner, non ne vuol semplicemente sapere.

È la democrazia, baby…