29 novembre 2007

Galeotta fu la R...



"Freccia del Mare" è il pomposo (ed esagerato: lumaca sarebbe più corretto) nome del treno che collega Ostia Lido a Roma, e che prendo tutte le mattine per andare in ufficio. Solo che una R è caduta, e adesso "Feccia del Mare" sembra il nome di un vascello pirata, o di una taverna della Tortuga. Affascinante...

Sogna, ragazzo, sogna...



«Sogna come se vivessi per sempre...
vivi come se dovessi morire oggi»


James Dean

27 novembre 2007

Il pesce puzza dalla testa

Beccato in flagrante divieto di sosta con contrassegno scaduto, il Comandante dei Vigili Urbani di Roma, Giovanni Catanzaro, si è prodotto, come se non bastasse, in una serie di penose dichiarazioni, senza assumersi le proprie responsabilità, e senza – ovviamente – dare le dimissioni.
Dai vertici, giù per li rami, il nostro paese assomiglia sempre più a un giardino d’infanzia, dove nessuno, ma proprio nessuno, è capace di dire “è colpa mia”: ogni governo dà la colpa della propria inettitudine a quello precedente, chiunque venga colto con le mani nel sacco grida all’immancabile complotto dei soliti “poteri forti”.
Siamo, lo ripeto da molto tempo sul questo blog, il paese dell’Otto Settembre Permanente: quello della fuga dalle responsabilità delle classi dirigenti.
Una classe dirigente degna di questo nome elabora da sé stessa le norme del suo comportamento, e vi si attiene inflessibilmente, senza bisogno di qualcuno che da fuori le ricordi i suoi compiti. Ci si può aspettare da un leader che, in caso di mancanza ai suoi doveri, si somministri da solo la punizione. Nell’antica Roma e nel Giappone dei Samurai si arrivava al suicidio, nei paesi seri - da cui il nostro prende sempre più le distanze - almeno alle dimissioni spontanee.
Senza questo complesso di regole interiorizzate, una classe dirigente degrada in Casta (nella felice definizione di Gian Antonio Stella). Il problema non sono i privilegi: la Regina d’Inghilterra ne ha assai di più, ma la famiglia reale inglese nei momenti duri è stata un faro per il suo popolo (vedi, ‘par contre’ l’ennesima occasione persa dai Savoia di stare zitti).
Una classe dirigente è sempre, costantemente, cosciente che in ogni suo comportamento deve dare l’esempio.
La società ovviamente segue. Come ben dicono i napoletani “il pesce puzza dalla testa” e se questo è il comportamento del loro comandante, come stupirsi della sciatteria dei Vigili romani, e dell’anarchia del traffico e del commercio, di cui siamo quotidianamente testimoni?

La risposta di Catanzaro, che lui “non si poteva fare la multa da solo”, è ben sintomatica invece di una mancata interiorizzazione delle regole, come se la nostra civile convivenza dovesse essere garantita sempre da un controllo esterno: come stupirsi, allora, se le istituzioni più popolari di questo Paese sono la Chiesa, i Carabinieri e la Magistratura?
Solo che appunto, come il caso del Comandante dei Vigili dimostra, torna d’attualità la domanda di Giovenale:
"sed quis custodiet ipsos custodes?”




Il culetto di Venere

Esattamente dieci anni fa ero alla Fiera di Roma per svolgere le preselezioni al concorso della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. Ex Ufficiale di Marina, laureato in Legge, con qualche esperienza di lavoro all’estero, una pesante tradizione familiare sulle spalle che sembrava esigere da me che diventassi Magistrato, pena il mio completo fallimento esistenziale e lo sdegnato rimprovero dall’Oltretomba di molte generazioni di antenati servitori dello Stato - non avevo esattamente le idee chiare su cosa volessi fare da grande. Le selezioni andarono bene, fui chiamato agli scritti e poi, un anno dopo, agli orali: inaspettatamente li superai, nonostante avessi fatto di tutto per indispettire la commissione d’esame (farsi aria con un ventaglio cinese e dondolarsi sulla sedia con aria di sufficienza strafottente non sono esattamente i modi migliori per rendersi simpatici, ma, clementi o ironici che fossero quel giorno, mi promossero).

Così oggi mi trovo dirigente, un mestiere che certo non era nei miei sogni di bambino (volevo fare l’archeologo) ma che mi sta come un guanto: soddisfa la mia inclinazione al dispotismo (“attitudine al comando”, si chiama sotto le armi), la mia voglia di semplicità (nella PA non si finisce mai di sbrogliar matasse), un certo mio gusto al tempo stesso per la forma e per l’anticonformismo. Dirigere grandi quantità di persone (oggi ne ho 200) è stato molto educativo: occorrono competenze emozionali, empatia, capacità di mediazione e negoziazione, pazienza. Tutte cose che certo non erano nel mio bagaglio di partenza (sono uno che pensa che la miglior maniera di sciogliere un nodo è tagliarlo con un’ascia), e che ho dovuto imparare strada facendo.
Le migliori soddisfazioni le ho avute nel contatto con il pubblico: il cittadino che arriva prevenuto, aspettandosi di incontrare un burocrate stolido ed ostile, quasi si illumina quando si trova di fronte qualcuno che lo capisce e lo aiuta.

Soprattutto il corso alla SSPA fu una bella esperienza. Due anni e sei mesi, in mezzo alle persone più varie. Non feci in tempo a conoscerle tutte. Con alcuni sono diventato amico, con tutti siamo rimasti in costante e quotidiano contatto, grazie alla risorsa della posta elettronica. I miei compagni di corso costituiscono ancora oggi una riserva di nuovi amici e inaspettate sorprese. Un gruppo stimolante le migliori energie creative, come dimostra l’invenzione del Controsito. La fantasia, dopotutto, è andata al potere.

Eravamo 138: avremmo potuto costituire un plotone compatto di innovatori al servizio di un grande progetto di riforma; fummo invece spolverati, come il parmigiano, tra molte amministrazioni, e certo nella massa il nostro contributo non si nota moltissimo. Forse non è stata la rivoluzione, ma, in quel pezzettino di Stato che è stato affidato alle nostre cure, abbiamo certo fatto la differenza: come diceva Gandhi, “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Sono grato allo Stato che mi ha dato, in un paese che odia i giovani, una grande occasione. Peccato che, come spesso avviene, il nostro progetto fu modificato in corsa, senza nemmeno attendere i risultati. Le varie convulsioni della politica hanno colpito anche noi, e - tra spoils system, riforma Frattini, spacchettamento dei Ministeri, stabilizzazione dei precari - l’ispirazione iniziale di fare della PA un settore produttivo al servizio del Paese, piuttosto che la sua palla al piede, si è persa per strada.

Quel giorno, dopo le selezioni, andai a vedermi le collezioni archeologiche dei Musei Capitolini, superbamente allestite in mezzo all’archeologia industriale della Centrale Montemartini di Via Ostiense. Ricordo l’emozione quasi erotica alla scoperta della Venere Esquilina: il suo corpicino giovane ed appetitoso, il sederino sodo, perfetto. Pochi marmi sono più vivi e palpitanti di questo.
Sono tornato a vedere la mia Venere oggi, per celebrare degnamente l’anniversario. È sempre eccitante come allora.
Va bene la PA, evviva la Dirigggenza, ma se rinasco faccio l’archeologo.

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Vedi sul Controsito il programma dei festeggiamenti del Decennale

26 novembre 2007

Stupido pianeta

Stupido pianeta! Per comandarlo basta la combinazione giusta di ghiandole mammarie...

Lara Flynn Boyle in "Men in Black 2"

23 novembre 2007

Incapienti ?

Siamo poveri o incapienti?
di Ernesto Galli della Loggia,
Corriere della Sera 23 novembre
2007

Inventando «incapienti» al posto di «poveri», la perversione lessicale tipica del politicamente corretto ha aggiunto un vertice assoluto, e proprio per questo ha mostrato in piena luce l'intento ideologico che le sta dietro. Che non è affatto, come si crede, quello di rifiutare termini detrattivi e umilianti, che perciò avrebbero un effetto discriminatorio verso chi ne è designato, ma è l'intento precisamente opposto. E cioè cancellare le identità anomale e sgradevoli delle persone: facendo finta di combattere le discriminazioni, in realtà abolire le differenze, normalizzare l'universo delle soggettività. I poveri? Che termine sgradevolmente evocativo carico di risonanze millenarie, che parola conturbante fatta apposta per mettere addosso un senso di oclpa. Volete mettere con l'asettico «incapiente»? E volete mettere il vantaggio che sostenere questa dolcificazione perbenista della realtà sia proprio quella sinistra che un tempo stava sempre a parlare di «poveri»?

La domanda è: ma chi sono gli gnomi che si mettono a revisionare la lingua, come in 1984 di Orwell? Chi credono di essere? Sicuramente appartengono alla classe accademica. Vanno snidati e neutralizzati.

22 novembre 2007

Irresistibile fascino biondo

Ogni anno l’Università di Harvard assegna per celia i "premi Ig-Nobel" alle ricerche scientifiche più stupide. Mi viene il sospetto che le molte inutili ricerche di cui danno notizia i giornali siano opere di studiosi buontemponi che cercano di arraffare l’ambito premio. Altrimenti non si spiega.

L’ultima viene dall'Università di Parigi-Nanterre: studiosi guidati dal professore di psicologia sociale Thierry Meyer sostengono che – a contatto con donne bionde - i maschi sono indotti a fare azioni stupide e madornali errori.
Secondo la ricerca, infatti, le capacità mentali degli uomini si riducono nel momento in cui essi sono a stretto contatto con una donna bionda. Questo, dicono, perchè quando un uomo parla con una ragazza bionda entra in causa uno stereotipo inconscio: automaticamente egli ritiene di essere vicino ad una persona meno intelligente.

Desidero smentire l'esimio Meyer. Le più avvilenti sciocchezze della mia vita io le ho commesse per una donna bruna. Benché
intelligente e colta (con tanto di dottorato di ricerca e cattedra universitaria) frequentarla fu un'esperienza degradante.
Mentre le bionde mi hanno dato momenti indimenticabili e stimolanti, di autentica allegria e pura energia vitale.

La bionda sciocca è solo uno stupido stereotipo. Gli è che esiste un'intelligenza della mente, ed una del cuore, che nessun titolo accademico né quoziente intellettivo bastano a garantire. Ma sono proprio le donne generose, capaci di regalarci emozioni positive, quelle che ci rendono felici di stare al mondo, e ci stimolano a migliorare, e a compiere grandi imprese.
Lascio quindi volentieri ad altri le raggelanti intellettuali brune. Io preferisco le biondine dai grandi occhi, dal cuore generoso, e dal sorriso che riscalda il cuore; come questa, per esempio:



21 novembre 2007

Precari stabilizzati, P.A. destabilizzata

Costituzione Art. 97, co. 3.

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso ...


...le ultime parole famose....

Liberato Libéra







Uno dei grandi misteri dolorosi dell'urbanistica romana è l'ingrata fine che ha fatto Ostia. In un paese normale, il quartiere marittimo della Capitale sarebbe il più curato e il meglio abitato. Ma Ostia è rapidamente degradata in suburbio periferico, con angoli di autentico degrado.
Sul lungomare Duilio, in mezzo a una marmellata di palazzine in stile brutalista anni '60, si possono però ancora trovare indizi di come il quartiere avrebbe potuto crescere, con una committenza più lungimirante e una borghesia meno provinciale. Sono stati di recente restaurati i due villini costruiti da Adalberto Libéra in stile razionalista nel 1935, all'esito di un concorso bandito dalla Società Immobiliare Tirrena, cui parteciparono le star dell'architettura dell'epoca, De Renzi, Monaco e Ridolfi in primis.

I due villini sono stati liberati dai rivestimenti in cortina di mattoni ocra e marrone che li aduggiavano (ma resistono alcuni lampioncini che testimoniano dell'imperterrito cattivo gusto degli inquilini), e ridipinti in un bel colore bianco e azzurro marino, fedele al progetto originale.
Più arretrati, sul Viale della Vittoria, attendono uguale attenzione altri due edifici gemelli di Libéra, sfigurati da superfetazioni abusive nel colpevole disinteresse della Sovrintendenza, che a Roma non ha mai curato abbastanza l'Architettura moderna: si veda sul punto l'infame destino riservato alle Torri delle Finanze di Cesare Ligini all'EUR.

Mi illumino d'immenso



La mattina, per entrare in ufficio, passo per questo ponte.



La sera, quando torno a casa, mi godo questi meravigliosi tramonti sul mare.

Mi sento molto fortunato. La vita è bella.

20 novembre 2007

Capolinea

Oggi che si ritrovano spiazzati dall’annuncio del nuovo partito di Berlusconi, i suoi alleati farebbero meglio a rileggersi quella favola cinese, in cui un uomo ed un cavallo si alleano per battere una tigre. Il patto è che l’uomo ucciderà la tigre se il cavallo acconsentirà a farsi mettere le briglie e una sella. Quando la tigre viene uccisa il cavallo chiede all’uomo di smontare, ma questo se la ride e con un colpo di speroni, ordina al cavallo di trottare. La morale è chiara, credo.
Nella variante italiana, il cavallo era probabilmente un somaro, ed ora che, esausto, ha esaurito il suo ruolo, viene avviato al macello.
Berlusconi dichiara che il bipolarismo non è adatto per l’Italia. Gli si potrebbe ricordare che è questo sistema che gli ha consentito di governare più a lungo di Cavour e Giolitti, ma la coerenza non è di questo mondo (politico). Potremmo pensare che lo stesso sistema democratico non è adatto all’Italia, sennonché abbiamo anche provato l’alternativa dittatoriale, con i noti risultati. Forse allora tanto varrebbe rassegnarsi e concludere con la Buonanima che “governare l’Italia non solo è impossibile, ma anche inutile”.

Un giorno gli storici e gli archeologi definiranno questi ultimi quindici anni come “l’epoca delle occasioni perdute”: ogni medico alternatosi al capezzale del malato non ha fatto che accelerare il suo cammino verso la tomba. Nel frattempo, paesi che sembravano condannati a un torpore secolare hanno cominciato una corsa frenetica lasciandoci indietro, a contemplare il nostro stile di vita sempre più costoso e fatuo.

Torniamo dunque al proporzionale, magari “alla tedesca”. Ma non illudiamoci: questa Italia gattoparda dove tutto cambia perché non cambi nulla, è sempre la solita Italia, l’Italia peggiore, quella di cui, passati i patrii confini, istintivamente ci vergogniamo. Non è di architetture costituzionali che avevamo bisogno, ma di leaders coraggiosi e lungimiranti, con il senso dello Stato e della Storia. Bastava guardare il video di Zapatero per capire la differenza tra i nostri politici e quelli stranieri. Ma i leaders non si improvvisano.
Copiare una ricetta straniera non serve, se gli ingredienti sono questi.

19 novembre 2007

Nostalgia del presente


Nostalgia del presente

In quel preciso momento l'uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l'adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l'uomo stava accanto a lei in Islanda.

di Jorge Luis Borges
in : Tutte le opere, J.L. Borges, Mondadori,1985

16 novembre 2007

Io sò io....




"E' proprio perche' sono un uomo di valore che posso permettermi di fare il bischero. E' la gente che non vale una sega come voi, che non se lo puo' permettere"

Adolfo Celi, in "Amici miei atto secondo"

14 novembre 2007

Rothko, poeta del colore



Assolutamente da non perdere la mostra di Mark Rothko al Palazzo delle Esposizioni di Roma, inaugurata lunedì (foto) con un ricevimento dell’Ambasciatrice di Lettonia. Rothko infatti, pur se naturalizzato americano, era nativo di Daugavpils, e il piccolo paese baltico ha fatto le cose in grande per onorarlo.
Noto come espressionista astratto, lo stesso Rothko si dimostra artista sorprendentemente vicino all’Italia. È evidente nei suoi primi lavori e nella serie di commissioni murali del periodo classico, l’influenza dell'arte italiana del Quattrocento, in particolare di Beato Angelico
I dipinti in mostra, di eccezionale qualità, sono una settantina, che dimostrano lo struggente colorismo del pittore.
Anche interessante è la mostra dello scultore del legno Mario Ceroli. Molto bella la nuova “serra” ove ha avuto luogo il ricevimento.

Altra classe




Ora Re Juan Carlos è diventato un'icona pop con il suo "Porque no te callas? ("Stà zitto!") all'indirizzo di Hugo Chavez. Pochi hanno invece notato la limpida e ferma difesa che Zapatero ha fatto del suo predecessore Aznar. Chávez aveva dato del «fascista» all’ex premier e Zapatero gli ha così risposto: «Vorrei ricordare - ha detto Zapatero rivolto a Chávez - che qui rappresentiamo tutti un Paese democratico. Si può anche avere una posizione ideologica perfettamente opposta a quella di Aznar e certamente io stesso non condivido le sue idee, ma Aznar è stato eletto in modo democratico dagli spagnoli e bisogna rispettarlo».
I nostri politici, così abituati a polemizzare anche in sedi inopportune, e a delegittimarsi reciprocamente in ogni occasione, dovrebbero imparare da questa lezione di stile. O starsi zitti, come il Re ha invitato a fare.
Con leaders come questi, integri ed assertivi, non c'è da stupirsi che la Spagna ci stia stracciando...

Otto Settembre permanente.

Osserva giustamente Gianni Mura, lunedì 12 novembre, su la Repubblica – che oggi una persona “…si prende le colpe di tutti…sia egli poliziotto, romeno, giornalista, zingaro, o ultrà…”. Il piano della responsabilità personale sembra quasi non esistere più. Esiste quello della responsabilità collettiva, categoriale.
Ma è vero anche il contrario: quante volte abbiamo visto assolvere o minimizzare le colpe individuali, diluendole in supposte responsabilità della società?
Siamo un paese nel quale lo sport più diffuso è la declinatoria di responsabilità, il mettere le mani avanti, o il lavarsele pilatescamente.

Per lo stesso motivo è in crisi l’autorità: perchè non si assume le sue responsabilità e perde in autorevolezza. Che tristezza l’abdicazione dello Stato, domenica scorsa.
I lettori di questo blog conoscono la mia teoria dell’ “Otto settembre permanente”. Ricordo di aver visto in un cartone animato di Disney la migliore definizione delle responsabilità connesse alla dirigenza:

“Prima legge del Comando: è SEMPRE colpa tua”.

Io come dirigente di un ufficio pubblico mi assumo tutte le responsabilità di quello che fanno i miei dipendenti. Mi sarei aspettato che altrettanto avessero fatto il Ministro dell’Interno e il Capo della Polizia, pronunciando la parola "dimissioni"...

12 novembre 2007

Ultima spiaggia

Vivere al mare ha i suoi bei vantaggi. Stringendo un po’ i denti, si può fare il bagno fino alla fine di ottobre. Ritornando da Roma dopo una lunga giornata di lavoro si può fare una passeggiata sulla spiaggia e ammirare un tramonto struggente. Anche il maltempo è diverso dalla città: il cielo assume colori intensi, puliti, il mare in burrasca è uno spettacolo avvincente e primordiale. Per non parlare delle ragazze, che a Roma vanno in giro intabarrate come se 10° di minima fossero una temperatura polare, mentre sul mare si godono l’aria e il sole come fiori di campo. La vita da pendolare (già sperimentata nei miei anni ciociari) non è affatto male, sul treno si può leggere o incontrare vecchi amici, come Andrea Fannini, anche lui 'emigrato' da un po’ di tempo. Ostia presenta eccellenti enoteche, un birrificio artigianale proprio davanti al pontile, una discreta vita notturna. Il mercoledì si balla il tango, la domenica è per la vela o la bici. Le pescherie sono ben fornite di ostriche. Ho una bella casa luminosa, arredata con i ricordi dei miei viaggi africani, dove conduco un'esistenza da sibarita: buon vino, buona musica, e la porta sempre aperta agli amici.
Insomma, spiaggiato come una balena, non me la passo affatto male.

Il Grande Fardello

Eccellente, l’ultima norma approvata dal governo, che prevede il taglio dei Ministri e riduzione dei sottosegretari, cioè il ritorno alla legge organica di Bassanini. Peccato che entrerà in vigore solo nella prossima legislatura, e che questo sia proprio il governo dello spacchettamento, quello che ha diviso (rectius: spartito) in due e tre amministrazioni che erano state faticosamente unificate, che ha aumentato il numero dei posti di sottogoverno a livelli inimmaginabili persino all’epoca del pentapartito.
Pochi immaginano che cosa sia stato lo spacchettamento: creare un nuovo ministero dal niente è un’impresa. Bisogna fare tutto da capo, dai regolamenti di organizzazione alle caselle di posta elettronica (con alcuni colleghi dirigenti mi scrivo solo su hotmail, o yahoo, stanco di inseguirli nei vari cambi di dominio: chi se lo ricorda più se sono a “trasportinavigazione.it” o “infrastrutturetrasporti.it”, se al “welfare” oppure al “lavoro”?).
E dopo un anno si dice “signori abbiamo scherzato, torniamo a come eravamo prima”? Nessuno che tragga le conseguenze politiche di tutto questo?

Dico la verità, da un governo di sinistra mi sarei aspettato più attenzione per la pubblica amministrazione. Invece, dopo un decennio di riforme, in cui la fiducia del cittadino era lentamente cresciuta, la PA è tornata ad essere, nella percezione collettiva, il Grande Fardello, il peso morto dell’economia, lo strumento per dare uno stipendio a un mucchio di incapaci e scansafatiche che non saprebbero guadagnarsi il pane altrimenti.
Quanto sia gratificante lavorare per una organizzazione in piena crisi di identità e riconoscimento sociale, si può immaginare. Ricordo quando lavoravo per la Commissione Europea: c’erano piani, programmi, scadenze; un forte senso di identità e di legittimità; il senso chiaro ed alto della propria missione.
Niente di tutto questo nella PA italiana. Oggi il mio lavoro consiste essenzialmente nel mandare avanti la baracca, in attesa di uscire da un tunnel del quale, però, non si vede la fine. Mooooolto motivante…

Assumono in blocco tutti i precari, e pazienza se nella pubblica amministrazione – secondo la Costituzione – si entra solo per concorso. Scivolano le graduatorie, magari con qualche emendamento proposto da una manina generosa e clientelare. La PA è tornata ad essere la mammella generosa che distribuisce posti di lavoro sicuri e poco faticosi.
Per non parlare del geniale progetto di chiudere la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione, prima che altre strutture potessero sostituirla. Arenato anche quello, ed intanto la Scuola, che sta gestendo un nuovo corso-concorso per dirigenti, si trova ad essere in smobilitazione, incerta sul proprio futuro, e con tutto il personale che ha chiesto la mobilità verso altre amministrazioni. Cinquant’anni di esperienza buttati al vento con un tratto di penna.
Stendiamo poi un velo pietoso sulle molte nomine fatte a persone la cui competenza risiede solo nella vicinanza politica a questo o quel ministro, senza alcuna trasparenza.

Stupirsi allora che Ichino e i suoi fans ci abbiano (per dirla alla Camilleri) “cummigliato di merda”? Però, come i napoletani insegnano, “il pesce puzza dalla testa”, e la crisi senza fine della Pubblica Amministrazione è prima di tutto crisi della sua leadership politica e, secondariamente, amministrativa.


09 novembre 2007

Delle tre l'una...

"Essere psicologicamente vivi significa essere innamorati, oppure in analisi, oppure sotto l'incantesimo della letteratura."

Julia Kristeva, "Storie d'amore"

08 novembre 2007

Donne con la corazza

Niente male “Elizabeth, the Golden Age”, film in costume ambientato nel momento cruciale dell’ascesa del potere marittimo inglese. In primo piano la storia d’amore tra Sir Walter Raleigh, poeta, pirata e fondatore della Virginia, ed Elisabetta I d’Inghilterra; sullo sfondo, a tinte forti, la sconfitta della Invencible Armada di Filippo di Spagna sul Canale della Manica.
I due contrapposti sovrani, Filippo di Spagna ed Elisabetta, fanno una bella coppia di nevrotici: mentre però Filippo è dipinto in modo grottesco e caricaturale, Elisabetta, recitata superbamente dalla brava Cate Blanchett, è assai più autentica.

Fin troppo autentica, direi persino attuale: Elisabetta - impegnata con tutta sé stessa nel suo ruolo di regina, ma affascinata dal tenebroso avventuriero Raleigh, che le parla di mari in tempesta e di mondi lontani – sembra una riuscita metafora della cosiddetta "donna moderna". Questa regina, chiusa nella sua corazza, che solo occasionalmente si scioglie, ricorda molto da vicino quelle donne in carriera, tutte casa ed ufficio, che ogni tanto, in un sussulto bovaristico, vagheggiano l’amore e l’avventura, per poi rituffarsi a corpo morto nel lavoro.

Così il prode Raleigh ne subisce per un po' il fascino, ma poi dirige sulla più concreta ed umana dama di compagnia, Bess, che gli dà un bimbo e lo sposa.
Morale della favola: il vero uomo va verso la vera donna, e lascia le "femmine da competizione" a competere da sole.
L’ esaltata Elisabetta, ormai prigioniera del suo ruolo, celebra al tempo stesso il successo pubblico ed il fallimento privato. Madre di un’intera nazione, ma sola, infeconda, e gelidamente anaffettiva, proprio come tante donne d’oggi.


06 novembre 2007

Guardie e ladri

Più soldi per le forze dell’ordine” è il refrain della nostra classe politica ogni volta che succede un nuovo fatto di sangue.
Ma è vero che in Italia
si spende poco per le forze di polizia? Le cifre dicono il contrario, il nostro è forse il paese con il più alto numero di “addetti alla sicurezza” d’Europa. La sola Polizia Penitenziaria, deputata al controllo delle prigioni, ha tanti effettivi quanti sono i carcerati. Tante guardie per tanti ladri.
Soprattutto, il nostro è il paese che vanta la particolarità di ben cinque forze di polizia di livello nazionale le cui competenze sono sovrapposte: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza. E poi, Polizia Penitenziaria, Corpo delle Capitanerie di Porto della Marina, Corpo Forestale dello Stato, ciascuno alle dipendenze di un ministero diverso. Per non parlare di ottomila corpi di Polizia Municipale e Polizia Provinciale. Due corpi di polizia generalista, uno civile e uno militare, che si dividono gli stessi compiti e lo stesso territorio, mentre gli altri tendono ad ampliare il loro ambito di competenza.

Dunque il problema non è “quanto” si spende, ma “come”. Un malinteso spirito di corpo trasforma la collaborazione in competizione, e così gelosie reciproche (ma anche ben precisi giochi di potere) impediscono coordinamenti e razionalizzazioni: ne sa qualcosa Pino Arlacchi, che provò ad unificare per legge Capitanerie di Porto e Servizio navale della Guardia di Finanza. I due corpi, forti di 5000 effettivi ciascuno, potevano dare vita, insieme, a un unico corpo di Guardia Costiera Nazionale, di cui un paese marittimo come il nostro avrebbe molto bisogno, creando inoltre economie di scala per l’acquisto e manutenzione dei mezzi navali. Macché: anzi, anche le altre forze di polizia hanno voluto il loro bravo servizio navale, tutti con una divisa bianca simil-ufficiale di Marina.

E già, perché se è impossibile creare serie economie di scala, in compenso tra i vari corpi scatta un infantile spirito di emulazione: gli ufficiali dei Carabinieri hanno gli alamari? E allora, bisogna dare gli alamari a tutti gli ufficiali delle altre forze di polizia. Il servizio navale della Finanza mette a tutti i suoi uomini la giacca blu e il berretto bianco, come se fossero Ufficiali di Marina? E allora anche la Marina Militare abbandona il classico Paperino per dare ai marinai la giacchetta doppiopetto e il berretto a visiera. I sottufficiali mettono il soggolo del berretto come gli ufficiali, o anche più grande. Come sanno gli specialisti di militaria, le uniformi negli anni si sono sempre più arricchite di addobbi, come alberi di Natale. Fateci caso: più una forza armata è efficiente ed effettiva, meno è elegante.

E, se un tempo bastava il 113, oggi ognuno vuole il suo numero telefonico di sicurezza: ovviamente, di una sala operativa comune, o di un pattugliamento interforze delle strade non se ne parla neppure.

Credo sia ora che qualcuno dica che l’allergia al coordinamento delle forze di polizia è un lusso dispendioso che non ci possiamo più permettere.

04 novembre 2007

Quattro Novembre

"...I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza."
Diaz

Dite quello che volete, ma credo che questa sia una delle più belle e solenni frasi mai scritte. C'è dentro un intero popolo in armi, il sangue, il fango, l'orgoglio di un Davide che ha abbattuto Golia ed è ancora incredulo di avercela fatta. Una delle pagine più fulgide della nostra storia.