30 ottobre 2007

Le lacrime di un giudice e le servitù della giustizia

"Ho visto le fotografie del GIP Forleo in lacrime con imbarazzo e disagio...
Non mi piace anzitutto che un funzionario dello Stato manifesti pubblicamente le sue emozioni. Si potrebbe osservare che le emozioni sono state provocate dalle insinuazioni e dalle accuse di cui Clementina Forleo è stata oggetto nelle ultime settimane. A me sembra invece che le colpe dei suoi avversari e detrattori siano pur sempre meno importanti, per la dignità delle istituzioni, del modo in cui il GIP ha gestito le sue apparizioni pubbliche.
Forleo non ha torto, almeno «tecnicamente», quando afferma: «Finché non ci sarà un editto che stabilisca quali magistrati possono parlare e quali non possono, quando possono o non possono farlo, sempre al di là della riservatezza legata alle questioni sugli atti d’ufficio, io ritengo di parlare, come fanno gli altri miei colleghi, assumendomi tutte le mie responsabilità. Ci sono molti magistrati indipendenti che vogliono far sentire la loro voce» (Corriere di ieri).Ma non si può apparire alla televisione, dare interviste e fare dichiarazioni in pubblico senza accettare gli effetti, le conseguenze, i rischi e le regole del gioco che questa esposizione mediatica finisce inevitabilmente per produrre.
Uno degli aspetti più sconcertanti di questi ultimi anni è l’uso che molti magistrati, soprattutto procuratori, hanno fatto della loro notorietà. Hanno scritto, concesso interviste, partecipato a presentazioni di libri e pubblici dibattiti, firmato manifesti, preso parte a manifestazioni di piazza. Tralascio il fatto che il tempo impiegato in queste attività è stato inevitabilmente sottratto alle loro funzioni e mi limito a osservare che, pur ricercando i riflettori della pubblicità, non hanno mai voluto accettarne pienamente le regole.
Si sono comportati come «politici», nel senso più largo della parola, ma hanno sempre preteso di essere trattati come magistrati. Hanno polemicamente sostenuto che i loro imputati avrebbero dovuto difendersi «nel processo», non «contro il processo»; ma hanno fatto altrettanto difendendo la loro azione sulla pubblica piazza anziché esclusivamente con gli atti del loro ufficio e nelle aule dei tribunali. Lo avrei compreso e giustificato, nel caso dei procuratori, se avessero accettato la separazione della carriera inquirente dalla carriera giudicante.
Ma volevano essere contemporaneamente personaggi popolari, pubblici accusatori e «bocca della legge». Credo che queste considerazioni valgano anche per Clementina Forleo..."

Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi

Chi di secessione ferisce...



Lo ammetto: sto gongolando. Leggo le reazioni stizzite del "Governatore" (così ama farsi chiamare, anche se non ne ha diritto) del Veneto, Galan, e sono in piena Schadenfreude. Il trionfo del referendum tenutosi per separare Cortina d’Ampezzo e alcuni comuni limitrofi dal Veneto e passare all’Alto Adige è un fatto che trascende la cronaca locale.

Negli ultimi venti anni, il lessico della politica italiana si è nutrito di termini come “federalismo”, “autonomia”, “devoluzione”, e via discorrendo. L’origine di tutti i mali veniva indicata dai nuovi demagoghi nell’odiato “centralismo romano”, nella burocrazia statale che risiede a Roma (“ladrona”, ovviamente). Tutti gli schieramenti politici hanno nel tempo flirtato con l’autonomismo, anche se questo era minoritario nel paese, mettendo in cantiere perniciose riforme costituzionali che hanno seriamente minato l’impianto unitario della Repubblica.
Tanto rumore per nulla: la rivolta anticentralista, lungi dal produrre “meno Stato, più mercato” ha invece prodotto solo più province, più comuni, e una pletora di comunità montane, persino in luoghi quasi pianeggianti. Mentre lo Stato subisce tagli sempre più ampi, aumentano le burocrazie locali.

Il nostro sistema di autonomie è andato così in là da rendere lettera morta l’art. 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla Legge. Di fatto, vale il motto orwelliano: "tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni sono più uguali (cioè più assistiti, più autonomi, meno pressati dal fisco) degli altri."

Stupirsi allora che i cittadini di Cortina si siano fatti i conti in tasca e di fronte alla prospettiva di pagare 251 euro di Ici invece di 1.899 abbiano votato in massa per passare all'Alto Adige? Non ci avevano spiegato che i capitali migrano verso i paesi che hanno il miglior trattamento giuridico e fiscale, senza aver riguardo alle frontiere? Ecco che gli ampezzani, invece che muoversi loro, hanno fatto muovere il confine. È una forma di migrazione anche questa.

Gli è che se i padri della Patria concepirono l’Italia come uno Stato unitario e centralizzato, anziché come uno Stato federale, come pure predicava Cattaneo, avevano le loro buone ragioni: lasciate a sé stesse, le tendenze particolaristiche e corporative, proprie della società italiana, producono un moto centrifugo di progressiva frammentazione.

Una volta ammesse eccezioni alle regole, ognuno ne vuole per sé, perché, come avvertiva Albert Camus: “siamo tutti casi eccezionali. Tutti vogliamo appellarci a qualcosa!”.
L’ Italia, è, in fondo, una fragile Repubblica federale di 57 milioni di entità autonome, di splendide individualità tenute ancora miracolosamente insieme da uno Stato sempre più debole, guidato da personale politico sempre meno preparato e responsabile.
Basta guardare al di là dei confini e vedere cosa è successo alla Yugoslavia, e cosa rischia di capitare al Belgio, per capire, fatte le debite differenze, dove si va a parare quando si spinge sul pedale delle gelosie e degli egoismi di campanile.

Fu in Veneto che le spinte al localismo divennero fenomeno politico nazionale, con una piccola formazione nota come Liga, capostipite ed antesignana di tutte le Leghe padane. È significativo, allora, che proprio il Veneto paghi per primo un prezzo al verbo dell’autonomismo e
del secessionismo.
Già, perché se l’identità nazionale dell’Italia è fragile, non è più forte quella delle regioni (molte delle quali, il Lazio in primis, non corrispondono ad alcuna unità politica o culturale preesistente).
Il referendum di Cortina è un salutare campanello d’allarme per tutti: una volta messi in moto certi meccanismi, nessuno è in salvo.

Chi di secessione ferisce…

---
In figura: il Veneto stretto tra due regioni a Statuto Speciale, è a rischio secessione. La provincia di Belluno, attivando la procedura di cui all'art. 132, 2°co. Cost. potrebbe passare armi e bagagli a una delle regioni vicine, seguita dalle altre.




29 ottobre 2007

Alle donne che sognano e ci fanno sognare



Claudio Baglioni
Le ragazze dell'Est

Nei mattini pallidi ancora imburrati di foschia
risatine come monete soffiate nei caffè
facce ingenue appena truccate di tenera euforia
occhi chiari laghi gemelli occhi dolci amari...

Io le ho viste
fra cemento e cupole d'oro che il vento spazza via
sotto pensiline che aspettano il sole e il loro tram
coprirsi bene il cuore in mezzo a sandali e vecchie camicie fantasia
e a qualcuno solo e ubriaco che vomita sul mondo...

Io le ho viste portare fiori e poi fuggire via
e provare a dire qualcosa in un italiano strano
io le ho viste coi capelli di sabbia raccolti nei foulards
e un dolore nuovo e lontano tenuto per la mano...

Io le ho viste che cantavano nei giorni brevi di un'idea
e gomiti e amicizie intrecciati per una strada
io le ho viste stringere le lacrime di una primavera che non venne mai
volo di cicogne con ali di cera...

Ancora io le ho viste
far la fila con impazienza davanti ai gelatai
quando il cielo stufo d'inverno promette un po' di blu
piccole regine fra statue di eroi e di operai
lievi spine d'ansia nei petti rotondi e bianchi...

Io le ho viste
eccitate buffe e sudate per la felicità
negli alberghi dove si balla gridare l'allegria
e bere birra e chiudere di fuori la solita neve e la realtà
e ballare alcune tra loro e ballare e poi ballare...

Le ho viste
nelle sere quando son chiuse le fabbriche e le vie
sulle labbra vaghi sorrisi di attesa e chissà che
scrivere sui vetri ghiacciati le loro fantasie
povere belle donne innamorate d'amore e della vita...
le ragazze dell'Est

27 ottobre 2007

Tutto il resto è noia

Curioso, trovo un pensiero simile in due grandi testi della letteratura francese. La prima citazione è dalla Recherche di Proust. Nell’ultima pagina di “Un amore di Swann”, quando Charles Swann decide finalmente di troncare il morboso rapporto con Odétte de Crecy esclama:

«E dire che ho sciupato anni della mia vita, ho desiderato di morire, ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo!»

Mentre Camus mette in bocca al suo Clamence, protagonista de “La Caduta” questa frase:

«Ho conosciuto un uomo che ha dato vent’anni della propria vita a una sventata, le ha sacrificato tutto, amicizie, lavoro, il decoro della propria vita, e una sera ammise di non averla mai amata. Si annoiava, ecco tutto… perciò si era fabbricato con le proprie mani una vita di complicazioni e di drammi. Bisogna che accada qualcosa, e questa è la spiegazione della maggior parte degli impegni che gli uomini assumono. Bisogna che qualcosa accada, anche la servitù senza amore…»


Non è vero? Capita a volte (o, almeno, è capitato a me) di svegliarsi increduli da quei prolungati incubi dell’esistenza, sgradevoli come blocchi della digestione, che avevamo scambiato per grandi amori. Amori eroici e romantici, amori impossibili e distanti, per donne che - lo scopriamo dopo - nemmeno amavamo, e neppure trovavamo attraenti.
Un fuoco iniziale, abbagliante, e poi... come cantava Califano? Tutto il resto è noia...



26 ottobre 2007

Decidere di diventare grandi

Non amo i libri. Non leggo per mero amore della letteratura o per piacere intellettuale. È un’affermazione che potrà stupire chi conosca la vastità della mia biblioteca, e la mia passione per la poesia. Ma è così: ogni libro che ho letto l’ho prima scrutato, annusato con diffidenza; non ne ho mai comprato più d’uno alla volta, e sempre a seguito di un colpo di fulmine. Un libro che non mi fa crescere lo considero una perdita di tempo. Ha scritto Emile Cioran, che

«Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle e provocarne di nuove. Un libro deve essere pericoloso».


Alcuni li ho riletti centinaia di volte, come “La caduta” di Camus. Altri una volta sola, ma ne porto indelebile il ricordo. Ne ho ritrovato uno che fu particolarmente importante: “Dimmi da quanto è partito il treno” di James Baldwin, che acquistai usato, su una bancarella (quanti libri decisivi si trovano sulle bancarelle!).

Ero un adolescente rimasto precocemente orfano, dovevo crescere e diventare uomo, e dovevo farlo da solo e senza modelli, e quella storia di un giovane negro (allora si poteva dire “negro”, i dittatori del politicamente corretto non avevano assunto il controllo della lingua) che diventava attore, quella storia di emancipazione sofferta e struggente, di un ragazzo che simboleggiava un popolo intero, produceva in me vibranti assonanze, era una promessa di riscatto. Mentre tutto, attorno a me, sembrava inneggiare al fatalismo, all’ineluttabilità della disgrazia, di colpo capii che si può, a forza di volontà e passione, liberarsi dalle catene del proprio destino.
Ritrovo sottolineati alcuni passaggi illuminanti:


“La determinazione di superare con l’intelligenza la propria situazione vuol dire la rinuncia ai modelli, vuol dire fermarsi solo alle lezioni subite”

E questo dialogo tra Leo e Barbara:

“Non si può decidere di diventare grandi”
“Alcuni possono, alcuni devono”
“E secondo te io sono uno di questi?”
“So che lo sei, l’ho sempre saputo”.


Non so se sono diventato grande. Ma so che ci ho provato con tutto il cuore.

La cura di tutti i mali

"A good woman is the best anti-depressive"

Astrida Krakope M.D. Linezers Clinic, Riga

Nono comandamento, primo comma

"Non desiderare la donna d'altri... specialmente se non la desidera più il marito..."

21 ottobre 2007

Fotografo, dunque esisto



Detesto gli intellettuali
. Istintivamente. Aborrisco particolarmente i professori universitari. Il XX secolo ha visto una crescita senza precedenti del ruolo degli intellettuali, ed assolutamente esagerata: un tempo cortigiani al servizio del potere politico, nella veste di tecnici competenti nella gestione e soluzione di problemi, si sono trasformati nella figura ieratica del maître à penser, l’oracolo che si è attribuito il ruolo di depositario dei valori, di vestale di un’Idea che va preservata pura da ogni contaminazione della realtà.

Mie vecchie fisime, questioni di pelle, ma mi accorgo con gli anni che esse hanno una qualche ragion d’essere. Voglio dire che tra l’atteggiamento verso la vita ed il mondo proprio degli intellettuali e quello delle persone come me, c’è l’abisso,
uno iato incolmabile, l’assoluta e perfetta antitesi. I primi partono da una loro idea e attraverso quella guardano la realtà, ma solo per trovarvi conferma alle loro idee, noialtri cerchiamo di osservare la realtà senza filtri, quale essa è, e, sulla base dell’esperienza, formulare una sintesi sempre suscettibile di essere rimodulata ed arricchita.

Prendiamo ad esempio uno come Schopenauer:
con il suo amore e la sua profondissima competenza sull'India, nutrita da una vastissima biblioteca, egli influenzò un’intera generazione. Eppure in India lui non ci andò mai... Ne scriveva in modo incantevole, affascinante, ma tutto ciò che il lettore apprende da lui non riguarda l’India vera, ma l’idea che se ne fece Schopenauer: ben documentata, ma non per questo meno arbitraria. Il suo epigono, Herman Hesse - l’autore di Siddhartha - almeno fece lo sforzo di mettersi in viaggio. Ma arrivò solo a Ceylon, piegato dalla dissenteria. Tutto quello che vide lo schifò ed infastidì, e così decise di tornare indietro.

Sono due buoni esempi del fatto che gli
intellettuali hanno del mondo una conoscenza libresca e preconcetta. Per loro la realtà è qualcosa da rifuggire o da ridurre a teoria.

Via, non scopro nulla di nuovo: è l’eterno conflitto tra idealisti e realisti, tra platonici ed aristotelici, mirabilmente semplificato nell’affresco raffaellita della “Scuola d’Atene”. La scoperta, semmai, è che certe mie passioni, come quella per la fotografia, sono pour cause: sono anti-intellettuale, dunque sono un fotografo.

Trovo conferma di questa idea durante la lettura del saggio “Sulla Fotografia” di Susan Sontag. È un libro celebre di una celebre intellettuale newyorkese. In verità non ho mai letto niente di così balordo, e lo consiglio vivamente a chi ha € 15 da buttare. Bastano le prime pagine per capire che la Sontag non ha mai tenuto veramente in mano una macchina fotografica, non ha mai provato l'emozione di inastare un obiettivo nella sua baionetta, non ha mai sperimentato il particolare rapporto che si crea tra il fotografo e il suo soggetto, specie nella ritrattistica. È un libro “intellettuale”, appunto, dove non si apprende nulla sulla fotografia quale essa è, ma solo sulle idee (o meglio: sui pregiudizi) di Susan Sontag sulla fotografia.

La Sontag mette tutto insieme: foto d’arte, pubblicitaria, turistica. Scrive in più punti che l’atto del fotografare è una forma di “aggressione”, che stabilisce tra il fotografo e il suo soggetto una relazione di “potere”, “appropriazione” (“L’atto di fare una fotografia ha qualcosa di predatorio”). In un crescendo di frescacce, arriva al paragone tra macchina fotografica e fallo: “l’atto di fare una fotografia… è un’apparenza di stupro”, “la fotografia è… una copulazione eroica col mondo materiale”.
Do una veloce occhiata alle note biografiche: apprendo che la Sontag fu una teorica del movimento femminista. Ah! Così m’imparo a non leggere il dorso dei libri, prima di comprarli...
Allora, se la macchina fotografica = fallo; uomo = stupratore; ne segue che fotografare = stuprare. Ma questa non è la fotografia: questo è il modo in cui una intellettuale femminista vede il sesso e in questa chiave tutto ciò che lontanamente le ricorda il sesso. È sessuofobia che diventa iconoclastia.

Ecco cos’è un intellettuale: uno che interpreta la realtà, piuttosto che viverla. Un fotografo invece entra nel mondo cercando di liberarsi di tutte le sovrastrutture mentali, di catturare la realtà quale essa è davvero, fare un’esperienza immediata. Può un intellettuale capire un fotografo? Nemmeno in un milione di anni.

Basterebbe poco, del resto (sapendo di fotografia), per confutare l’imbarazzante paragone. Certo, uno zoom telescopico può essere visto come un oggetto fallico, “maschio”: ma allora un grandangolo, così ampio e avvolgente, è “femmina”. Come è pure “femmina” il corpo macchina, la camera oscura dove ha luogo il processo chimico che porta alla creazione di una nuova realtà.

Poco dopo, e contraddittoriamente, la Sontag ci dice che la macchina fotografica è un “diaframma” che il fotografo interpone tra sé e il mondo. Una manifesta sciocchezza, visto che la macchina fotografica è essenzialmente un complesso di lenti, e, come gli occhiali o i telescopi, essa non serve per isolarsi dalla realtà, ma al contrario per immergervisi dentro, e guardarla meglio.
Fin qui, stupidaggini. Dove raggiungo il picco di indignazione è quando leggo queste frasi: “Fotografare è essenzialmente un atto di non intervento”… “Fare una fotografia significa avere interesse per le cose quali sono, desiderare che lo status quo rimanga invariato… essere complici di ciò che rende un soggetto interessante e degno di essere fotografato, compresa, se l’interesse consiste in questo, la sofferenza o la sventura di un’altra persona”. Ripenso ai tanti fotografi morti per dare voce alle sofferenze di popoli lontani mentre gli intellettuali scaldasedie pontificavano da ben protette cattedre, ripenso al fotografo giapponese ucciso in Birmania, che scatta un’ultima fotografia al soldato che lo sta finendo (Kenji Nagai, sia qui onorato il suo nome) - e con un preciso, liberatorio gesto del polso il celebre saggio della celebre intellettuale dei miei stivali finisce nella pattumiera.

Susan Sontag era solo una stronza.

-----
Nella foto: Autoritratto a Londra,© Dario Quintavalle, 2007

20 ottobre 2007

Il rosso le dona



Ieri un tizio ha versato dentro Fontana di Trevi un bidone di colorante rosso. Lo confesso: a me piace molto di più così. Sia a causa della mia predilezione per quel colore, sia perché non sono affetto da smanie conservazioniste. Dal momento che non ci sono stati danni permanenti, lasciatemi dire che apprezzo la provocazione. Gli scempi a Roma semmai sono altri: il turismo di massa, il traffico, la monnezza, i graffiti onnipresenti. E soprattutto, l'incuria di chi dovrebbe proteggere e custodire questa città, ma ha evidentemente la testa altrove: i poliziotti a rimorchiare le turiste, il sindaco alla sua carriera politica prossima ventura. Allora, non lamentiamoci di qualche occasionale barbaro: come insegna quella poesia di Kavafis, i barbari sono comunque "una soluzione".

Il buon Dirigente

Un dirigente sommerso dal lavoro è il capo migliore perché non ha tempo di indulgere in futilità, e di infastidire la gente.

Jack Welch
Presidente della US General Electric



19 ottobre 2007

Cose da pazzi

Il governo approva all'unanimità il disegno di legge sulla riforma del mercato dell'editoria, ed il Ministro Antonio di Pietro confessa sul suo blog di averlo votato senza averlo nemmeno letto perchè era "di routine".
I bloggers italiani alzano compatti gli scudi contro un provvedimento legislativo che ci allinea alla Cina nel tentativo di mettere sotto controllo Internet. Prevede infatti che tutte le testate editoriali, anche quelle online, si iscrivano (e paghino una tassa, ci mancherebbe) ad un nuovo "Registro degli Operatori della Comunicazione" (ROC). Dietro a questo folle progetto c'è Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed ex giornalista (in tale veste noto solo per aver condotto alle soglie del fallimento il quotidiano "L'Indipendente"). Risibili le sue spiegazioni sul Blog di Beppe Grillo:
"Vogliamo creare le condizioni di un mercato libero, aperto ed organizzato in modo efficiente. Per questo, intendiamo, tra le altre cose, abolire la registrazione presso i Tribunali sino ad oggi obbligatoria per qualsiasi pubblicazione e sostituirla con l’unica e piu’ semplice registrazione preso il Registro degli Operatori della Comunicazione (Roc) tenuto dall’Autorita’ Garante per le Comunicazioni (AgCom)."

Io non ho parole. Un ministro definisce liberticida una legge che ha votato lui stesso? Minaccia di togliere l'appoggio al governo se sarà approvata dal Parlamento? Cosa ci sta a fare Di Pietro al Governo? E cosa vuol dire che un provvedimento governativo è "di routine"? E’ un disegno di legge complesso, 20 pagine, 35 articoli, mica una circolare. Reca la rubrica “Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale”: bastava leggere il titolo per capire che è qualcosa che incide sulla libertà di pensiero e di stampa.

E ancora peggio le spiegazioni di Levi, uno dei collaboratori pasticcioni di cui evidentemente ama circondarsi Prodi. Se vuoi creare le condizioni per un mercato libero, abolisci la registrazione, punto e basta. Se poi sei in un paese serio, abolisci pure l'Ordine dei Giornalisti, che è un unicum italiano, la Casta organizzata cui è riservato ope legis il monopolio del diritto di scrivere sui giornali e di esprimere (le sue) opinioni.

Probabilmente questo DDL naufragherà nel nulla, come dice Paolo de Andreis su Punto Informatico. Ma ha torto: c'è da preoccuparsi. Questo è l'ennesimo passo di un processo sotterraneo di compressione dei diritti di espressione (descritto qui da Marco Calamari) che non può che preoccupare i cittadini di uno stato democratico.

Insomma, sarebbe facile e tranquillizzante derubricare tutto a un mero incidente di percorso. La verità è che se in ambienti istituzionali si parla di Internet solo come luogo di diffamatori e pedopornografi, se scatta il riflesso condizionato dell tentativo di imporre registri e controlli, è perchè si ha paura della sua capacità di spezzare la camicia di forza dell'informazione istituzionale italiana, che ha i suoi punti di forza nel duopolio televisivo e nel giornalismo più servile di tutto l'Occidente (vedi il modo in cui non è stata data la notizia della condanna di Andreotti).

Invece di rendere più facile l'accesso alla libertà di parola, sale della democrazia, si inventano "cautele" che sono, in realtà BAVAGLI.
Respingiamo compatti l'interessato paternalismo di chi ci vuole proteggere da noi stessi e dalle nostre libertà. Facciamoli neri.




18 ottobre 2007

Lassù qualcuna mi guarda...



Più appiccicosa della carta moschicida,
di una cicca sotto la suola delle scarpe,
più ossessiva di Psycho,
di Glenn Close in "Attrazione Fatale",
più ricorrente di un boomerang
più fedele di una coda,
più indimenticabile di un incubo....
la mia ex, proffa meclemburghese PhD-munita,
visita il mio sito dieci volte al giorno:

solo un consiglio da amico....

CURATI !!!!



15 ottobre 2007

Però, Doris...

Confesso di non aver mai letto finora un solo rigo di Doris Lessing, come del resto di molti altri premi Nobel. Sul Nobel per la letteratura, che non è mai stato assegnato a giganti come Borges, o Luzi, vale quanto già detto più avanti circa il Nobel per la pace. Ma questo suo brillante ed istruttivo articolo sulla "political correctness", una delle mie bestie nere, e sulla sua discendenza diretta dal Comunismo e dall'accademia tedesca, me la rende assai simpatica. Da leggere.


ON POLITICAL CORRECTNESS
By DORIS LESSING
Some strong thoughts about political correctness.

14 ottobre 2007

Questioni di vita e di morte

Ci sono persone che quando muoiono lasciano un vuoto.
Ci sono persone che quando muoiono liberano uno spazio.


Io, oggi

Gli amanti

Sto tornando dal mare e la radio diffonde questo nuovo singolo di Ornella Vanoni "Gli Amanti". Non è certo la mia cantante preferita, ma mi riconosco nel testo come in uno specchio. O meglio, rivedo il me stesso di tre anni fa, quando ero impelagato in una relazione orribile, ad aspettare anch'io, ogni santa sera, una telefonata. Brrr...


13 ottobre 2007

Per donne stressanti e stressate

Grazia è un settimanale femminile di antica tradizione. Lo leggevo da piccolo (lo comprava mamma), ed ho sempre trovato questo genere di magazine illuminante. Le donne, quando si raccontano tra di loro, sono più sincere.
Adesso c’è un’edizione online, ed un
blog. Una certa Vera M. deplora che i pantaloni non siano più di moda (ah sì?) e teorizza che le gonne siano “per donne… che piacciono agli uomini e anche alle loro mamme: rassicuranti, dolci, non aggressive, non competitive”. Mmmhhh, sempre il solito stereotipo della strega e del maschietto spaventato dall’emancipazione femminile. Vaccate.
Così rispondo:
Vorrei commentare questa frase: “donne … che piacciono agli uomini e anche alle loro mamme: rassicuranti, dolci, non aggressive, non competitive.” Il sottinteso evidente è che gli uomini sono degli insicuri che vogliono la compagnia di una persona rassicurante. Gli echi di una certa cultura femminista sono evidenti.
Mi piacerebbe solo sapere: c’è gente, non importa di quale sesso, a cui fa piacere aver a che fare con persone che, al contrario siano “inquietanti, acide, aggressive, competitive”? Gente sana di mente, intendo. Purtroppo ci tocca aver spesso a che fare con tipi umani simili, ma dobbiamo frequentarli anche per scelta? E per dimostrare che cosa, e a chi?
Si rilassi, signora, butti via i giornali di moda ed indossi quello che le sta più bene. Un sorriso spontaneo, un sano appetito e una camminata spensierata, piacciono ad un uomo più di tutte le vostre preoccupazioni modaiole. Sarebbe bene spiegarlo alle vostre lettrici…

Seguono dozzine di commenti entusiastici di donne. Denise mi manda addirittura un bacio. :-)


Tra le autrici del blog c’è anche Laura. Asserisce che “gli uomini vanno rimisurati, perché tra l’altezza dichiarata” dai suoi partners “e quella reale ci sono sempre 3 centimetri in meno”. Mi metto nei panni di quei poveri ragazzi che cercano di essere 'all’altezza' di una donna così angosciante (si chiama Laura, non a caso) ed obietto:
Cara Laura,
ci sarebbe molto da ridire allora su quelle signore che pretendono di avere una terza quando la natura ha donato loro una seconda (e pazienza il push-up, ma il silicone è una truffa bella e buona…), o di essere bionde quando sono brune (e il risultato è quell’orrendo color mogano, magari striato, che non è carne né pesce). Può anche darsi che gli uomini che frequenta lei siano un po’ ingobbiti. Però le confesso sinceramente che l’idea di una donna che misura i suoi partners mi angoscia un po’. Mi auguro almeno che lei si limiti alla statura…
Ma un essere umano, donna o uomo che sia, è davvero questione di centimetri? Le regalo questa poesia di Archiloco. Ci rifletta su.

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe,
fiero dei suoi riccioli e ben rasato.
Uno basso ne voglio, con le gambe storte,
ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.
Insomma, il panorama
femminile che offrono questi magazines è di donne stressate e stressanti, che proiettano sugli uomini le loro ansie e la loro voglia di competizione. Ma la mia opera di incursore finisce qui: non vale la pena stare al pc in questi giorni. Oggi al mare si stava benissimo, ed ho anche fatto il bagno. "Finché dura è un affare", diceva mio nonno.


Semaforo rosso agli abusi

La vicenda dei semafori di Segrate merita un commento.
A Segrate semafori dotati di telecamera sono stati sequestrati perché si sospetta che la società concessionaria abbia artatamente diminuito i tempi del giallo per aumentare il numero di multe, sulle quali ricava una percentuale.
Un caso di furbismo italico, dunque, ma che serve ad introdurre un discorso critico sul modo in cui le amministrazioni comunali gestiscono il settore delle infrazioni al codice della strada, e quindi sul complesso rapporto tra italiani e legalità. Contestare infrazioni al codice della strada è diventato un veloce ed indolore metodo di finanziamento per le casse dei comuni, una vera tassazione impropria, ed una voce di entrata sempre più importante nei bilanci degli enti locali.
Sotto un piano di puro diritto amministrativo questo modo di agire è viziato sotto due profili:

1) Conflitto di interessi: se gli automobilisti italiani diventassero improvvisamente disciplinati, ciò porterebbe a un decremento netto delle entrate delle amministrazioni locali. Il fatto che proventi delle ammende siano diventati un modo di finanziamento ordinario vuol dire che l’amministrazione ha un interesse a che le infrazioni aumentino, mentre dovrebbe essere portatrice dell’interesse esattamente contrario, quello alla sicurezza stradale. Di conseguenza, l’amministrazione non fa nulla per diminuire le infrazioni, anzi nel caso di Segrate, crea ad arte le condizioni per commetterne di nuove.

2) Eccesso di potere per sviamento di potere: è una delle figure sintomatiche dell’illegittimità dell’atto amministrativo. È sussistente “quando l’atto appaia indirizzato a un fine diverso da quello per cui l’ordinamento lo volle istituzionalmente preordinato” (TAR Lazio, sentenza 247 del 1978). Insomma, quando un potere pubblico è dato per un fine, ma è utilizzato per un altro scopo, anche se l’atto è fondamentalmente ineccepibile. La fertile fantasia delle amministrazioni locali si è prodotta in questi anni in un’inesauribile serie di atti viziati. Come quando qualche sindaco pensa di combattere la prostituzione su strada multando i clienti per divieto di sosta…

Al di là degli aspetti giuridici, il vizio più grande è sociologico, e sta nel rafforzare nei cittadini l’idea atavica e radicata che la legge dello Stato non è una norma di comportamento valida per tutti (anche e soprattutto per chi la pone), ma uno strumento vessatorio a disposizione del potente di turno.
Il semaforo di Segrate è, insomma, l’ultima versione del famoso motto giolittiano per cui “La legge si interpreta agli amici e si applica ai nemici”.
Questo atteggiamento dei poteri pubblici fornisce di alibi gli eterni furbi che, colti in flagrante in un comportamento comunque illecito, potranno gridare (non senza qualche ragione) all’ingiustizia e alla disparità di trattamento.
Mentre occorrerebbe stimolare il civismo e trasformare l’obbedienza alle regole in un gioco cooperativo.

In mancanza di autocontrollo, occorre limare per legge le unghie rapaci dei comuni: stabilendo per esempio che i fondi provento delle multe non entrino nei bilanci comunali ma siano destinati ad interventi sulla sicurezza stradale. Innestando un circolo vizioso che porti col tempo a diminuire, anziché aumentare, le infrazioni al Codice della Strada.

12 ottobre 2007

Il premio Ignobile

Che il premio Nobel fosse una solenne buffonata si sapeva: quello per la Pace, in particolare, è stato assegnato a un mucchio di gente con le mani sporche di sangue, i terroristi Arafat e Menachem Begin, al dittatore Sadat, ma non al Mahatma Gandhi. Vanno di moda ora i premi a coloro che dissentono da George Bush: il Nobel ad El-Baradej, la Palma d’Oro a Cannes per Michael Moore, ed infine, di nuovo il Nobel per la pace ad Al Gore, per la sua lotta al cambiamento climatico.

Viene in questo modo consacrato come articolo di fede, verità scientifica assoluta ed indiscutibile, che viviamo in un momento di cambiamenti climatici indotti dall’uomo. Non solo: viene sancito che il Potere è innocente, non è la fonte di tutti i mali, ma anche la soluzione. Ciò che fa, disfa, insomma.

Al Gore fu il vicepresidente degli Stati Uniti, ed uno dei più influenti: è credibile che il futuro Nobel per la pace fosse all’oscuro di tutte le scelte militari della presidenza Clinton (la guerra del Kosovo, l’Operazione Desert Fox contro l’Iraq, il non intervento in Rwanda) ? È credibile che la mancata ratifica del protocollo di Kyoto da parte dell’Amministrazione USA non gli possa essere minimamente addebitata? Non solo: Gore spingeva disperatamente per l’intervento militare in Iraq negli anni Novanta, prima di diventare uno dei più fieri oppositori dell’operazione Iraqi Freedom; si è vantato addirittura di aver “inventato Internet” (bum!) prima di denunciare la Rete come la causa più profonda dell’imbarbarimento politico; ha fatto campagne elettorali favorevoli al free trade, prima di presentarsi alle presidenziali con una piattaforma ultra-protezionistica. Strilla contro l’inquinamento e il global warming, ma si è scoperto che possiede una casa di venti stanze che consuma 221mila kilowatt-ora all’anno. E ha ammesso apertamente di raccontare balle: "credo sia corretto far leva su una rappresentazione esagerata dei dati di fatto e dei pericoli, in modo da aprire la mente all’uditorio e spingerlo a prestare attenzione alle soluzioni, e a quanto sia importante risolvere questa crisi". Balle a fin di bene, bugie pedagogiche, insomma: il fine giustifica i mezzi. L'antipolitico Al Gore è il più politicante di tutti.

11 ottobre 2007

Tramonto

Un tramonto meraviglioso e struggente, questa sera. Come esco dall'ufficio, davanti a me l'Angelo di Castello, poi San Pietro, e Roma colorata d'oro, in tutta la sua gloria. Una bellezza che turba.
E naturali mi vengono i versi di Borges:

Pasan Carthago y Roma, yo, tù, él,
mi vida que no entiendo, esta agonia
de ser enigma azar, criptographia,
y toda la discordia de Babél

10 ottobre 2007

Incontrarsi e dirsi addio

Basta la parola, diceva un’antica pubblicità. Finché non c’è la parola, non sai se un determinato fenomeno, una sensazione esiste socialmente, o è solo tua. La parola definisce, identifica, socializza.
La parola è “stalking”, un fenomeno a quanto pare in crescita. Lo stalker è l’ex partner che non ci sta ad essere mollato, ed impone la sua presenza in mille modi assillanti: appostamenti, messaggi, telefonate.
Il suo scopo, apparentemente, è quello di non essere dimenticato.

Certo, alla fine di una relazione è normale cercare di tenersi in contatto. Ma quando dopo alcuni vani tentativi di riavvicinamento, ed in un tempo relativamente breve, una persona non riesce ad accettare la fine di una relazione, e continua a cercare di comunicare con l’ex-partner, se l’altra persona ha specificato chiaramente di non essere interessata, allora siamo nel campo della patologia.
Personalmente, quando chiudo una relazione, chiudo automaticamente tutti i contatti. Ho fatto eccezione per un paio di donne davvero indimenticabili. La fine di una storia la definisce e la colora retrospettivamente. Se è finita, vuol dire che essa era viziata ab origine. Per carattere, del resto, non guardo mai al passato, e non coltivo il vizio dei ricordi. Paradossalmente, benché abbia una enorme collezione di fotografie, e dunque di ricordi, le guardo di rado.

Mi riesce pertanto difficile capire le motivazioni di una signora che ho scaricato ben due anni fa e che continua, imperterrita, a collegarsi al mio blog dalle sei alle dieci volte al giorno, che spesse volte si è fatta viva con sms (finché non ho cambiato numero), che mi scrive , e che talvolta scrive anche a persone con le quali sono stato in contatto.
Tutto solo per informarmi che è felice, oh, quanto è felice, come se la cosa dovesse dispiacermi. In realtà non me ne importa proprio.
Una volta, per pietà, visto lo spettacolo poco dignitoso che offriva, le ho pure offerto di incontrarci, ma lei si è tirata indietro, adducendo motivi di tempo e di lavoro. Preferisce guardarmi dal buco della serratura, leggere ciò che scrivo, imporre la sua presenza virtuale.
Prima dell’abbandono definitivo avevo del resto tentato diverse volte di distaccarmi dalla morbosa signora, ed ogni tentativo fu seguito da un ossessionante diluvio di telefonate, messaggi, e-mail, a me e al mio posto di lavoro.
Poiché non credo assolutamente di essere irresistibile, né indimenticabile, c’è qualcosa che non va nell’altra persona. Naturalmente si tratta di una forma lieve, e poco preoccupante, esistono casi di stalker ben più invadenti ed ossessionanti.

Secondo Massimo Lattanzi, psicologo e fondatore dell'Osservatorio nazionale Stalking, il fenomeno è in crescita. “Colpa di una società sempre più narcisistica. Accettiamo sempre meno rifiuti ed abbandoni. Di fatto gli altri sono oggetti utili a farci stare bene. Quando non rispecchiano più quello che vogliamo inizia la persecuzione”.
Narcisismo ed autoreferenzialità, dunque, sono le componenti psicologiche dello stalker. Ma a ben vedere, si tratta di caratteristiche esattamente opposte a quelle che assicurano il successo di una relazione: altruismo, disinteresse, sensibilità nei confronti dell’altro. In tal senso dunque, lo stalking è una sorta di prova del nove: poichè lo stalker è la stessa persona che non ha fatto funzionare il rapporto, lo stalking è la ulteriore dimostrazione che nella coppia non poteva andare diversamente da come è andata.

Che dire? Viviamo in una società sempre più sana fisicamente, ma con patologie psicologiche sempre più preoccupanti. Incontri una persona, ti sembra normale, persino interessante, solida, e poi scopri che è una maschera dietro la quale si cela una personalità fragile, un groviglio di nevrosi inespresse.

Forse dovremmo cominciare a pensare all’igiene mentale con la stessa cura con cui curiamo l’igiene personale. La diffusione dei fenomeni di stalking, mobbing, etc, dimostra che il mare delle relazioni sociali è sempre più minato da persone che, pur apparentemente normali, possono nuocere a molti.

09 ottobre 2007

Fenomenologia delle tette

Giuro, se rinasco mi do alle scienze sociali. Sempre meglio che lavorare, no?
Tutta la gioventù mi sono rotto la testa (diciamo la testa) sui codici di procedura, su testi infernali come Satta, Gazzoni, Rescigno, e poi vedo Francesco Alberoni che pontifica ogni settimana dalla prima pagina del Corriere della Sera, con riflessioni profonde su come scotta l’acqua calda, sul coraggio dei condottieri, su come fa bene far bene l’amore, ed altre amenità.

Il primo sospetto che avessi sbagliato tutto me lo diede la lettura del libro “Ozio creativo” di Domenico de Masi, il celebre sociologo che teorizzò come si vive meglio senza lavorare. La sua soluzione è che basta far lavorare gli altri!
Un genio assoluto.
Peraltro, non era neppure una novità, l’otium lo hanno inventato i Romani, che infatti facevano sgobbare gli schiavi: ma per l’appunto, ribollire il bollito è il modo che questa benemerita categoria ha di contribuire al progresso della razza umana.

Poi mi toccò frequentare alla SSPA un corso di scienze umane su: “Strategie soggettive sventagliate e percorsi pluridentitari di ricerca” e lì ebbi la definitiva certezza che sociologi, antropologi, demografi, etologi sono una banda di cialtroni.
Cialtroni raffinati, di buone letture, però, capaci di ricamare all’uncinetto certe frasi tanto elaborate, quanto leggere ed inconsistenti come una ragnatela:
bisogna studiare anni per arrivare a un tale livello di sublimazione. Lo scienziato sociale è un venditore di fumo: ma che venditore! Chapeau!

Facevo queste divertite (shignazzanti...) considerazioni sfogliando in libreria il saggio “Corpi di donna, sguardi d’uomo. Sociologia del seno nudo” (Raffaello Cortina Editore), di Jean-Claude Kaufmann. L'autore, francese, è il caposcuola della microsociologia, quella che studia i piccoli comportamenti umani, la vita quotidiana, fatta di trame coniugali, amori e crisi, di donne single e principi azzurri. Kaufmann è convinto che l’uomo comune sia un patrimonio d’informazioni per il sociologo. E insieme a collaboratori d’ambo i sessi s’è messo a battere le spiagge della Francia munito di registratore e di puntigliosi questionari, per chiedere a tutti i bagnanti che cosa significava un seno nudo. Alle donne, perché lo scoprivano. Agli uomini perché lo guardavano.

Eh, sono questioni che cambiano la vita, non c’è che dire.

Uno si immagina gli scienziati come individui romantici e un po' astratti, dediti al bene dell’umanità, una vita fatta di provette e laboratori, di complesse formule ed esperimenti, che dopo anni di ricerca paziente riescono a debellare malattie, o ad inviare l’uomo nello spazio, o a sciogliere complessi problemi matematici. Poi scopre che per darsi la patente di scienziato basta andare in giro a fare interviste alla gente sul suo vissuto quotidiano. Ed a ragazze in topless, magari!

Lo scienziato sociale non inventa nulla, non progetta niente: si limita a certificare l'ovvio, a dare una patente accademica a comportamenti semplici e persino banali. La gente nasce e muore, ama e si sposa, fa l'amore e concepisce, va in spiaggia e si spoglia, ignorando che questi atti quotidiani meritino di essere oggetto di studio da parte di ben finanziate équipes di ricercatori, che con le loro interviste e le loro deduzioni pretendono di distillare l'infinità varietà del mondo in un loro modello interpretativo
- benché già Shakespeare avvertisse che "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non ne sogni la tua filosofia".

Pazienza. Continueremo
noi poveri mortali a vivere, morire, mangiare e procreare anche senza il permesso di codesti pretesi scienziati, che a loro volta continueranno ad essere meravigliosamente inconsapevoli della loro assoluta irrilevanza.

La faccenda sembra anche redditizia: il libro costa ben 19 €. Ma non lo comprerò, per quanto sembri interessante: non sono tipo da speculazioni teoretiche, preferisco la ricerca sul campo.
Toccare con mano, come si suol dire...
E poi, non ci sono nemmeno le illustrazioni…


===
Eccezionale anche questa ricerca che ha descritto la diretta proporzionalità tra la misura del seno di una donna e la possibilità di ottenere un invito da un uomo... Ma va?

07 ottobre 2007

Puro, esplicito, invincibile...


"Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni - i settantacinque anni della sua vita, minuto per minuto - per giungere a quel momento.
Si sentì puro, esplicito, invincibile, nell'istante in cui rispose:
"Merda"

Gabriel Garcia Marquez, Nessuno scrive al Colonnello


“Parla sul serio?” gli domandò.
“Da quando sono nato” disse Fiorentino Ariza”non ho detto una sola cosa che non sia sul serio”
Il capitano… guardò Fiorentino Ariza, il suo dominio invincibile, il suo amore impavido, e lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
“E fin quando crede che possiamo proseguire questo andirivieni del cazzo?” Gli domandò.
Fiorentino Ariza aveva la risposta pronta da ciquantatrè anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti.
“Tutta la vita” disse.


Gabriel Garcia Marquez,L'amore ai tempi del colera

Un giorno forse racconterò del mio incontro con Gabriel Garcia Marquez, incontro di persona, intendo, oltre che letterario, di come mi abbia influenzato l'adolescenza con i suoi personaggi: questi uomini che intendono la vita come un cammino di liberazione dai limiti, sempre più asciutti, laconici,
essenziali, fino ad arrivare a poter sintetizzare un'intera esistenza ed un carattere, con una parola ed uno sguardo.
Puri, espliciti, invincibili...


Il Pitone



Dario, hai un'espressione da pitone soddisfatto
(Germano, 16/8/2002)

(
foto G. Dottori: Io e Liga, Liv Laukums, Riga)

Dancing


C’è stato un attimo che tu
mi sei sembrata niente,
è stato quando la tua mano
mi ha lasciato solo e inesistente,
hai volteggiato e sei tornata qui,
l’orchestra è andata avanti
e, poi, nessuno ha visto… vieni…

E abbiam ripreso a masticare
questa vecchia rumba,
ci siam sorrisi e salutati
e siam rimasti in pista,
e ci è sembrata sempre grande
questa nostra danza mezza dolce e mezza amara
e siam rimasti in gara…

Dancing… da da dada Dancing....

I ballerini che lo fanno
un pò per professione,
un pò per vera vocazione
han passo di ossessione
e sanno bene che l’azzardo
è lieve come il leopardo
e san che tutte le figure
han mille stumature…

Se nel mio passo hai avvertito
un’inquietudine e un grande inchino,
ero vicino a una città lontana
tutta di madreperla, argento,
vento, ferro, fuoco
e non trovavo qui nessuno
per parlarne un poco…

Dancing…

Sì, sono sempre più distratto
e anche più solo e finto
e l’inquietudine e gli inchini
fan di me un orango
che si muove con la grazia
di chi non è convinto
che la rumba sia soltanto
un’allegria del tango…

Dancing…


Paolo Conte 1995

06 ottobre 2007

Partecipare bisogna

Caro Carlo… se il mio spirito critico mi porta talora a discordare da te, debbo accettare questa necessità a cui non trovo rimedio; ma non confondo l’una e l’altra sfera delle relazioni con te, come usa la gente volgare, che fa interferire l’una nell’altra. Quanto alla mia appartenenza a un partito del quale sono diventato capo dichiarato, stimo che ogni cittadino debba ascriversi a un partito, a quello che meglio risponde o è più affine ai suoi ideali, da capo o da gregario, perché ciò richiedono l’ordinata vita politica e morale, e la lealtà della lotta. Essere superiore ai partiti? Ma ogni uomo che si rispetti è, nel fatto, sempre superiore, perché non rinunzia al suo pensiero e alla sua coerenza morale, e un partito non è una setta o una mafia e consente il dissenso e l’opposizione, e anche in certi casi ammette il diritto e il dovere dell’uscita dal Partito. Ai miei compagni liberali ebbi occasione di dire: non vi dolete se io, sempre che ciò creda utile al nostro paese, propongo e sostengo persone di diverso partito per ufficii nei quali penso che possano far meglio di altri. Non potrei condurmi diversamente.

Da una lettera di Benedetto Croce a Carlo Sforza,
Sorrento 20 luglio 1944


Era un'altra Italia, sembra un altro mondo....


05 ottobre 2007

Bamboccione sarà lei


La stampa di oggi ci offre due notizie apparentemente contraddittorie: l’allarme per i moltissimi giovani che vanno a studiare e poi a lavorare all’estero, e l’invito del Ministro dell’Economia, Padoa Schioppa ai giovani, a non fare i “bamboccioni” e ad andare a vivere da soli.
Poveri giovani, dunque: invitati nello stesso giorno ad andar via di casa, ma, per carità, non troppo lontano...

Per ragioni dolorosamente personali (ho perso mamma in giovane età) non sono mai appartenuto alla categoria dei ‘mammoni’, ed ho dovuto ben presto nella vita imparare a cavarmela da solo. Tuttavia sono stato spettatore del dramma di una generazione cui sono state tarpate le ali in molti modi. E non solo in senso economico: perché in tanti potremmo testimoniare quanto ogni tentativo di costruire la nostra autonomia sia stato contrastato da una leva di genitori irresponsabili ed immaturi, pronti a vivere l’indipendenza dei figli come un affronto, anziché come la realizzazione dei loro sogni, e a colpevolizzarci con le loro ansie.

Le due notizie sono quindi consequenziali: nessun paese ha trattato i suoi figli così male come l’Italia, obbligandoli o alla dipendenza o alla fuga.

Ora, oltre al danno anche la beffa: sentirsi definire immaturi e bambocci proprio da quella generazione che ha costruito il suo benessere indebitandosi a nostre spese, che gode di generose pensioni che noi paghiamo, che ci ha lasciato un paese in declino. Soprattutto, che ci ha lasciato l’ingrato compito di diventare adulti da soli.

Eh no, signori! Troppo comodo per voi continuare a occupare tutte le posizioni di potere, convinti della vostra insostituibilità e che dopo di voi ci sarà il diluvio. Quelli della sua età, caro Prof. Padoa Schioppa, hanno tradito il patto tra le generazioni. Se non sapete fare altro, potreste avere almeno il buon gusto di stare zitti.



03 ottobre 2007

Col Muro era meglio

Oggi la Germania festeggia 17 anni di unità. Per chi se la cava col tedesco, sul sito del Welt c’è un test per mettere alla prova la propria conoscenza della DDR. “65% korrekt beantwortet” è stato il mio risultato, e chi vuol capire capisce…

Il 9 novembre dell’89, quando cadde il muro di Berlino, la tv italiana si mise a trasmettere le immagini in diretta, con la Nona Sinfonia come sottofondo. Non potevo trattenere le lacrime, assistendo alla più grande evasione in diretta televisiva della storia. Poco dopo, mi trovavo in viaggio alla volta di Berlino, insieme ad un amico tedesco che voleva vivere l’evento (“ti va di venire a Berlino con me, Dario?” “Sarebbe fantastico, quando partiamo?” “Tra un’ora” “Facciamo mezza”). Un sito molto bello che descrive quei giorni inebrianti è questo.

Col senno di poi, l’unificazione ha fatto parecchi danni a tutti.

La Germania, non più piegata dal rimorso, ha cominciato a muoversi sulla scena mondiale con la grazia di un elefante in una cristalleria. Il riconoscimento unilaterale dell’indipendenza della Slovenia (con l’obiettivo di attrarre questo piccolo paese nella sua orbita geopolitica e crearsi uno sbocco al Mar Mediterraneo alternativo all’Italia) ha ignito la guerra civile jugoslava. Negli anni Novanta abbiamo finito per pagare un po' tutti, in Europa, i conti dell’unificazione tedesca: noi italiani soprattutto con la crisi economica del 1992. E non è un mistero che un certo movimento secessionista del nord Italia sia stato ispirato e finanziato dalla Germania. La quale, peraltro, ha anche grosse responsabilità nella secessione della Cecoslovacchia.

Alla fine, non è stato un grande affare nemmeno per i tedeschi dell’Est. La Germania orientale è entrata dalla porta principale in Europa, senza dover fare nessun esame, da pari a pari con i ‘fratelli’ dell’ovest. C’era, in fondo, un mica tanto innocente pregiudizio razziale sul ‘Volk’: un tedesco è sempre un tedesco, dovunque viva. È lo stesso principio per cui ancora oggi un Tedesco del Volga può avere la cittadinanza iure sanguinis, mentre un turco anche se nato in Germania rimarrà sempre un gastarbeiter.

Non dovendosi guadagnare il biglietto di ritorno in Europa, i tedeschi dell’est sono rimasti nella beata convinzione che il benessere fosse loro dovuto, e così, dal comunismo all’assistenzialismo federale, la Germania oltre l’ex-Muro rimane un paese dipendente e scarsamente dinamico.

Invece, i paesi dell'ex Patto di Varsavia che hanno dovuto negoziare duramente con Brussel l’Allargamento hanno dovuto fare sforzi di ogni tipo, ed in pochissimo tempo, per adeguare la loro mentalità e la loro legislazione alle nuove regole dell’Europa unita. Con il risultato che si sono messi a lavorare come matti, ed oggi la piccola Lettonia – per esempio – ha un tasso di crescita superiore a quello cinese.

Tra i danni collaterali dell’unificazione posso mettere anche qualche vicenda personale, come il (quasi) fatale incontro con una patologica proffa tedesco-orientale, calda ed affettuosa come un frigorifero islandese: innamoratomene, cominciai a fare avanti ed indietro verso quelle piatte lande, altrimenti poco attraenti (addirittura, una volta coprii in macchina tutta la distanza tra Ginevra e Berlino in una sola notte), e per lei sarei stato anche capace di mollare la mia carriera per andare lì a fare il pizzaiolo. Le mie amiche giudicano ciò una prova del mio innato romanticismo, io della mia incurabile imbecillità. La persona oggetto di tanti sforzi se ne mostrò indegna, e fortunatamente rinsavii: si può però comprendere e scusare il fatto che preferivo l’Est quando era circondato dal filo spinato e dai Vopos.

Anch'io dunque, soffro nel mio piccolo di "Ostalgie", e, riscaldato da questo bel sole d’Ottobre italiano, recito i versi del Petrarca:
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l'Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;


02 ottobre 2007

Vademecum di citazioni

«Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti».
Winston Churchill

«Sogna come se vivessi per sempre... vivi come se dovessi morire oggi»
James Dean

«L'occhio per occhio rende cieco il mondo intero».
Mahatma Gandhi

«Il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe assolutamente»
Lord Acton

«La guerra non stabilisce chi ha ragione, ma solo chi sopravvive»
Bertrand Russell
«La vita è ciò che ti accade quando sei tutto intento a fare altri piani»
John Lennon
,

Gandhi: «Tu devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».

George Bernard Shaw: «La giovinezza è una cosa meravigliosa: che crimine, sprecarla nei bambini»

Groucho Marx: «Non dimentico mai una faccia, ma nel tuo caso farò un'eccezione».