30 dicembre 2007

Un uomo felice

Generalmente non sono affezionato agli oggetti, ma ce ne sono tre che mi hanno accompagnato in questo decennio in tutte le mie avventure: i miei sci Solomon Crossmax, che mi hanno regalato momenti di pura gioia sulle Alpi italiane e francesi, la mia Lancia Y rossa, compagna di epiche spedizioni e fughe romantiche, e la mia macchina fotografica, una Canon Eos 650 che mi segue fin dal 1990 in tutti i viaggi, ed alla quale devo - tra l'altro - la conquista di più di una ragazza.

Per i non addetti ai lavori è bene sapere che, così come gli animalisti si dividono in cinofili e gattofili, il mondo dei fotografi è diviso tra Canonisti e Nikonisti (ossia fedeli della Canon o della Nikon): più che una passione una autentica fede che non ammette apostasie.

La mia vecchia Canon ha cominciato a segnare il passo anni fa, e ormai non la usavo più da tempo: in frigorifero conservo ancora qualche rullino che si avvia mestamente vergine alla data di scadenza, come una vecchia zitella. Il colpo di grazia glielo diede l'accidentale distruzione, durante un viaggio in Islanda, del suo superbo obiettivo 28-105, acquistato con i primi sudati risparmi (è la ragione per cui tutte le foto di quel viaggio sono in campo lungo: fui costretto ad usare solo il tele).

Ho provato a sostituirla con una compattina più che dignitosa, una bella Sony Cybershot da 8,1 MP con obiettivo Carl Zeiss ed una sensibilità di ben 1250 ISO. Purtroppo, benché comoda, leggera e versatile, fare fotografia con una compatta è come prendere il caffè mattutino dalla macchinetta, o fare sesso con una donna italiana: non rende l'idea.

Quindi oggi mi sono regalato una Canon EOS 40D. Una bestia in lega di magnesio, pesante, con una velocità di scatto continuo di 6,5 fotogrammi al secondo per una raffica continua di 75 foto, un sensore da 10.1 Megapixel ed un'ampia gamma di funzioni, per utilizzare le quali, ahimè, occorre leggersi l'ennesimo manuale d'istruzioni che rivaleggia per dimensioni con quello di Diritto privato degli anni infelici dell'Università.

Il tutto, compreso un obiettivo 17-55 e una Compact Flash, è venuto oltre 1700€, un prezzo di favore (nel senso che io ho fatto un favore al mio vecchio fornitore di fiducia, su internet mi sarebbe costata molto meno).

Continuo ad avere molte riserve sulla fotografia digitale, ma devo riconoscere che ha almeno un pregio insuperabile: aver restituito al fotografo il controllo sul prodotto, liberandolo da quella autentica maledizione che sono stati i laboratori di stampa. Per quanto sia una pia illusione che i files digitali abbiano una durata superiore, a distanza di anni tutti constatiamo i danni irreversibili di stampe frettolose, con acque dure e fredde, e fissaggi approssimativi: le vecchie foto all'argento si stanno scolorendo.
Il prossimo passo, dunque, è la scannerizzazione di tutti i negativi e le dia che possiedo, o almeno di una scelta selezione: del citato viaggio in Islanda, per esempio, sono già da tempo finiti nella spazzatura tutti i ritratti della mia compagna di allora.

Ecco, a ben vedere, questo è un altro notevole vantaggio della fotografia digitale: la possibilità di decretare la damnatio memoriae delle persone moleste che abbiamo incontrato con un semplice clic.

29 dicembre 2007

"Nelle forme e nei limiti"

La nostra Costituzione compie sessant’anni, e c’è poco da stupirsi che essa sia poco festeggiata. A rileggerla, in molti punti, essa sembra, più che una carta dei diritti, delle libertà e delle garanzie dei cittadini nei confronti dello Stato (come sarebbe naturale in un moderno paese liberale), un sistema di garanzie dello Stato nei confronti dei cittadini. Mi sono divertito qui di seguito ad elencare alcune solenni affermazioni che vengono subito dopo svuotate di senso e tradite nella loro pratica attuazione, spesso demandata a qualche legge ordinaria che può essere frutto di una maggioranza mutevole. È sintomatico vedere quante volte ricorra nella nostra Costituzione la parola “limiti”. Io ne ho contate quattordici.

Questo per i principi. Poi, non parliamo delle norme che disegnano la nostra organizzazione statuale. O il nostro confuso sistema delle autonomie locali. O delle norme che non sono mai state veramente attuate.

Infine, lo stile, nei punti emendati, è davvero pessimo. Gli emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti, per esempio, vengono scritti in un Inglese settecentesco, per armonizzarli allo stile originario della Carta – il cui testo originario, tanto è sacro, non è comunque mai stato modificato.

Dunque, oggi gioco al Piccolo Costituzionalista:

Art. 1 L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


Le forme non sono esse stesse dei limiti? Questa endiadi nasconde freudianamente una preoccupazione: non sia mai che il popolo bue prenda la sua sovranità troppo sul serio. Siamo onesti e riscriviamolo così: “Il Popolo è sovrano, però…”
Art. 13: La libertà personale è inviolabile … La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Semplicemente abominevole: dichiarato un principio, non c’è nessuna garanzia all’atto pratico. Ed infatti c’è gente che si è fatta otto anni di carcere preventivo…

Art. 15: La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

E allora perché le intercettazioni diventano subito di dominio pubblico?
Art. 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

E allora perché bisogna registrare i giornali in tribunale ed esiste l’Ordine dei Giornalisti?
Art. 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

Uguaglianza con limiti, sennò la famiglia si spacca. Sociologicamente preveggente, giuridicamente assurdo.
Art. 32: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Andatelo a raccontare alla buonanima di Piergiorgio Welby…
Art. 41: L'iniziativa economica privata è libera…

MA…
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

La storia dell’intervento pubblico in economia è troppo nota per ripeterla qui. Possiamo abrogare questo comma?
Art. 52: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge.

Infatti è stato abolito (“sospeso”, dicono)
Art. 66: Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

“L’Agnello giudica quando è arrivato il tempo di Pasqua”
Art. 69: I membri del Parlamento ricevono un'indennità stabilita dalla legge.

I membri del Parlamento fanno la legge che stabilisce le loro stesse indennità (conflitto di interessi?)
Art. 72: Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale. Il regolamento ... Può altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari.

Un obbrobrio tutto italiano: le commissioni parlamentari in sede legislativa. Tante mini-Camere, solo una quarantina di persone ciascuna, che fanno leggi, spesso importanti e costose, valide per tutti noi…

E si potrebbe continuare…

28 dicembre 2007

E infine uscimmo a riveder le stelle



Affezionate amiche mi hanno iscritto "d'ufficio" a Facebook e LinkedIn, due social network di cui devo ancora ben capire a che servono (a parte farmi passare ancora più tempo al pc). Dicono che è la teoria dei gradi di separazione, tu conosci qualcuno che conosce qualcuno... si vabbè, se è per questo conosco due ambasciatori degli Stati Uniti e uno olandese (Hashers, ovviamente), quindi sono a soli due gradi di separazione del Presidente Bush e dalla Regina Beatrice: ma a che serve?
(Nandokan ironizza sempre su queste mie amicizie nell'ambiente diplomatico: ma io nella comunità straniera andavo soprattutto a caccia di baby-sitters e di feste. Per la precisione).

Più divertente questa mappa offerta da Facebook dei posti dove sono stato: con un pin posso avere una chiara idea dell'area del pianeta che ho coperto finora. Il posto più a Ovest dove sono stato è Washington (da solo); a Sud, un villaggio in Gabon, pochi km oltre l'equatore (con le mie Cuggine); a Est, Samara sul Volga, in Russia (qui ero in ottima compagnia); a Nord, Isafjordur, in Islanda: qui invece la compagnia era davvero sgradevole - date retta: non andate mai in un paese freddo con una donna gelida.

Bah, la mia ansia di viaggi è molto scemata nel tempo. Gli è che a pochi chilometri da dove abito ci sono tesori d'arte incomparabili, panorami per vedere i quali vengono da tutto il mondo. Vivo in un paese favoloso, e lo conosco così poco.
Poi in questo momento la mia ostinata tendinite mi fa vedere le stelle, quindi mi sto dando direttamente ... all'astronomia (miserando spirito di patate di anima sofferente)...

27 dicembre 2007

Chiamatemi Cav.

Oggi, 27 Dicembre, anniversario della promulgazione della Costituzione, su proposta del Ministro della Giustizia, il Presidente della Repubblica mi ha insignito dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Da uomo moderno suppongo che dovrei accogliere la cosa col dovuto scetticismo e con ironia:
infatti vado dicendo, per celia, che "Cav." è, in realtà, date le mie tendenze alcoliche, l'abbreviazione di "cavatappi".
D'accordo:
queste cose non vanno più di moda, si tratta di un'onorificenza inflazionata, e comunque non esistono più molte occasioni formali per indossare le insegne.

Però… la decorazione viene conferita "per distinti servizi nelle amministrazioni civili dello Stato", e le espressioni usate nella lettera di proposta al Capo dello Stato da parte della mia amministrazione sono molto lusinghiere.
Non credo di aver guadagnato grandi meriti verso la Repubblica, se non aver cercato di fare bene il mio lavoro, e di motivare gli altri a fare altrettanto.

Con una modestia che generalmente non è nelle mie corde, vorrei dire: “non ne sono degno”. Ma ne sono molto, molto onorato.
Grazie, signor Presidente.

====
Vedi
il sito della Presidenza della Repubblica.


Fantasiosi Spammers




Meno male che tra tante mail spam che promettono di aumentarmi le dimensioni del p*** o di vendermi Viagra a buon prezzo (chissà quale delle mie ex ha fatto la spia ! :-)) , ce n'è ancora qualcuna tradizionale: biondine russe che cercano il mio amore (arrivi tardi, sorella, ahimè!) e - le mie preferite - quelle dei parenti di qualche dittatore africano che vogliono regalarmi i loro quattrini malversati.
Questa sembrerebbe la donna ideale, peccato che una vera russa a 28 anni sarebbe già abbondantemente sposata.

Hello!
My name is Olga! I am 28 years old.
Now I have an opportunity to write to you:) I am an interesting, beautiful, kind and single young lady. I want to find my love, my half and want to marry him. I am looking for a man who will fall in love with me and I will fall in love with him. I have never been married but I dream about it. I am fond of children and I dream about a happy family with the beloved man. I am interested in music, cooking, reading, traveling and others. I know English very good and can easily speak.
If you are interested in me please write me on my e-mail: lastochka28@******

Please write me and I will send you my photos.
I wait for your letter very much.
Olga.

La donna perfetta, insomma, arriva per e-mail? Magari...
A proposito, "Lastochka" vuol dire 'rondine'

Trucchetti al pc

Piccole cose che semplificano la vita:

1) voglio aprire Word (o un altro documento di Office) senza il noioso splash screen (schermata introduttiva) che mi informa che il programma che sto aprendo è Word (come se non lo sapessi).

Devo aprire le proprietà del collegamento ed aggiungere dopo la stringa della destinazione il ‘parametro d’avvio’ /q
Quindi
"C:\Programmi\Microsoft Office\OFFICE11\WINWORD.EXE" /q

2) Se voglio aprire direttamente un modello di documento di Word, il parametro d’avvio è /tnomemodello. Cioè al comando /t bisogna aggiungere immediatamente dopo il nome del modello o, ancora meglio, il percorso completo (che si trova in Strumenti > Opzioni > Directory predefinite)
Quindi se voglio raggiungere il modello “dirigente.dot” devo (nel mio pc) digitare nelle proprietà del collegamento di Word, tutto su una riga:

"C:\Programmi\MicrosoftOffice\OFFICE11\WINWORD.EXE" /tD:\Documenti\informatica\modelli\dirigente.dot

Dove D:\Documenti\informatica\modelli\dirigente.dot è il percorso completo del mio modello.
Purtroppo i due parametri insieme non funzionano: quindi o il modello o lo spash.

3) Infine, se in Word voglio scrivere una lettera e inserire rapidamente l’indirizzo del destinatario dalla rubrica di Outlook, devo fare i seguenti passi:

Strumenti > Personalizza > Comandi > Tutti i Comandi > InserisciIndirizzo

Trascinare l’icona su una barra degli strumenti. Cliccandola si aprirà la Rubrica. Da lì basta cliccare sul nome desiderato, e nel documento comparirà l’indirizzo.

Né la knowledge di Office, né i vari siti di smanettoni erano sufficientemente chiari, per cui ho ritenuto di mettere a disposizione il frutto di mezz’ora di sperimentazioni. Della serie “impara l’arte”…
Mannaggia a Bill Gates…


26 dicembre 2007

Noiose conigliette



Benintenzionati e scherzosi amici - preoccupati delle troppe e profonde letture che vado facendo in questi tempi, complice anche la mia nuova condizione di pendolare - mi hanno fatto trovare sotto l’Albero di Natale un bel libro fotografico con i paginoni centrali di tutte le Playmates del Playboy americano dalla fondazione ad oggi.
Ho per questa rivista, che pure non ho mai comprato, un antico amore: ricordo con tenerezza quando, ragazzino appena pubescente, trovai nell’armadio di un collega di ufficio di mio zio una copia del Playboy italiano del 1972. In copertina c’era Claudia Marsani – che, erano altri tempi, posò senza veli col permesso del padre a soli sedici anni.

La scoperta fu così emozionante da procurarmi un subitaneo e marmoreo inturgidimento.
Che ironia: la natura combina a noi uomini un ben crudele scherzo donandoci il massimo del vigore e della potenza a un’età in cui non interessiamo affatto alle donne. Mentre invece diventiamo incredibilmente attraenti ai loro occhi proprio quando, spelacchiati e appesantiti, siamo sempre meno sensibili all’urgenza del fascino femminile: eterno, certo, ma anche tanto, tanto ripetitivo.

La lettura del mio regalo, pertanto, non mi ha provocato particolari turgori, ma è stata ugualmente interessante. La raccolta dei paginoni è un buon documento dell’evoluzione del costume: anche se il soggetto è sempre una donna nuda, ci si spoglia in modo decisamente diverso oggi rispetto a trenta o cinquant’anni fa. Negli occhi delle modelle degli anni ’50 c’era il piacere complice del tabù violato; in quelle degli anni '60 il rotondo benessere degli albori del consumismo; in quelle degli anni ’70 la freschezza innocente e liberata della generazione dei baby boomers e della contestazione. A partire dagli anni ’80 il nudo cessa di essere un simbolo di sincerità: tolti i vestiti, l’epidermide nasconde a sua volta protesi siliconate. “Nuda come il chirurgo l’ha fatta” si potrebbe dire. Abbondano i filtri soft, i reggicalze, i veli e le ambientazioni romantiche.

Negli anni '90 si sviluppa un'epidemia di "alopecia puberale": la rasatura del pube, da atto trasgressivo, diventa obbligo quasi come la barba mattutina per gli uomini. Ma soprattutto cambia qualcosa nello sguardo delle modelle: la vergogna delle pin up degli anni cinquanta non c'è più. Ai giorni nostri spogliarsi davanti all’obiettivo non è più un atto di liberazione ed autoaffermazione, bensì adesione consapevole e suddita ai nuovi canoni estetici e alle esigenze del mercato: la trasgressione làtita, e la modella posa con la noncuranza calcolatrice e furbetta di chi conclude un buon affare con poco sforzo.
L'ideale di una bellezza 'democratica' e distribuita, sintetizzato dalla formula della "ragazza della porta accanto" è stato tradito proponendo modelli impossibili ed artefatti, che le adolescenti cercano di imitare, frustrate. Il cerchio si chiude: il nudo è una nuova uniforme.

A giudicare dalle ultime pagine del libro, la rivista è ormai diventata il riflesso delle povere fantasie senili di una generazione che ha fatto il suo tempo, ben rappresentata dal proprietario Hugh Hefner, maggior azionista del Viagra, e suo testimonial: formose bambolone bionde (e fotografate con un filtro a dominante gialla che le fa apparire tutte pulcini appena schiusi dall'uovo), tutte uguali, rappresentate in situazioni improbabili ed involontariamente comiche. Sesso, zero: c’è molto più erotismo in un catalogo di lingérie. Privato del pudore, il corpo nudo è solo un (bel) pezzo di carne e nulla più.

Quanto all’edizione italiana di Playboy, che tanto mi emozionò, non si stampa più da molti anni, credo. Oh, non che questa autentica patria della cellulite difetti di donne di facili costumi, al contrario: l’irritante fioritura natalizia di calendari lo dimostra. Ma esse dichiarano compunte che mai e poi mai si spoglierebbero per una rivista “per soli uomini”: ci mancherebbe, il loro è un ‘nudo intelligente’.

Ti pareva: pure le spogliarelliste, da noi, si atteggiano ad intellettuali…


24 dicembre 2007

Homeless Night, la tradizione continua








Alla vigilia di Natale, gli amici del vecchio 'giro' dispersi per il mondo si ritrovano tutti - senza bisogno di alcun appuntamento - al Miscellanea, sotto gli auspici di Mickey (qui con Majid, Tocco, Duccio, Andrea, Alex). È un rito: Messa al Pantheon (anche atei, musulmani, libertini e scomunicati), poi diverse birre, ed infine la signora isterica del quinto piano di Palazzo Grazioli che alle quattro imprecando ci tira un gavettone, e regolarmente ci manca... come da tradizione... chissà chi fu a battezzarla Homeless Night, ma l'appuntameno è immancabile.

PS: pare che in Inghilterra più persone abbiano passato la vigilia davanti al pc in cerca di sconti che a Messa. Che tristezza: e non tanto per l'occasione religiosa mancata (pure, il rito anglicano è bellissimo, e la prima volta a Londra andammo a Messa a Westminster), quanto perchè così tanta gente non riesce a staccarsi dal computer.
"Get a life, guys!"

PS 2: mi sono ridotto a comprare i regali all'ultimo giorno. Ovvio. Ma ci fosse stata una commessa, una cassiera, che mi abbia augurato il Buon Natale. Dove il consumismo e la cafonaggine romana si incontrano.

PS 3: un grande applauso per Barron Hilton, nonno della bionda Paris: ha deciso di diseredarla. Per noi adulti Paris Hilton è solo una scocciatura. Ma le bambine la considerano un idolo, e secondo me è un pessimo esempio. Ahhh, un attacco di Schadenfreude!

Piccole cose di cattivo gusto


Stavo provando a fare una lista di alcuni comportamenti, stili di vita, oggetti, modi di dire e di fare, che aborrisco per il loro tremendo cattivo gusto. Il quale consiste soprattutto nell'idea che certe cose siano "trendy", quindi socialmente accettate e simpatiche. Senza alcuna pretesa di esaustività, ma con profonda antipatia:

La birra Corona
La birra Heineken
Le donne che dicono “cheap”
Le donne che dicono “One night stand”
I calzini con la giarrettiera
Le giacche a quadrettini
Le cravatte regimental
Tutto Dolce & Gabbana
I mocassini con le nappine
L’orologio sul polsino
Gli occhiali da sole, quando non c’è sole
Le barche da diporto a motore
Le borse di Alviero Martini
Le Harley Davidson (e – peggio – le custom!)
I SUV
L’Argentario
I chihuahua
Gli schnautzer
La bresaola
Il sushi
I libri di Paulo Coelho
Fabio Volo
Iscriversi al Rotary (ai Lyons no, è solo da sfigati)
Gli snowboard
Salsa e merengue
La musica House - Trance



23 dicembre 2007

Sorprendente Genova



Uno slogan del comune dice: “Genova, la città che non ti aspetti”. Ed in effetti, Genova è davvero una bella sorpresa.
Un tempo anello debole del Triangolo Industriale, sonnacchioso porto simbolo di conservatorismo e stagnazione, Genova ha saputo rinnovare la sua immagine investendo nel futuro con ardite architetture moderne (il Carlo Felice di Aldo Rossi, il Matitone di Skidmore, Owings & Merrill), ed al tempo stesso recuperando la sua tradizione storica.
Nei bellissimi palazzi di Strada Nuova Garibaldi, valorizzati da una preziosa illuminazione, e nelle chiese, di una ricchezza talmente doviziosa da poter rivaleggiare con quelle di Roma, si comprende perché Genova era soprannominata “Superba”.
Ci sono tornato dopo cinque anni dall’ultima visita - per un convegno convocato dal mio Ministero allo scopo di annunciare i favolosi progetti informatici che consentiranno la soluzione di tutti i problemi della Giustizia in appena sei mesi – e ne ho approfittato per dare un’occhiata in giro.
Ci si mangia bene, complici anche le dritte di un collega “bon vivant”: l’Osteria di Vicolo Palla, o Gaia, vicino Via Ricasoli.
Il visitatore non dovrebbe mancare di visitare il Porto Antico, recuperato da parte di Renzo Piano, dove si distinguono tre aree: il Centro congressi nel vecchio Magazzino del Cotone, la pista di pattinaggio su ghiaccio sotto il "Bigo" e un albergo (ma a Barcellona, esimio architetto, in mezzo al porto hanno costruito il Maremagnum, un complesso di discoteche: quando si penserà ai giovani, in Italia?).

Merita soprattutto l'Acquario. Fermatevi estasiati davanti alle vasche dei pinguini: a vederli in televisione mentre camminano sul pack, sembrerebbero animali goffi. Invece in acqua diventano nuotatori veloci e scanzonati, molto simpatici.
Soprattutto date un'occhiata al Pesce Napoleone, e poi ditemi se non è spiccicato a me
di profilo: ho un gemello ittico!



17 dicembre 2007

The Kids are (still) Alright



Non sono magnifici?
Solo delle persone veramente giovani dentro possono presentarsi così rovinate, nell'epoca del lifting. Cantavano "Spero di morire prima di diventare vecchio", ma sono ancora lì, più vivi e attuali che mai. La voce di Roger Daltrey è diventata rauca, e spesso scompare, Pete non ci sente molto bene. Ma la loro musica ha qualcosa di eroico, un purissimo flusso di gioiosa energia, ed è una delle cose che contribuiscono a rendere la (mia) vita migliore.
Sì il tempo passa, e loro cantano "We have to face The truth some time". Ma non è ancora tempo di arrendersi.
Il sogno continua...



Mike Post Theme Lyrics
The Who


We're not strong enough
We're not young enough
We're not alone enough, or cold enough
Emotionally we're not even old enough

Late at night, we're in a video-game dream
There is no lover in this numbered scene
We summon every childhood ghost we've seen
Then suddenly we hear that Mike Post theme

Everything is all right (bong de bong)
We've prayed today (la-da-da-da-dah)
Everything is OK (bong de bong)
We've played today

Late at night on the underground train
Through endless suburbs in endless pain
Then deep in the tunnel under the London rain
Suddenly we hear Mike Post again

Everything is all right (bong de bong)
We've prayed today (la-da-da-da-dah)
If there really is a God (bong de bong)
We should be laid today

We watch those films
That make men cry
Young lovers kiss
Then fight and die
We start to yearn
We climb the vine
We have to face
The truth some time

We're not strong enough
We're not young enough
We're not alone enough, not cold enough
Emotionally we're not even old enough
For love...

But late at night we find the racing tame
We're faced with women and a reality game
We feel alive; we feel new and blind
We're hearing Mike Post in the air this time

Everything is all right (bong de bong)
We've prayed today (la-da-da-da-dah)
If there really is a God (bong de bong)
We should get laid today

There comes a time in every little punk's life
When he has to write a song for his common-law wife
We make our women wait until they wanna scream
But we can always whistle that Mike Post theme

Everything is all right (bong de bong)
We've prayed today (la-da-da-da-dah)
If there really is a God (bong de bong)
We should get laid today

We watch those films
That make men cry
Young lovers kiss
Then fight and die
We start to yearn
We climb the vine
We have to face
The truth some time



Visti dal Times, visti da Manzoni

New York Times December 13, 2007
In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment
By IAN FISHER

La dolce vita turns sour as Italy faces up to being old and poor
Richard Owen
22 December 2007
The Times

Davvero niente di nuovo, rispetto ad un analogo articolo di due anni fa sull'Economist: pure il paragone con la lenta decadenza di Venezia è ormai abusato. Ma da allora ad oggi, nulla è cambiato.
Purtroppo cose ben note e dette dal sottoscritto in tempi non sospetti.
Del resto, l'Italia di oggi assomiglia molto a quella descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi:
"La forza legale non proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l'incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d'arrischiare, anzi di gettar la vita in un'impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi, portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l'impunità.".

Ci sarebbe da riflettere: il settarismo fratricida che ci porta a dividerci tra Capuleti e Montecchi, Guelfi o Ghibellini, il vizio di chiamare in soccorso lo straniero contro l'odiato avversario (che differenza l'orgoglioso discorso di Zapatero a Chavez), la tendenza a moltiplicare le leggi, e a renderle vuota ed imbelle minaccia, che pure Manzoni stigmatizzava parlando delle "grida". Il familismo amorale, tale che una potente organizzazione criminale è appunto strutturata in 'famiglie'. Tutto questo è roba vecchia, vizi antichi che cent'anni di unità non sono riusciti a cancellare. L'Italia si spezza, ma non si piega.


L'autorità debole



Un plauso caloroso a Giuseppe De Rita che ha avuto il coraggio di sfidare il tabù. In Italia «il vero problema è l'autorità debole», ha dichiarato sabato in un'intervista alla «Stampa»: quell'autorità debole che con la sua debolezza finisce per autorizzare tutti i ribellismi. È così. Ed è il problema forse più grave delle società democratiche: costruire un'autorità fondata sì sul consenso, ma che per ottenere il consenso alle proprie decisioni non abbia bisogno ogni volta di contrattarlo politicamente: in questo modo arrivando, alla fine, a spogliarsi di ogni autorità per ridursi a pura istanza di mediazione. La differenza la fa la tempra di chi governa: se è quella dello statista o del politicante. Il politicante obbedisce supinamente a chi grida più forte perché è capace di sentire solo la sua voce; l'uomo di Stato, invece, ascolta il rumore di fondo del momento storico e non sottomette la propria libertà ai clamori del momento; in vista beninteso di un più grande consenso futuro.

Ernesto Galli della Loggia Calendario sul Corriere del 17 dicembre

Sottoscrivo...

16 dicembre 2007

Cento di questi giorni



Ieri si è sposata anche la cugina Stefania. Non è meraviglioso come la gente continui a credere nell'amore, nonostante tutto?
Brindo all'amore: è come la luce del sole, ce n'è per tutti. Basta tenere gli occhi aperti ;-)
Ed il cuore, ovviamente.


Leoni senza le palle

1) In Svezia, il Nordic Battlegroup della nuova forza di reazione rapida europea - 2.400 militari di cui 2.000 svedesi, 221 finlandesi, 150 norvegesi, 80 irlandesi e 45 estoni - che fa parte dei 18 battaglioni che rappresentano la forza di proiezione dell'Unione Europea in aree di crisi diventerà operativo il 1˚ gennaio, ma ha già subito una perdita. In segno di rispetto per le 108 soldatesse che ne fanno parte, il generale svedese che comanda il gruppo, Karl Engelbrektson, ha deciso che il leone in campo blu del suo stemma araldico non abbia attributi sessuali, “perché in Svezia siamo sensibili al problema della eguaglianza dei generi".

2) “
Via la croce rossa in campo bianco dall’emblema del Barça: per farsi accettare in Arabia Saudita e in altri paesi islamici, come l'Algeria, maglie, bandiere e gagliardetti della squadra di calcio di Ronaldiñho sono state ritoccate per non «urtare la sensibilità religiosa» dei non pochi tifosi mediorientali. La croce di Sant Jordi, il San Giorgio catalano, protettore degli innamorati, risulta insopportabilmente odiosa agli occhi musulmani”
In queste due notiziole sulla stampa odierna - mentre già circolano i primi auguri per “Season’s greetings”, per evitare ogni riferimento al Natale cristiano - c’è tutta l’essenza demenziale della sindrome del “politicamente corretto” che sta invadendo l'Europa: la rinuncia, spontanea ed autocastratoria, ai propri elementi distintivi ed identitari. Bisogna vergognarsi di essere cristiani, o maschi, o chissà cos'altro. Bisogna piegarsi alle suscettibilità altrui, annullare le differenze.

No grazie. Alla fine l’unico evidente risultato di questi sforzi è solo quello di rendersi ridicoli e poco credibili. Come un gruppo di combattimento che si dà per emblema un leone senza le palle.


15 dicembre 2007

Basta Computer



Morti di lavoro


Sono diventati (quattro)(cinque)(sei) sette gli operai morti nel rogo alla Thyssen Krupp di Torino. E, al di là delle voglia di menare la proprietà per le sue arroganti dichiarazioni, vorrei fare due riflessioni.

La strage viene a smentire molti luoghi comuni: quello per esempio sul “privato” creatore di benessere mentre il settore pubblico è un’appendice parassita, capace solo di intralciare la libera impresa con controlli burocratici. La spesa per la PA è per definizione “spreco”, e quindi meritevole soltanto di tagli. Poi accadono queste tragedie, e torna immediatamente di moda la Pubblica Amministrazione, ci si accorge che mancano gli ispettori del lavoro e delle ASL, si invocano più regole, più controlli. Però ci si dimentica che è quello che noi, lo Stato, facciamo tutti i giorni: assicurare il vivere civile della comunità.

E poi le facili semplificazioni dei sociologi per cui il lavoro alle soglie del terzo millennio è creatività, affermazione di sé, e via dicendo, in un crescendo di lirismo neo-bucolico. Certo, ci sono i workhaolics, quelli che amano lavorare e tirar tardi in ufficio. Ma la tragedia ci ricorda che il lavoro è ancora per molti, la maggioranza, solo una parte della vita che si cede per poter vivere l’altra. Che esso occupa sempre più il nostro tempo, assorbe sempre più le nostre energie. Si comincia a lavorare per vivere, e si finisce a vivere per lavorare. O, in casi estremi, a morire.

13 dicembre 2007

Disse Giovenale, rispose il Quinta

Se hai dedicato il tuo amore a una sola
China la testa e preparati al giogo
Nessuna donna risparmia chi l’ama
Sia pure innamorata ci godrà, a straziare il suo amore, a rovinarlo

Giovenale (“Contro le donne”)

Postilla del Quinta:

Molla la stronza e passa oltre...




12 dicembre 2007

La libertà è partecipazione, ricordi?

Le notti insonni hanno almeno questo di buono: permettono di riscoprire la televisione. Ad ore antelucane infatti, la RAI riesce ancora a passare qualche buon film. Ho seguito quindi con interesse Aldo Fabrizi in Siamo tutti inquilini, un film del 1953 con Peppino De Filippo e Maurizio Arena. La trama è semplice: una ragazza eredita un appartamento da una signora presso la quale prestava servizio, ma non avendo a disposizione molti mezzi, raramente riesce a pagare le spese condominiali. L'amministratore vorrebbe approfittare della situazione per sottrarre la proprietà alla giovane, ma il portiere, Aldo Fabrizi, prende le sue difese.

Sembrerebbe una facile commediola di costume. Eppure sono rimasto impressionato dal significato politico della trama, ben mascherato dai toni leggeri.
La serva che diventa padrona, è evidentemente il proletariato che è assurto al benessere, ma le cui conquiste sono ancora precarie. Ricordo, ora che ci penso, altre commedie del dopoguerra, in cui si parla del disagio dei borghesi a coabitare con ex sfollati, e la loro aspirazione a un ordine che rimetta ognuno “al suo posto”. Il condominio è una metafora della democrazia: l’amministratore spadroneggia non perché eserciti il suo potere con mezzi illeciti, ma solo a causa del disinteresse degli altri inquilini. Che infatti, alla fine della storia, saranno convinti da Aldo Fabrizi a rinunciare ad uscire per una sera ed a venire all’assemblea condominiale per occuparsi degli affari comuni. E potranno finalmente liberarsi del tirannico amministratore.

La morale della favola sembra essere: “attenzione, la democrazia viene uccisa dal disimpegno, più che dai colpi di stato. Partecipare è importante”. Era il 1953, la guerra e la dittatura erano passate da poco, ma già il benessere sembrava distrarre gli italiani.
Vale la pena di ripassare la lezione, oggi che si discute di sistemi elettorali ed amenità varie. Quasi come se il problema fosse individuare qualche miracolosa formuletta che possa darci governi stabili, e non colmare l’immenso gap che ormai c’è, ad ogni livello, tra il popolo e i suoi rappresentanti.

Chi fa più politica sul territorio? Il disinteresse verso la cosa pubblica viene ormai coltivato ed apertamente incoraggiato. Un termine come “partecipazione”, è ormai un relitto degli
anni 70. Non si mobilitano più le coscienze, anzi, da destra e da sinistra tutti sembrano dirci: "state a casa, pensate alle vostre occupazioni, riempitevi la pancia, e delegate, alla politica ci pensiamo noi. Basta che vi svegliate periodicamente per andare a votare, a distribuire le carte che poi noi giocheremo".

Partecipare costa, si fa fatica, occorre informarsi. Perché darsi pena se qualche volenteroso lo fa al posto nostro? Sono convinto che se l’Italia ha conosciuto la dittatura non è stato per amore dell’Ordine, come per i tedeschi, ma per pigrizia mentale. Oggi la dittatura è soft, non si nutre di cupe milizie, goffe divise, parole d’ordine, assolutamente. Come nel condominio di Aldo Fabrizi, a furia di delegare ad altri, la volontà di pochi si è sostituita alla volontà generale.

Tutto questo disimpegno ha però un costo: il nostro declino economico, l’immobilismo sociale, per cui oggi più di prima i figli ereditano il mestiere dei padri, e non a caso Gian Antonio Stella ha titolato il suo libro “La Casta”.

Forse occorrerebbe diffondere per radio, ogni giorno, a beneficio dei nostri ignavi compatrioti, quella canzone di Giorgio Gaber:

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

11 dicembre 2007

Parliamo ancora di P.A.

"La Voce" dedica un suo spazio ai problemi della Pubblica Amministrazione. Un focus interessante perché viene da un'area culturale che finora ha dimostrato di capire poco l'importanza della P.A. nei processi produttivi del Paese.
Vengono pubblicati tre miei interventi critici:


Credo che sia ora che a parlare di PA non siano solo i professori, ma anche i suoi protagonisti. Mi sbaglio ?

Tremendi ruggiti dell'animo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Catullo (Carme 85)

Due parole, e la vita è tutta qui: sì o no, luce od ombra, amore o odio, sole o notte. Vita o morte, vittoria o disfatta.

I cuori grandi e puri non conoscono sfumature né compromessi.
Solo chi sa odiare senza pietà sa davvero amare.


10 dicembre 2007

Charm Vs. Charme



Il Times di Londra ospita un divertente duello tra donne:
giornaliste inglesi e francesi disputano su quale sponda della Manica vivano le donne meno femminili.
Ha cominciato
Hortense de Monplaisir nel suo libro How to survive the English (Come sopravvivere agli inglesi, John Murray editore), a sparare bordate sulle donne inglesi, colpevoli di vestire in modo sciatto, tenere la casa sporca e fare un sesso squallido.

Il motivo del malessere di Madame de Montplaisir? Vivere in “un paese dove gli uomini non ti guardano”. Che è il classico choc culturale delle donne latine quando salgono in Nord Europa, e si ritrovano improvvisamente sole, non più circondate e coccolate da un codazzo di servili e complimentosi cicisbei.

La mancanza dev’essere davvero grave se Sarah Long, londinese trapiantata a Parigi, le risponde che «la Francia è un posto dove non ti lasciano mai in pace. Non importa se sei vecchia, grassa o sposata… all'inizio è seducente, ma dopo un po' diventa fastidioso. Vietato uscire di casa vestite così come capita, impossibile sfuggire alle attenzioni flirtanti di panettieri, rosticceri, macellai che si rivolgono a qualunque essere umano di sesso femminile con l'appellativo «ma jolie». In nessun posto al mondo mi sono sentita così guardata. A parte l'Italia» (
dunque i francesi fanno i cascamorti quasi quanto gli italiani?).
La cosa sembra infastidirla, ma ammette, quando torna in Inghilterra le manca.

Per quanto mi riguarda non ho dubbi: scelgo decisamente le inglesi. Ho splendidi ricordi delle figlie di Albione, protagoniste di un’epoca di feste ed incontri che fu la più felice della mia vita. Per quanto diminuite, vengono ancora in Italia, studentesse o baby sitters, fortunatamente non scoraggiate dallo sciagurato omicidio della povera Meredith Kercher (che i suoi stessi genitori definirono "bubbly", spumeggiante) : proprio ieri sera era possibile vederne un nugolo aggirarsi vocianti per Campo de Fiori, in minigonna e senza calze, mentre le loro coetanee romane stavano intabarrate quasi stessero al polo nord (a +9°!): uno spettacolo di vigore giovanile che metteva allegria.

Donne di altri paesi sono senz’altro più belle (russe, croate, africane, baltiche), o più eleganti (le francesi o le italiane), ma la palma dell’autentica femminilità va senza dubbio alle donne inglesi. Nessuna donna al mondo come l’Inglese, sa riunire in sé, in
un affascinante mix, così tante qualità positive: un seno strepitoso, un bel volto, un gran senso dell’umorismo, e uno sguardo magnetico che trasmette una travolgente gioia di vivere.

Per quanto 'fascino' si traduca nelle due lingue con parole simili, il “charm” inglese non è la stessa cosa dello “charme”
francese.
Lo “charme” è un’eterea ed intellettuale eleganza, sdegnosa ed irraggiungibile.
Il “charm” è una contagiosa ed inebriante gioia di vivere, comunicata solo da un sorriso aperto e da un’aspetto sbarazzino e noncurante.
Le femmes charmantes sono irraggiungibili, alte sul loro piedistallo (e quando ne cadono, son fragori!). Le charming girls sono sogni fatti carne che ti prendono per mano.
Nessuna donna come l’inglese sa mettere un uomo a proprio agio e trasmettergli un' intima e sorpresa contentezza di stare al mondo.

E cos’è questa, se non l'autentica seduzione?

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Nella foto: ritratto di Maria Beloso Hall (sito)

07 dicembre 2007

Cosa c'è sotto le corna

Con «Amori infedeli. Psicologia del tradimento», appena uscito in libreria, Willy Pasini esplora psiche e motivazioni degli adùlteri, variamente classificati nelle categorie dei ‘seduttori’, ‘trasgressori’, sessodipendenti’; soprattutto narcisisti, innamorati dell’amore, più che di un’altra persona. Cercatori di sensazioni, come altri cercano i funghi.

Confermo. Una delle azioni meno commendevoli della mia vita fu la partecipazione, da terzo incomodo, ad un adulterio. Non che avessi deciso niente, in quella faccenda: fui rimorchiato, da una di quelle signore moderne che sanno quello che vogliono e se lo prendono senza tante smancerie - quelle, per intendersi, che dicono fare sesso invece che “fare l’amore”, perché suona più rude e meno sentimentale. Tra l'altro, una donna in carriera, l’unica che dopo il primo meeting tra le lenzuola mi abbia allungato un biglietto da visita…

La storia durò un anno, e fu una esperienza abbastanza squallida, ma mi ha fornito un prezioso insight sull’adulterio e i suoi meccanismi. Ritengo che, se il matrimonio è l’istituzione borghese per eccellenza, l’adulterio è il suo naturale complemento piccolo borghese. Ben si addice a chi sa tenere il piede in due staffe, altalenandosi tra fedeltà plurime, vivendo di piccole e quotidiane ipocrisie. Io - che amo le cime assolate e senz’ombra, le persone leali e lineari, che esibisco la mia faccia e le mie opinioni orgoglioso come una bandiera al vento - mi ci trovavo a mio agio come un piede in uno stivaletto malese. La vita sotterranea proprio non mi si confà. Ma, ahimè, credevo di essere innamorato. Di un amore ben strano, perché essendo spettatore dei miserabili sotterfugi dell’altra, non si nutriva di stima, anzi, era amalgamato al disprezzo.

Gli è che la moglie fedifraga - capace di telefonare al marito mentre sta coitando con l’amante, ovvero di spedire a quest’ultimo infuocate lettere d’amore mentre sta preparando una riunione - è il perfetto esempio dell’odierna ‘generazione multitasking’, quella per la quale la vita è 'nel frattempo' e 'altrove', e che fatica a distinguere tra reale e virtuale. E poi, per le carrieriste l’adulterio ha - rispetto al matrimonio - un grosso vantaggio: è una relazione part-time, lascia spazio per ciò che conta davvero, cioè il lavoro.

Siamo franchi, avevo scuse? Nessuna, davvero. Nemmeno la più banale, quella della solitudine: anzi, all’epoca convivevo con una giovanissima russa, appena maggiorenne, la cui desolante immaturità era ampiamente compensata da un corpo voluttuoso e vorace e da una totale, fanciullesca, allegra disponibilità a sperimentare. Ah, Viki! Perché abbia mollato un simile gioiellino per mettermi con una intellettuale di mezz’età criptodepressa, è uno degli insondabili misteri della mente umana. Della mia, almeno…

Ammetto dunque la mia colpa. Mi sono spesso chiesto, poi, se, per riparare verso l’uomo che avevo contribuito a tradire - in un gesto di postuma lealtà, o almeno di solidarietà maschile - non avrei dovuto metterlo in guardia su che razza di donna si era sposato. Ho poi capito che le coppie dove uno dei coniugi (solo uno? non è detto…) tradisce, costituiscono un insieme omeostatico, che tiene non “nonostante” ma “proprio grazie” all’adulterio. Insomma, se è vero, come ha scritto Jean-Yves Desjardins, che “non esistono cornuti felici”, è pure vero che non esistono cornuti del tutto ignari, o interamente scontenti della situazione.

Così l'amante, partito lancia in resta con l'entusiasmo di un cavaliere errante che va a salvare una principessa intrappolata in un matrimonio infelice, trova - quando ha aperto gli occhi - che il suo ruolo ha la stessa dignità di una zeppa sotto un tavolino traballante.

Cuocia dunque il marito nel suo brodo, senza invidia. Da questa esperienza ho tratto un insegnamento: certi tabù non vanno violati. Ben prescrive il Nono Comandamento di “non desiderare la donna d’altri”. Anche perché, se non la desidera più il marito, un buon motivo evidentemente c’è.
Date retta.

06 dicembre 2007

Al presente indicativo

"... scopavano come angeli!"

Angeli che scopano? Quali Angeli? Chi scopa? Zia Julia mi guarda con occhi velati di un'indicibile nostalgia. Dice: "I Sandinisti. Scopavano come angeli. Senza sosta. Facevano l'amore ridendo. E quando godevano, erano lunghe tirate roventi, fino alla totale estinzione del mio incendio. L'ho provato una sola volta, a Cuba, all'indomani della Rivoluzione. Avevo quattordici anni. Due giorni prima che il console mio padre si facesse cacciare. Dopo ci sono tornata, ma era tutto finito: c'era già l'erezione realista-socialista, il coito stakanovista..."

Tace per un momento. Il tempo per me di riprendere fiato (è stata la bomba ad averla messa in questo stato?). Un semaforo rosso diventa verde. Zia Julia riparte insieme alla macchina.

"Adesso anche il Nicaragua è rovinato...il piacere costruttivo."

Il viso, contratto in un'espressione di disgusto, all'improvviso si distende, e la bella voce rauca si rituffa in gioiose certezze: "Per fortuna, ci saranno sempre i Moi, i Maori, i Satarè."

Dico: " I Satarè?"

" I Satarè dell'Amazzonia brasiliana!"

Spiega: "Hanno muscoli lunghi, precisi, ben disegnati. Le spalle e i fianchi non ti si sciolgono tra le dita. L'uccello ha una morbidezza setosa che non ho mai trovato altrove. E quando ti penetrano, si illuminano dentro, come Gallé 1900, stupendamente ramati."

E così mentre una Parigi invernale e notturna scorre ai lati della nostra piroga, zia Julia espone il corpo sontuoso della sua teoria. Secondo lei, solo i rivoluzionari all'indomani della vittoria e i grandi primitivi sanno scopare come si deve. Gli uni e gli altri hanno un'eternità in testa, scopano al presente dell'indicativo, come se dovesse durare per sempre. In qualsiasi altro posto al mondo, si fotte al passato o al futuro, si commemora o si costruisce, ci si perpetua o ci si moltiplica, ma nessuno si occupa di se stesso. La sua voce è diventata straordinariamente convincente.

"Voglio dire occuparsi di sé, qui, dell'uno e dell'altro, in questo momento, di te e di me....."
Daniel Pennac
Il paradiso degli orchi

Non posso che essere d'accordo, soprattutto dopo la notte scorsa. Farlo "al presente indicativo" è semplicemente meraviglioso. Anche se, curiosamente, la 'zia Julie' rimane l'eroina eponima di tutte le donne che a letto commemorano: ed infatti questo era il passo preferito di una mia ex che lo faceva al passato remoto (quando lo faceva). Brr, senza rimpianti, davvero ...

03 dicembre 2007

Piccoli piaceri della vita



A casa mia. Un piatto di ostriche, con un buon vino (essenziale il Sancerre bianco) bastano a rendermi felice.
Purtroppo in Italia non c'è la cultura francese su questo prezioso alimento: le ostriche vengono vendute senza alcun riguardo alla qualità o alle dimensioni (se ne contano fino a cinque). Bisogna accontentarsi: tempi duri!!!


02 dicembre 2007

Il camionista del Kent

Purtroppo i giornali non riportano il nome di quel camionista del Kent, padre di due figlie, il quale, quando il governo inglese ha tentato di imporre in tutte le scuole la proiezione del film “An Inconvenient Truth” di Al Gore, si è ribellato denunciandone la visione a senso unico, e il tentativo di fare un «lavaggio del cervello» agli studenti. Gli ha dato ragione l’Alta Corte di Londra, imponendo che al film siano accompagnate spiegazioni che ne moderino gli errori e ne sottolineino le esagerazioni.

In un mondo normale, uno che intitola la sua opera: “La Verità” verrebbe subissato di pernacchie. Invece ha vinto il Premio Nobel.

01 dicembre 2007

Paldies Dievam Liga ir klat !



Novembre è stato allietato dalla visita di Liga.
Una nuvola bionda dalla Lettonia...
(qui sopra a Todi, sotto a un ricevimento)