31 gennaio 2008

Tempo di dire basta

Oggi è una di quelle giornate in cui si fanno bilanci. Le mille attività in cui mi sono lanciato hanno tutte un senso? Faccio bene a passare così tanto tempo al lavoro? Non sto trascurando colpevolmente affetti e sentimenti? Tutta questa ammuìna, alla fine, a che serve? Il mondo può andare avanti benissimo senza di me.

Quindi mi propongo di mettere un filtro alle troppe chiacchiere, alle mail, ai blabla, alle mille cose che in una giornata si prendono un tempo piccino, ma che poi alla fine, si mangiano la vita. Lascio ad altri il dubbio piacere di riempirsi la vita come un uovo, di sbattersi tra un impegno e l'altro, di dire sempre, agli amici e a coloro che li amano "non ho tempo", quando invece, semplicemente, non hanno voglia.

Nulla di quello che faccio vale il sorriso di una bambina, o la gloria di un tramonto su Roma, o l'ebbrezza dell'aria limpida su una montagna coperta di neve.

E' tempo di dire basta.

Ed affiggo davanti alla mia scrivania, questa poesia di Kavafis. In greco si intitola "Oso mporeis". In italiano suona così:

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.


Constantinos Kavafis

28 gennaio 2008

Contro i giovani

“Ah, io sono per i ragazzi… I ragazzi sono il futuro.
A meno che non li fermiamo in tempo...”
Homer Simpson
Mentre il governo di Nonno Romano va a casa, e Nonno Silvio si riscalda per succedergli, torna utile andare in libreria ed acquistare “Contro i giovani”, di Tito Boeri e Vincenzo Galasso, impietosa radiografia di “come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”.

I campanelli d’allarme sul declino italiano sono molti, e suonano da lungo tempo, pressoché inascoltati. Ma finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di identificare le origini di tale declino nello spazio sempre più mortificante e marginale che il nostro paese - la struttura familiare, le professioni, la politica, l’università - assegnano ai giovani, e nell’incapacità di preparare un ordinato ricambio generazionale. Non tutte le ricette sono condivisibili (ho già giudicato negativamente l’idea di estendere il voto ai sedicenni), e forse un libro del genere sarebbe stato assai più esaustivo e panoramico se fosse stato scritto, oltre che da economisti, anche da psicologi ed antropologi (demografi no: Dio ce ne scampi!). Perché il problema centrale, il ruolo della famiglia nella società italiana, non ha nulla ha che fare con la razionalità economica. Alejandro Jodorowski ha detto che “la famiglia ha fatto più danni della bomba atomica”. La famiglia italiana è e rimane il modello del nostro agire corporativo, la prigione che ingabbia le energie dei giovani,
che saccheggia emozioni e risorse, piuttosto che il porto sicuro dove ritornare. Non il centro fondante degli affetti, ma cellula primigenia dei rapporti violenti, di sopraffazione e di forza che si dispiegano nella società, luogo ove si coltiva la paura per il diverso, la diffidenza per l’interesse generale, la mancanza di senso civico: basti pensare che si chiama “famiglia” l’organizzazione base della Mafia.

Chi deve farsi carico della soluzione? Secondo Boeri e Galasso, se “spetta ai giovani cogliere il problema ed imporlo al centro della discussione, sono gli attuali quarantenni e cinquantenni ad avere in mano il pallino. Devono oggi fare una precisa scelta di campo: contro o a favore dei giovani”. Io, quale rappresentante di questa generazione di mezzo, che ha ricevuto dalla generazione precedente un’eredità fatta di debiti ed egoismo, non ho assolutamente dubbi su quale parte prendere, ed accolgo quindi ben volentieri questo invito.

Sullo stesso tema, meriterebbe inoltre di essere letto l’angosciante romanzo “Diario della Guerra al Maiale” di Adolfo Bioy Casares. Casares sta a Borges come Braque a Picasso: una sorta di gemello artistico, meno conosciuto e popolare, ma non meno importante. In una Buenos Aires spettrale, Casares immagina che i giovani comincino a dare la caccia ai vecchi per ucciderli. Il conflitto generazionale è portato alle estreme conseguenze: si elimina il passato ed al tempo stesso si esorcizza il futuro. Come dice il protagonista: “i ragazzi ammazzano perché odiano il vecchio che loro stessi saranno”.
“La gioventù è in preda alla disperazione. In un prossimo futuro, se dura il regime democratico, l’uomo vecchio sarà il padrone. Pura matematica, intendiamoci. Maggioranza di voti. Cosa ci dicono le statistiche? Che la morte oggi non arriva più a cinquant’anni ma a ottanta; e che domani arriverà a cento. Benissimo. Con uno sforzo di immaginazione provate a pensare al numero di vecchi che si accumulano in questo modo e al peso della loro opinione nell’esercizio della cosa pubblica. Finirà la dittatura del proletariato, e cederà il passo alla dittatura dei vecchi.”

Era il 1968 e questo passo aveva l’aria di una profezia. Nell’Italia dell’anno di grazia 2008 si è avverata.





26 gennaio 2008

La lumaca


Ma ero proprio io il serio, barbuto signore in gessato grigio e con la spilla di Cavaliere all'occhiello, che sedeva oggi tra i dignitari invitati all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario, e che è stato lungamente inquadrato dalle telecamere del tiggì, assorto nella lettura del discorso del Procuratore Generale? Ohibò.
Mi rileggo una poesia che scrissi qualche anno fa, dedicata a ciò che ero diventato:
l'impeccabile direttore,
il nodo stretto al collo,
il vestito d'umore grigio,
l'ipocrita sorriso:
l'uomo che ha seppellito
il mio ragazzo scanzonato.

e mi viene da mollare tutto e correre via, fuggire verso le isole dove gli uomini vivono pazzi e felici. Mah, come disse uno dei miei maestri di vita, Humphrey Bogart:
It's a dirty job, but someone has to do it...


La finestra sul porcile

"Se ce fosse Dozza
Roma nun sarebbe così zozza”
era un vecchio slogan del PCI. Giuseppe Dozza fu il sindaco comunista della Bologna del dopoguerra, quando quel partito, colpito dalla conventio ad excludendum dal governo nazionale, portava come prova delle proprie concrete capacità di governo il cd. “modello emiliano”. I comunisti erano atei e scomunicati, mangiavano i bambini ed erano l’avanguardia di quei cosacchi che sarebbero venuti ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza S. Pietro. Però erano efficienti, competenti ed onesti, e questo non lo si poteva negare.

Cosa è rimasto di quell’epoca, dell’orgoglio di una classe dirigente formatasi in serie scuole di politica e rodata nella gestione dei problemi concreti, nell’ascolto del territorio, nella cucitura della società e delle sue pulsioni?
Ben poco, a vedere le scene che vengono dalla Campania. La mondezza che sommerge Napoli e dintorni segna il campanello finale a un certo modo di intendere la politica, che oppone soluzioni virtuali a problemi reali. Quella, per capirci, che chiama “ecoballe” le tonnellate di fetenzia compattata, che ribattezza i marciapiedi “percorsi ciclopedonali” per farli figurare come piste ciclabili, e “parchi” quelle che sono semplicemente tenute agricole, per contarle come verde pubblico. Questa politica è figlia del ‘politicamente corretto’: se si ritiene che ogni fatto della vita può essere ridotto a un dato nominalistico, allora non è necessario risolvere i problemi, basta ridefinirli.

Prodi non è caduto sulla sfiducia di Mastella, ma sul porcile campano:
l'immondizia è entrata nell'agenda politica italiana con la sua concretezza ineludibile ed irrisolvibile per mezzo di artifici verbali o trucchi contabili. Quali che possano essere i suoi successi ragionieristici nel campo del risanamento dei conti pubblici, paga l'amaro risveglio di un paese abituato a vivere al di sopra dei propri mezzi, e che si accorge oggi - mentre il mondo si è messo a correre - di essere rimasto fermo, con le stesse facce, gli stessi problemi sempre rinviati e mai risolti. L’Italia non è povera: è depressa, il che è molto peggio.

Per quello che riguarda il mo campo, non posso che nascondere la mia delusione: la sinistra sarà anche 'statalista’, ma questo governo ha dato il colpo di grazia alla pubblica amministrazione.

Il debutto è stato particolarmente infelice: per fare posto a una pletora di Ministri e Sottosegretari senza eguali nella storia repubblicana si è inventato lo “spacchettamento”. Sono nati per gemmazione nuovi ministeri, ed è stato buttato all’aria un lavoro di fusione e di eliminazione di duplicazioni e sprechi che durava molti anni, iniziato con la riforma Bassanini.
Alla Funzione Pubblica, sulla poltrona che fu di Massimo Severo Giannini, di Cassese, di Bassanini, è stato messo un non tecnico come Nicolais.
Quest’ultimo ha prodotto un DDL di riforma della Dirigenza che non tocca in nulla lo spoils system, il meccanismo che precarizzando la dirigenza, la fidelizza alla politica e la rende manipolabile.
Si è buttato un anno nel progetto di Agenzia Nazionale della Formazione Pubblica, dichiarando chiusa la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione proprio mentre questa era faticosamente arrivata a bandire il quarto concorso nazionale per il reclutamento di giovani dirigenti. Il progetto di sciogliere la Scuola è stato poi sconfitto – come era prevedibile - in sede di legge finanziaria. Tutta la faccenda è stata caratterizzata da scarsa ponderazione e pressappochismo, da leggerezza incosciente, quasi che il tema cruciale del reclutamento e della formazione dei giovani dirigenti pubblici fosse solo una scusa per regalare una poltrona importante a qualcuno.
Non ha avuto seguito l’allarme lanciato da Nicola Rossi, sul prossimo pensionamento di un buon quarto dei dipendenti pubblici. Invece ha avuto larga eco il prof. Ichino, che con i suoi articoli sul Corriere della Sera si è dato la fama di castigamatti dei fannulloni che si annidano nella PA. La risposta del governo quale è stata? Reclutare con criteri più severi i dipendenti pubblici? Giammai. Al contrario, si è proceduto alla stabilizzazione dei precari, a ulteriore conferma che nulla è più permanente in Italia del transitorio. La PA si è confermata, ancora una volta, nell’immaginario collettivo, una grande distributrice di posti di lavoro per persone poco qualificate, più che una organizzazione che deve servire al progetto di governo.
Infine c’è l’art. 5 della controriforma Mastella dell’Ordinamento Giudiziario, che avrebbe riportato i Dirigenti del Ministero della Giustizia all’umiliante condizione di cancellieri capo. Non è passato solo per una questione di tempo, ma anche qui: grazie della considerazione.

Cosa ci riserva il futuro? Di certo è paradossale che si voglia tornare alle urne al grido di “la parola agli elettori”, solo per farli votare con una legge che li ha espropriati completamente del diritto di scegliere, e per impedir loro di esprimersi attraverso il referendum. Io credo auspicabile una grande coalizione sul modello tedesco, che affronti una volta per tutte i nodi irrisolti della politica, e della sua capacità di rappresentare il paese. Ma non sono ottimista.

E poi? Toccherà ancora una volta scegliere tra due settuagenari dal dubbio senso dell’umorismo? Che bello se costoro si concedessero un momento di introspezione, come il signor Spock in 'Star Trek VI: Rotta verso l'ignoto' quando dice:
"E' possibile che noi due, Kirk, lei ed io, siamo diventati tanto vecchi e tanto inflessibili da essere sopravvissuti alla nostra utilità? Ne coglie il triste velo di ironia?"

Magari…



24 gennaio 2008

Cotte e mangiate

Generosa, e non solo di forme, Manuela Arcuri. L'attrice(tta) ha rivelato che la prima volta con lei gli uomini fanno inevitabilmente flop, intimiditi dal personaggio: quindi lei, rassegnata, concede sempre una seconda chance.
La faccenda è del tutto plausibile: i meccanismi dell’eccitazione maschile sono quanto mai bizzarri, e può accadere di rimanere freddi sia davanti a una donna che non ci piace, sia a una che ci piace troppo; per di più col dubbio su quale delle due sia la vera causa. L’arcano era già discusso da Stendhal, nel suo saggio “Sull’amore”:

“se entra un briciolo di passione nel cuore, entra un briciolo di possibilità di fare fiasco”
(capitolo: “Del fare fiasco”)
Noi uomini queste cose non ce le raccontiamo mai, quindi viviamo come drammi individuali fenomeni seccanti ma piuttosto comuni: le donne invece si confidano tra amiche, e possono contare anche su una varietà di magazine femminili dove di problemi sessuali si discute apertamente. Noi no: nei conciliaboli da pub e nei giornali maschili, come nella pubblicità, ci tocca essere tutti dei pornoattori, prestanti come mandrilli, eretti e torreggianti come un grattacielo, attenti a cogliere l’occasione come affamati lupi della steppa, e, nell’attesa, guardarci attorno come un sensibile radar, scansionando in tempo reale ogni possibile preda capiti a tiro. Dopo di che ogni incontro con l'altro sesso diventa una missione militare: occorre centrare l’obiettivo o almeno ottenere un dignitoso pareggio, per ritirarsi in buon ordine salvando la faccia e l’onore. Uh, che divertimento!

Di Manuela Arcuri
conosciamo ogni dettaglio grazie a una lunga serie di calendari patinati. Perciò, se un idolo sexy come lei provoca nei partners che si trovano al suo cospetto una scarica diffusa di fosfodiesterasi-5 (l’infernale meccanismo chimico che trasforma in pochi secondi una verga marmorea in un patetico, flaccido mollusco ) forse c’è qualcosa che non va. Forse le cose e i comportamenti che la pubblicità e il sentire comune considerano “sexy”, alla fin fine non sono sexy proprio per niente, anzi.

Ostinatamente impermeabili ai diktat degli stilisti e dei sociologi - che ci vogliono tutti metrosexual ed ubersexual, ‘moderni’ ed emancipati insomma - i meccanismi dell’eccitazione maschile rimangono quelli codificati da tempo immemorabile. E poiché l'eccitazione maschile non è altro che la risposta alla seduzione femminile, allora qualcuno dovrebbe spiegare, all’Arcuri e alle altre, che la seduzione non sta negli atteggiamenti sfacciati, che essa è un gioco sottile fatto di mostrare e nascondere, che le distanze vanno diminuite poco a poco. La seduzione è fantasia, immaginazione, che si nutre di mistero e di pudore: perciò niente è meno misterioso e affascinante, e quindi seduttivo, di una donna che ci spiattelli tutta sé stessa e ci si conceda troppo facilmente.

Soprattutto la seduzione è fatta di tempo e di attesa: una marcia di avvicinamento tra due corpi e due cuori, una danza inebriante come un Tango e dai ruoli altrettanto definiti, che si chiama corteggiamento. Dio ci scampi e liberi, pertanto, da quelle signore che ci danno una risposta (affermativa) prima ancora che noi si sia avuto il tempo di formulare e mettere a fuoco la domanda. P
er certune 'saltare al dunque' è una sorta di modalità standard nei rapporti con l'altro sesso: primo appuntamento, una cena, una passeggiata in spiaggia; ispirato da una luna romantica lui azzarda un timido bacio e lei zum!subito: “portami in albergo”.
Questo tipo umano è descritto in uno degli ultimi libri di Camilleri: “La pista di sabbia”. Il commissario Montalbano, che fin’allora aveva recitato la parte del casto s. Giuseppe, fedele alla sua bisbetica e lontana Livia, conosce la ricca e volitiva Elena, e ci cade subito come un pollo. Lui le piace e lei se lo prende. Poi lei gli spiega:
“Se un uomo mi piace, non posso fare a meno di cominciare con lui da quello che per le altre è il punto di arrivo”.
Sarà... ma il sesso fatto a questa maniera assomiglia a una casa abusiva, della quale si costruisce prima il tetto che le fondamenta, ed è ugualmente pericolante. Il buon sesso è invece come il buon vino: bisogna scoprirlo senza fretta, osservarlo, annusarlo, assaggiarlo centellinando, e solo dopo berlo. Il piacere si prepara lentamente e per gradi, come una buona cenetta, altrimenti non c’è gusto. Questi incontri cotti e mangiati, invece, sono ordalie dove ci si gioca tutto in pochi minuti: o la va o la spacca, peggio che in un colloquio di lavoro, e con la stessa ansia da prestazione. Stupirsi che il più delle volte si risolvano in un flop?
La difficoltà è eccitante. Del resto, cos’è più divertente: la scalata di una montagna o una tranquilla passeggiata in pianura? Entrare in una città dopo un lungo e faticoso assedio, o esservi accolti subito col tappeto rosso? Traversare a piedi una foresta misteriosa, o percorrere in autostrada un continente civilizzato? La seduzione è tutta qui, nell’attesa, nella tensione, nella preparazione alla prova, e nel giusto premio che alla fine arride al trionfatore. Che dovrà avere la sensazione di aver conquistato qualcosa di raro, prezioso, ed inaccessibile.

Ma che ne sanno della seduzione queste facili tipe che te la tirano in faccia? Il fast-sex è come il fast-food: roba per gente che va di fretta. E non a caso le su descritte signore sono donne in carriera, quelle che non si innamorano mai. Certo, per vanità trovano comodo e gratificante credere di esserlo, e non sanno stare sole senza un compagno: ma per una cosa seria, dirompente, ossessionante, pericolosa, dolorosa, destabilizzante come l’Amore vero, non avrebbero proprio il tempo. Dovrebbero mollare tutto, fermarsi. Però, non avendo il gusto dell’ozio, del tempo vuoto, del silenzio dell’anima – quei luoghi mentali ove l’Amore fiorisce e attecchisce – finiscono per considerare tutto lo spazio intermedio e preliminare dell’Amore come una perdita di tempo, un insipido antipasto: mentre invece è proprio lì il piatto più ricco, saporito e nutriente. Scrive ancora Stendhal:
“Certe persone non son neppure inclini all’amore-passione; sconvolgerebbe la loro bella tranquillità; credo che prenderebbero i suoi slanci per una sventura; per lo meno sarebbero umiliati dalla timidezza che esso comporta” (“Del fare fiasco”).
Già: timidezza, ansia, incertezza, sospiri, tutta roba che il nostro tempo frettoloso - il nostro priapesco maschilismo e l’altrettanto ostentato femminismo di cartapesta - liquidano come indegne debolezze.
Così il sesso senza preliminari né schermaglie è un misero simulacro dell’amore vero, e l’ansia da prestazione è un vago surrogato dei palpiti del cuore e dei tremori del sentimento.
Certo, di fronte a un’occasione in offerta speciale sono pochi i maschietti che sanno dir di no. Non si dice che “ogni lasciata è persa”? “Tutto fa brodo”, o punteggio, o curriculum, come vi pare. L’esperienza - dopo - si incaricherà di insegnare che certe occasioni, e certe persone, è assai meglio perderle che trovarle.
Dunque, se il nostro 'migliore amico', messo di fronte a una tipa simile, si rifiuta di fare il suo dovere, non prendiamocela. Benché lo chiamino "testa di ca**o", è la cosa più sensibile ed intelligente che abbiamo.



22 gennaio 2008

La fine dello Stato

Piuttosto deludente questo libretto di Hobsbawm, "La fine dello Stato", collage incoerente di una serie di conferenze tenute dallo storico inglese in diverse occasioni. Il tema è stimolante, ma poi l'autore va fuori tema come uno scolaretto, abbandonandosi all'ennesima filippica contro Bush e la guerra in Iraq.
Tutti gli spunti interessanti sono qui (compresa un'angosciante domanda sul futuro dell'unità nazionale italiana), il resto può essere tranquillamente tralasciato.

Oggi «il popolo» è il fondamento e il punto di riferimento comune di tutte le forme di governo statali eccetto quella teocratica. E ciò non è soltanto qualcosa di inevitabile, ma è qualcosa di giusto, perché per avere un qualunque scopo il governo deve parlare in nome e nell'interesse di tutti i cittadini.
Nell'epoca dell'uomo comune, ogni governo è un governo del popolo e per il popolo, anche se chiaramente non può essere, in nessun senso funzionale, un governo esercitato direttamente dal popolo. Tale principio non si basa solo sull'egualitarismo dei popoli, che non sono più disposti ad accettare una posizione di inferiorità in una società gerarchica governata da uomini superiori «per diritto naturale», ma anche sul fatto che finora i sistemi sociali, le economie e gli Stati nazionali moderni non hanno potuto funzionare senza l'appoggio passivo, ma anche la partecipazione attiva e la mobilitazione, di moltissimi dei loro cittadini. Questo principio rappresenta l'eredità del XX secolo. Ma sarà ancora la base dei governi popolari, incluso quello liberaldemocratico, nel XXI? La mia tesi è che la fase attuale dello sviluppo capitalistico globalizzato lo sta minando alle radici, e che ciò avrà — anzi, sta già avendo — serie implicazioni per quanto riguarda la democrazia liberale come viene intesa oggi. L'odierna politica democratica, infatti, si fonda su due assunzioni, una morale — o, se preferite, teorica — e l'altra pratica. Moralmente parlando, essa richiede il supporto esplicito del regime da parte della maggioranza dei cittadini, che si presume costituiscano il grosso degli abitanti dello Stato. Ma per quanto fossero democratici gli ordinamenti in vigore per la popolazione bianca nel Sudafrica dell'apartheid,un regime che privava permanentemente del diritto di voto la maggior parte della sua popolazione non può essere considerato come democratico. Gli atti con cui si esprime il proprio assenso alla legittimità di un sistema politico, come votare periodicamente alle elezioni, possono essere poco più che simbolici. Di fatto, è da molto tempo un luogo comune tra i politologi dire che solo una modesta minoranza di cittadini partecipa costantemente e attivamente alla vita del proprio Stato o di un'organizzazione di massa. Ciò torna a vantaggio di coloro che comandano; e, in effetti, è da tempo che i pensatori e i politici moderati si augurano la diffusione di un certo grado di apatia politica. Ma questi atti sono importanti.

Oggi ci troviamo di fronte a un'evidentissima secessione dei cittadini dalla sfera della politica. La partecipazione alle elezioni appare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi liberaldemocratici. Se le elezioni popolari sono il primo criterio di rappresentatività democratica, in che misura è possibile parlare di legittimità democratica per un'autorità eletta da un terzo dell'elettorato potenziale (la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti) o, come è avvenuto di recente per le amministrazioni locali britanniche e il Parlamento europeo, da qualcosa come il 10 o il 20 per cento dell'elettorato? O per un presidente americano eletto da poco più di metà del 50 per cento degli americani che hanno diritto di voto? Sul lato pratico, i governi dei moderni Stati nazionali o territoriali — qualunque governo — si basano su tre presupposti: primo, che abbiano più potere di altre unità operanti sul loro territorio; secondo, che gli abitanti dei loro territori accettino, più o meno volentieri, la loro autorità; e terzo, che tali governi siano in grado di fornire ai cittadini quei servizi ai quali non sarebbe altrimenti possibile provvedere, perlomeno non con la stessa efficacia (come «legge e ordine», per riprendere un'espressione proverbiale).

Negli ultimi trenta o qua-rant'anni, questi presupposti hanno progressivamente perso la loro validità. In primo luogo, pur essendo ancora di gran lunga più potenti di qualunque rivale interno, anche gli Stati più forti, più stabili e più efficienti hanno perso il monopolio assoluto della forza coercitiva, non ultimo grazie alla marea di nuovi strumenti di distruzione portatili, oggi facilmente accessibili ai piccoli gruppi dissidenti, e all'estrema vulnerabilità della vita moderna di fronte agli sconvolgimenti improvvisi, per quanto leggeri possano essere. In secondo luogo, hanno iniziato a vacillare anche i due pilastri più solidi di un governo stabile, ossia (nei Paesi che godono di una legittimità popolare) la lealtà dei cittadini e la loro disponibilità a servire gli Stati, e (nei Paesi dove questa legittimità popolare manca) la pronta obbedienza a un potere statale schiacciante e indiscusso. Senza il primo pilastro, le guerre totali basate sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobilitazione nazionale sarebbero state impossibili, così come sarebbe stata impossibile la crescita degli introiti erariali degli Stati fino all'odierna percentuale dei Pil (introiti che possono oggi superare il 40 per cento del Pil in alcuni Paesi e il 20 per cento anche negli Stati Uniti e in Svizzera). Senza il secondo pilastro, come ci mostra la storia dell'Africa e di ampie regioni dell'Asia, piccoli gruppi di europei non avrebbero potuto mantenere per generazioni il controllo sulle colonie a un costo relativamente modesto. Il terzo presupposto è stato minato non solo dall'indebolimento del potere statale ma anche, a partire dagli anni Settanta, da un ritorno, tra i politici e gli ideologi, a una critica dello Stato basata su un laissez-faire ultraradicale, secondo la quale il ruolo dello Stato stesso dev'essere ridimensionato a tutti i costi. Questa critica afferma, più per una sorta di fede teologica che non sulla base di evidenze storiche, che ogni servizio che le autorità pubbliche possono fornire o è qualcosa di indesiderabile, oppure potrebbe essere fornito in modo migliore, più efficiente e più economico dal «mercato». A partire da quel periodo, la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati o privatizzati è stata massiccia. Attività caratteristiche di un governo nazionale o locale come gli uffici postali, le prigioni, le scuole, l'approvvigionamento idrico e anche i servizi assistenziali e previdenziali sono stati ceduti a (o trasformati in) imprese commerciali; i dipendenti pubblici sono stati trasferiti ad agenzie indipendenti o rimpiazzati con subappaltatori privati. Anche alcune parti dell'apparato bellico sono state subappaltate. E, naturalmente, il modus operandi delle aziende private — che mirano alla massimizzazione dei profitti — è diventato il modello al quale ogni governo aspira a uniformarsi. E nella misura in cui ciò avviene, lo Stato tende a fare affidamento su meccanismi economici privati per sostituire la mobilitazione attiva e passiva dei propri cittadini. Allo stesso tempo, è impossibile negare che nei Paesi ricchi del mondo gli straordinari trionfi dell'economia mettono a disposizione della maggior parte dei consumatori più di quanto i governi o l'azione collettiva abbiano mai promesso o fornito in tempi più poveri. Ma il problema sta proprio qui.

L'ideale della sovranità del mercato non è un complemento, bensì un'alternativa alla democrazia liberale. Di fatto, esso è un'alternativa a ogni sorta di politica, poiché nega la necessità di decisioni politiche, che sono esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, razionali o meno che siano, dei singoli individui che perseguono i propri interessi personali. Si aggiunga che il continuo processo di discernimento per scoprire che cosa vuole la gente, processo messo in atto dal mercato (e dalle ricerche di mercato), deve per forza essere più efficiente dell'occasionale ricorso alla grezza conta elettorale. La partecipazione al mercato viene a sostituire la partecipazione alla politica; il consumatore prende il posto del cittadino. Francis Fukuyama ha di fatto sostenuto che la scelta di non votare, così come la scelta di fare la spesa in un supermercato anziché in un piccolo negozio locale, «riflette una scelta democratica fatta dalle popolazioni. Esse vogliono la sovranità del consumatore». Senza dubbio la vogliono, ma questa scelta è compatibile con ciò che abbiamo imparato a considerare come un sistema politico liberaldemocratico? Così, lo Stato territoriale sovrano (o la federazione statale), che forma la cornice essenziale della politica democratica e di ogni altra politica, è oggi più debole di ieri. La portata e l'efficacia delle sue attività sono ridotte rispetto al passato. Il suo comando sull'obbedienza passiva o il servizio attivo dei suoi sudditi o cittadini è in declino. Due secoli e mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio d'azione, delle ambizioni e della capacità di mobilitare gli abitanti degli Stati territoriali moderni, quali che fossero la natura o l'ideologia dei loro regimi, sembrano essere giunti al termine. L'integrità territoriale degli Stati moderni — ciò che i francesi chiamano «la Repubblica una e indivisibile» — non è più data per scontata. Fra trent'anni ci sarà ancora una singola Spagna — o un'Italia, o una Gran Bretagna — come centro primario della lealtà dei suoi cittadini? Per la prima volta in un secolo e mezzo possiamo porci realisticamente questa domanda. E tutto ciò non può non influire sulle prospettive della democrazia.

Eric Hobsbawm

20 gennaio 2008

Il fattore decisivo



Il 20 gennaio 1998 ero reduce da una festa a casa di Alex, un comandante della Marina americana che abitava ai piedi del Pincio, in un attico con una magnifica vista su Trinità dei Monti; avevo pomiciato tutta la sera con una negra favolosa, ed avevo la classica sbornia post-party che gli inglesi chiamano hangover.

Miracolosamente passato per puro culo alle severissime preselezioni alla Fiera di Roma del concorso per il 2° corso di formazione dirigenziale alla Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione (eravamo 30.000, fummo scremati in mille), quella mattina dovevo fare le prove scritte al Palazzo degli Esami in Trastevere. Non avevo dormito per niente, avevo una storta dolorosissima, aggravata dal troppo ballare, il fegato a pezzi per la sbornia, e soffrivo di colite spastica con diarrea. Stavo 'na schifezza...

Andò tutto storto: ci vollero tre ore solo per entrare a Palazzo degli Esami (la convocazione era per le 8,00). Al momento di dettare i temi, gli altoparlanti di una sala andarono in tilt. Si provò a farne a meno, ma non c’erano voci stentoree disponibili. Provarono a distribuire delle fotocopie, alcuni partirono in quarta a scrivere, mentre ad altri i titoli non arrivarono nemmeno; poi si scoprì pure che certe volpi avevano il telefonino. L'esaperazione, già alle stelle, esplose. Successe un macello: un tale si alzò gridando che era tutto uno schifo, e buttò in aria i fogli del compito. Non sono fisionomista, e a quell’epoca ancora non conoscevo i volti che poi mi sono diventati familiari e persino (qui lo dico e qui lo nego) cari, ma si dice che il sovversivo fosse un collega oggi dirigente di un’importante unità al MEF (oops! Ministero Economia e Finanze) attiva nelle relazioni internazionali. Un bell’uomo, aitante, idolo delle colleghe ceche e slovacche. L’interessato, sornione, non ha mai ammesso. Successe il finimondo, la gente si alzò protestando sempre più rumorosamente, volarono insulti e pallette di carta, arrivò la polizia e un giornalista del Corriere, che a maggior ludibrio ci schiaffò sulla prima pagina della cronaca. Alle 14,30 la prova venne annullata e rinviata al successivo 16 marzo, e fummo fatti uscire. Era un gennaio eccezionalmente mite, e mi misi a girare per Trastevere. C'era un'atmosfera magica, un sole dolce, nessuno in giro, non una macchina, un silenzio perfetto.
Rimane un mistero la fine che ha fatto il “dott. 40”, responsabile del concorso, e quindi primo imputato della débâcle organizzativa. Voci maligne dicono che fu direttamente buttato nella vasca dei piranhas allo zoo. Non ne abbiamo mai più sentito parlare.

Tanti oggi mi chiedono cosa ci vuole per diventare un dirigente pubblico.
Nel mio caso l’elemento decisivo è stato un altoparlante rotto

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Sul Controsito il resoconto di Nandokan
Vedi anche in questo blog: "Il culetto di Venere"


18 gennaio 2008

Dalli al tintore



È stata bella, divertente e colorata la nuova trovata di Graziano Cecchini, l’artista futurista che tempo fa colorò di rosso la Fontana di Trevi. L’approvo senza riserve. Questa volta Cecchini ha scaricato diecimila palline multicolori da Trinità dei Monti, che sono gioiosamente rotolate sulla scalinata per andare a fermarsi nella Barcaccia di Piazza di Spagna.

L’autore è stato subito arrestato e affronterà i rigori della legge. Il che appare davvero esagerato, in una città dove i treni della metropolitana, i muri del centro, i cassonetti, sono uniformemente coperti di graffiti. Sono i writers i veri vandali. Violenti, perché impongono le loro lugubri “creazioni” a tutti; perché ciò che fanno non può essere cancellato se non a caro prezzo; e perché i tag sono semplicemente incomprensibili e solipsistici: le vecchie scritte, politiche, calcistiche o amorose, da “Via gli amerikani dal Vietnam” a “Forza Roma” a “Micia ti amo” almeno avevano il pregio di contenere un messaggio.
Soprattutto, e secondo me è il crimine maggiore, i writers fanno roba vecchia, passata abbondantemente di moda là ove fu inventata: i graffiti sulla metropolitana di New York erano già scomparsi alla fine degli anni 80. Le trovate di Cecchini, almeno, hanno il pregio di essere cose nuove, originali, autoctone.

Mentre i writers passano da artisti, e vengono addirittura ricevuti dal Sindaco, questi invece tratta il tintore di Fontana di Trevi come il peggior criminale, e lo accusa di farsi pubblicità a spese della città. Eppure è bastata un’ora di pulizia per far tornare la piazza come prima: nessun ferito, nessun morto, nessun danno permanente. Gioia dei turisti, ed è stata la città ad avere tanta pubblicità gratuita sui media internazionali.

Ma l’effimero non era stato inventato proprio a Roma? Non era questa la città di Renato Nicolini e dell’Estate Romana? Viene allora il sospetto che, nella moderna Weltronia, l’effimero e la gioiosa provocazione abbiano cittadinanza solo se vengano da sinistra (Cecchini è, ahilui!, di destra) e solo se siano patrocinati dall’Amministrazione Comunale.
Insomma, a Roma è stata inventata e codificata la “provocazione istituzionale”.
E guai a chi non si adegua.

17 gennaio 2008

Stato Interessante

Non è un bel momento per essere Italiani. Una crisi di fiducia totale, diffusa e palpabile. Un visibile degrado nella convivenza civile. L'immondizia che sommerge un'intera regione, un ministro (il mio) indagato.

Mi chiedo: vale la pena continuare a fare quello che faccio? Pubblica Amministrazione e sistema giudiziario sono universalmente considerate le due palle al piede del ‘Sistema Italia’ - com’è stolidamente chiamato (dove sarà mai questo “sistema”, mi chiedo, in un paese dove ognuno si fa i fatti suoi?) - ed io, al tempo stesso pubblico dipendente e dirigente del Ministero della Giustizia, faccio parte di tutte e due; il che non è certo entusiasmante. È utile continuare ad investirci la vita?

Mi viene in mente l'invocazione di Eduardo de Filippo: "Fuitevenne!"

Esperienza e capacità non mi mancano: potrei anch’io passare al privato, potrei anch’io fuggire all’estero, come fanno ormai tanti qualificati lavoratori. Dunque, perché non andare via? Perché resto a lavorare qui, per uno Stato spernacchiato e in piena crisi di autorità, che non riesce nemmeno a garantire la civile convivenza: a raccogliere la monnezza, a distribuire l’acqua?

Non posso rispondere per altri – non sono poi così vecchio e così saggio – ma per quanto riguarda, le mie sole giustificazioni sono due: la prima è che, se ce ne andiamo, le cose in Italia certamente non miglioreranno. La mia è una generazione disgraziata, figlia di padri irresponsabili che ci hanno lasciato solo debiti e degrado: l’eredità che riceviamo è questa. Vogliamo lasciare dopo di noi un mondo migliore di quello che abbiamo trovato, o no?

La seconda è paradossale: la curiosità. Lavorare per lo Stato è una continua sfida all’intelligenza, al buon senso comune. Richiede capacità adattive e flessibilità mentale. La PA comincia là dove finisce la logica. È un luogo ove si incontrano personaggi a volte allucinanti, a volte sorprendenti, mai noiosi. È la più grande organizzazione che esista: un moloch di tre milioni di persone, in un paese che privilegia la dimensione “micro” della fabbrichetta. E chissà, un giorno potrebbe arrivare qualcuno, in politica, che abbia veramente voglia di cambiare le cose e rimettere il paese in marcia: si sono svegliati paesi ben più sfigati del nostro. Quel tale, allora, avrà bisogno di un’amministrazione capace di assecondarlo.
Insomma, un po' come Giovanni Drogo alla Fortezza Bastiani, nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati, resto perché qui qualcosa di nuovo e sorprendente può sempre accadere.

Lo Stato è Interessante.




16 gennaio 2008

Chiamali laici…

Certo che impedire al Papa di venire a parlare all’Università La Sapienza in nome della laicità, della tolleranza, della libertà di pensiero è davvero forte. Ma come? Persino Ahmadinejad ha potuto parlare alla Columbia University: l'Università di Roma cosa aveva da temere dal discorso di Ratzinger?

Voltaire diceva:
“Non sono d’accordo con quello che dici, ma lotterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di dirlo”.
È il primo comandamento di tutti i veri laici e liberali, ben diversi dai cd. “libertari” che hanno a cuore una sola libertà: la loro.
Certo non hanno letto Voltaire i 64 professori e i rumorosi studenti dei collettivi. I quali ultimi, poi - che noia - sono sempre uguali a quando all’università andavo io: le treccine rasta, le barbette, le ragazze con maglioni sformati, l’immancabile ritratto di Che Guevara, e poche idee molto confuse, espresse davanti ai microfoni con l’intercalare di tanti “cioè” e l’aria stupita di chi proprio non riesce a credere che qualcuno lo prenda sul serio. Sembra che li abbiano surgelati nel Sessantotto e poi li tirino fuori a scadenze regolari: patetici, rumorosi e cattivelli, sempiterni fuoricorso parcheggiati nelle facoltà più sfigate - filosofia, lettere, scienze politiche. Ai miei tempi, li chiamavamo “la muffa”.

Mentre i professori continuano a indossare, senza senso del ridicolo alcuno, tocco, toga ed ermellino, e a distribuire lauree honoris causa a personaggi famosi e per nulla scomodi: Valentino Rossi, Vasco Rossi, Mike Buongiorno... Allegria! come diceva quest’ultimo.

L’alleanza tra questi contestatori immaginari e la mafia accademica non è casuale: essi sono magnificamente funzionali al progetto dell’università di massa, pessimo posto per studiare, ma perfetto come trampolino di lancio per altre carriere, nella politica come nel management.

Mi spaventa come negli ultimi tempi mi trovi spesso d’accordo con Giuliano Ferrara, che ieri ha dichiarato: “Considero personalmente un disonore aver studiato all’Università La Sapienza”. Sottoscrivo in pieno, da ex allievo di quel grande macello di intelligenze e di gioventù: questa infame manifestazione di intolleranza è solo l’ultimo di una serie di buoni motivi per vergognarsi della mia cd. alma mater.

Tra l’altro i contestatori hanno ottenuto l’effetto opposto a quello desiderato, perché, come scriveva Albert Camus,
“il censore proclama ciò che proscrive”.
Oltre che intolleranti, pure stupidi.

14 gennaio 2008

Storie di maschi ostinati

A leggere superficialmente “L’amore ai tempi del colera”, il contrastato amore via telegrafo tra Florentino Ariza e Fermina Daza potrebbe sembrare simile a una di quelle ridicole storie a distanza che oggi nascono via chat, si sviluppano per e-mail ed sms, e muoiono miseramente alla prova dei fatti (vedi il mio post “L’amore ai tempi di ICQ”).
Ma la narrazione di Garcia Marquez ha il respiro ampio dell'epopea: i suoi personaggi sembrano ingaggiare una gara di resistenza, ed arrivano in fondo alla vita puliti e sobri come rocce levigate dalle intemperie, così da poter sintetizzare tutto il proprio essere in poche terribili parole: come se tutta la vita non fosse altro che una marcia vittoriosa di liberazione dell’essenziale.

Così il vero oggetto del libro, come di tutti i libri del Colombiano, non è semplicemente una storia d’amore, ma la maschia ostinazione dell’uomo, solo contro il mondo, ad abbattere tutti gli ostacoli che si frappongono al suo cammino di realizzazione personale.
“Parla sul serio?” gli domandò.
“Da quando sono nato” disse Fiorentino Ariza”non ho detto una sola cosa che non sia sul serio”
.

Il capitano… guardò Fiorentino Ariza, il suo dominio invincibile, il suo amore impavido, e lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.

“E fin quando crede che possiamo proseguire questo andirivieni del cazzo?” Gli domandò.

Fiorentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti.

“Tutta la vita” disse.
Florentino Ariza si eleva dalla sua umile condizione, arriva al successo, ma è e rimane, per tutta la vita, un poeta. Non un banale creatore di versi e rime, ma persona che pratica la poiesis nel senso più vero del termine, artefice del proprio destino che attraverso la parola dà vita e senso al mondo, e ne penetra l’intima essenza.

“Florentino Ariza scriveva qualsiasi cosa con tanta passione che persino i documenti ufficiali sembravano lettere d’amore…
Senza proporselo, senza neppure saperlo, dimostrò con la sua stessa vita… che non esisteva nessuno con maggior senso pratico, né spaccapietre più ostinati, né direttori più lucidi e pericolosi, dei poeti.”
Ebbene niente, proprio niente di tutto questo sembra aver capito il regista del film in questi giorni nelle sale, Mike Newell, autore della simpatica commedia “Quattro Matrimoni ed un Funerale”. Nel romanzo Florentino è uomo di prepotente virilità e ferrea volontà; nel film diventa un languido romanticone che si adatta
ad attendere sospirando per mezzo secolo il coronamento del suo ormai appassito amore, ingannando il tempo con una serie di avventure di solo sesso. La femminilità altera di Fermina Daza è malamente restituita da Giovanna Mezzogiorno che proprio non riesce a far meglio, in tutti suoi film, che la gattamorta dagli occhi dolci.
Un vero strazio, e non posso dire che i critici non l’avessero avvertito.

12 gennaio 2008

Una moratoria morale




Dopo il voto all’ONU sulla moratoria della pena di morte, faceva un certo effetto sentir parlare Marco Pannella di “vittoria della Vita”. Un po' come se il Conte Dracula diventasse testimonial di una campagna per la donazione di sangue…

Giuliano Ferrara ha di recente proposto un’analoga moratoria sull’aborto, mosso da ineccepibile logica: se ogni vita umana è sacra, anche quella del peggiore assassino seriale, non lo è a maggior ragione quella di un innocente?


“condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri. Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica.”
La proposta di Ferrara ha il pregio di essere laica ed umanistica, non ideologica. Essa reclama le buone ragioni dei laici, non convinti dell’equivalenza morale proposta dalla Chiesa Cattolica tra aborto e contraccezione, ma ugualmente smarriti di fronte all’ineludibile immensità delle cifre del fenomeno, contro il totalitarismo laicista che nega a priori valore al futuro dell’umanità, i suoi figli.

Siccome l’Italia, ormai, soffre a tutti i livelli di una prospettiva angusta, per cui tutti i drammi del mondo hanno rilevanza e vengono letti solo in chiave di politica interna, la proposta è stata interpretata in senso diminutivo, come un attacco alla legge 194. Ferrara invece parla dell’aborto come problema planetario, ed i suoi argomenti andrebbero discussi nel merito, senza fare dietrologie sul “cui prodest” nello stagno mefitico della politica
nostrana.

Per quanto mi riguarda, concordo sull’analisi secondo cui l’aborto è prima di tutto sessista: nel mondo esso colpisce statisticamente soprattutto feti di sesso femminile. Già: questa supposta grande conquista della donna è lo strumento grazie al quale milioni di donne non sono mai nemmeno venute al mondo!
Che sia eugenetico, lo ammette la stessa legge 194, quando tra i casi in cui l’aborto è consentito include la “previsione di anomalie o malformazioni del concepito”.

Sono poi convinto che la pratica dell’aborto su scala di massa sia parte del grande progetto totalitario e politicamente corretto, che mira a disinnescare la dimensione progettuale e rivoluzionaria dell'atto sessuale, ed a ridurlo a mero oggetto di consumo individuale e commerciale, depurato da ogni implicazione affettiva e sentimentale.
Soprattutto l’aborto costituisce il culmine del progetto femminista di evirazione dell’uomo.
Dal momento che solo alla donna spetta ogni decisione sul proseguimento della gravidanza, e che lui non ha alcuna voce in capitolo, il ruolo dell’uomo è derubricato ad attore non protagonista: mero donatore di seme, se lei decide di abortire, di padre-bancomat, in caso contrario. In ogni caso espropriato di ogni controllo su quello che è - anche - suo figlio. Sintomaticamente, del resto, l’art. 1 della l. 194 dice che “lo Stato riconosce il valore sociale della maternità”: la paternità non viene minimamente citata. Altro che parità tra i sessi: si riconosce il diritto - l'arbitrio - della donna a disfarsi di una maternità indesiderata, mentre la paternità deve essere sempre “responsabile”. Persino dopo morti: il cadavere di Yves Montand fu addirittura riesumato per estrarne il DNA e rispondere così ad un’azione di accertamento della paternità intentata da una ragazza.

Si accusa l’uomo di avere sentimenti proprietari sul corpo della donna. Ma nella logica abortista, la donna accampa proprietà su un altro essere, cui nega la sua specificità. Un po' come nell'antichità i padri avevano il diritto di abbandonare i figli indesiderati sul monte Taigeto. 

Del resto non si dice spesso “fare un figlio” piuttosto che “avere un figlio”? Illuminante espressione di quel retropensiero che vede nei figli una proprietà dei genitori, e prelude a tutte gli abusi e i maltrattamenti all’infanzia.
Perché è l’infanzia, poi, la gioventù, il futuro insomma, la vera parte debole di questo paese, quella che non ha diritti ed è alla mercè del nostro mondo senescente e dei suoi comodi.

Così, tutto contribuisce a rendere la scelta di abortire facile e leggera, mentre, di converso, a rendere faticosa, onerosa, economicamente controproducente per una donna l’opzione di avere figli e mettere su famiglia. L'IVG non è nemmeno soggetta al pagamento di un ticket, la gravidanza è trattata alla stregua di una malattia gravissima.
Deve esserlo per forza, se il parto, un tempo evento casalingo e familiare, viene medicalizzato ed ospedalizzato, e quindi drammatizzato, mentre di converso si cerca di s-drammatizzare l’aborto introducendo anche da noi la pillola RU486: non sia mai che la donna debba fermarsi un minuto a riflettere sulle conseguenze ed il valore di ciò che sta facendo. Giù una pillola, e una gravidanza sparisce come se fosse un volgare mal di testa.
Tanto è ostinata la negazione di una qualche importanza al feto, che nessuna aggravante è prevista nella legge penale per l’omicidio di una madre in evidente stato di gravidanza. Uccidi due, ma paghi per uno.

Per vedere quanto la cultura abortista sia forte, basterebbero due dati: la Germania Orientale al momento dell’unificazione fu disposta a lasciarsi assorbire completamente da quella Occidentale, a rinunciare a tutto, alla sanità gratuita, a un sistema di protezione sociale molto forte, al diritto all’alloggio e al lavoro: ma non alla sua legge sull’aborto, assai più liberale di quella occidentale.

Quanto all’Italia, un paese che si è autocondannato all’estinzione continua imperterrito a macinare 200.000 aborti all’anno. Per gli sponsor dell’aborto è probabilmente un successo: ed infatti, mentre la 194 viene difesa con le unghie e con i denti, nulla si fa per la prevenzione. L’educazione sessuale a scuola rimane un tabù, i preservativi costano più che nel resto d’Europa, addirittura la loro pubblicità è scomparsa, senza clamore, dalla televisione (perché i bambini chiedevano chi era quel Control che faceva l’amore con tante belle signore…): risultato, l’aborto è diventato una forma diffusamente praticata di contraccezione tardiva. Questo, lo ricordino i difensori della presente legge 194, in barba alla sua petizione di principio (
art. 1: L'interruzione volontaria della gravidanza… non è mezzo per il controllo delle nascite”), e al chiaro disposto secondo cui l’IVG è ammessa solo nelle “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4).”

Di fronte a tutto ciò io provo orrore. La mia posizione non è ideologica: non aderisco a una chiesa o a un credo politico. È piuttosto una posizione di pancia. Amo i bambini, lo confesso, mi diverte giocarci insieme, ammiro la loro esuberanza, la loro disarmante sincerità, la loro geniale inventiva.

Perciò non capisco come chi ha il meraviglioso dono di concepirne uno possa privarsene. Sbagliava clamorosamente Sigmund Freud quando teorizzò l’ “invidia del pene”: siamo noi uomini a soffrire di ‘invidia dell’utero’. Nulla nasce dalle nostre viscere. Pittura, scultura, poesia, tutte le arti creative, non a caso prevalentemente maschili, non sono che goffi tentativi di simulare l’atto creativo per eccellenza, il concepimento di un bambino ad opera della madre, i nove mesi in cui lo porta in grembo, e tutto il tempo in cui lo porta per mano per il mondo.

Lascio ad altri, più esperti, stabilire se l’embrione sia ‘persona’ o meno. Io mi limito a non capire un mondo che protegge persino la vita degli animali, o l’integrità dei monumenti di pietra, più di qualcosa che è indubbiamente ‘umano’, e che, nel suo umano divenire - aristotelicamente da 'potenza' ad 'atto' - se lasciato crescere, diventerà un bambino.

Non l’ho pensata sempre così, beninteso: finché se ne parla in teoria può sembrare una cosa pulita e logica, persino indispensabile. Comunque estranea, come tante cose di cui apprendiamo dai media e che sembrano non toccarci da vicino. Ma poi conobbi una signora che lo aveva fatto: e ne parlava con disinvoltura, come una delle tante esperienze che contribuivano a costruire il suo curriculum di donna vissuta e navigata. Si era in tutta fretta liberata da una gravidanza inaspettata per poter correre ad assumere una cattedra di demografia in un’importante università d’Oltralpe.
La Demografa che ammazza la Cicogna per poterla meglio studiare a tavolino: è una bella metafora del rapporto malato che questo nostro mondo ha con la vita.

Per inciso, questa persona che descriveva il suo aborto con la stessa imperturbata neutralità morale con cui si parla dell’estrazione di un dente, mi raccontò poi - con assai maggiore partecipazione - di quando si trovò a dover sopprimere un sorcio che il suo gatto aveva torturato. E solo in quel caso si definì “angosciata”. Agghiacciante… Dopo di che è ben difficile prestar fede alla vulgata femminista secondo cui l’aborto è vissuto e sofferto dalla donna che lo pratica come una tragedia. 

Mai nessuno, per inciso, che si soffermi a pensare allo stato d'animo di un uomo che vede finire la sua progenie nel cestino dei rifiuti ospedalieri. E' un uomo, poteva stare attento.

Bisogna semplicemente arrendersi all’evidenza – e i recenti episodi di violenza sui bimbi ad opera delle loro madri lo dimostrano - che l”istinto materno” è un’astrazione. Se davvero esiste, non è egualmente distribuito. Semmai, per giustizia, la stessa legge che permette l’aborto dovrebbe essere altrettanto indulgente verso le infanticide, visto che il sentimento (o meglio, la mancanza di sentimento) che anima i due atti è praticamente lo stesso: anzi, nel caso dell’infanticida c’è magari l’attenuante della depressione post-partum.

La Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby ha ormai dimostrato quanto il rapporto madre-figlio sia cruciale per il sereno sviluppo della personalità. E quanti danni invece facciano madri anaffettive e mentalmente crudeli. Ecco, forse questa è l’unica
possibile giustificazione dell’aborto: che è una maggiore sventura, per un essere umano, nascere da una madre incapace di affetto e di sentimento, che non nascere affatto.

Io credo però che, piuttosto che rassegnarsi, occorra portare avanti questa sfida alla mentalità corrente e politicamente corretta, in nome non di qualche norma metafisica, ma del valore dei sentimenti, degli affetti, di quel grumo di passioni che fa di noi autentici esseri umani. Laicamente, in nome della nostra semplice e fragile umanità che abbiamo il dovere di proteggere, soprattutto nei più indifesi.


"La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo."
Albert Camus


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Il confronto tra Giuliano Ferrara e
Marco Pannella al Tg3 Primo Piano, 2 gennaio:


11 gennaio 2008

Italiane all'estero

Un tempo c’erano gli emigrati. Erano i poveri, gli ultimi, gli avanzi della società, esportati perché non si aveva bisogno di loro: superflui. Oggi invece si parla di “expats”, gli espatriati: un termine meno drammatico che sembra suggerire una differenza qualitativa, trattandosi spesso di professionisti di alto livello - ed anche un distacco meno forte e definitivo dal paese d’origine, seppure non meno problematico. Gli expats più organizzati sono senz’altro gli anglofoni, che tendono a costituire dovunque vadano una rete sociale fatta di pub, scuole, incontri, giornali dedicati. Devo agli expats anglosassoni gli anni più divertenti della mia vita sociale, compresa la partecipazione al club di corridori Hash House Harriers.

Anche gli italiani cominciano ad organizzarsi, pur se non manca mai un lagnoso tono da esuli incompresi, da orfani diseredati dalla patria matrigna, che guasta tutto: ma viviamo in un mondo in cui la mobilità, anche oltrefrontiera, è sempre più la norma - ed altri paesi, al netto del sole, del mare e della pizza, hanno senz’altro molto più da offrire.

Francesca Prandstraller con “Per amore, per lavoro. Storie di donne espatriate” (Guerini e Associati) affronta il tema dell’espatrio dalla particolare angolatura femminile, raccontando storie di donne italiane che sono andate all’estero o nella più tradizionale veste di ‘mogli al seguito’, oppure in incarichi lavorativi, spesso a livello accademico o manageriale.

Attraverso narrazioni in prima persona, il volume ripercorre i momenti significativi dell'adattamento culturale, familiare e professionale e mette in luce punti di vista e modalità diverse di affrontare la stessa avventura. L'autrice analizza le dinamiche che nascono dall’incontro con nuovi stili di vita, ma anche l’impatto alla realtà italiana una volta rientrate.

Che può essere ben duro: l’expat che ritorna si figura di essere un eroe che merita di essere accolto dalla patria trionfalmente, come un campione olimpico nelle città della Grecia antica. Si accorge ben presto che il mondo – quello che era il suo mondo - è andato avanti benissimo senza di lui.

Anche per questo, avendo conosciuto e stimato nel loro ‘giusto valore’ alcune di codeste emigrate in carriera, non posso che augurarmi di tutto cuore che il loro soggiorno all’estero sia lungo, proficuo, felice, e possibilmente senza ritorno.

Fortunatamente per noi rimasti esiste una corrente migratoria in senso opposto, di giovani donne straniere che vengono in Italia a cercare l’amore come il lavoro. Ed alla fine il saldo netto è positivo: volti, sangue, idee nuove, compensano abbondantemente l’esodo delle nostre compatriote. Senza rimpianti.

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Organizzatissime: il sito delle Expats italiane

Percorso di guerra per la SSPA

Mentre l’ultimo Concorso per Magistratura ha dato esiti davvero paradossali (con candidati che scrivono “risQuotere” ed amenità varie), il concorso di ammissione al quarto Corso Concorso alla Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione si conferma uno dei più selettivi in tutta la PA. È una buona notizia: la severità della selezione è una precondizione per l’elevata professionalità della categoria. Oggi sono stati pubblicati i risultati delle prove scritte: solo 120 sono stati ammessi all’orale, su 155 posti disponibili. È probabile che ci sia un’ulteriore scrematura agli orali: quindi gli ammessi al Corso potrebbero essere molti meno dei posti messi a bando. Avvenne anche per il mio concorso: i posti in ingresso erano 215, dai quali, all'esito dei due anni di corso avrebbero dovuto uscire solo 165 dirigenti. Invece già agli orali furono ammessi meno di 200 candidati, e alla fine facemmo il corso solo in 148. Di questi, una decina non arrivò alla fine. Un vero percorso di guerra. Siano avvertiti, dunque, i candidati: non è questo il momento di tirare i remi in barca.

Chi non ce l'ha fatta potrebbe ritentare, facendo tesoro dei propri errori e con maggior maturità. Purtroppo questo autobus non ripasserà tanto presto. Il vero punto debole della Scuola rimane infatti la sua incapacità a programmare una “vendemmia annuale”, come la chiamò Ciampi: col risultato che poi le singole amministrazioni provvedono al reclutamento dei loro dirigenti con percorsi interni e facilitati. A fine mese ci sarà un concorso per dirigenti al Ministero della Giustizia, e tra i requisiti d’accesso è prescritta addirittura solo la laurea triennale. Il mio sindacato, l’Unadis, ha chiesto al Consiglio di Stato di pronunciarsi su questa contraddizione: che per la stessa posizione di dirigente siano previsti due percorsi, uno iperspecializzato e selettivo, l’altro, assai meno ‘demanding’, sotto il profilo dei titoli. Teniamo incrociate le dita.

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Nell'immagine il cavallo alato simbolo della SSPA (scherzosamente chiamato dagli allievi "Il Ronzino")


09 gennaio 2008

Se un uomo

Se un uomo non è disposto a rischiare per le proprie idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui.

Ezra Pound

08 gennaio 2008

E per modello, una scimmia

L'ufficio? E' davvero una giungla
Per fare carriera copiamo gli scimpanzè
Corriere della Sera 8 gennaio 2008


... 5)Cercare di essere un buon capo. «Anche il grande boss è tenuto a seguire le leggi della giungla e come gli scimpanzè devono combattere costantemente per conservare il loro grado, aumentando il livello di stress di tutti, così in ufficio un bravo capo è colui che sa mescolare sapientemente motivazione, capacità di controllo e leadership»....



06 gennaio 2008

Ezechiele apocrifo




« Ezechiele, 25:17. Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te! »

In realtà è una citazione apocrifa dal film Pulp Fiction. Nella Bibbia non c'è!

Ora sognare si può

Comunque vada, quest'anno sarà migliore. Almento in Politica Internazionale. Nessuno potrà fare peggio di George W. Bush, l'uomo che ha portato al massimo deterioramento le relazioni con l'Europa e la Russia, che ha ingaggiato due guerre senza vincerne una, col bel risultato che oggi il petrolio costa ben 100$ al barile.

Barack Obama è una speranza per tutti: soprattutto per i giovani. Il nostro è un mondo vecchio, ed occorrono sangue nuovo, nuove energie, nuove idee, nuovi volti. Una politica visionaria e profetica. L'appello alla maggior esperienza da parte della sua rivale Hillary Clinton (e poi quale esperienza? Quella di moglie?) non ha funzionato. Soprattutto
sarebbe negativo se vincesse la Clinton: perché una democrazia matura non può permettersi di perpetuarsi secondo un principio dinastico, e avere una presidente-moglie dopo un presidente-figlio sarebbe troppo. Tra parentesi, queste donne di sinistra (Hillary come Ségolene), che scalano il potere sulle spalle dei loro compagni, che tristezza per il femminismo. Altro che la Merkel o la Thatcher, che sono andate avanti sulle loro gambe.
C'è un motivo particolare per dar fiducia ad Obama: è l'unico che ha votato contro la guerra in Iraq. È l'unico che aveva ragione. Se la qualità principale di un leader è la visione lungimirante, ecco la prova che lui ha saputo vedere più avanti e meglio di tutti gli altri.
Obama ci promette l'America del sogno, con la quale siamo cresciuti da bambini: quella che incarna positivi valori morali, quella che assicura ad ogni uomo la sua dignità. Non l'arrogante potenza imperiale di Bush.
Seguirò con trepidazione queste elezioni, e con notevole invidia: come sarebbe bello poter partecipare, fare politica, vedere volti nuovi anche qui da noi.

04 gennaio 2008

Dario, un esempio...

Apprendo incidentalmente da questo forum su Pagine di Difesa, testata giornalistica di politica internazionale e della Difesa diretta dal Generale Giovanni Bernardi che un mio scritto sugli stili di leadership viene spesso citato nei corsi di Dottrina Militare all'Accademia Navale, uno dei corsi tecnico-professionali che concludono l'addestramento degli Ufficiali. Tal Naumachos scrive:

"Cito un AUC, "Dario Quintavalle" che spesso viene preso ad esempio da alcuni ufficiali durante le lezioni di "dottrina" per quello che dice:

"Il lavoro di un capo - Ufficiale o Dirigente civile che sia - è diverso da quello dei suoi subordinati, e non perfettamente sovrapponibile. Comandare significa organizzare, coordinare e rendere armonico e finalizzato a un risultato il lavoro altrui. Significa far sì che tante - anche brillanti - individualità, diventino un gruppo affiatato e produttivo. Ad un direttore d'orchestra . . . non si chiede di saper suonare tutti gli strumenti musicali, come e meglio dei suoi orchestrali. Il suo valore aggiunto rispetto alle persone che dirige, consiste nell'estrarre da essi un risultato che è ben più che la somma dei talenti individuali"."


Retrospettivamente, oggi che sono Dirigente devo riconoscerlo, l'Accademia Navale è stata una grande scuola di comando e di leadership.
Per parte mia, l’idea di essere preso ad esempio da chicchessia mi diverte troppo, ed un po' mi preoccupa: che stia diventando troppo saggio - e dunque troppo vecchio?

01 gennaio 2008

Il primo giorno


L'alba del nuovo anno dalla terrazza del Gianicolo, a Roma.

Non è vero e non ci credo, ma....

Non leggo mai gli oroscopi, ma devo dire che, almeno sulla definizione del mio profilo caratteriale, ci azzeccano assai: sono Ariete, segno di fuoco e di corna. Ho raccolto un po di previsioni, per farmi quattro risate alla fine dell'anno.

Conosci il significato del tuo segno?!

L'uomo Ariete ha un carattere forte, una spiccata intraprendenza, è deciso e lungimirante.
La calma e la saggezza ne fanno un punto di riferimento. Spesso ricopre posizioni da leader, e sa farlo nei modi più pacati e limpidi, ma non è un ingenuo. E' ottimista e disponibile, riflessivo e ponderatore anche se a volte rivela lati insoliti che lo portano a prendere il controllo della situazione in maniera risoluta, specie nelle situazioni di emergenza.

Oroscopo 2008 - Ariete in collaborazione con Astra

Ci sarà battaglia, come piace a voi: la vincerete con self-control e razionalità
Aria di sfida nel vostro cielo! Giove e Plutone in quadratura potrebbero suggerirvi di ridimensionare alcune aspettative o ambizioni, di tutelare più del solito gli interessi economici, di evitare cibi troppo “golosi” e non del tutto sani.
Saturno, però, promette di aumentare il vostro prestigio nel lavoro ma in cambio vi chiederà impegno e tanto! Al punto che per un po’ potreste lasciare in secondo piano cuore e batticuori...

COPPIA - Un tocco di fantasia può riaccendere il fuoco della passione
SINGLE - rare le storie serie e valide. molti gli incontri hard: godeteveli
LAVORO - Tanti impegni stressanti? la pazienza sarà il vostro asso nella manica
DENARO - Non fidatevi dei grandi “affari”, solo i vostri stipendi non mentono! Occhio al freddo, Saturno attenta alle ossa e alla pelle

Gli elementi astrologici che influenzano la sessualità. Bando alla vostra solita sbrigatività, con Plutone che da fine gennaio al 14 giugno e dal 27 novembre a fine anno transita in X Casa: potrete agire da consumati padroni negli incontri con partner che non desidereranno altro che accontentarvi. Marte, indispettito e frenante in marzo e aprile, si riprenderà alla grande in 5ª Casa dal 10 maggio al 1° luglio e in 8ª Casa dal 4 ottobre al 15 dicembre.
Negli intervalli, il guerriero o la guerriera che c’è in voi avrà bisogno di riposo. Luce speciale tra settembre e ottobre, quando Venere transiterà in 8ª Casa.

da http://www.oroscopo2008.info/oroscopo-ariete-2008

Ariete

Un 2008 tutto in discesa! Per te , Ariete, l’anno venturo sarò il proseguimento dei successi ottenuti in tutti i campi come è accaduto nel 2007. Grazie, inoltre, all’ appoggio delle persone che ti amano, porterai a Termine ciò che hai cominciato vivendo di rendita.

Da http://www.oroscopi.com/ariete.html:

Amore

Voi dell'Ariete avrete molto da guadagnare, in campo affettivo, dal 2008!
Godete tantissimo degli aspetti che si formano fra Venere e Plutone, due astri che giocano a rincorrersi, come farete voi con le persone che vi affascinano di piu'!
Ci saranno, in particolare, periodi in cui vi capitera' di conoscere persone nuove o di scoprire nuovi aspetti delle persone che gia' frequentate.
Saranno, come ovvio, i momenti piu' belli dell'anno, per l'amore.
Si tratta del periodo estivo, in cui il Sole vi da' una marcia in piu', e i mesi di Gennaio e di Ottobre.
In quei mesi, non sognatevi neanche di passare le serate in casa e cercate amici con i quali possiate farvi vedere in giro!
Bellissima sara' anche la primavera, con un Aprile che vede gli astri fare di tutto per mettervi al centro dell'attenzione di chi piu' vi piace!

Salute e bellezza

Il vostro aspetto esteriore sara', nel 2008, pari alla salute, e fantastico.
Vi sentirete costantemente al top e potrete fare tutte quelle attivita' di cui vi siete eventualmente privati nel 2008, come gli sport che vi appassionano o anche delle lunghe, sane passeggiate, possibilmente in compagnia.
L'unico fattore che riguarda la salute al quale dovete stare attenti e' il modo in cui vi alimentate.
Difatti, con Giove in quadratura, potreste tendere a ingerire troppi grassi.
Questa tendenza potrebbe essere esagerata in Estate, quando anche Marte non sara' ben messo.
Proprio quando dovreste alimentarvi in maniera molto leggera, tenderete invece a ingurgitare di tutto.
Almeno, bevete molta acqua, in maniera da eliminare tutte le scorie dal vostro prezioso corpo!

Lavoro

Comparato al 2008, l'anno scorso, per voi Arietini, e' stato un anno un po' statico, in quanto a possibilita' di fare nuove esperienze nel lavoro o nello studio.
Il vostro pianeta protettore Marte sara' per voi armonico in due periodi importantissimi, ovvero immediatamente prima dell'Estate e immediatamente prima della fine dell'anno.
In quei momenti, che sono decisivi nella scelta di chi fa cosa e a quali condizioni, voi sarete incredibilmente protagonisti.
Aggiungete, a questo, il fatto che la vostra sesta casa, quella della quotidianita', e' occupata da Saturno e vi ritroverete sempre di fronte a scelte importanti.
Non seguite sempre il cuore, in questi dodici mesi.
Voi Arietini siete, alle volte, troppo istintivi.
Date ascolto anche alla ragione!

Denaro

Tutti conoscono voi dell'Ariete come persone piuttosto impulsive, che non si fanno troppi scrupoli nel mettere in pratica le idee, se non gli istinti, anche in campo economico.
Per fortuna, quest'anno avete Giove in una posizione particolare, che vi fa essere molto guardinghi nei confronti delle spese che potete affrontare.
Addirittura, chi vi conosce meno bene, potrebbe pensare che siete poco disponibili ad aprire il beneamato portafogli.
Non v'interessate del giudizio altrui e fate quello che vi sentite!
Fidatevi, pero', del periodo di fine Primavera e inizio Estate.
Con Mercurio amico, potreste fare ottimi affari: investimenti e spese allo stesso tempo, e tutti soddisfacenti!