30 aprile 2008

Refugium Peccatorum 2

La puntata di ieri di “Exit” su La7 con Ilaria D'Amico, dal titolo: “Fannullopoli” (in studio Ichino, Di Pietro, Sacconi, Beha, RdB e Cobas, CGIL, il segretario della DIRSTAT, definito dalla bella Ilaria come "il rappresentante di tutti i dirigenti pubblici italiani" – sic!) è stata robaccia. Generalizzare così su una realtà tanto variegata, e nella quale la maggior parte della gente fa il suo lavoro, e cerca di farlo bene, è vergognoso.
Però… però tante cose sono vere, ed è inutile nasconderselo.

Nella mia ormai esennale carriera di dirigente pubblico ne ho viste di tutti i colori: assenteisti, fancazzisti, piccoli Fantozzi che cercano ogni pretesto per rubacchiare qualche minuto al lavoro. Statisticamente, posso testimoniare che si tratta di poche persone, rispetto al totale. Ma contro quei pochi non c'è nulla da fare.
Mi sono presto accorto che l'arma disciplinare è spuntata. Per paradosso, ciò è quasi consolante: nel pubblico impiego lavora chi vuole lavorare, e se lo fa è per pura coscienza, perché non ha da temere punizioni né può aspirare a premi o carriera. Ma quei pochi danno cattiva fama a tutti, e costituiscono un comodo alibi per non risolvere gli altri problemi che affliggono la macchina dello Stato: l'assurda superfetazione legislativa, le procedure vecchie e mai riviste né semplificate, l'uso paradossale e primitivo dell'informatica, che ha finito per far aumentare la carta, anziché diminuirla. Intendiamoci, non voglio dire che il problema della PA è “ben altro”. Ma “un po' più complesso”, perbacco, sì.

Io sono convinto che non sia affatto ineluttabile che il pubblico impiego abbia così cattiva fama. Nella vicina Francia i funzionari pubblici sono assai rispettati, e proprio per questo sono anche molto meglio pagati. Ma occorre avere orgoglio della propria funzione, e non essere ricattabili. Il trade off tra diritti e doveri per cui, come nell’Unione Sovietica “lo Stato fa finta di pagarci e noi facciamo finta di lavorare”, alla fine si è ritorto tutto contro i dipendenti pubblici.

Lo dovrebbero capire per primi i dipendenti e i loro sindacati:
questo è un sistema aberrante, e sempre più contrario alla coscienza comune, che vuole, invece, che sia premiato il merito. Invece si continua a pigiare sul pedale del livellamento, a volere tutti pagati e trattati allo stesso modo.
Basti pensare alla triste storia del FUA, un fondo
che doveva incentivare la produttività individuale, e che invece è stato sottratto alla disponibilità dei dirigenti ed ora viene distribuito praticamente a tutti, in proporzione alle giornate di presenza. In pratica è un premio a chi viene in ufficio.

Ti credo che poi la gente si incazza…

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Sullo stesso tema in questo blog:
"Refugium Peccatorum"
"Il Grande Fardello"


29 aprile 2008

Roma Kaputt

La sconfitta di Francesco Rutelli, ben più che la vittoria di Gianni Alemanno, viene spiegata dai commentatori di estrema sinistra come la smentita dell’idea che la sinistra vince solo se insegue il centro, e la dimostrazione che essa deve invece radicalizzarsi e caratterizzarsi più marcatamente.
Per la verità, il risultato elettorale di Roma dimostra esattamente il contrario. La differenza tra Rutelli ed Alemanno l’hanno fatta quei 55.000 elettori che hanno votato per Zingaretti alla provincia, ma non per Rutelli al Comune. È la conferma di quanto gli osservatori dicono da tempo: in un sistema maggioritario vince chi riesce a intercettare l’elettorato mobile, quello non schierato e non caratterizzato ideologicamente.

Della candidatura di Rutelli, il meglio che si possa dire è che era frutto di grande pigrizia mentale. Si è ritenuto che potesse vincere ad occhi chiusi e praticamente non ha fatto campagna elettorale. E si è dato troppo per scontato che avesse lasciato un ottimo ricordo di sé. Beh, Rutelli fu il sindaco che rinunciò alla progettazione urbanistica della città in favore della formula “programmar facendo”, un ossimoro che in realtà significava improvvisazione e resa a discrezione a tutti gli interessi immobiliari di Roma. Mai ruspe e gru hanno lavorato così tanto a Roma. Fu colui che si fece cogliere praticamente di sorpresa dall’Anno Santo, cominciando a lavorarci appena quattro anni prima, ma ci mise una pezza con la sua molto pubblicizzata conversione ("non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra", Matteo, 6,3, remember?). Fu colui che dette il via al ‘risanamento’ di Capocotta, facendola diventare il postaccio che è oggi. Fu l’unico ecologista al mondo che invece di incentivare l’uso delle biciclette, spinse la gente a comprarsi il motorino. Et cetera.
Coloro che attribuiscono al potere mediatico di Berlusconi la ragione principale del suo successo, sembrano non aver mai letto il Corriere della Sera di questi ultimi anni, specie la Cronaca di Roma: agiografico, a dir poco, con la servizievole Maria Latella impegnata a dare bacchettate sulle dita a tutti i cittadini che osassero scrivere al giornale per una lamentela.
Io ho vissuto in periferia, in questi ultimi anni, ed ho visto come è abbandonata. Senza peraltro che i quartieri più belli, come il Nomentano, ne abbiano beneficiato.
Aggiungerei anche che trattare Roma come un trampolino da usare per lanciarsi poi nella politica nazionale, ovvero come un posto dove riciclarsi in attesa di tempi migliori, non è stata una grande idea, nè un segno di affetto nei confronti della città.

Detto questo, il nuovo sindaco ha esordito davvero male, parlando dal balcone del Campidoglio sotto uno striscione dei tassisti e davanti a gente che faceva il saluto romano. Essere "il sindaco di tutti" non significa essere il rappresentante di tutte le lobbies e corporazioni. E non bisognerebbe dimenticare che la destra di governo in Regione ha dato pessima prova di sé, con Storace che creò 700 nuovi dirigenti dal nulla, ope legis, per tacer del resto.

Per lo sconfitto Rutelli, come per la Finocchiaro, trombata in Sicilia, è pronto un buon posto in Parlamento. È un altro pessimo segnale che il Palazzo dà ai cittadini.

E dice loro che i politici sono come i gatti: cadono sempre in piedi.



26 aprile 2008

Scacco al Pedone

Lo stanco duello elettorale tra Alemanno e Rutelli, candidati a Sindaco di Roma, si concentra sul tema della sicurezza. Il recente episodio di violenza, dove una donna del Lesotho è stata aggredita e violentata da un rumeno (smentendo i luoghi comuni, l’extracomunitario è la vittima ed il comunitario l’aggressore) ha colpito la fantasia dei più, e rischia di far dimenticare altri fattori che rendono la vita in questa città poco sicura.

In primo luogo la strage stradale, cui per ragioni personali sono assai sensibile (mia madre fu investita ed uccisa 25 anni fa proprio qui, a Ostia). Ormai i pedoni a Roma muoiono a grappoli: negli ultimi mesi la cronaca ha riportato parecchi episodi raccapriccianti - la strage di Fiumicino, quella di Tor Vaianica, le due turiste irlandesi uccise sul lungotevere. Morti di serie B, non adeguatamente considerati, né vendicati.

Si leggano queste agghiaccianti statistiche Istat:
nel 2006 dei 5.669 morti sulle strade italiane nel 13,4% dei casi si trattava di pedoni (6,3% i feriti, 21.062), 758 persone, praticamente due al giorno. Il restante 86,6% di vittime è costituito da conducenti (66,1%) e da trasportati (20,5%), ma nelle statistiche Istat i pedoni hanno l’indice di gravità più alto (3,5), ovvero il rapporto tra il numero dei morti e il numero totale dei morti e dei feriti moltiplicato 100. Circa 60 pedoni al giorno sono coinvolti in investimenti e il rischio di infortunio causato da investimento stradale risulta particolarmente alto per la popolazione anziana sia con riferimento ai valori assoluti dei coinvolti, sia rapportando tali valori agli anni compresi nelle classi: dei 758 morti del 2006 221 avevano tra i 75 e gli 84 anni; dei 21.062 feriti 4.205 avevano tra i 70 e gli 84 anni. Riguardo i giovani, ancora secondo i dati Istat, i bambini da 10 a 13 anni coinvolti in investimenti sono stati 797 - mediamente 199,3 per ciascun anno della classe - ma il rischio investimento è maggiore per i ragazzi di 14-15 anni: nel 2006 ne risultarono coinvolti 543, in media 271,5 per ciascun anno di età.
E poi l’incredibile abbandono in cui è lasciata la città la notte: ad un mio amico il solito piromane ha bruciato la macchina, la mia finora ha avuto solo un paio di graffi. Le strade e i treni della metropolitana sono coperti di graffiti ed affissioni. Parcheggiatori abusivi ovunque, le strade più belle trasformate in mercati di griffe false. E le varie forze di polizia fanno finta di non vedere.

La sensazione è di vivere in una città senza legge dove la proprietà e la vita stessa sono a rischio ogni giorno. Allarmi, grate alle finestre, cani nei giardini, testimoniano questo profondo senso di inermità, che sarebbe sbagliato ignorare o minimizzare.

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Sullo stesso argomento, in questo blog:
C'è un giudice a Sondrio
Fermiamo la strage stradale

25 aprile 2008

Paperino, eroe borghese


Con il numero di Topolino in edicola questa settimana nasce un nuovo personaggio: l’agente segreto Double Duck, ossia la nuova identità segreta di Paperino, per i testi di Vitaliano e i disegni di Freccero.

Sono un antico estimatore del papero nato dalla matita di Carl Barks. Di tutti i personaggi Disney è quello più versatile, il più contraddittorio, e quindi il più moderno. Pigro all’inverosimile, non è tuttavia un Oblomov, sa lanciarsi in grandi imprese ed è sempre pronto all’azione. Scioperato e nemico del lavoro, qualunque Tribunale dei Minori della penisola gli toglierebbe l’affido dei nipoti: invece sono cresciuti educati e responsabili - persino troppo, con quel Manuale delle Giovani Marmotte che ricorda da vicino il Libretto Rosso di Mao, e quell’organizzazione paramilitare delle GM un po' tra Scout ed Hitlerjugend.

Il dipolo dialettico tra Topolino e Pippo è tradizionale: l’intelligente e lo stolto, con Pippo ad impersonare la sancta simplicitas che a volte coglie verità che ad altri sfuggono, e quindi confonde i savi e li fa dubitare della loro pretesa superiorità.
La coppia Paperone-Paperino invece è assai più moderna. Perché essi non impersonano solo il Ricco e il Povero, ma due modi di vedere la vita: l’uno workaholic, superimpegnato, l’altro scanzonato e pronto a mettersi in gioco solo quando l’impresa gli sembra meritoria. Paperino, in fondo è un precursore dei no-global, vive nella società capitalista, ne beneficia, ma non ne accetta fino in fondo le perverse conseguenze.
Insomma, in un mondo che pretende da noi l’adesione piena ad un modello, e ci chiede di parlare, comportarci e persino vestire come ci si aspetta dal ruolo sociale che dobbiamo impersonare, il papero rappresenta la scheggia impazzita, che rompe gli schemi e rifiuta di stare al suo posto.

La sua temporanea trasformazione in eroe (prima Paperinik, ora Double Duck) non è casuale, né rappresenta l’eccezione ad una regola. Così come Frodo che combatte e vince da solo il Signore degli Anelli, Paperino è la metafora dell'eroe borghese. Non un superUomo, ma un casual hero: un individuo come tanti, che,
chiamato a svolgere una missione, mosso dal dovere civile non vi si sottrae, attrezzandosi lungo la strada per il compito.
La morale è che nessuno è prescelto e predestinato. Nessuno è pronto. La differenza tra chi passa all’azione e chi resta nell’ignavia sta nell'onestà di principi, nel voler sapere qual è la cosa giusta, e poi farla.

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Vedi anche Paperinik e la sua maschera

24 aprile 2008

Wozzeppenin'?

Caro Beppe Severgnini,
due notizie di stampa dalla Gran Bretagna che mi hanno molto colpito. Tony Blair beccato in treno senza biglietto, e il controllore non gli fa la multa ("ma le pare"), tra lo sconcerto dei passeggeri. L'erede al trono, principe William va a trovare la fidanzata usando un elicottero dell'esercito, come un Mastella qualunque. Qualche virus italico sta contagiando la perfida Albione? Gli Inglesi stanno diventando 'Italians'?

Dio salvi la Regina, oggi più che mai!

23 aprile 2008

Blogger o Wordpress, questo è il dilemma

Su affettuosa sollecitazione del mio amico Karim sto valutando se spostare questo blog su una piattaforma Wordpress. Per ora ho creato un mirror, eccolo qua.

Mah, arriverà un momento in cui dovrò reingegnerizzare tutto il mio sito, e portarlo insieme al blog su un server più decente di Tophost. Ma è estate, e ho assai più voglia di passare il tempo al mare che al pc.

Blogger è effettivamente troppo limitante, e più che caricare foto e video non si può. Però
io, senza saper leggere nè scrivere, andando a intuito, sono riuscito a customizzare un CSS e farmi un layout a modo mio.
Tutti questi blog offrono templates troppo rigidi, che a mio giudizio stanno facendo diventare il web ricco di contenuti ma di aspetto monotono.


22 aprile 2008

Rita, ragazza di 99 anni

Oggi compie 99 una mia vicina di casa. Si chiama Rita Levi Montalcini. Incredibile coincidenza, è nata lo stesso giorno di un altro grande vecchio, Indro Montanelli. Abita in una bell’appartamento pieno di quadri che si affaccia su Villa Massimo, a Roma, dietro Villa Torlonia, con un terrazzo pavimentato con un mosaico che riproduce le traiettorie delle particelle atomiche.
Vista da vicino, è ciò che si dice una gran dama. Esile, la sua figura ha la consistenza dell’acciaio, e la delicatezza di un fiore. Soltanto davanti a Madre Teresa di Calcutta ho provato un’impressione simile. La incontro di tanto in tanto, soprattutto al seggio, alle elezioni. Tutti sono normalmente assai gentili. Solo quest’anno è stata trattata male: io ho votato lunedì e l’ho appreso dai giornali. Avendo sostenuto il governo Prodi, è stata fatta oggetto di vergognose campagne di insulti dalla destra. Così qualcuno in fila davanti alle urne ha pensato bene di non cederle il passo e farla aspettare: pochi isolati più avanti, del resto, e il Nomentano si trasforma da signorile in popolare, e diventa un quartiere di fascisti (non a caso appena oltre la linea di Viale XXI Aprile c’è il casermone dove Ettore Scola ambientò “Una Giornata Particolare”). Lei, con grande dignità, ha incassato in silenzio l'affronto ed ha atteso in piedi. Ho sempre pensato, votando nella stesso sezione, che la democrazia è una gran cosa, se dà a una persona normale come me e ad un genio come lei lo stesso diritto di voto. Purtroppo votano anche gli stronzi. Ma non fa niente.

Auguri Rita, ragazza di novantanove anni.

21 aprile 2008

Un giorno, 27 secoli fa

Andrea Carandini ha due pregi: è un grande archeologo e un grande divulgatore. Le sue lezioni all’Auditorium hanno fatto il pienone dei grandi eventi. Gli scavi della sua equipe in vent’anni hanno coperto finora un buon ettaro del Palatino, e le sue scoperte gli hanno permesso di confermare il fondamento storico della leggenda di Romolo. Particolarmente simpatico, in un accademico, il riconoscimento di aver imparato le tecniche di scavo da un dilettante. E poi, a differenza del suo collega, il Sovrintendente La Regina, non ha mai avuto velleità di condizionare lo sviluppo urbanistico di Roma.
Nel suo ultimo libro “Roma, il primo giorno” ci prende per mano in un viaggio suggestivo a 13 metri nel sottosuolo della città, un ventuno aprile di ventisette secoli fa.

Già, oggi Roma compie 2761 anni. Città affascinante, faticosa da vivere, abitata da persone francamente sgradevoli, ma incredibilmente bella, piena di senso e di storia in ogni suo luogo. E poi in questa stagione, coi ciliegi in fiore che fanno contrasto con i muri in mattoni dei ruderi, con l’aria che comincia a diventare dolce e carezzevole come la seta, è semplicemente incantevole.
Viverci è un curioso privilegio...

20 aprile 2008

San Marino mon amour

"La riforma della PA al centro del Congresso di Stato"
Il Congresso si riunisce domani per affrontare temi legati alla Pubblica Amministrazione, come i progetti di legge su provvedimenti disciplinari e sulla dirigenza.
Sempre lunedì il Segretario di Stato Valeria Ciavatta incontra i dirigenti pubblici sulla riforma della PA per fare il punto sullo stato delle cose, ma anche per esaminare in dettaglio i profili di ruolo predisposti per il superamento dei mansionari, così da poter procedere, insieme ai dirigenti, alle successive fasi per il completamento della riforma, tra cui l’aggiornamento delle funzioni e del fabbisogno dei singoli uffici e servizi.

Letta una notizia del genere, il mio primo impulso è di chiedere asilo politico a San Marino. Un paese dove i Dirigenti pubblici vengono ascoltati dal Governo che si accinge a riformare la PA è un paese serio. Aspetto e spero che un ministro italiano abbia la bella idea di conoscere di persona i drigenti che lavorano sul territorio. Nella mia amministrazione siamo appena 240, potremmo essere radunati agevolmente in un cinema. E forse il ministro avrebbe qualcosa da imparare.

19 aprile 2008

Con ammirazione e con amore

Con ammirazione pensò: "Altre donne non fanno vedere all'uomo come gli vogliono bene. Si trattengono. Non sono sicure di loro stesse, non sono così forti".

Adolfo Bioy Casares, Diario della Guerra al Maiale

18 aprile 2008

Con la madre giusta...

L'Italia fa pochi figli (che scoperta!): 1,3 per donna. "La situazione", dichiara all'ANSA la demografa Letizia Mencarini, "è confrontabile con quella dell'Est Europeo".
Confrontabile?? Maddechè?? Vuoi mettere fare un figlio con una ragazza russa? O lettone? O lituana (come l'amico Karim)? Non è questione di quantità, ma di qualità.


PS: grazie a Barbara (pciù, pciù!) sono finalmente riuscito a preparare dei carciofi decenti. Sono felice, ma la sfida continua: domani riprovo a farli 'alla giudìa' :-)

PS2: Appena sentito dire da Gianni Riotta, direttore del TG1, " TITANIČ ". In Inglese si scriverebbe "tea-tah-nich". Chi glielo dice che la corretta pronuncia è 'tai-tanik'? Mica era una nave croata. Ma cosa chiedono all'esame di giornalismo?


17 aprile 2008

Dialoghi 1

Mattina. Arrivo in ufficio fresco e determinato, pronto a una lunga e produttiva giornata di lavoro. Non ho finito di sedermi alla scrivania e di accendere il computer che bussano alla mia porta. Entra una furia.
“Permette? Sono l’avvocato Papparone*”, dice un ometto di mezza età e si siede.

“Ah, piacere… prego avvocato mi dica…”

“Insomma, quel poliziotto all’ingresso. Vengo qui da quattro giorni ed ancora non si è imparato la mia faccia. Ogni volta mi chiede il tesserino”.

Dal mio orecchio destro esce un fumetto con su scritto: “Embè?

“Eh, ma io sono l’avvocato Papparone. Gliel’ho detto una volta, due volte, e quello niente, continua a pretendere che gli mostri il tesserino. E mi sembra che abbia anche un’aria strafottente. Gliel’ho detto, che sono l’avvocato Papparone”.


Dal mio orecchio sinistro esce un altro fumetto: “Sigh! Sob! Strasob!”.
Chi è l’avvocato Papparone, mi chiederete? Non lo so. Solo uno degli oltre centomila membri dell’avvocatura italiana, la più pletorica d’Europa.
Ho sei anni di esperienza come dirigente, che mi hanno allenato al trattamento cortese e professionale di ogni sorta di malati di mente, stronzi, rompicoglioni, impiegate isteriche e compagnia bella.
Il ricevimento del postulante petulante è un’arte. Non ho mai ben capito se ciò faccia parte del mio lavoro, o ne sia un sottoprodotto. Di sicuro è una gran perdita di tempo, che si mangia le ore migliori della giornata. Ma so per esperienza che quando tocca tocca, ed è inutile cercare di tagliar corto.

Sintonizzo quindi la mia faccia sull’Espressione Standard 1: “Partecipata comprensione orientata al problem solving”.

“Bene, avvocato. Tanto per cominciare il poliziotto all’ingresso non è alle mie dirette dipendenze, ma a quelle del Commissariato di *. Naturalmente, se lei ha da fare un esposto, lo può presentare a me, e sarà mia cura inoltrarlo a chi di dovere”.

Parentesi.

“Ora, se la sua
doglianza ha ad oggetto un comportamento sgarbato dell’agente, le devo dare ragione, in questo ufficio il pubblico deve essere accolto con le dovute maniere: è un preciso desiderio mio e del presidente. Su questo siamo inflessibili”.

“Ah, bene”.

Ora si tratta di lavare la testa all’asino.

“Ma… se lei lamenta solo il fatto di dover presentare il tesserino, devo farle notare che il poliziotto è qui apposta e che le nostre misure di sicurezza sono già assai blande. Non vogliamo chiuderci al territorio, ma non possiamo fare a meno di mettere un filtro”.

“Sì, ma io vengo qui da giorni, sono conosciuto, sono l’avvocato Papparone”.

“Può darsi che il poliziotto non sia molto fisionomista, può capitare. Il tesserino è stato chiesto anche a me. Le ricordo che la maggior parte delle persone che entrano in questo ufficio sono dei pregiudicati. Lei ricorderà che al Tribunale di Reggio Emilia, tre mesi fa, un albanese ha cominciato a sparare all’impazzata in aula, e il primo che ha colpito è stato il suo avvocato”.

“Eh, vero”.


L’avvocato Papparone ha un moto di resipiscenza, e sembra rendersi conto per la prima volta nella sua carriera che tutti i delinquenti che lo pagano per essere difesi non sono solo un pericolo per la società, ma potrebbero esserlo anche per lui.

“Comunque, se lo desidera, ripeto, mi può presentare un esposto, e sarà mia cura…”

“Non sarà necessario, dottore, è solo un ragazzo, farò il superiore”.

“Bene. E posso approfittare della sua presenza per chiederle se si trova soddisfatto dei nostri servizi?”


“Ah sì, decisamente, questo ufficio è un gioiello, sono tutti gentili e premurosi”.


“Ne sono contento, avvocato. Per ogni evenienza le lascio il mio biglietto da visita”.


“Ah, grazie, ecco il mio. Avvocato Papparone”.


E come potrei mai dimenticarla, egregio? :-)


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*nome di fantasia...

Dialoghi 2

Sera. Una festa “wine and cheese” a casa di Patrick. I suoi parties negli anni Novanta erano proverbiali, per la quantità di gente più disparata che riusciva a mettere insieme. Poi è andato a vivere nel Chianti, ma ogni tanto ritorna, e i suoi inviti sono sempre ambitissimi: c’è sempre bella gente. Infatti, mi presenta una bella figliola, che definisce “molto simpatica e molto in gamba” e che mi attacca subito bottone.

Stiamo parlando assai piacevolmente delle diverse qualità di prosciutto, quando si allontana per prendere un pezzetto di formaggio e un po' di vino.
Quando ritorna, comincia ex abrupto a parlare da sola:

“Uffa, ma come si fa?”
Eh?

“Eh sì, ma porca miseria... sono caduti di nuovo i server... grrrr… sono giorni che i server dove lancio i processamenti si incasinano. Noi non abbiamo neppure UPS sufficienti e stiamo per firmare un contratto in cui garantiamo un servizio in real time. È una vergogna non avere i soldi per comprare le licenze dei software. Come potremmo garantire una efficienza del 98%? Ci beccheremo multe su multe quando partirà il mega progettone. E quello che mi fa rabbia è che ci siamo appoggiati ai server del centro per essere più sicuri.....stabili. Invece appena c’è una variazione di corrente cade tutto... pensa che domenica scorsa la corrente è mancata, e lunedì mattina siamo arrivati che nella stanza dei server c’erano 80gradi. No, dico, ti rendi conto?”

Devo avere un punto interrogativo stampato sul naso. Ma di che sta parlando? È stato il Camembert a farle quell’effetto? Un minuto fa parlavamo di prosciutto.

Scopro con pazienza, e dopo molto sproloquiare, che la signorina che ho davanti è una ricercatrice universitaria in oceanografia. Studia la temperatura superficiale dei mari.

"Quindi sei un cervello che non è ancora fuggito all'estero?" domando ironico.
"No, perchè fuggire? Solo perche è paga è incerta? Perchè ho un assegno di ricerca che mi rinnovano ogni 6 mesi? Perchè non ho prospettive di un lavoro fisso per i prossimi 20 anni? Sono una sognatrice e tutto ciò non mi preoccupa".

La Patria ringrazia. Come faremmo ad aumentare il PIL senza voi vestali della scienza, che studiate la temperatura dei mari, la filologia ugro-finnica, o le scelte riproduttive delle zitelle della Germania Est?

Però se il cervello non è in fuga, io ora vorrei sfuggire al cervello. Il fatto è
che io sono allergico ai vermi, ai ragni e agli accademici, ed in più detesto tutte le donne il cui mestiere finisca con -grafa, siano esse coreografe, dattilografe o calligrafe. Mie innocue fisime, ma ho fatto un voto a San Giuseppe di non congiungermi mai più carnalmente con una professoressa universitaria, o me le farò tagliare come fece Origene. Comincio quindi a guardarmi intorno, sperando che qualcuno mi salvi. Niente. Patrick me la paga…

La piattola continua: “Io mi chiedo come potremo mai diventare il centro di eccellenza per l'oceanografia se i nostri server cadono un giorno si e uno no.”

Nei miei occhi sbarrati stanno passando dei messaggi luminosi con i led rossi a scorrimento, come quelli in Times Square a New York: “... chi se ne frega? E chi se ne frega? E chi se ne frega? E chi se ne …”. Io non ho soldi abbastanza per far funzionare il mio ufficio, e si tratta della Giustizia dello Stato, uno dei fondamenti del vivere civile. Chi se ne frega delle tue stupide ricerche? Pensi che non possiamo sopravvivere senza?

Mi sforzo di essere gentile, le chiedo: “E come li vedi ‘sti server? Via web?”

“Sì, tramite internet. Ma io lavoro in remoto via SSH, è un programmino windows che ti permette di lavorare in remoto ma non in ambiente grafico ma tanto io lavoro su unix lanciando procedure in batch”

…lo so, mastico qualcosa di informatica…

“ho davanti un periodo davvero frenetico: dal 22 al 24 sono in Lunigiana, dal 25 al 27 sono a Matera, dal 30 al 3 sono ad Atene, dall’ 8 all’11 sono a Podgorica, poi vado a Parigi, sempre per dei meetings... insomma non mi fermo mai.”

Tipico anche questo: l’accademico centauro, metà uomo metà scrivania. O passa il tempo schiaffato davanti a un pc in qualche buco di centro di ricerca, o saltabecca per il mondo come un canguro impazzito, per partecipare a qualche congresso in cui incontra gente esattamente uguale a lui, ed altrettanto noiosa. E quando viaggia, non guarda mai dal finestrino, perché ha sempre troppo da fare col pc.

“Quindi, quando ho capito che non c’era niente da fare ho deciso di venire qui da Patrick. Ma sono realmente seccata, odio sprecare tempo cosi quando ho ancora 10 giorni arretrati da processare”.

Non c’è che dire, è proprio il tipo “fully committed”. Una che vive per lavorare: mattino, pomeriggio, sera, notte, da lunedì a domenica, senza interruzione. Noi sfaccendati ci possiamo permettere di ‘sprecare’ il tempo a una festa, lei no. Dev’essere fantastico fare un lavoro così, deve dare una sorta di autoconsapevolezza, di senso pieno dell’esistenza, come digitare il proprio nome su Google o guardarsi nella telecamera a circuito chiuso di un supermercato. L’accademico vive in mezzo a noi, ma non è come noi poveri mortali: lui è in missione per conto di Dio, come i Blues Brothers, mica si può fermare sulle quisquilie.

“Beh, io vado. Mando un sms al sistemista cosi sa il casino che si troverà domani mattina. Allora ciao. Dammi il tuo telefono, magari quando ho tempo ti chiamo”.
“E quando hai tempo?” chiedo sardonico.
“Eeeeehhh, mai temo, vado sempre di corsa”.
“Appunto…”
“Beh, allora ciao” fa leggermente imbarazzata.
“Ciao”

Te invece, cara, ti dimenticherò immediatamente. Adios.


15 aprile 2008

Dopo il terremoto



Dalle urne esce un’Italia governabile. E questa è una buona notizia.
Il Veltrusconi non si farà, e questa è un’altra buona notizia. C’è una maggioranza e c’è un’opposizione, che dovrà fare l’opposizione. Forse se c’è una lezione da trarre è che il buonismo ecumenico alla Veltroni non funziona.

Scompare del tutto la Sinistra radicale, è questa è un’ottima notizia. È stata il fronte del no a tutto, ha rappresentato l’infantilismo al potere,
una sorta di Sindrome di Peter Pan politica, con ministri capaci di scendere in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte. Per la prima volta dal dopoguerra non c’è in parlamento un partito comunista. Eravamo arrivati ad averne anche tre: la sinistra estrema si conferma allergica all’unità. Inutile prendersela con Veltroni: se davvero tutti i voti di quell’area fossero stati travasati nel PD, oggi lui avrebbe vinto. No, è stata una sconfitta secca.
Per quel che resta della sinistra è l’occasione per diventare finalmente una forza chiaramente socialdemocratica, come l’hanno tutti gli altri paesi d’Europa.

Il ritorno della Lega ai livelli di dieci anni fa, è la vera grande novità uscita dalle urne. Spiegherei il suo successo non solo con lo scontento rispetto al Governo Prodi. È stata sottovalutata la questione dell’immondizia campana, e della pessima figura che ha fatto fare all’Italia in tutto il mondo. Se una parte d’Italia continua a recitare la parte del peso morto, ovvio che un’altra parte accarezzi sogni secessionisti. Prima o poi la zavorra va mollata, soprattutto quando si è pericolosamente vicini al suolo. La secessione è nei fatti e nei cuori. Bassolino dovrebbe finalmente dimettersi, e sparire.
Poi c’è stata la querelle su Alitalia e Malpensa. I tentennamenti nella vendita ad Air France hanno fatto sì che la questione arrivasse sotto elezioni, e il passaggio dei voli da Malpensa a Fiumicino ha assunto il significato di ennesimo segno di disattenzione verso il Nord e di centralizzazione romana. Varrà la pena ricordare che un italiano su cinque abita in Lombardia e Veneto. Non saper ascoltare questo ventre molle (ma produttivo) dell’Italia è stato sempre il grave limite della sinistra, accontentatasi del buon governo in Emilia. La Lega un suo radicamento sul territorio, indiscutibile, ce l’ha.
È la sconfitta decisiva di una politica aristocratica, che non si mescola alla gente, ma si affida a tecnici ed intellettualini, ben simbolizzata da quel Padoa Schioppa che definì i giovani d’oggi “bamboccioni”. Questi signori non li rimpiangeremo.

Per la Pubblica Amministrazione non la vedo molto bene. Ma è pur vero che l’ultimo governo non le ha poi molto giovato, esordendo con lo spacchettamento dei ministeri, e continuando con la stabilizzazione dei precari. Che il PD aveva presentato alle elezioni quel professor Ichino che si è creato gran fama spargendo uniforme merda su tutti i lavoratori pubblici. Berlusconi dice di aver meglio compreso come funziona la macchina dello stato. Di certo, senza soldi e senza personale non si va molto avanti.

Non mi lascia molto ottimista la possibilità che si sblocchi la questione della Giustizia, visto che essa richiederebbe concordia bipartisan, mentre finora è stata il campo di battaglia di opposti estremismi. Ci si renda conto però che un paese dove la Giustizia non funziona è destinato ad uscire non solo dall'Europa, ma dal consesso civile. Anche qui "senza soldi non si canta messa".

Del resto, è tutto da vedere se davvero il PDL e il PD rimarranno dei partiti uniti: la frammentazione partitica, al contrario di quanto spesso si dice, non dipende dalla legge elettorale, ma dai meccanismi regolamentari che consentono di costituire gruppi parlamentari anche esigui, e non corrispondenti alle liste che si sono presentate alle elezioni, e dal sistema dei rimborsi. Un esempio per tutti, le generose sovvenzioni alla stampa di partito (mi pare sia il Consiglio regionale della Calabria quello nel quale ogni consigliere costituisce un gruppo). Quindi bisogna vedere se il tendenziale bipartitismo alla lunga terrà e si evolverà verso un bipartitismo autentico.

La Lega riporterà in auge la questione del federalismo, già sconfitta al referendum costituzionale di due anni fa. Probabilmente dovrà cercare l’appoggio bipartisan per non ripetere quello smacco. Perché comunque di una riforma del nostro sistema delle autonomie c’è bisogno: ed è onesto dire che il federalismo casinista che abbiamo oggi deriva da una riscrittura del Titolo V della Costituzione operata proprio dalla Sinistra.

La legge elettorale, con le sue liste bloccate, rimane una porcheria. Temo sarà più difficile cambiarla ora che essa ha prodotto stabilità. Ha funzionato, certo, ma non è una legge democratica. Però la lezione da trarre è che le architetture istituzionali sono rilevanti solo fino a un certo punto: contano le persone e le loro scelte. Si chiama politica per questo, del resto.

Si confermano: l’inutilità degli exit-poll, clamorosamente sbagliati, e l’incapacità della stampa di tenere il polso del paese.

Al governo avevamo un maschio settuagenario con i capelli tinti; avremo ancora un maschio settuagenario con i capelli tinti. Nell’essenziale, l’Italia non cambia mai.

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La vignetta di Patrick Chapatte sull'IHT.


13 aprile 2008

E poi dicono male dei dirigenti pubblici ...




Top Manager Telecom Italia.
Ignorante in storia, linguaggio da trivio, non sa coniugare i congiuntivi... e prende 800.000 € all'anno...
Dovrebbe meditare su una delle Leggi di Murphy "Meglio tacere e dare l'impressione di essere stupidi, piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio!".

Questa è la vera leadership motivazionale...
E questa la risposta che merita...



Questo tizio, Luca Luciani, (vedi il profilo su Forbes) dovrebbe dimettersi. Luciani è un giovane dirigente. Un esempio del tanto auspicato ricambio generazionale. In nome della categoria, mi girano un po’ le scatole per le battute che circolano. Una su tutte: «Volete i giovani al comando? Ecco il risultato…».

Davvero una sconfitta di Pirro (o fu una vittoria???)...

I barbari erano una soluzione...

Περιμένοντας τους βαρβάρους

- Τι περιμένουμε στην αγορά συναθροισμένοι;

Είναι οι βάρβαροι να φθάσουν σήμερα.

- Γιατί μέσα στην Σύγκλητο μια τέτοια απραξία;
Τι κάθοντ' οι Συγκλητικοί και δεν νομοθετούνε;

Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα.
Τι νόμους πια θα κάμουν οι Συγκλητικοί;
Οι βάρβαροι σαν έλθουν θα νομοθετήσουν.

- Γιατί ο αυτοκράτωρ μας τόσο πρωϊ σηκώθη,
και κάθεται στης πόλεως την πιο μεγάλη πύλη
στον θρόνο επάνω, επίσημος, φορώντας την κορώνα;

Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα.
Κι ο αυτοκράτωρ περιμένει να δεχθεί
τον αρχηγό τους. Μάλιστα ετοίμασε
για να τον δώσει μια περγαμηνή. Εκεί
τον έγραψε τίτλους πολλούς και ονόματα.

- Γιατί οι δυο μας ύπατοι κ' οι πραίτωρες εβγήκαν
σήμερα με τες κόκκινες, τες κεντημένες τόγες·
γιατί βραχιόλια φόρεσαν με τόσους αμεθύστους,
και δαχτυλίδια με λαμπρά, γυαλιστερά σμαράγδια·
γιατί να πιάσουν σήμερα πολύτιμα μπαστούνια
μ' ασήμια και μαλάματα έκτακτα σκαλιγμένα;

Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα·
και τέτοια πράγματα θαμπόνουν τους βαρβάρους.

- Γιατί κ' οι άξιοι ρήτορες δεν έρχονται σαν πάντα
να βγάλουνε τους λόγους τους, να πούνε τα δικά τους;

Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα·
κι αυτοί βαρυούντ' ευφράδειες και δημηγορίες.

- Γιατί ν' αρχίσει μονομιάς αυτή η ανησυχία
κ' η σύγχυσις. (Τα πρόσωπα τι σοβαρά που εγίναν).
Γιατί αδειάζουν γρήγορα οι δρόμοι κ' η πλατέες,
κι όλοι γυρνούν στα σπίτια τους πολύ συλλογισμένοι;

Γιατί ενύχτωσε κ' οι βάρβαροι δεν ήλθαν.
Και μερικοί έφθασαν απ' τα σύνορα,
και είπανε πως βάρβαροι πια δεν υπάρχουν.

Και τώρα τι θα γένουμε χωρίς βαρβάρους.
Οι άνθρωποι αυτοί ήσαν μια κάποια λύσις.

Κωνσταντίνος Π. Καβάφης (1904)



Questa bellissima poesia di Kavafis mi torna sempre in mente nei momenti di crisi politica. Questo è uno di quei momenti, che non inducono all'ottimismo: dunque uno spunto ulteriore di riflessione.
Descrive una grande civiltà che attende di essere spazzata via dai barbari, e si appresta a sparire in tutto il suo fulgore, con dignità. Ma i barbari, supremo smacco, la snobbano e passano avanti. Quasi delusi per essere stati risparmiati, i decadenti bizantini mormorano che forse "i barbari erano una soluzione".

Qui si può ascoltare la versione in neogreco.
Qui una buona traduzione in italiano


12 aprile 2008

Il voto utile



Totò: "Vota Antonio"

Il martellamento sul “voto utile” è stato il leit motiv di questa campagna elettorale. Personalmente sono ben convinto che il mio voto sarà utile: ma ad altri, non certo a me. Quindi andrò alle urne con l’assoluta e desolata convinzione che nulla cambierà. O che, se qualcosa cambierà, lo farà nel senso mirabilmente spiegato dal Tomasi di Lampedusa: affinché tutto resti come prima. Il mondo sta correndo, e non aspetta certo i comodi dell’Italia.

Gli è che la politica conta sempre meno, nei destini di un paese, ed ai nostri politicanti, se non sanno rendersi utili, possiamo solo chiedere di non far danni e di liberare le forze che ancora possono esprimersi.
In un mondo moderno, la vera scheda elettorale, sono le banconote che noi abbiamo nel portafoglio. Votiamo tutti i giorni per decidere quale è il prodotto migliore, l’azienda più affidabile. Ma gli ostacoli a scelte concorrenziali e di mercato sono ancora moltissimi. Lasciare un fornitore di servizi pubblici o una banca, e passare ad un concorrente, costa - nonostante il decreto Bersani. Il consumatore deve pagare una forma di tassa occulta alle rendite di posizione, siano queste a beneficio dei notai o dei tassisti. Il paradigma del codice civile, fondato sulla presunzione liberale dell’eguale volontà delle parti nella formazione del sinallagma, trascura la realtà della maggior parte dei contratti, dove l’unica scelta che ha il consumatore è “prendere o lasciare”.
Dunque la ormai tralatizia polemica antitasse di Berlusconi centra solo una parte del problema. La realtà è che molte forze, non necessariamente dello Stato, interferiscono con le libere scelte del cittadino consumatore. Lo Stato, poveretto, è ormai una figura recessiva.

Sinistra e destra sono state finora singolarmente concordi nel mantenere lo schema marxiano della centralità dei produttori. I rappresentanti dei lavoratori trattano con quelli del padronato, e il benessere dei primi dipende da quello dei secondi. Questo consente a poche persone di decidere per molti.
Qualche tempo fa i rettori di alcune università hanno dichiarato che siccome loro dirigono gli atenei di eccellenza del paese (e l’eccellenza se la sono dichiarata da soli) hanno diritto a una maggior fetta di finanziamenti pubblici. Ecco, questo è un bell’esempio della mancanza di libertà che c’è in Italia: la casta dei baroni si rivolge alla casta dei politici e chiede una maggior fetta dei nostri soldi.

Immaginiamo un altro mondo, in cui questi signori
i nostri soldi se li debbano guadagnare, e siano gli studenti a decidere quale ateneo merita e quale no. Immaginiamo un mondo nel quale se una banca o un gestore telefonico non mi soddisfano posso passare ad un’altra, senza spese, senza cioè pagare una tassa sulla concorrenza. Togliamo i finanziamenti pubblici ai giornali: chi vuole un giornale se lo compra, non deve pagarlo con i soldi delle tasse.
Spostando l’accento sulla centralità del cittadino consumatore, si lascia al mercato, cioè a ciascuno di noi, decidere il miglior prodotto, e dunque l’azienda migliore, la scuola e l’università migliore.
Oggi una maggior libertà significa proprio maggiore libertà economica. Ma nessuno dei contendenti, in campagna elettorale, ci ha promesso nulla del genere…

Pechino e la democrazia

11 aprile 2008

Il fascino misterioso del grissino torinese



Questa foto di Carla Bruni, torinese, cantautrice, ex modella e moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy, scattata da Michel Comte nel 1993, è stata battuta all'asta da Christies al prezzo record di 91.000 $. Posso capire la curiosità di vedere nuda la moglie di un presidente, ma francamente la Bruni, con la sua boccuccia a culo di gallina, gli occhietti a spillo e la corporatura gracilina, mi ha sempre ricordato Olivia, la moglie di Braccio di Ferro. Anche se, questo le va almeno riconosciuto, Madame Sarkò
veste decisamente meglio.
Non mi sento affascinato da queste donne senza polpa. Al grissino torinese preferisco una morbida e fragrante pagnottella casareccia.

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Su Carla Bruni vedi anche "Stronze da esportazione"


10 aprile 2008

Spegnete la torcia!

Da Parigi a Londra a San Francisco gli spiriti liberi si sono dati un gioioso appuntamento: vogliono a tutti i costi spegnere la torcia olimpica e mandare un segnale, non solo a Pechino, ma anche ai loro governi.

È un bene che sia così. Negli ultimi otto anni, la grandiosa crescita della Cina ha dato l’impressione che l’Occidente fosse disposto a chiudere un occhio sul rispetto dei diritti umani, in cambio della possibilità di accedere al più grande mercato del pianeta.

La crescita economica della Cina è in sé una buona cosa, non solo perché un aggressivo competitore in più fa bene al mercato, ma perché possiamo solo immaginare nei peggiori incubi quali colossali ondate migratorie verrebbero scatenate da una Cina in crisi. I cinesi del resto lo sanno, e le piccole comunità cinesi che abbiamo in Occidente sono state create allentando i vincoli all’emigrazione, proprio per dare un assaggio di quello che sarebbe successo se la Cina non avesse avuto il via libera all’accesso al WTO e quindi ai benefici della globalizzazione. Si gioca anche con questi mezzi sulla scena internazionale: il recente stop alla mozzarella italiana, per fare un esempio, è la risposta chiara e diretta alla crisi dei giocattoli cinesi di qualche tempo fa.

Quando partecipavo ai negoziati marittimi tra la Cina e l’Unione Europea, del resto, me ne ero ben accorto. I cinesi sono gentilissimi, mai condiscendenti. E sanno dove vogliono arrivare.
È tempo però che anche l’Occidente risponda. Gli idealisti che pensano sia solo una questione di valori, si sveglino: i diritti umani hanno un preciso peso economico. La questione sul tavolo non è la sorte dell’ex teocrazia tibetana, ma la possibilità di sferrare un contrattacco alla tigre cinese, e, per questa via, riprendere fiato.

Alla Cina è stato permesso finora di fare dumping sociale, deducendo dai costi della manodopera cose come diritti umani, democrazia, rappresentanza, sindacato. È tuttora la più grande dittatura (comunista) del pianeta, e costituisce un modello radicalmente alternativo al nostro stile di vita. Bene, se dobbiamo competere con la Cina dobbiamo farlo ad armi pari. Se la Cina ha lo status di grande potenza dell’ONU, deve assumersi le sue responsabilità a livello internazionale

Insomma, la Cina, sia sul piano interno che su quello internazionale gioca pesante. E allora perché non farlo anche noi? Per il Tibet, ma soprattutto per i nostri interessi.





09 aprile 2008

Salvate la birra !!!!

Avevo già espresso in due post ("Il Camionista del Kent" e "Il Premio Ignobile") la mia diffidenza verso i profeti di sventura che ci vogliono vendere la teoria del cambiamento climatico.
In questo sito sono pazientemente elencati 428 annunciati (ed implausibili) “effetti del riscaldamento globale”. Cui se ne aggiunge un altro, per me il più preoccupante. Il Corriere (sempre più una versione seria dell'indimenticabile "il Male") rilancia questa notizia:

Cambiamento climatico, birra a rischio
Calano le piogge e intere regioni diventeranno aride.

Diminuirà la produzione di orzo, ingrediente fondamentale per il malto
E già aumenta il prezzo dell'alluminio per le lattine

WELLINGTON (Nuova Zelanda) - Il riscaldamento globale potrebbe mettere a rischio la produzione di birra. Jim Salinger, climatologo dell'Istituto nazionale neozelandese delle ricerche sull'acqua e l'atmosfera, ha affermato che il cambiamento climatico in atto provocherà nei prossimi decenni una diminuzione della produzione di orzo, dal quale di ricava il malto d'orzo, principale materia prima della birra. La minore della (sic!) produzione di orzo avverrà in modo particolare in Australia e in Nuova Zelanda in quanto intere regioni soffriranno di aridità e mancanza d'acqua.

PREZZI ALTI - «Ciò significa che il costo della birra è destinato ad aumentare», ha affermato Salinger. «L'industria birraria nei prossimi anni si dovrà attrezzare: per esempio sperimentando nuove varietà di malto». Ma non sarà solo il malto a diventare più caro, già i prezzi di alluminio (per le lattine) e zucchero (per la fermentazione) stanno salendo.

Devo ammettere che il mio scetticismo è scosso e comincio davvero ad essere spaventato: potenza dello psicoterrorismo! Preso dal panico ho fatto una scorta di Birra Belga d'Abbazia sufficiente a tenere duro fino alla prossima glaciazione.
Prosit!


08 aprile 2008

Di fiori e d'insulti

Attesa

Oggi che t'aspettavo non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
S'annuncia e poi s'allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L'amore, sul nascere, ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente ci siamo intesi.
Amore, Amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d'insulti.

Vincenzo Cardarelli

Bella elaborazione sul tema catulliano dell'Amore e Odio. Noi uomini nati sotto il segno dell'Ariete non conosciamo mezze misure: o amiamo o odiamo, con uguale intensità e passione. E così capita che finito l'amore restino solo gli insulti. O una sorda indifferenza che è meglio non risvegliare.


07 aprile 2008

Too old to die young


Fu il mio amico e collega Carmine "Tappetino" a decretare che sono "pazzo come una banana". Ignoro che relazione ci sia tra la follia e questi simpatici frutti, ma è sempre bene pensare fuori dagli schemi: aiuta a mantenersi giovani.
Compio oggi 42 anni. Ho la "fortuna" di avere avuto un'infanzia ed un'adolescenza discretamente infelici, e segnate da autentiche tragedie. Non ho dunque rimpianti nè vivo di ricordi, come coloro i quali si sono lasciati alle spalle la loro età dell'oro e poi non fanno che rivangare.
Cantava Bob Dylan che:
“Essere giovani vuol dire tenere aperto l'oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.
Ed inoltre che:
"Chi non è impegnato a risorgere, è impegnato a morire"
ed è quello che ho fatto: ho tenuto duro per anni, con l'aspettativa - del tutto irrazionale - che il meglio dovesse ancora venire, mentre il peggio fosse ormai alle spalle. Un atteggiamento positivo premia: la vita non fa che riservarmi soddisfazioni, da un po di tempo in qua. Questo compleanno capita proprio in un momento gravido di novità semplicemente rivoluzionarie per la mia esistenza.
Il passato è passato, una buona metà della mia vita. Ma, come diciamo alla Hash:
"You are young only once, but you can stay immature forever"
Più che una speranza, è una filosofia di vita :-)

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Mamma, un compleanno pieno di contrattempi. 1) Scendo in strada e trovo che qualche vandalo ha esercitato la sua chiave sulla portiera della mia macchina. La quale era correttamente parcheggiata, ma vivo in periferia, e questo spiega tutto, immagino. 2) La mia ex tedesca si è rifatta viva con la scusa degli auguri. È una di quelle persone che pensa che per farsi perdonare bastino un sorrisino e una scrollata di spalle: in tre anni non le è mai venuto in mente di dire poche, semplici parole come: “Ho sbagliato, scusami”. Faccia di tolla. 3) Il mio tentativo di preparare i carciofi alla giudìa si è risolto in un disastro ignominioso. 4) Infine, sulla via del ritorno, la marmitta della mia povera macchina, già vessata, ha ceduto. Sono arrivato a casa che sembrava di essere nella scena finale dei Blues Brothers, quando loro arrivano al Richard J. Daley Center di Chicago inseguiti da tutte le forze dell'Illinois, e la Bluesmobile cade a pezzi esausta. Puuuf! Sbang! Plof!

Ok,
I feel grouchy and grumpy, sarà l’età: in realtà sono stato sorpreso dalle tante testimonianze d’affetto, dai tanti vecchi amici che si sono fatti vivi, magari dopo anni, compreso un compagno d’Accademia; dai tanti regalini, semplici ma indovinati, propri di chi conosce i miei gusti e le mie piccole manie. Grazie a tutti. Amore e amici, che altro può volere dalla vita un attempato quadragenario :-)

Domani do un ricevimento per il mio personale nei miei uffici. Chi vuole passare è il benvenuto.

Massimo, il mio amico grafico, ha disegnato questa:



06 aprile 2008

Icelandscapes



Devo alla squisita cortesia di Alessandro Ciapanna, della rivista “Fotografare” l’invito al Roma Photo Show che si tiene questo weekend alla nuova Fiera di Roma. Una bella manifestazione, certo non la PhotoKina di Colonia, ma un prodotto ormai maturo e rodato. Molte belle ragazze si offrono come modelle a una torma di appassionati fotografi, tutte le novità del settore sono in bella mostra, e lo stand di Fotografare merita certamente una visita.

Da vedere assolutamente la mostra Icelandscapes, con magnifiche opere di Fabiano Ventura. Sono stato in Islanda quattro anni fa, e nonostante la pessima compagnia (un'algida proffa tedesca che passò il tempo a montare in cattedra ed interrogarmi come uno scolaretto), e una folata di vento che distrusse il mio più prezioso zoom, ne riportai bellissime foto (qui).
Fino a domani.


Plagio di successo



Il simbolo della pace ha compiuto cinquanta anni. Lo disegnò il grafico inglese Gerald Holtom, che lo propose a una dimostrazione contro la bomba atomica a Londra il 4 aprile 1958. Mah, a me non sembra un'idea così originale... a destra "L'uomo Vitruviano" di Leonardo: la somiglianza tra i due è evidente, ma chissà perché nessuno l'ha mai rilevata...

Sindacalista, e me ne vanto

Se qualcuno mi avesse detto dieci anni fa che avrei fatto il sindacalista gli avrei dato del matto. Ma è così, sono un sindacalista, e anche piuttosto importante: sono membro della Segreteria nazionale della Cida Unadis (il sindacato dei dirigenti dello Stato), che rappresento al tavolo negoziale del Ministero della Giustizia e per la quale curo anche il settore comunicazione con il sito www.unadis.it e la newsletter. Presto la mia opera volontariamente e gratuitamente, in aggiunta al mio lavoro. Per me si tratta di un’esperienza assolutamente positiva, sia dal punto di vista professionale che umano, dalla quale ho imparato molto. Grazie anche a uomini generosi e di grande spessore, quali il compianto Giuseppe Negro. Vado molto orgoglioso della fiducia che riscuoto ogni volta che riesco a fare un nuovo iscritto: e ne ho fatti parecchi.

Si tratta di un sindacato di nicchia, che rappresenta una determinata categoria professionale, ben lontano dalla onnipresenza tentacolare dei confederali CGIL-CISL-UIL: ma - anche grazie a loro - per il grande pubblico, occorre riconoscerlo, “sindacato” è una parolaccia che evoca corporativismo, privilegio, «un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisione di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi », come scrive Stefano Livadiotti, giornalista de L'Espresso nel suo “L'altra casta” (aspettiamo un giornalista che abbia il coraggio di scrivere anche un libro sulla Casta dei giornalisti, per completezza ed onestà). Un altro libro interessante al riguardo è: “A che serve il Sindacato” di Pietro Ichino, scritto ai tempi in cui ancora non aveva trovato facile bersaglio (e popolarità) nella Pubblica Amministrazione.

Tutto vero, certo. Ma vorrei proporre una riflessione. Erano gli anni 80, e tutti ce l’avevano a morte con i partiti: macchine di potere, burocrazie enormi ed opache. Riformare i partiti? Assolutamente no, il sistema andava abbattuto, punto e basta. Poi arrivò Mani pulite, e fu tutto un crucifige. Erano loro, i partiti, la causa di tutti i mali. Un quarto di secolo più tardi i partiti non ci sono più, e non per questo siamo più felici. Al loro posto i movimenti, con i loro leaders carismatici, inamovibili ed indiscutibili, che governano per diritto divino. Organizzazioni leggere come tele di ragno. Niente più liturgie estenuanti (ricordate i congressi della DC al PalaEUR?), il consenso viene guadagnato montando i gazebo, facendo primarie dal risultato scontato. Niente più politica sul territorio, con le fumose sezioni dove si ragionava e si dibatteva. Che c’è da discutere, ormai? “Al dialogo abbiamo sostituito il comunicato” scriveva già Camus ne ‘La Caduta’. E così una decina di persone, in questo paese, hanno ormai il potere di decidere tutto, a partire dalla composizione del Parlamento. E uno della mia età si sorprende a rimpiangere la DC, il PCI, sì ... persino il PSI (nei momenti di nero pessimismo).

Ecco allora, che dopo aver buttato via i partiti per ottenere questo bel risultato, starei attento a fare la stessa cosa anche con i sindacati. Il movimento sindacale italiano deve essere riformato, a partire dall’ingiustificata posizione di privilegio di cui gode ancora la Triplice. Ma qualcuno che rappresenti il valore del lavoro ci vuole.

E piano anche a parlare di Casta: chi protesta non sempre è innocente. Troppe ne ho viste di persone che vogliono essere assistite dal sindacato senza associarsi. Chiamateli free riders o semplicemente italici furbi. Chi rappresenti gli italiani, o una parte di essi, in politica o nel sindacato, si trova sempre davanti questi meravigliosi istrioni, sempre pronti a mugugnare, mai a schierarsi a viso aperto, mai ad agire per l’interesse collettivo, mai a pagare un prezzo per ottenere un risultato. Gli eterni scontenti che però non muoveranno mai un dito per cambiare le cose: quelli che
Gramsci chiamva "gli indifferenti". La società civile, sarebbe ora di dirlo, non è poi tanto migliore di quella politica che la rappresenta.



05 aprile 2008

Bordello Roma

Pare che Silvio Berlusconi farà arrivare a tutti i romani uno dei suoi pamphlet intitolato “Disastro Roma”. Il candidato premier si propone di smontare il mito del cosiddetto “Modello Roma” di Veltroni.
Fatica sprecata, perché chi abita a Roma sa benissimo quanto quel modello si nutra di molta immagine e di poca sostanza. Di Veltroni non v’è giornale che non parli acriticamente bene, basti guardare quell’autentico house organ del PD che è ormai il Corriere della Sera. Roma è rimasta, nei fatti, una città sbracata, dove i servizi funzionano quando vogliono, i parchi sono solo sulla carta. Molte iniziative, come le piste ciclabili, sono soltanto di facciata.

Ho abitato ed abito in periferia, prima a Pietralata poi ad Ostia, e posso constatare l’abbandono della città, la latitanza degli spazzini, l’allegra strafottente incompetenza e indolenza dei Vigili Urbani, una delle grandi assolute vergogne di questa metropoli. Mio padre invece abita al Nomentano, e non posso dire che lì la mano del Comune si faccia sentire di più. Quanto al centro, è forse la zona più curata, ma ormai è diventato una Disneyland per turisti, con gelatoni al neon che occhieggiano da vicoli un tempo silenziosi. Tutto è poi ricoperto da una uniforme melassa di macchine clacsonanti.
Come far rispettare le regole, del resto, quando il primo a violarle è lo stesso Comandante della Municipale?

Va considerato l'elemento indigeno, una popolazione tra le più maleducate e villane d'Italia, sempre impermeabile a concetti come l'educazione civica: cacca sui marciapiedi, monnezza, macchine parcheggiate male, caos la notte intorno ai locali notturni. Governare una plebe simile, ce ne vuole: ma certo è che non ci si è nemmeno provato. Vedere, per contro, come è stata risollevata dal degrado New York.

Non è irragionevole dunque pensare che il "modello Roma" possa fare la stessa fine del “Rinascimento Napoletano” di Bassolino, scoppiare come una bolla di sapone.

Se c’è un merito di Veltroni è la fine della subordinazione culturale del centro verso il nord d’Italia. Persino il Corrierone, quando parla di Roma, scrive ora “la Capitale”, e con la maiuscola.
Occorrerebbe non dimenticare che razza di sindaci ha avuto Roma negli anni ‘80: Signorello, Carraro, Pietro Giubilo. Una sfilza di impresentabili ed imbarazzanti mediocrità. Rutelli e Veltroni almeno possono ricevere i capi di stato stranieri senza che essi si debbano domandare se per caso non sono atterrati in Albania.

Veltroni, candidato premier, promette di riportare il baricentro della politica su Roma, rispetto a un PDL troppo nord-centrico. Il ritorno di Alitalia a Fiumicino è un passo incoraggiante, e persino l’Expo a Milano appare come un necessario contentino diplomatico all’ex capitale morale, che in cambio non brontolerà quando Roma chiederà le Olimpiadi. Ma basterà questo per convincere l'elettorato del Nord?

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Vedi il pezzo del New York Times sul degrado della Via Appia



04 aprile 2008

Dagli amici ci guardi Iddio...



Ero a Kiev in Piazza Maidan, lunedì scorso, tra i dimostranti che accoglievano, in cagnesco, George Bush. Benché sventolassero bandiere rosse con la falce e martello, non potevo fare a meno di considerarli i miei migliori amici.
Per fortuna dal vertice di Bucarest l’allargamento della Nato all’Ucraina e alla Georgia non è passato. Rinviato a dicembre, come uno scolaretto che debba studiare ancora. E dobbiamo dire grazie a Sarkozy e alla Merkel, visto che la nostra politica estera ormai è all’insegna dell’ Embrassons nous, o del più matriciano “volemose bbene”.
Dell’inopportunità di portare la Nato fin sotto il naso della Russia, hanno detto in molti.
Per parte mia, sono persuaso che il vero e primo destinatario dell’offensiva diplomatica di Bush non è affatto la Russia. È l’Europa.

L’allargamento post-guerra fredda della Nato, infatti, è stato finora preliminare all’allargamento dell’Unione Europea. E sarebbe ora di capire che l’Unione Europea non può estendersi ancora senza essere completamente snaturata. Qualcuno a Brussel sembra invece pensare che abbiamo l’obbligo di imbarcare qualunque paese, anche con una certa flessibilità sul rispetto di criteri e standard. Ci siamo così tirati dentro la Romania e persino un paese diviso come Cipro, diventando una specie di lazzaretto che cura malati gravi.

L’adesione alla UE dell’Ucraina le darebbe la mazzata finale. Troppo popoloso il paese, troppo dipendente dall’agricoltura, troppo vasto. Dovrebbe essere infrastrutturato tutto a spese del contribuente europeo, dovremmo sostenere la sua agricoltura arretrata, subire la concorrenza di milioni di lavoratori pronti ad emigrare in cerca di miglior vita, senza contare che gli approvvigionamenti energetici ucraini dipendono dalla Russia, alla quale è bastato aumentare i prezzi, due inverni fa, per far sentire un brivido di freddo non virtuale a tutto il paese. L’Ucraina è un peso che noi europei non possiamo caricarci senza stramazzare a nostra volta. Gli elettori francesi nel referendum sulla costituzione dettero del resto un chiaro segnale di disillusionment, che sarebbe bene tenere in considerazione.

I circoli conservatori americani ormai vedono l’Europa come un possibile rivale globale degli USA (sul punto rileggere il sempre attuale “The End of the American Era” di Charles Kupchan). Non sul piano militare certo: ma la possibilità che l’Euro sostituisca il dollaro come valuta di riserva nei pagamenti internazionali è oggi sempre meno remota. Non appare dunque azzardato sostenere che gli Americani siano tanto favorevoli all’Ucraina, come già alla Turchia, perché sono ostili all’Europa, e vogliono usare questi due (troppo) grandi paesi come cavallo di Troia per destabilizzarla.
Si potrebbe obiettare agli americani che i competitori del futuro sono altri: la Cina e l’India. Ma occorrerebbe ricordare che questo schema non è nuovo nella politica estera USA. Già durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre combattevano fianco a fianco dei Britannici, gli americani lavoravano per smantellare il loro impero, tollerando invece l’espansione di quello sovietico (cfr. Niall Ferguson, Empire). Esiste da sempre, latente, un riflesso antieuropeo - più che nella politica, nella psicologia collettiva degli USA - che fa si che il nostro grande alleato possa essere al tempo stesso il nostro più acerrimo rivale.

Insomma, come sempre, anche in politica estera, dagli amici ci guardi Iddio…

01 aprile 2008

Facciamo outing !

Che strano. Viviamo in un mondo che si vuole moderno ed emancipato, nella sfera sessuale. L’omosessualità maschile è tranquillamente accettata. Il saffismo è addirittura chic. Le signore menano vanto delle loro 'one night stands' con uomini di passaggio. Il sesso anale ha oltrepassato l’angusto recinto delle scuole cattoliche (un pensiero alle nostre compagne di cui si diceva che erano “vergini davanti e martiri didietro”) per diventare fenomeno di massa. Solo verso una pratica erotica resiste ancora un ingiusto ostracismo: la masturbazione.

Santa Romana Chiesa non sospetterà mai quanti giovani adepti si sia persa per strada, condannando aspramente (e in modo piuttosto inverosimile) questa pratica del tutto innocente. Un adolescente esuberante comincia presto a scocciarsi di confessare questo peccatuccio, che ha la sola aggravante della recidiva compulsiva: la frequenza ai sacramenti così ne risente, e poi si dirada fino ad estinguersi.

Eppure, sorprendentemente, non è stato l’oscurantismo clericale a decretare la condanna del vizio di Onan: come rivela il prezioso e documentato libretto dell’importante sessuologo ed antropologo francese Philippe Brenot, “Elogio della Masturbazione”, fu invece proprio il Settecento libertino ed illuminista ad inventare il tabù dell'autoerotismo. Immanuel Kant parlava di «follia morale» che porta al «suicidio», e i grandi intellettuali francesi, Jean-Jacques Rousseau in testa, consideravano la masturbazione un abominio. L'Encyclopédie sottoscriveva in toto le opinioni del medico ginevrino David Tissot, il padre di tutta la pseudoscienza antimasturbatoria, che, nel suo trattato del 1760, “L'onanisme”, ne descriveva a tinte fosche gli effetti: impazzimento, cecità e morte tra atroci spasmi. Un mucchio di balle, che sono state prese sul serio per oltre due secoli, influenzando persino il pensiero di Freud, che ne parlava come di una 'fissazione infantile'.

Così, a dispetto del brillante epitaffio di Woody Allen per cui “la masturbazione è il sesso con qualcuno che si ama davvero”, l’argomento è ancora discretamente tabù. Gli è che Woody Allen non è Brad Pitt: “farsi pippe” non è reato, ma non è nemmeno fico. Non ancora, almeno.

Occorrerebbe riconoscere che questa onesta ed innocente abitudine ha i suoi vantaggi: se è vera la Quarta Legge di Farber ("La necessita’ procura strani compagni di letto"), allentare la pressione ha il merito di evitarci brutti e spiacevoli incontri. Dunque essa va finalmente sdoganata, e per questo è bene che qualcuno getti coraggiosamente la maschera e faccia outing.

Mi incarico volentieri di questo compito: proclamo dunque davanti a tutti, all’universo mondo, ed anche a voi, mie gentili e graziose amiche, che io – sì, proprio io - mi faccio le p… le p… le pfffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff.......

Sì, insomma, avete capito... ;-)