30 dicembre 2008

2008 - fine

...
Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d'improvviso un giorno.

Salvatore Quasimodo
(GIA’ LA PIOGGIA E’ CON NOI)


29 dicembre 2008

Buonismo e perdonismo

Un altro omicidio violento ed inspiegabile. Ed implacabili, le due domande standard dei TG ai parenti delle vittime: "Lei cosa prova?" e "Lei perdona gli assassini?". Mai, dico mai, uno che risponda: 'Ma naturalmente sono contentissimo che abbiano ammazzato mia madre!'.

Le due domande, così banali da far sembrare un genio Gigi Marzullo, hanno in realtà uno scopo ben preciso: occorre servire in prima serata emozioni forti, dolore e perdono, e per questo i giornalisti non esitano a fare i guardoni nei sentimenti altrui. Sollecitando l'esternazione di un dolore scontato e che un po' di umano tatto vorrebbe rimanesse coperto da riserbo, e subito dopo l'assoluzione delle vittime che è anche autoassoluzione. Perché volere giustizia in questo paese dalla giustizia smandrappata e spettacolarizzata costa. E perché bisogna ammannire ai buoni borghesi che stanno a tavola la loro razione di buoni sentimenti quotidiani.

Niente faide, certo, non sta bene. Nella relazione al codice penale - che da noi, giova ricordarlo, è ancora quello fascista di Rocco - si trova scritto che uno dei motivi della repressione dei crimini è nell'evitare vendette private. Insomma, si tutelano la vita, la libertà, la proprietà dell'individuo non in sé, ma soprattutto in funzione dell'ordine pubblico. Come nel medioevo, occorre ridurre il crimine a fatto privato, che può essere risolto dal perdono dei parenti delle vittime, all'insegna del "chi muore giace...".

Se dunque i reprobi non perdonano subito, davanti al grande confessionale dl TG, dovranno anche giustificarsi: "Vogliamo solo giustizia, non vendetta". Dobbiamo essere tutti angeli, persino nei momenti in cui siamo più crudelmente offesi.

Il buonismo è una declinazione di un cattocomunismo confusionario nostrano, che ha fatto propria la convinzione, falsamente filantropica, dell'intima bontà dell'essere umano. Senza rendersi conto che tale assunto è di chiara matrice illuminista, dunque profondamente anticristiano.

Ma la banalizzazione televisiva del perdono ha contagiato tutti, anche i preti. Dimentichi che il perdono è qualcosa che deve essere maturato lentamente e coscientemente, lo sollecitano - anch'essi di fronte alle telecamere - a prescindere dal pentimento del colpevole. Il quale si affretta a domandarlo in vista del processo, dove peraltro continuerà - il briccone - a difendersi e a cercare la pena minore possibile, se non l'assoluzione.

Contraddittorio, no? Il vero pentimento richiede la confessione e l'espiazione.
I vecchi teologi conoscevano bene la differenza tra "Contrizione" - pentimento perfetto profondo e accorato per una colpa commessa, rimorso e riconoscimento dei propri peccati determinato dall’amore verso Dio - e "attrizione" - pentimento per i peccati commessi che deriva dal timore del castigo. Ed infatti Melville, nel Moby Dick (Cap IX) mette in bocca al predicatore Padre Mapple le seguenti parole: 

"Qui sta il sincero e pio pentimento: che non reclama il perdono, ma è grato della punizione".

Ma i tempi lunghi della presa di coscienza del male e della riconciliazione non vanno d'accordo con la scaletta dei telegiornali. Che esigono il dolore esibito e la lacrimuccia facile.

Quando un immenso uomo di fede come il teologo Hans Urs Von Balthasar, elaborò l'ardita teoria per cui "l’inferno c’è ma la misericordia di Dio potrebbe anche renderlo vuoto", ebbe una intuizione illuminata e folgorante della natura di Dio, la cui misericordia non nega la giustizia (unicuique suum tribuere), ma la supera. Un'idea forte e rigorosa, capace di superare millenni di antropomorfismo.

Nulla a che vedere con il buonismo pappamolle che vuole sfumare la linea di confine tra onesti e delinquenti, tra persone integre e malfattori, rinunciando alla giustizia in nome di un paternalistico e rassegnato "chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato".

28 dicembre 2008

La noia

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà,quando mi annoio, mi ha sempre fatto l'effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d'inverno”

“Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente di fare qualche cosa. Qualsiasi cosa volessi fare mi si presentava accoppiata come un fratello siamese al suo fratello, al suo contrario che, parimenti, non volevo fare. Dunque, io sentivo che non volevo vedere gente ma neppure rimanere solo; che non volevo restare in casa ma neppure uscire; che non volevo viaggiare ma neppure a continuare a vivere a Roma; che non volevo dipingere ma neppure non dipingere; che non volevo stare sveglio ma neppure dormire; che non volevo fare l’amore ma neppure non farlo; e così via. Dico sentivo, ma dovrei dire piuttosto che provavo ripugnanza, ribrezzo, orrore.

Ogni tanto, tra queste frenesie della noia, mi domandavo se per caso non desiderassi morire; era una domanda ragionevole, visto che vivere mi dispiaceva tanto. Ma allora, con stupore, mi accorgevo che sebbene non mi piacesse vivere, non volevo neppure morire. Così, le alternative accoppiate che, come in un funesto balletto, mi sfilavano nella mente, non si fermavano neppure di fronte alla scelta estrema fra la vita e la morte. In realtà, come pensavo qualche volta, io non volevo tanto morire quanto non continuare a vivere in questo modo.”

Moravia, La Noia

“Mi dicevo dunque che il mondo è divorato dalla noia. Naturalmente bisogna riflettervi un po’ sopra, per rendersene conto; la cosa non si sente subito. E’ una specie di polvere. Andate e venite senza vederla, la respirate, la mangiate, la bevete: è così sottile, così tenue che sotto i denti non scricchiola nemmeno. Ma basta che vi fermiate un secondo, ecco che vi copre il viso, le mani. Dovete agitarvi continuamente, per scuotere questa pioggia di ceneri. Perciò il mondo s’agita molto.”

Bernanos

27 dicembre 2008

Il meglio deve ancora venire



Che anno buffo. Tutto sommato noioso, con questo fastidio a togliermi la voglia di correre e ballare. Eppure così ricco di sorprese e di esaltanti esperienze professionali. Ed il meglio deve ancora venire... Cosa mi riserva il futuro? Non mi pongo limiti ;-)

26 dicembre 2008

Tutti i salumi finiscono in gloria


Una delle mie più note debolezze (ne ho di più turpi, ma più segrete) è la passione per il prosciutto. Sì, lo confesso, sono un prosciuttomane. Di fronte a un paio di etti di Parma vado in deliquio, e all’estero vado in crisi d’astinenza. In nessun altro paese del mondo, credo, il maiale ha trovato un impiego così creativo e squisito, con l'elaborazione di insaccati, salumi e prosciutti di altissima qualità.

Non nascondo che uno dei motivi che mi spinsero a chiedere Trieste come prima sede fu la vicinanza con le zone di produzione di Sauris e San Daniele. Scelta felice e lungimirante, chè in quell'epoca scoprii anche, nelle mie incursioni oltreconfine,
il prsut dalmata e quello del Carso, limato e profumato dal vento di bora. Nelle trattorie sulla costa adriatica esso viene sempre servito con impeccabile stile, guarnito di qualche cetriolino e qualche fetta di Formaggio di Pag, altra profumatissima delizia alimentare dalmata.

Chi mi conosce bene e mi ama davvero ha dunque pienamente colto nel segno facendomi trovare sotto l'albero il fondamentale "Salumi d'Italia, Guida alla scoperta e alla conoscenza", Slow Food Editore, che descrive in modo dettagliato la storia, le tecniche di lavorazione e i possibili usi gastronomici di 210 tipologie di salumi italiani, con l'ausilio di immagini fotografiche. Il regalo era accompagnato da qualche gustoso specimen, affinchè non restassi con l'acquolina in bocca. Le vere donne sanno prenderti per la gola... ;-)




25 dicembre 2008

Nato per fare Babbo Natale...





La mia performance come Santa Claus ieri sera (prime due foto) ha avuto molto successo.

23 dicembre 2008

La vita, l'amore e le vacche

"Il segreto della vita? Trova una cosa di cui ti importa veramente tanto, tienila stretta e tutto il resto può andare a puttane".

Dal film "Scappo dalla città. La vita, l'amore e le vacche", 1993

...mi ispiro sempre ai più augusti filosofi :-)

22 dicembre 2008

La Biblioteca



Una copia di Finzioni autografata di pugno di Borges - amico carissimo del mio prof di letteratura al Liceo, che me lo presentò - è uno dei miei piccoli e più preziosi tesori. La presente immobilità è occasione preziosa per rileggerla.

“L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito […]

M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana — l’unica — stia per estinguersi, e che ha Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pen­sare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che e limitato il numero possibile dei libri. lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore Ia traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine.”


Borges “La biblioteca di Babele”


21 dicembre 2008

Gatto che giochi per via...




Gatto che giochi per via

Gatto che giochi per via
come se fosse il tuo letto,
invidio la sorte che è tua,
ché neppur sorte si chiama.

Buon servo di leggi fatali
che reggono i sassi e le genti,
hai istinti generali,
senti solo quel che senti;

sei felice perché sei come sei,
il tuo nulla è tutto tuo.
Io mi vedo e non mi ho,
mi conosco, e non sono io.

(Fernando Pessoa)


20 dicembre 2008

Fotografare l'esistente



Nella mia scapestrata gioventù, prima di diventare dirigente, ho fatto anche il fotografo.
S
e c'è dunque una cosa che mi irrita, è l'espressione, che sento fin troppo spesso " fotografia dell'esistente ".

La fotografia non è mai una mera constatazione notarile dello stato dei fatti e dei luoghi.
Non è mai una semplice presa d'atto della situazione, neutra e priva di giudizio.

Il fotografo non è il becchino della realtà, incaricato di ibernarla e di trasmetterla imbalsamata ai posteri.
La fotografia è un atto CREATIVO, spesso rivoluzionario.
Il fotografo incide sulla realtà e la modifica.
La fotografia può essere denuncia dell'esistente, ma mai rassegnazione allo status quo.
I grandi fotografi Ansel Adams, Robert Capa, Sebastiao Salgado, et al. non ci hanno detto com'era il mondo, ma come doveva e poteva diventare.

Fotografare l'esistente significa preparare il nuovo.



19 dicembre 2008

S. Dario

19 dicembre, San Dario Martire a Nicea.
Il mio nome è di origine persiana (i miei amici iraniani mi presentano spesso come Dariush) e vuol dire "colui che mantiene il bene, colui che ha in sé il bene".
Ma allora non sono così cattivo ?!....

Amici miei


L'altra sera hanno ridato in televisione "Amici miei". Un evergreen, sempre attuale: c'è il valore dell'amicizia maschile, la solidarietà, il cameratismo, la voglia di restare giovani a dispetto di tutto e di tutti. Pochi film hanno saputo toccare, con tanta grazia e ironia, corde così profonde.

E io restai a chiedermi se l’imbecille ero io che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui, che la pigliava come una condanna ai lavori forzati.

Già....

18 dicembre 2008

La meritocrazia secondo Brunetta

Sono diventato Dirigente dello Stato grazie a un concorso, altamente selettivo, della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. La mia carriera potrebbe considerarsi già finita, visto che per diventare Direttore Generale occorre una designazione politica, ed io non conosco nessuno, nemmeno un Consigliere Municipale. Fino ad oggi, infatti, la scelta dei Direttori Generali dei Ministeri era rimessa alla completa discrezionalità del Ministro. Il Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta aveva annunciato di voler immettere in questo meccanismo “meritocrazia e trasparenza”. Ed infatti il suo Disegno di Legge sul lavoro pubblico che ha passato oggi il vaglio del Senato, enuncia il principio che si deve “rivedere in senso meritocratico la disciplina dell’accesso alla dirigenza”.

Bene. Solo che poi stabilisce “che l’accesso alla prima fascia dirigenziale [= Direttore Generale] avverrà mediante il ricorso a procedure selettive pubbliche concorsuali" ma solo "per una percentuale dei posti”.

Se si considera che il nuovo sistema riguarderà soltanto i posti vacanti, e che di questi solo una parte (che potrebbe anche essere l’1%) sarà assegnata per concorso, è facile prevedere che esso darà ben pochi risultati pratici, a parte l’effetto annuncio che così tanto piace al Ministro Brunetta.
Il quale passerà alla storia come l'inventore della meritocrazia a mezzo servizio.


17 dicembre 2008

La falsa democrazia del 'diamoci del Tu'


Si racconta che a un militante comunista che lo salutò dicendogli: “Compagno, siamo molto felici di rivederti”, Palmiro Togliatti, di ritorno dalla Russia, abbia risposto: “Compagno, diamoci pure del Lei”. Aneddoto confortante, perché almeno smentisce che pretendere il Lei abbia qualcosa di aristocratico

Io mi do del Tu con gli amici, i parenti, i colleghi. Do e mi faccio dare del Lei da tutti gli altri. Io detesto le persone che senza conoscermi mi danno del Tu. Provo al riguardo una autentica forma di ribrezzo, come di una invasione non autorizzata nella mia sfera privata. Se qualcuno mi da del Tu, io continuo imperterrito con il Lei, non esitando a fargli notare la sua scorrettezza. Dare del Tu agli estranei, alle persone che si incontrano per la prima volta, agli anziani, ai superiori, non è manifestazione di confidenzialità, ma di maleducazione.

Pensavo che la progressiva scomparsa del Lei fosse una caratteristica solo di Roma, di questa autentica capitale della cafonaggine, dove, come diceva Celentano nella battuta di un suo film (Innamorato Pazzo), “dare dello stronzo a qualcuno è un complimento”. Persino Dante notò che i romani davano del Tu, quindi è un vizio antico. In realtà, ormai il Lei è in recessione in tutta Italia. Ed anche all’estero: in Danimarca ormai non si usa più. 


Dicono che è un fenomeno di imitazione dell’Inglese. Sciocchezze: in Inglese, come del resto in Francese e in Russo, ci si da del Voi. “You are” = Voi siete. Anzi, in Inglese, è il Tu ad essere sparito. “Thou” è un arcaismo, che si trova solo nei testi antichi. E chi parla bene Inglese sa che altro è il modo in cui ci si rivolge alla Regina, altro alla portinaia. Quanto alla Francia, vi si usa ancor oggi una cerimoniosa cortesia nelle relazioni interpersonali che non manca mai di deliziarmi. “Se tutoyer” è permesso solo agli intimi.

Quelli che amano dare del Tu credono in tal modo di abbattere barriere e gerarchie. Il Tu sarebbe democratico, e farsi dare del Lei una manifestazione di arroganza. Ebbene, la democrazia non è affatto l’assenza di differenze e gerarchie. Abbiamo tutti gli stessi diritti, ma questo non significa che siamo tutti uguali. Posso dare del Tu a un mio superiore, o a un premio Nobel, ed illudermi di essere un suo pari. In realtà ho fatto solo la figura del maleducato. Solo chi conosce e sa stare al suo posto, sale nella scala sociale e professionale. Chi da del Tu in modo impertinente ignora le gerarchie, non le supera. E alla fine rimane al palo.

E poi non è affatto vero che il Tu sia democratico. Spesso è sintomo di una particolare forma di condiscendenza, come in quelli che si rivolgono con il Tu o con il Lei, a seconda del vestito, dell’età o della razza dell’interlocutore. Ecco, questi li sopporto meno di tutti: quelli che danno del Lei alle persone benvestite, agli anziani e ai bianchi, e del Tu agli immigrati, e a chiunque vesta casual ed abbia un’aria giovanile.

Sì, perché il Tu è soprattutto una manifestazione dell’imperante giovanilismo. Ci diamo del Tu come a scuola, perché in questo paese di mammoni ed eterni ragazzini (una volta ho sentito alla televisione uno speaker dire: “un ragazzo di trentanove anni”) non ci rassegniamo all’idea di essere diventati grandi. Così c’è gente che pretende, esige, il Tu, perché se gli dai del Lei, si sente vecchia. C’è da chiedersi, a che età si diventa adulti in questo paese?

Soprattutto sul lavoro il Lei è manifestazione di professionalità. È bello che ci siano delle distanze, perché solo così è possibile accorciarle. Mi piace proporre a un mio collaboratore, dopo qualche anno di lavoro insieme, di “darci del Tu”: è un segno di stima, di fiducia, di confidenza, di apprezzamento. Come si fa a ridurre le distanze se sono state abolite dal primo giorno?

Continuerò dunque a dare e a farmi dare del Lei. E pazienza se qualcuno penserà che sono arrogante: non me ne importa niente. Il Lei ha questo ulteriore vantaggio: è una manifestazione di indipendenza di giudizio. Eh, mica si può piacere a tutti... :-)

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Sul tema: "Pronomi del passato", di Umberto Eco




16 dicembre 2008

Derrick, la Germania in beige

“Derrick ist tot”, titolano i giornali tedeschi. È morto Derrick. Capita, quando un attore si identifica troppo col suo personaggio, che non riesca più a liberarsene. Horst Tappert è stato per un decennio Stephan Derrick, il volto più simpatico della Germania all’estero. Come le sorelle Kessler, con le loro lunghe gambe, impersonarono per una generazione di italiani il sogno della biondina nordica in vacanza, carina dolce e sessualmente disponibile, Derrick deve la sua fortuna e la sua durata allo stereotipo che ha saputo incarnare: quello dell’uomo tedesco metodico e preciso, senza slanci né sbavature, ingegnoso ma senza fantasia. Con il suo personaggio privo di ardori, di toni esagerati, prevedibile e noioso, ben simboleggiato dal suo impermeabile beige, Horst Tappert ha interpretato l’aspirazione della Germania ad essere un paese normale, o piuttosto normalizzato. Rassicurante perché mediocre e neutro.
Un po' come quei mariti brav’uomini che si finisce per amare a forza di abitudine, Derrick non appassionava (si può ardere di passione per un tedesco?), ma la consuetudine col pubblico diventò sincero affetto, e poi popolarità.
Addio Horst Tappert, tedesco banale e (perciò) simpatico.


15 dicembre 2008

Emma contro Emma


Il caso ha voluto che nei continui sommovimenti della mia biblioteca si siano trovati appaiati due libri, “Emma” di Jane Austen e “Madame Bovary” di Flaubert. Che come tutti sanno, di nome faceva pur’essa Emma.

Ci sono appena quarant’anni tra i due libri. Ma che differenza! Ad un primo sguardo, i romanzi della Austen appaiono il ritratto all’acquerello di un mondo lontano ed edulcorato, costellato di graziose dame di campagna in cappellino e crinoline. Mentre non c’è dubbio che Emma Bovary è l’antenata della donna “moderna”, consapevole, sicura di sé, indipendente e padrona del proprio corpo e della sua sessualità. L’antesignana della rivoluzione sessuale e delle protagoniste di Sex & the City. Il XX secolo è stato, come ha scritto Eric Zemmour, il secolo della liberazione del bovarismo.

Ma allora perché i romanzi della Austen affascinano, e vengono continuamente adattati per il cinema? Cos’hanno di tanto attuale? Direi proprio il fatto che non sono per niente attuali, ma che semmai annunciano un mondo diverso e possibile.

Entrambe le eroine intraprendono un cammino di conoscenza e liberazione.
Le donne di Jane Austen sono ragazze che crescono, e nel processo mettono in discussione sé stesse, le idee ricevute, le false percezioni del senso. Attraverso l’amore scoprono sé stesse, e attraverso l’altro scoprono il mondo che le circonda, e per il quale cominciano a sviluppare una più acuta sensibilità.
Emma Bovary si getta nell’avventura mentendo a tutti, agli altri e soprattutto a sé stessa.

Nella Austen c’è la liberazione dei sentimenti, in Flaubert la liberazione del sesso.

Emma Woodhouse sembrerebbe asessuata, indifferente agli uomini ed indipendente dalle pulsioni della carne. Emma Bovary è piena di sensualità, e passa da una relazione all’altra. La prima dona il cuore ad un uomo solo, e possiamo ben supporre che gli rimarrà fedele per tutta la vita; Emma Bovary affonda nella tristezza di relazioni seriali, in un matrimonio senza amore, e presto nell’adulterio.

Emma Woodhouse, come tutti i personaggi femminili della Austen, cerca autenticità e sincerità. Nella vita di Emma Bovary tutto è menzogna ed artificio. Sembrerebbe che con l’adulterio ella fugga dal marito: in realtà fugge solo da sé stessa. Vagheggiare un ‘altro’ e un ‘altrove’ è solo un modo per non doversi mai guardare allo specchio e fare i conti.

La più grande differenza si vede nel modo con cui si atteggiano nei confronti del contesto. L’altro da sé nei romanzi della Austen è un protagonista. Per la Bovary è solo uno sfondo: essa vive una doppia vita. Ciò che le sta intorno non le interessa affatto, il suo sentimento è solo una metaemozione.

Il mondo della Austen è altamente sociale. Tutto, intorno alla protagonista, le ricorda che esistono anche gli altri e i loro problemi. Emma Bovary è sempre sola, indifferente al contesto, in perenne ricerca dell’evasione.
Le ragazze della Austen si muovono in una comunità civile alla quale contribuiscono e della quale accettano le regole e il continuo scrutinio, senza però mai essere conformiste. In Emma Bovary tale accettazione è ipocrita e superficiale, un ossequio formale a convenzioni (che ella ritiene) sorpassate.

Emma Woodhouse è una persona trasparente. Emma Bovary è tutta un sotterfugio.

La prima è in pieno controllo di sé e del suo mondo, ed impara ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, ed a comprendere la rilevanza che hanno per gli altri. La seconda è sempre in balìa degli eventi, e alla fine vittima di se stessa. Tanto Emma Woodehouse, benché non nobile, appare naturalmente aristocratica per l’aspirazione continua a costruire il proprio destino con le sue mani, quanto Emma Bovary è così tremendamente plebea. Anche l’atteggiamento verso il denaro è diverso: le donne di Jane Austen vivono un’esistenza precaria ma dignitosa. Tutto ricorda loro le spiacevoli necessità della vita, ma non per questo scendono a compromessi. Parlano spesso di soldi, ma non lasciano mai guidare le proprie azioni dall’interesse. La Bovary è gretta, sventata e vive sempre al di sopra dei suoi mezzi.

Superfluo dire che la Bovary è molto più moderna ed attuale: quante sono le donne, oggi, frustrate di non trovare la felicità bella e pronta come un pacco regalo? Quante coloro che si ritengono vittime del destino, e credono che in un’altra vita, in un altro luogo, con un’altra persona, o un altro lavoro, sarebbero felici? Quante quelle che alla prima difficoltà in un matrimonio, cercano scampo nell’adulterio? Molte più di coloro che sanno costruire la loro felicità giorno per giorno.

Emma Bovary, con la sua divorante sensualità, anticipa il trionfo della rivoluzione sessuale nel XX secolo. Ma ora che questo è finito, possiamo constatare che essa ha solo generato aggressività e frustrazione. La penetrazione è stata il surrogato della mancanza di empatia e di compartecipazione emotiva. Poi è venuto John Bowlby ha spiegarci con la sua “teoria dell’attaccamento” i danni che può fare una donna anaffettiva. E, di converso, l’importanza del genuino sentimento, proprio ciò di cui parlano i romanzi della Austen.

Cent'anni dopo Flaubert, un altro francese, Albert Camus disegnò ne "La Caduta" un personaggio altrattanto bovaristico, quello di Clamence, un soggetto dall'ego ipertrofico e sensuale. Il quale però sembra avere un sospetto o una speranza: di una nuova personalità empatica, capace di farsi carico della sofferenza dei suoi simili, e di superare sé stessa attraverso la solidarietà: "Ascolti, sarebbe capace di dormire su un pavimento per un amico in prigione? Sì, un giorno ne saremo capaci tutti, e sarà la salvezza".

Roland Barthes ebbe a dire che “La vera oscenità, nel mondo moderno, sono i sentimenti, non il sesso”. Ci sarà una nuova rivoluzione? Il XXI secolo sarà il secolo dei sentimenti?

Non è difficile immaginare quale Emma piace a me.


14 dicembre 2008

Chicago, Italia

Segnalo un articolo dell'Herald Tribune sulla corruzione in Illinois, illuminante sui meccanismi che la alimentano, e sull'assuefazione che provoca.
Interessante è la constatazione che la corruzione, quando elevata a sistema scoraggia persone oneste dall'entrare in politica e quindi si perpetua. Viene chiamata in causa la Legge di Gresham, quella per cui "la moneta cattiva scaccia quella buona".

Depurato dai riferimenti alla situazione locale, un articolo da leggere perché contiene spunti di riflessione anche per l'Italia. Sorprendenti somiglianze anche nella descrizione della reazione della politica all'azione della Procura (cinque degli ultimi otto governatori incriminati, l'ultimo arrestato pochi giorni fa):

"After the conviction of [alcuni politici locali] their allies complained that prosecutors had criminalized politics."

...tutto il mondo è paese ;-)

"In Illinois, a virtual expectation of corruption", IHT

13 dicembre 2008

Felice chi ha fatto un bel viaggio

"Felice chi, come Ulisse, ha fatto un bel viaggio": così inizia un famoso sonetto di Joachim du Bellay, poeta francese del XVI secolo. Un bel viaggio? In realtà, come tutti sappiamo, quello di Ulisse fu ricco di spaventi e naufragi; ma proprio per questo du Bellay lo definisce "bello". Un ‘bel’ viaggio non è necessariamente anche un 'buon' viaggio - cioè un viaggio semplice, lineare; anzi: i ritardi, gli incidenti, le deviazioni, possono contribuire a renderlo memorabile.

In quante città ho vissuto?
Quanta gente ho conosciuto?
Quante donne ho amato?

Non lo so, non mi interessano i conteggi da ragioniere. L' imminente fine dell'anno induce nondimeno a fare bilanci. Se mi guardo indietro, a questa mia strana vita - che è nata nel segno della tragedia, e che è andata svolgendosi in continue sorprese, come un'avventura - posso dire che essa è stata, nel senso sopra detto, un ‘bel’ viaggio. Che non è ancora finito. Un “bel viaggio” è ricco di momenti difficili, ma non per questo meno importanti. Non si esaurisce nel portare a termine un'impresa e nel cercare di tagliare per primi un traguardo. La meta, in fondo, è il viaggio stesso. C'è chi cerca un porto sicuro dalle tempeste, e c'è chi affronta il canto delle sirene, anche a costo della pazzia e del dolore.

Così nulla va buttato, nulla è stato inutile, e questa stupenda poesia di Kavafis dice sull'argomento tutto quello che c'è da dire.

Quando partirai, diretto a Itaca,
che il tuo viaggio sia lungo
ricco di avventure e di conoscenza.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
né il furioso Poseidone;
durante il cammino non li incontrerai
se il pensiero sarà elevato, se l'emozione
non abbandonerà mai il tuo corpo e il tuo spirito.

I Lestrigoni e i Ciclopi e il furioso Poseidone
non saranno sul tuo cammino
se non li porterai con te nell'anima,
se la tua anima non li porrà davanti ai tuoi passi.

Spero che la tua strada sia lunga.
Che siano molte le mattine d'estate,
che il piacere di vedere i primi porti
ti arrechi una gioia mai provata.

Cerca di visitare gli empori della Fenicia
e raccogli ciò che v'è di meglio.
Vai alle città dell'Egitto,
apprendi da un popolo che ha tanto da insegnare.

Non perdere di vista Itaca,
poiché giungervi è il tuo destino. Ma non affrettare i tuoi passi;
è meglio che il viaggio duri molti anni
e la tua nave getti l'ancora sull'isola
quando ti sarai arricchito
di ciò che hai conosciuto nel cammino.

Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze.
Itaca ti ha già dato un bel viaggio;
senza Itaca, tu non saresti mai partito.
Essa ti ha già dato tutto, e null'altro può darti.

Se, infine, troverai che Itaca è povera,
non pensare che ti abbia ingannato.
Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa,
e questo è il significato di Itaca.

Kavafis (1911)

Io sono, molto paradossalmente, un uomo felice.


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Qui la versione in greco.


08 dicembre 2008

Il sangue È acqua.

È paradossale che una moderna scoperta come quella del DNA abbia dato nuovo vigore a un concetto arcaico come quello del ‘legame di sangue’. Attraverso l’analisi del sangue oggi si può ricostruire la paternità genetica, ma anche la discendenza di interi popoli, quindi determinare quanto di etrusco c’è nei toscani, quanto di celtico nei lombardi, e così via. Innocenti curiosità, nelle mani degli etnografi, ma cosa sarebbe successo se un simile strumento fosse stato a disposizione dei nazisti?

Il sangue, dunque, sostanza tra il biologico e lo spirituale, che dovrebbe portare con sé chissà quali richiami ancestrali, definire rapporti indissolubili e permanenti. Ha ancora un senso parlare di legami di sangue, nel nostro tempo? Il trionfo di Barack Obama infrange l’ultima barriera razziale all’interno di quello che pure è il paese più multietnico del pianeta. L’evidenza ci dimostra che i popoli più dinamici sono proprio quelli che si sono liberati di ogni criterio etnico – tribale, e che hanno acquisito la capacità di richiamare le persone più brillanti, a prescindere dalla loro nascita.

Non è un caso che la leggenda della fondazione di Roma racconti che Romolo popolò la sua città raccogliendo sbandati di ogni genere, accogliendoli sulla spianata dedicata al dio Asilo (Asylum), quella che oggi è la Piazza del Campidoglio. La città che nasce in questo modo “americano” rinnega i suoi legami tribali con Albalonga dichiarandole guerra, e sarà capitale di un impero che - come ci racconta Andrea Giardina in "L'Italia romana. Storie di un'identità incompiuta" (Laterza) - era singolarmente immune dal razzismo.

I romani, inoltre, agitati da una profonda diffidenza verso la filiazione naturale (un po' perché ‘pater semper incertus’, un po' perché genitori anaffettivi com'erano, i loro figli potevano apparire loro degli estranei) inventarono l’adozione, un rapporto di filiazione giuridica. Con l’adozione una persona adulta riconosceva in un altro adulto le sue qualità e lo chiamava figlio. La familia romana non si identificava per la continuità della linea di sangue, ma attraverso il patrimonio, finanziario ed ideale, che si tramandava tra i discendenti, naturali o adottati.

Insomma, la romanità costituisce per la prima volta un sistema di fedeltà e di legami che prescinde dal sangue.
La rivoluzione francese continuerà l’opera. La “Nazione” sostituisce il Re nella fedeltà dei cittadini, afferma i suoi diritti in antitesi al diritto dinastico del sangue, in base al quale i re avevano potuto smembrare e scambiarsi territori, e, come la familia romana, diventa un patrimonio di idee e di valori nel quale ci si può identificare a prescindere dalla nascita. La Francia, dal primo Ottocento a metà Novecento, riesce così ad attrarre ed integrare forze vive dall'estero nel suo tessuto sociale.

La storia insegna che la grandezza di un paese è data dalla sua capacità di accoglienza. Gli ebrei, cacciati dalla Spagna, furono accolti in Olanda. Lo stesso evento segnò l’inizio della decadenza della Spagna, e del Secolo d’Oro olandese.

Anche in Italia, allora, paese che è diventato di immigrazione senza mai aver veramente cessato di essere tributario dell’emigrazione, sarebbe il caso di porsi una domanda: chi è un Italiano, e chi non lo è?

Nell'esaminare la questione debbo prima onestamente confessare la mia parzialità. Sono fiero di essere italiano, ma molto meno fiero di avere certi compatrioti. Quando il treno che mi porta al lavoro recita quella litania di borgate romane dai nomi improbabili (Ostia Antica - Acilia - Dragona - Vitinia - CasalBernocchi) non riesco a sentire alcuna affinità spirituale od etnica con certi truci soggetti che colà vivono. Mi fanno paura, e basta. Mentre invece provo viva simpatia per quei giovani sani e forti che hanno attraversato il mare e i deserti pur di venire qui a lavorare, e che sono d'esempio a una società troppo pigra e soddisfatta di sé.

Sul tema dei diritti di cittadinanza, sono in libreria,
per i tipi di Laterza, due interessanti studi: “Cittadinanze. Appartenenza e diritti nella società dell'immigrazione” di Laura Zanfrini, eFamilismo Legale. Come (non) diventare italiani” di Giovanna Zincone.

La più recente legge italiana sulla cittadinanza, L. n° 91 del 1992, rafforza il criterio dello ius sanguinis, rende più facile acquisire la cittadinanza ai discendenti di emigrati italiani (dai 30 ai 60 milioni), e ben più difficile agli stranieri. È una legge etnica. Dunque razzista.

È ovviamente impossibile che la comunità dei residenti e la comunità dei nazionali coincidano perfettamente. Ma la legge del 1992 anziché tendere a collimare le due cose, ha introdotto un fortissimo scollamento tra chi è ‘in Italia’ e chi è ‘Italiano’. Una legge di retroguardia, mirata a rincorrere l’emigrazione italiana, piuttosto che ad integrare i nuovi arrivati. Il risultato è stato, come ho già scritto, di creare all’interno del paese una comunità di meteci, persone di serie B, discriminate non solo rispetto ai cittadini residenti, ma pure rispetto agli extracomunitari di lontane origini italiane che vivono tuttora all’estero.

Inoltre, la nuova legge elettorale (con le modifiche costituzionali che, caso unico al mondo, hanno suddiviso l’intero pianeta in circoscrizioni elettorali nazionali) ha attribuito un peso talvolta determinante al voto degli italiani all’estero. Insomma, degli affari italiani, delle scelte politiche, economiche, dall’allocazione della spesa pubblica, possono essere arbitre persone che hanno lasciato l’Italia, ovvero non vi hanno mai messo piede, e che comunque non vi lavorano, non vi producono e non vi pagano le tasse. Risultato paradossale di politiche ispirate alla diffidenza verso lo straniero, e che avevano come scopo quello di rendere gli italiani “padroni a casa propria” !

In questo rincorrere l’emigrazione italiana si leggono illusioni e pregiudizi. L’illusione ricorrente è che gli italiani all’estero possano essere una sorta di ‘quinta colonna’ degli interessi nazionali. La storia insegna, semmai, che posti di fronte alla scelta tra la fedeltà al paese d’origine o a quello che aveva dato loro una nuova vita (es. gli italoamericani nella Seconda Guerra Mondiale) gli emigrati non hanno mai avuto dubbi ed hanno scelto il paese d’adozione. Il modo quasi schifiltoso con cui Madame Carla Bruni-Sarkozy ha parlato della sua scelta di non essere più italiana ben riassume i complessi di superiorità degli émigrés nei confronti del loro ex-paese.

I pregiudizi nascono dal complesso di inferiorità ovvero dai sensi di colpa nei confronti degli emigrati. Per alcuni infatti, c’è una gerarchia di valore tra chi è rimasto e chi è partito, considerati questi ultimi i migliori e i più coraggiosi (pregiudizio ricorrente, per esempio, nei confronti della recente emigrazione accademica). I sensi di colpa vogliono che si ripari nei confronti di chi è stato “costretto” ad emigrare.

Le leggi non nascono nel vuoto, naturalmente, ed occorre tenere presenti questi fattori psicologici e sociali. Come scrive la Zincone: “la cifra peculiare che informa l’azione dello stato Italiano nelle sue politiche di cittadinanza è da ricercare nelle categorie del sentimento e del familismo”.

Occorre invece considerare razionalmente il problema, dal punto di vista economico e politico. Il nostro paese deve fare appello alle forze che lavorano e vivono in Italia, deve guadagnarsi la loro fiducia e la loro fedeltà. Deve anche, per un elementare senso di giustizia, far collimare diritti e doveri. Nell’attuale assetto, gli italiani all’estero hanno troppi diritti e pochi doveri, mentre agli stranieri in Italia non sono corrisposti diritti proporzionali al loro contributo. Vogliamo ricordarlo che essendo appena il 5% della popolazione producono il 10% del PIL?

Sarebbe dunque auspicabile introdurre norme che risolvano il rapporto di cittadinanza con coloro che sono ormai stabilmente all’estero. Soprattutto nei confronti di coloro che si sono stabiliti negli altri paesi dell’Unione Europea e che ne hanno acquisito volontariamente la nazionalità, occorrerebbe dare piena attuazione alla Convenzione Europea di Strasburgo contro la doppia cittadinanza. Come scrive la Zincone: “i cittadini dell’Unione Europea, in base al Trattato di Amsterdam possono risiedere e lavorare liberamente in un altro paese dell’Unione senza naturalizzarsi. Se e quando ne diventano cittadini è perché sono motivati da emozioni e ragioni civili: perché questo è un modo di manifestare il proprio legame culturale ed affettivo con la nuova patria, perché così possono votare alle elezioni politiche” (pag. 19).

Perché dunque queste persone dovrebbero rimanere cittadine italiane? Se una va a vivere e lavorare in Germania, impara il Tedesco, sposa un Tedesco, compra casa in Germania, paga le tasse in Germania, e senza necessità, volontariamente, acquista la cittadinanza tedesca, che cos’è? Una Tedesca. Magari una Tedesca che predilige gli spaghetti ai crauti, ma non si vede perché la nostra comunità nazionale debba farsene più carico, perché i contribuenti italiani debbano pagarle dei servizi, perché il suo voto debba essere determinante nella decisione della politica nazionale, perché essa possa concorrere agli incarichi pubblici. Vaja con diòs, senza rancore.

L'Italia non è una prigione, e la scelta di andarsene è assolutamente legittima, e moralmente neutra: ma essa non può essere premiata, soprattutto a scapito di coloro che sul nostro paese hanno scommesso l'esistenza. L'Italia deve quindi riconoscere come suoi cittadini a pieno titolo coloro che contribuiscono, con il loro lavoro, alla produzione del benessere nazionale, cioè i milioni di stranieri immigrati. A costoro, a precise condizioni, ed entro tempi ragionevoli dovrebbe essere concessa, su richiesta ed evitando qualunque automatismo, la naturalizzazione.

Chi mai inviterebbe all'assemblea di condominio, a decidere delle spese e delle azioni comuni, uno che abbia venduto l'appartamento e cambiato quartiere? Una casa è di chi vi abita e contribuisce a mantenerla.

Così l'Italia appartiene a chi ci vive. Al diritto arcaico del suolo e del sangue occorre sostituire il diritto del lavoro e del sudore.

Il sangue È acqua.

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Vedi anche:
Padroni del nostro futuro
Barbagli ed abbagli


06 dicembre 2008

Meno male che c'è il Cardinale



P.A./ Tettamanzi: basta con scandalismo, non tutti sono fannulloni
Contrapposizione generalizzata non giova a nessuno

Milano, 5 dic. (Apcom) - "Se un dipendente pubblico è fannullone, tutti i dipendenti pubblici lo saranno. Un politico è disonesto? Tutti i politici quindi sono disonesti. Sembra quasi che le singole persone, con le rispettive responsabilità, non esistano più". Punta il dito contro il prevalere di un clima scandalistico il cardinale Dionigi Tettamanzi nel suo discorso alla città pronunciato questa sera in Duomo in occasione delle celebrazioni per la festività di Sant'Ambrogio.

"Sembra smarrita la capacità di ascoltare e di comprendere - dice nel suo discorso il Cardinale - A prevalere è un clima scandalistico che promuove disistima e disprezzo: chi vive con sobrietà, viene irriso e additato come avaro; se un professionista commette un reato, quell'intera categoria di professionisti verrà considerata ugualmente colpevole; se un dipendente pubblico è fannullone, tutti i dipendenti pubblici lo saranno. Un politico è disonesto? Tutti i politici quindi sono disonesti. Sembra quasi che le singole persone, con le rispettive responsabilità, non esistano più".

Questo clima, lamenta il cardinale "si è ormai insinuato in tutti i rapporti, anche in quelli più delicati, persino tra medici e pazienti, tra insegnanti e studenti, tra amministratori e cittadini, tra sacerdoti e fedeli". "Ma, senza fiducia, dentro la contrapposizione generalizzata e totale, in questa litigiosità - osserva - tutti ci scopriamo più soli, incapaci di incontro e di dialogo. Ma a chi giova questa contrapposizione permanente? A nessuno"

(Foto mia: il Cardinal Tettamanzi in Duomo il giorno di Pasqua 2008)

Io e mia sorella




Io: “Mi ci vorrebbe un tocco femminile”
Angela: “Sì, ma in fronte…”

Io: “Angela puoi attaccarmi la corrente…?”
Angela: “Con molto piacere!”
Io: “…alla stampante…”

Angela: "Cosa sono queste effusioni? Ricorda, noi siamo fratelli, noi ci odiamo"

Battutine e battutacce tra fratelli che si vogliono bene....:-)



05 dicembre 2008

Quelli del Victoria




Ne ho già parlato sul mio sito, dei miei anni formidabili, il decennio di feste, spiagge, pubs e ragazze che ebbe il suo culmine nell'anno del mio servizio militare, con la grande festa di Owen a Ostia Antica, durata ben tre giorni.
Gli amici di un tempo oggi si ritrovano su Facebook, nel gruppo "Quelli del Victoria", dedicato al mitico pub Victoria House di Via Gesù e Maria, a Roma. Ci sono tantissime fotografie.
Come diceva quella poesia di Goytisolo? "Amici, vedete, passano gli anni, e pare che sia sempre come il primo giorno..."

04 dicembre 2008

Souvenir de Géneve



Mi sto esercitando con Photoshop.
Il posto, in realtà si chiama Place de la Taconnerie...
Eh, ne ho fatte di conneries quando vivevo a Ginevra... altri tempi :-)

(c) Dario Q, 2004

:-)

L'amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande.
Woody Allen

03 dicembre 2008

La Città Ideale



Per tutta la seconda metà del secolo XX il governo delle città si è basato su una alleanza tra architettura e politica “democratica”, nell’illusione che queste due discipline insieme potessero essere agenti del cambiamento e strumento di redenzione sociale. Gli esiti sono stati sconcertanti e francamente disumani. I luoghi più malfamati delle nostre periferie (lo ZEN di Palermo, Corviale o Tor Bella Monaca a Roma) hanno tutti la firma di architetti di rango. Cimiteri di buone intenzioni, inguardabili per quanto sono brutti.

Oggi le moderne “Archistar” non hanno più simili preoccupazioni umanistiche e filantropiche. A capo di studi con centinaia di progettisti, sono in grado di sfornare qualunque cosa, per qualunque luogo. Superfici vetrate, materiali prestigiosi, la loro firma è come una griffe su un prodotto di lusso.

Quanto alla politica, ha perso completamente la bussola. Incapace di esercitare una committenza forte, di dare una direzione allo sviluppo delle nostre città sempre più caotiche, si fa ormai dettare l’agenda dalla rendita fondiaria.

Per riflettere criticamente sul triste e parallelo destino di Politica e Architettura, che oggi appaiono definitivamente appiattite sugli interessi speculativi, è interessante la lettura di un paio di libri recenti, focalizzati sulla realtà romana.

Il primo, che mi ha lasciato assai freddo, è “Roma. La nuova architettura” di Giorgio Ciucci, Francesco Ghio, Piero Ostilio Rossi, una rassegna delle politiche urbanistiche e degli interventi architettonici che hanno caratterizzato Roma dal 1990 ai nostri giorni, dai campionati del mondo di calcio Italia 90, alla redazione del nuovo piano regolatore del 1993, fino alle celebrazioni del Giubileo 2000. A Roma si sta costruendo, certo: il MAXXI di Zaha Hadid, il Macro di Odile Decq, la chiesa di Tor Tre Teste e la nuova sistemazione dell'Ara Pacis di Richard Meier, la sistemazione della Biblioteca Hertziana (tentacolo di quella nauseante istituzione che è il Max Planck Institut!) di Juan Navarro Baldeweg, l'ampliamento della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Diener & Diener, il Centro Toyota di Kenzo Tange. E per il futuro ci sono progetti di Renzo Piano, Carlo Aymonino, Tommaso Valle, Massimiliano Fuksas, Rem Koolhaas, Paolo Desideri, Vittorio Gregotti, Manuel Salgado, Richard Rogers, Santiago Calatrava, Herman Hertzberger, Francesco Cellini, Giacomo Borella.

Nomi noti, spesso stranieri, come si vede, quasi sempre scelti senza passare attraverso la procedura democratica del concorso. Sembrano trascorsi secoli dall’epoca in cui l'architettura romana era in grado di schierare talenti di assoluto rilievo internazionale (Moretti, Ridolfi, Nervi…), capaci di suscitare l’interesse della committenza straniera.

Ma non è questo il punto. Le nuove architetture planano come il Marziano di Flaiano su una città disordinata e abbandonata a sé stessa, senza risolvere alcun problema strutturale. Belletto sul cadavere, occasione di spot pubblicitari per il sindaco di turno, e di grandi affari nel retrobottega. Nient’altro.

Lungi dall’essere sintomo di “una rinnovata coscienza urbana”, come dicono i curatori, c’è una singolare continuità con la storia dell’urbanistica romana. Anche i Papi riempirono Roma di architetture meravigliose. Però furono del tutto disattenti alle infrastrutture urbane, che rimasero, fino al 1870, praticamente le stesse dell’epoca imperiale. Capaci di alzare chiese, cupole, palazzi, non costruirono un solo nuovo ponte sul Tevere, né strade né fognature, né illuminazione pubblica. Alla Presa di Porta Pia, Roma appariva un paesone disseminato di monumenti. Un tripudio dell’architettura e al tempo stesso una sconfitta dell’ingegneria civile.

Più o meno, la storia si ripete. A Roma si “fanno” cose, che danno l’impressione che la città si evolva. Ma in realtà le dinamiche sono ben altre.

Si legga allora l’istruttivo "Avanti c’è posto. Storia e progetti del trasporto pubblico a Roma", (Donzelli) di Walter Tocci, Italo Insolera, Domitilla Morandi, da pochi giorni in libreria. Tocci è stato vicesindaco di Roma e assessore alla Mobilità dal 1993 al 2001, quando fu sindaco Francesco Rutelli (con i magri risultati che sono sotto gli occhi di tutti). La sua è una candida e sconcertante dichiarazione di impotenza e di subordinazione agli interessi fondiari (“A Roma la forza unificante dell’economia del mattone ha sempre vinto sulle differenze degli ordinamenti politici” [p. 93]), di continuità con la politica di espansione a macchia d’olio degli anni ’60 che ha portato a costruire in zone del tutto scollegate ed inaccessibili al trasporto pubblico.

Alla fine del libro Tocci si domanda “perché in un lungo ciclo di buongoverno come quello dell’ultimo quindicennio, non sia stato possibile compiere una svolta nella politica urbanistica” (p. 124). Ma come? Uno confessa di non aver saputo dominare le logiche speculative, di non aver saputo invertire la rotta dell’espansione a macchia d’olio della città, di aver mandato centinaia di migliaia di persone ad abitare in mezzo alla campagna, in quartieri scollegati dal trasporto pubblico… e poi ha la spudoratezza di chiamarlo “Buongoverno”?
Meravigliosa la conclusione: “Se non si modificano le regole della trasformazione urbanistica non ci può essere nessuna politica della mobilità in grado di risolvere il problema. Anche i piani di traffico più ambiziosi sarebbero come il tentativo di svuotare il mare con un secchiello" (p. 113). Già! E a chi spettava modificare le regole, se non a uno che è stato al potere per così tanto tempo?

Ma niente, è come se la politica fosse su un piano inclinato, incapace di invertire la rotta. Così, per esempio, si va avanti con il Museo della Shoah a Villa Torlonia, un mostro di 10000 metri cubi ficcato a forza in un luogo già saturo, tra una villa storica e una strada troppo stretta, senza una preventiva valutazione di impatto ambientale. Si è deciso, non si sa bene come, e si farà. Il sindaco ex neofascista Alemanno (che pure era stato eletto per segnare una inversione di rotta) non può permettersi politicamente di cambiare idea.

Continuità è la parola d’ordine. Bruno Zevi segnalava che gli interventi urbanistici del fascismo consistevano nel costruire “Città” isolate da alti muri e del tutto impermeabili al contesto circostante: la città del Cinema, la città Universitaria, etc.

Così, nella Roma del 2008 la campagna romana è ormai tutta terreno edificabile, grazie alla logica incosciente del “programmar facendo” di Rutelliana memoria. Centri commerciali circondano il Raccordo, le case fotocopia dei vari Carlino e Caltagirone sorgono dovunque. I nuovi interventi architettonici inseriti a forza in un contesto sempre più degradato ed incivile non basteranno a redimerlo. Essi saranno al contrario il paravento dietro al quale si potranno fare gli affari più loschi, il tappeto sotto cui nascondere il marcio.

L'asservimento di Politica & Architettura appare un triste paradigma della nostra democrazia.

Roma
nell’Ottocento, pur arretrata, poteva apparire una città arcadica, con le pecore che pascolavano tra le rovine. La Roma del XXI secolo è e sarà un delirio di vetrocemento, di asfalto e di lamiere.

Niente male come risultato del… Buongoverno!

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Vedi anche Milano da morire: le nuove strategie speculative
nel capoluogo lombardo


02 dicembre 2008

Il firmiere

La peggio cosa che poteva capitare (e inesorabilmente capitava a scadenze più o meno fisse) a Salvo Montalbano, nella sua qualità di dirigente del commissariato di Vigata, era quella di dover firmare le carte. Le odiate carte consistevano in rapporti, informative, relazioni, comunicazioni, atti burocratici prima semplicemente richiesti e poi sempre più minacciosamente sollecitati dagli “uffici competenti”. A Montalbano gli pigliava una curiosa paralisi della mano dritta che gl’impediva non solo di scrivere quelle carte (ci pensava Mimì Augello), ma addirittura di mittìrici la firma.
«Almeno una sigla!» supplicava Fazio.
Nenti, la mano s'arrefutava di funzionare.

Le carte allora s'accumulavano sul tavolo di Fazio, crescevano d'altezza giorno appresso giorno e poi succedeva che i montarozzi dei fogli diventavano accussì alti che, alla minima corrente d'aria, s'inclinavano e scivolavano a terra. Le carpette, raprendosi, facevano per tanticchia un bellissimo effetto di nevicata. A questo punto Fazio, con santa pacienza, raccoglieva i fogli a uno a uno, li metteva in ordine, ne formava una pila che si carricava sulle braccia, spalancava col piede la porta della cammara del suo superiore e deponeva il fardello sulla scrivania senza dire una parola.

Montalbano allora faceva voci che non voleva essere disturbato da nessuno e principiava, santiando, la faticata.

Andrea Camilleri, "Gli arancini di Montalbano"


Sono morto dalle risate leggendo questo pezzo di Camilleri: davvero noi dirigenti ci somigliamo tutti!
Il momento più temuto della giornata è quando nel mio studio fa capolino la mia segretaria (con modi imploranti o bruscamente imperativi, a seconda dell’urgenza degli affari) con il “firmiere” in mano. Il firmiere è il registro con tutte le missive, le circolari, i mandati di pagamento - previamente protocollati e messi in ordine - che bisogna distribuire agli uffici, previa apposizione del visto del dirigente. Cioè io. Negli anni la mia firma si è prosciugata in una sigla svolazzante di appena tre righe: "QLL". Per gli atti interni basta una "Q". Adesso che gli acquisti di beni e servizi si fanno in e-commerce, c’è anche la versione moderna di questo rito, con la firma digitale: lettore di smart card, apertura del programma e validazione
con il PIN. Ma è sempre la solita camurrìa…

01 dicembre 2008

Utzon, poeta delle vele




La notizia della sua morte mi ha inspiegabilmente commosso. Se c’è stato un artista che ha meritato, nel XX secolo, la definizione di ‘visionario’ è stato lui, il danese Jørn Utzon, il cui nome è indissolubilmente legato alla magnifica Opera House di Sidney, la sua creazione più importante. Figlio di un architetto navale, pensò a una struttura che rievocasse le vele di una nave, all'ingresso del porto di quella che fu Botany Bay.
Un progetto ardito: si era negli anni Cinquanta, il cemento era l’ultimo grido in fatto di materiali costruttivi, Pierluigi Nervi ne esplorava a fondo tutte le possibilità. Inoltre, da non dimenticare, non esistevano computer e programmi di progettazione; il Cad era ancora da venire e Utzon disegnò la sua opera a matita.
Non fu dunque la prima delle Archistar, ma l’ultimo dei grandi artigiani e poeti dell’architettura. Sidney che lo trattò male, revocandogli l’incarico (il progetto finale realizzò solo in parte la sua invenzione), oggi lo piange. L’immagine della città è indissolubilmente legata all’Opera di Utzon, che è l’equivalente della Statua della Libertà o della Torre Eiffel, ed un invincibile ed eterno monumento alla bellezza.
Solo nel 2003 gli fu conferito il premio Pritzker, il Nobel dell’Architettura. Troppo in anticipo sul suo tempo, lo salutiamo col rimpianto di sapere che - se fosse stato capito - avrebbe potuto fare assai di più.


30 novembre 2008

Il Torloniano

È stato presentato alla fondazione Marco Besso il libro di Roberto Quintavalle, “Alessandro Torlonia e via Nomentana nell'Ottocento”, per i tipi di Edilazio.

Quintavalle, membro del Gruppo dei Romanisti, ed ormai riconosciuto uno dei maggiori e più documentati studiosi della storia di questo settore della Campagna Romana, ha concentrato in questo libro oltre un ventennio di ricerche di archivio, ripercorrendo le vicende proprietarie del territorio immediatamente al di fuori di Porta Pia.

Ne è venuto fuori l’affresco di una via Nomentana ben diversa dallo stradone trafficato che è oggi. Un tranquillo viottolo di campagna, fiancheggiato da ville patrizie, in parte adibite a orto, in parte disegnate a giardino, spesso aperte al pubblico.

Nel XIX secolo i banchieri Torlonia, parvenus francesi, scalano rapidamente l’aristocrazia romana, fiera delle sue tradizioni, ma a corto di soldi freschi. Nella loro villa suburbana danno grandi feste e lavoro a molti artisti, costruendo edifici riccamente ornati. L’impresa viene coronata dal trasporto di due obelischi di granito delle Alpi appositamente scolpiti.

Si tratta, a ben vedere, di un progetto di retroguardia. La Roma papalina sta morendo, e i Torlonia – che avrebbero potuto essere i Rotschild italiani - non riescono a fare il salto nell’alta finanza mondiale. La loro alleanza con la nobiltà terriera li porterà invece a essere coinvolti nella speculazione edilizia che sfigura, nei cento anni successivi a Porta Pia, la Campagna Romana. La magnifica collezione di arte antica in Trastevere viene sloggiata per fare posto a miniappartamenti, e per poco anche Villa Torlonia non viene lottizzata. L’antica magnificenza è lontana.

Oggi Villa Torlonia è minacciata dall’assurdo progetto di costruire il Museo della Shoah proprio in un terreno dietro la Casina delle Civette che per quarant’anni i Comitati di quartiere erano riusciti a salvare dalla speculazione edilizia. Cemento a fin di bene, ma pur sempre cemento, foriero di altro traffico.
L’assedio a Villa Torlonia non è ancora finito.


29 novembre 2008

A fin di bene

La televisione dà grande enfasi, senza un filo di critica, alla pensata di quella madre che, insospettita dal comportamento bislacco del figlio, gli ha tagliato nottetempo una ciocca di capelli e l’ha fatta analizzare, scoprendo che il ragazzo si faceva di coca.

Trovate moderne per perpetuare vizi antichi. Una volta i genitori invadenti si limitavano a origliare le telefonate dei figli, a leggere di straforo il loro diario, a guardare da dietro le persiane per controllare con chi uscivano. Oggi la tecnologia permette di entrare assai più pesantemente nella vita altrui. La scusa però è sempre la stessa: è “per il loro bene”. La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Nemmeno un commento sul fatto che se una madre non riesce a stabilire un dialogo con il figlio, a guardarlo negli occhi e a chiedergli conto delle proprie azioni, a considerarlo una persona e non una proprietà privata, forse non è poi così sorprendente che lui si droghi. Che educatrice è una persona che ricorre a simili sotterfugi? Cosa avrà imparato da questa storia il ragazzo? Che il fine giustifica i mezzi? Ficcanasare rimane l'ultima prerogativa del paternalismo autoritario.
Non è il medioevo, è l’Italia di oggi, l’Italia di sempre: amorale.


28 novembre 2008

Brain Train

Ero stato facile profeta, quando parlavo dei sedicenti ‘Cervelli in fuga’ che “reclamano misure che ne agevolino il rientro in posizione privilegiata, magari scavalcando quanti, stringendo i denti, l’Italia non l’hanno abbandonata”.
Puntuale, un emendamento presentato al Senato al Decreto Gelmini stabilisce che le Università potranno d’ora in poi assumere professori ordinari, associati e ricercatori che insegnano all’estero senza concorso, per chiamata diretta.
Come già nella vicenda dei dirigenti giustizia, il provvidenziale emendamento di qualche legislatore molto sensibile alle lobbies bypassa - addirittura in nome della meritocrazia - la procedura democratica del concorso pubblico, offrendo ai nostri profughi - a scapito di persone magari ugualmente meritevoli ma che non avendo fatto la loro carriera all’estero sono per definizione raccomandati e figli di baroni – un veicolo per il rientro in Italia in pompa magna.
Dopo il Brain Drain, il Brain Train, insomma… :-)

Nel frattempo, altri cervelli sono in subbuglio: al Ministero dei Beni Culturali fervono le proteste per la nomina di Mario Resca a direttore generale dei musei e dei siti archeologici. Il suo torto maggiore? Essere un supermanager della Bocconi, e quindi non far parte della confraternita degli storici dell’arte, archeologi, architetti, archivisti, che comandano al MIBAC.

Proprio vero, tra Professori e Dirigenti non può correre buon sangue ;-)

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(Sul tema leggi la mia riverita opinione in un commento sull'Economist)


27 novembre 2008

Chiamalo colposo...


Orfano di madre, investita e uccisa davanti ai miei occhi da un pregiudicato che non aveva voglia di attendere al semaforo rosso (avevo quattordici anni), conosco il dolore di chi perde un congiunto per la più stupida e tragica delle morti: quella causata dagli incoscienti al volante. Quindi merita un plauso il Gup Marina Finiti del Tribunale di Roma che ha riconosciuto colpevole del reato di omicidio volontario con dolo eventuale Stefano Lucidi, l'uomo che imbottito di alcol e droga il 22 maggio scorso investì ed uccise due fidanzati in scooter all'incorcio tra via Nomentana e Viale della Regina.

La sentenza è stata definita 'rivoluzionaria' perchè per la prima volta non si è contestato l'omicidio colposo ma quello volontario. “Dolo eventuale” vuol dire che un soggetto pone in essere una condotta pericolosa, consapevole che esiste la possibilità che potrebbero derivarne eventi dannosi ulteriori e tuttavia accetta il rischio di cagionarli.

Ai non addetti ai lavori potrà sfuggire il significato davvero innovativo di questa decisione. Allora dirò che per giurisprudenza costante (che è un altro modo per definire la pigrizia interpretativa), le morti causate dalla circolazione stradale vengono normalmente derubricate a ‘omicidio colposo’ cioè involontario. Dove il 'colposo' ha fatto evidentemente dimenticare che di vero omicidio si tratta, con un morto vero. Le conseguenze per il condannato sono minime, ed anzi gli viene restituita la patente e può continuare a guidare come nulla fosse.


Sfumature, di quelle in cui i giuristi puri sguazzano. Perchè è del tutto arbitrario affermare che un atto foriero di danni sia meno grave solo perchè uno non ne vuole tutte le conseguenze. Personalmente ritengo che gli incoscienti siano doppiamente colpevoli: per il danno che fanno, e perchè sono stupidi, e dunque pericolosi. Non disse del resto Talleyrand dell'assassinio  del Duca di Enghien: 


"E' peggio che un crimine, è uno sbaglio"?



Perchè commettere uno sbaglio è assai peggio che commettere un delitto, e ancora più inescusabile. 

Ottomila morti all’anno, una vera strage, queste sono le dimensioni del fenomeno. Praticamente non c’è famiglia italiana che non abbia in casa un lutto per questa ragione. Compresa la mia.

Eppure si continua pudicamente a parlare di “incidenti”, come se fossero tanti isolati accadimenti che piovono dal cielo, anziché fatti causati dall’uomo e perfettamente evitabili. Si invoca 'tolleranza zero' per le morti bianche nei cantieri, ma non per le morti stradali. Ci sono morti di serie A e di serie B.
L’Italia orgogliosa di essere all’avanguardia contro la pena di morte pratica invece diffusamente il sacrificio umano, offrendo un olocausto annuale all’altare del dio futurista del progresso, l’Automobile.

Finora, i nostri PM contestavano solo l’omicidio colposo, anche in quei casi in cui il guidatore fosse imbottito di alcool e droga. La decisione del Tribunale di Roma - che fa giurisprudenza per i casi futuri - ha allora il merito di dichiarare che il re è nudo, che le leggi già c'erano, bastava interpretarle con maggiore severità, anziché assistere passivamente allo stillicidio delle morti stradali. Meglio tardi che mai.

Da oggi chi uccide qualcuno al volante di una macchina viene riconosciuto per quello che è: un assassino.
Quanti altri morti dovranno essere seminati sulle strade per convincere i nostri tutori della legge ad applicarla con maggior rigore?


26 novembre 2008

Cervelli in fuga 2


L’università italiana torna alla ribalta per alcuni eclatanti casi di nepotismo, come il figlio del professore messinese che si presenta senza concorrenti a un concorso per professore associato, nella stessa facoltà del padre. Nulla di nuovo, in realtà. Che l’università italiana non abbia esattamente al centro delle sue preoccupazioni lo studente se n’è accorto chiunque l’abbia frequentata, nevvero? Già a partire dagli esami, all'università si va avanti a simpatia, per cooptazione. Leccando. Una lunga scia di bava tiene tutti uniti. Chi non sappia ingraziarsi un professore, o un assistente, è out. L' Economist della settimana scorsa definisce l'università italiana "one of the worst managed, worst performing and most corrupt sectors in Italy".

Eppure, miracolo, gli accademici sono riusciti a mobilitare gli studenti a difesa dei loro interessi, contro la riforma Gelmini. Contro ogni possibile riforma del resto, il copione è sempre lo stesso da anni: occupazioni, assemblee, scioperi, autogestioni. Il ’68 permanente, una noia mortale, tanto che ormai nemmeno Mario Capanna, ex giovane col riportino, prova più a farsi vedere in giro.

Come da copione, i giornali pubblicano i soliti articoli nei quali ci si strappa i capelli per i cosiddetti “Cervelli in fuga”. L’ho scritto già, ma a costo di ripetermi, lo ribadisco: questa storia della "
fuga di cervelli" è una mistificazione.

Gli studiosi sono mobili da sempre, da quando nel Medioevo furono fondate le università (
Clerici Vagantes). Fare un periodo all'estero è un arricchimento, non un dramma. Perché esisterebbe il programma Erasmus, sennò? Molti dei supposti transfughi, all’estero ci sarebbero andati comunque, come parte normale del loro apprendistato.

Chiediamoci:
ma se l'università italiana è a catafascio come si dice, come mai allora codesti cervelloni sono così richiesti fuori dai patri confini? Ci sono stati certo casi sporadici in cui dei singoli ricercatori si sono trovati la strada ostacolata da baronie e nepotismi. Ma la maggior parte di coloro che sono partiti, sono semplicemente persone che hanno colto buone opportunità di lavoro in un mercato fortemente globalizzato. Rispetto a quanti rimangono intrappolati in Italia, senza alternative (già per un avvocato trasferirsi sarebbe difficile), il destino di questi privilegiati che possono vendere la loro professionalità all’estero non è poi così triste.

Eppure tutti, dicasi
tutti, passato il confine, amano sputare nel piatto dove hanno mangiato, darsi arie da profughi, da esuli dalla patria ingrata, e reclamano misure che ne agevolino il rientro in posizione privilegiata, magari scavalcando quanti, stringendo i denti, l’Italia non l’hanno abbandonata. Questi ultimi sì, meriterebbero un po' di gratitudine dal Paese: troppo facile e comodo pensare che quelli che sono partiti erano tutti geni incompresi, e quelli che sono rimasti tutti raccomandati, no?

L’Italia è, da sempre, un
paese di emigrazione. Ce lo siamo scordati? Tanti italiani per un tozzo di pane sono finiti a lavorare in miniera. Questo focalizzare l’attenzione sulla sola emigrazione accademica, mi sembra espressione di un velato razzismo, come se gli scienziati fossero più importanti di tutti gli altri milioni di migranti della grande diaspora italiana.

Mamma Italia avrebbe dunque figli e figliastri? Per fare un esempio, tra due italiani emigrati in Germania, uno per fare il pizzaiolo e l’altro il professore, perché lo Stato Italiano dovrebbe spendere dei soldi per far rientrare solo quest’ultimo? Cos'è un pizzaiolo, un Untermensch? Qualcuno potrebbe seriamente dimostrarmi che la pizza non è cruciale per l’economia italiana? Chi non ha un Dottorato è un italiano di serie B?

A proposito, ma quanto è stucchevole questo autoproclamarsi "cervelli" solo perché si ha in tasca un diploma di studi avanzati. Possiamo ricordare a codesti presuntuosi che Federico Faggin, quello sì un genio, l'inventore del microprocessore e del touchpad, era appena un perito elettronico? Di gente del genere avremmo bisogno, non di intellettuali grigi ed astratti capaci di produrre solo cartaccia destinata ad essere letta da pochi loro pari e ad ammuffire su qualche scaffale.
Pubblicazioni, tsé! Ciò che manca davvero al nostro paese sono invenzioni industriali, brevetti innovativi che creino posti di lavoro.

Ma gli studenti dell'Onda, come quelli della Pantera vent'anni fa (sic!), aizzati dai professori, continuano a rifiutare ogni collegamento dell'università alle imprese. Occorre che il loro mondo rimanga autoreferenziale, perché possano perpetuarsi le mafie e le baronie.

Bene ha fatto dunque la Gelmini a tagliare drasticamente i fondi alle università. L'Italia è in recessione, le casse dello Stato son vuote, e certo non possono permettersi di finanziare futilità come gli studi sul topless, o sulle scelte riproduttive delle zitelle della Germania Est: tutta roba senza alcun valore aggiunto che certo non risolleverà la nostra economia. Se il carrozzone non può essere riformato, allora che muoia di inedia.

Dunque, cari cervelloni in esilio,
buona permanenza all'estero! Certo, Oltralpe fa freddo e piove spesso, la cucina non è granché, il sole si vede a sprazzi, come in carcere. Ma pensate che a un grand'uomo come Napoleone toccò finire i suoi giorni a Sant'Elena: sai che esilio, andare a vivere in Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Inghilterra, USA!
Cervelli in fuga, pfui !


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Sullo stesso argomento in questo blog:
Cervelli in fuga?
Come il CERN si fece scappare l'inventore del Web: una storia di cervelli in fuga al contrario...

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Cervelli in fuga.it : i furbacchioni hanno anche un sito...
Concorsopoli di Tommaso Gastaldi
Universitopoli di Marco Lanzetta
Su Panorama: Università laureata in sprech

25 novembre 2008

Lunga vita al Signore di Sark!


Si sente di rado parlare dell’Isola di Sark, scoglio al largo della Normandia, uno di quei deliziosi monumenti del tradizionalismo inglese che tanto piacciono ai turisti: l’ultimo feudo d’Europa, governato dal Seigneur Michael de Beaumont, sovrano assoluto e vassallo della Regina. Adesso a Sark sbarca la democrazia, pare per imposizione della Commissione Europea (e viene da pensare che la Thatcher e il gruppo di Bruges non avessero del tutto torto sulla sua invadenza), che ha trovato l'assetto attuale non in regola con la legislazione sui diritti umani. Peccato che nessuno dei sudditi si fosse mai lamentato.
La dottrina occidentale dell'importazione dall'alto della democrazia colpisce duro, e proprio dove uno meno se l'aspettava: sulle rive d'Europa. Sark come Baghdad?

A candidarsi contro il Signore di Sark, i due fratelli Barclays, multimilionari, che hanno formato un partito politico apposta. Loro hanno grandi idee per l’isola, e se la stanno comprando pezzo a pezzo in vista del suo sviluppo turistico. Perché a Sark oggi non possono circolare veicoli a motore, non c’è illuminazione pubblica per le strade, e secondo i nostri standard un posto senza traffico e dove la notte si possono vedere le stelle dev’essere per forza un paese sottosviluppato. I Barklays probabilmente vinceranno le elezioni, e - grazie ad un esercizio di democrazia formale - Sark passerà dal feudalesimo alla plutocrazia in una sola notte.

A noi, questa storia di miliardari che scendono in politica, che formano un partito, che si comprano un intero paese, suona familiare. Dove l’abbiamo già sentita?
Tutta la nostra istintiva simpatia va al Signore di Sark. Ai suoi sudditi, attratti dal denaro facile, diciamo: “resistere, resistere, resistere !”.
Mhh, pure questa, dove l’abbiamo già sentita?