31 maggio 2008

De minimis non curat Quinta

Maurizio Silvestri si chiede se Blogbabel rappresenta davvero la blogosfera italiana, visto che il mio e altri eminenti siti non sono recensiti (sono accomunato nella sventura all'eccellente amico e collega Andrea Fannini).
Non saprei, del resto ignoravo finora persino l'esistenza di Blogbabel. Direi dunque che siamo pari.

De minimis non curat Quinta...

30 maggio 2008

Mare Eorum

Abito a Ostia, ma di andare al mare qui, francamente non mi va.
Su un lungomare squallido ed abbandonato, senza nemmeno un albero, si allinea una lunga teoria di stabilimenti pretenziosi e costosi.
Dalla strada, l'acqua quasi non si vede: a Ostia il mare è recintato, privatizzato.
Credo che sia un caso unico tra tutte le località di mare, l'unico precedente essendo forse la costa della striscia di Gaza durante l'occupazione israeliana...

Si può accedere alla spiaggia solo pagando. Il Mare Nostrum è diventato "loro", dei concessionari, che per un canone assai basso lucrano su un bene di tutti.
E le spiagge, te le raccomando: occupate da una lunga teoria di casette-spogliatoi ed ombrelloni, giù giù fino alla battigia.

Mi mette una tristezza, questo mare sequestrato, questa piccola enclosure de noantri.
Il mare è un simbolo di libertà, apertura, comunicazione tra le genti: il mare recintato è un paradosso amaro.

29 maggio 2008

Diventare dirigente Inps. Senza mai lavorarci

Merita di essere letto questo articolo di Rizzo "Diventare dirigente Inps. Senza mai lavorarci " pubblicato sul Corriere della Sera del 29 maggio 2008.
Il principe di un tempo creava i Cavalieri. Vassalli, Valvassori, Valvassini. Il Principe moderno, i suoi vassalli li fa Dirigenti.


17 maggio 2008

La via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni

Una delle tante forme che assume il buonismo è la cooperazione internazionale, il volontariato et similia. La via dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni, e personalmente diffido di quelle persone che vanno a fare periodi di volontariato in Africa ad aiutare i poveri sottosviluppati: le loro intenzioni appaiono meritorie e filantropiche, ma spesso, gratta gratta, i fini dei cooperanti sono assai meno altruistici di quanto appaiano a prima vista. Insomma, davvero queste persone vanno ad aiutare gli altri? O non piuttosto ad aiutare sé stessi?

Bernard Henry Levy ha parlato, non a caso, di narcisismo del volontariato. A prescindere dai fini privati,m nemmeno quelli collettivi sono così puri. La cooperazione perpetua l’idea che l’Africa sia un continente – vittima, incapace di camminare sulle sue gambe, un eterno bambino, che ha bisogno del benevolo aiuto dell’uomo bianco, nemmeno per svilupparsi, ma per sopravvivere. La cooperazione internazionale, è dunque la prosecuzione della mentalità coloniale con altri mezzi.

Invece l’Africa è un continente che cresce a ritmi del 6% l’anno. La Cina lo ha capito e vi investe massicciamente. È un continente che ha enormi potenzialità produttive, anche sul piano della qualità: basterebbe provare gli eccellenti vini sudafricani.

Ma noi siamo affezionati all'idea dell'Africa bambina, del buon selvaggio, e del bravo uomo bianco che porta benessere. Stupirsi che gli africani più coscienti si siano stufati di tanto paternalismo?

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Sul tema un articolo di Greg Mills


13 maggio 2008

"Solo un'impressione"

"Non esiste l’emergenza sicurezza. Così, con spiazzante pacatezza, il prefetto di Roma Carlo Mosca ci rassicura intervenendo al tavolo dei relatori al convegno Sicurezza e sicurezze. Informazione e comunicazione nel conflitto tra allarme e rassicurazione sociale, tenutosi oggi a Forum PA.

Il tema di partenza – comincia il prefetto - è la complessità, le incertezze, le paure per il futuro che si porta dietro la globalizzazione, questa forte interrelazione tra soggetti che si mescola alle difficoltà di ognuno di noi a misurarsi con il presente e con il futuro. La sicurezza, dunque, è un tema che ci riguarda tutti, in tutti quegli ambiti che, più o meno da vicino, ci riguardano come cittadini: dalla sanità all’ambiente, passando attraverso il lavoro.
Ma inutile girarci intorno, oggi esiste un tema centrale nel dibattito pubblico che è quello della Sicurezza. Troppo spesso coniugato con pericolo immigrato, rom, rumeno in un climax ascendente di pregiudizio e avversione un po’ incosciente e ignorante (nel senso proprio del termine).
Ma torniamo al punto del prefetto, che entra nel tema di questa apparentemente sedicente “emergenza” sicurezza, affermando che l’emergenza sicurezza nel territorio romano non esiste.

Perché, allora, tanti sembrano credere il contrario?

Perché, spiega Mosca, c’è una discrepanza tra statistiche e percezione.
Da una parte le statistiche criminali che soprattutto nel bimestre del 2008 presentano una situazione in netto calo per quanto riguarda la criminalità diffusa, rispetto all’ultimo bimestre 2007 - che comunque registra un andamento decrescente dal gennaio dell’anno 2007 al novembre del 2007. Questa tendenza continua ancora ad impressionare per il calo soprattutto con riguardo ai delitti di rapina, di furto, violenza. Un dato statistico dunque oggettivamente positivo che rivela l'impegno delle forze di polizia e la capacità investigativa concretamente valida. Dall'altra parte la percezione sociale che tende a percepire la sicurezza in termini di emergenza. Certamente, conclude, esiste un'esigenza di maggiore controllo del territorio, ma con le risorse che ci sono certamente il livello è adeguato."
Che dire? Buono a sapersi. Crederci poi è una questione di fiducia. E spesso, non ce ne vorrà il prefetto Mosca, di ignorante, pervicace percezione.

PS: Il prefetto Mosca è stato poi meritoriamente rimosso. Che non si sappiano risolvere i problemi, pazienza. Ma addirittura dire che i problemi non esistono e che i cittadini sono tutti lagnosi visionari, è troppo.


12 maggio 2008

Fermenti Burocratici Vivi

Si apre oggi a Roma Forum PA, la grande fiera annuale sull’innovazione nella Pubblica Amministrazione. L’appuntamento è un po' decotto, visto che di PA oramai non si parla (vedi l'articolo sul Giornale: "Fannulloni in mostra") se non nei termini più tradizionalmente deteriori: l’irreformabile fannullopoli, rifugio sicuro di tutti gli allergici al lavoro, il peso morto della società e la palla al piede dell’economia. Davvero mortificante per tutti coloro che sul rinnovamento dello Stato e dell’Amministrazione hanno scommesso nientemeno che la propria vita.

Non
si troverà agli stand l’unica vera novità che questi tempi offrono per la PA. Si sono infatti concluse da poco le selezioni (appropriatamente severe) per il Quarto Corso Concorso di Formazione Dirigenziale della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione, che sarà avviato a breve, nella prima decade di giugno.
Secondo la legge (e gli auspici del presidente Ciampi) il concorso di ammissione alla SSPA avrebbe dovuto essere bandito con cadenza annuale. Invece il quarto corso parte a distanza di ben nove anni dal secondo – proprio quello cui partecipai io insieme a una banda di 138 giovanotti di belle speranze. Ciò la dice lunga su quanto poco – purtroppo - lo Stato abbia creduto in questa innovativa formula di selezione e formazione. Ma ce l’abbiamo fatta, e con l’inizio del nuovo corso si compiono i voti di chi al cambiamento ed al ruolo centrale della dirigenza non ha mai smesso di credere.

Occorre però essere consapevoli del fatto che lo scenario è immensamente cambiato, rispetto ai tempi in cui questo modello di reclutamento e selezione fu varato. Erano gli anni 90, l’Italia era in crisi nera, l’amministrazione e la politica erano state decimate dalle inchieste sulla corruzione. Inoltre esisteva il serio e concreto rischio di essere tagliati fuori dall’Europa di testa, quella che costruiva l’unione monetaria e l’area Schengen. Nell’emergenza, lo Stato attingeva alla capacità di grand corps quali le Magistrature, la Banca d’Italia, l'Università, di formare e mettere a disposizione della Repubblica competenze di eccellenza; intanto progettava un nuovo modello di formazione della classe dirigente, facendo appello a una leva di persone da avviare al vertice, spesso senza nemmeno passare dalla gavetta. Era un’Italia con le ossa rotte, ma che rifletteva su sé stessa, e scommetteva sulla capacità di innovazione dei giovani.

Poco dopo la fine del secondo corso,
però, il quadro generale era già mutato. La nuova classe politica non mostrò grande interesse nei confronti del rinnovamento dello Stato, ritenendo che ad esso fosse facilmente sovrapponibile il modello aziendalistico privato. La legge Frattini abolì il Ruolo Unico: si tornava al vecchio dirigente stabilmente legato a una sola amministrazione, del tutto contraddittorio con il generalista formato della SSPA.

Oggi il blocco del reclutamento, sia dei dirigenti che dei funzionari, sta aprendo buchi sempre più vistosi nel tessuto dell’amministrazione. Nei prossimi tre anni lasceranno il lavoro centinaia di dirigenti nati negli anni ’40. La tendenza è di contrarre gli organici: il blocco del turn over si farà sempre più stringente. A fronte di un lento e faticoso processo di acquisizione di professionalità dirigenziali mediante concorso o corso-concorso, la tentazione sempre più evidente è di colmare i vuoti con altri mezzi: contratti esterni, con l’uso estensivo del famigerato art 19 comma 6, ma soprattutto promozioni ope legis di intere categorie di funzionari. È già successo al Ministero della Giustizia, al Ministero dell’Interno, alla Regione Lazio. La dirigenza reclutata per concorso potrebbe ben presto trovarsi minoranza.

Un’altra tendenza è quella di fare concorsi semplificati. Già gli ultimi concorsi al Ministero della Giustizia e al MIBAC richiedevano come titolo di studio la sola laurea triennale.

Per queste vie si abbassa la qualità complessiva della dirigenza, vanificando l’auspicio che essa possa prendere il posto che le compete accanto ai grand corps dello Stato, quali la Diplomazia o la Magistratura, e
con pari dignità sociale.

All’esito del Corso, gli allievi SSPA si ritroveranno così all’interno di un quadro professionale del tutto incongruente. Nella dirigenza convivono, infatti, già oggi, dirigenti reclutati per concorso, ed altri assunti per nomina diretta, ovvero promossi sur le champ con legge. Tra coloro che hanno fatto un concorso ci sono quelli provenienti dalla SSPA, e quelli selezionati direttamente dalle amministrazioni, talvolta con criteri variabili. C’è un conflitto evidente ed irrisolto, poi, tra il modello del manager generalista, capace di spostarsi nel corso della sua vita professionale tra diverse amministrazioni, e magari tra il pubblico e il privato; e il modello del dirigente specialista, che svolge tutta la sua carriera presso una sola amministrazione.

Ecco dunque che il nuovo corso-concorso che si apre il mese prossimo ha sulle spalle una grandissima responsabilità: ribadire la persistente validità di un modello di reclutamento incentrato su una severa selezione iniziale, su una formazione molto approfondita, sulla propensione all’internazionalizzazione, su un modello generalista che – negli auspici di tutti – prelude al ripristino del Ruolo Unico, o almeno di forme di mobilità tra le amministrazioni.

Quello che parte tra un mese è, più o meno, l’ultimo treno per capire qual è il futuro della dirigenza e della Pubblica Amministrazione.

Mai come oggi le grandi idee viaggiano sulle gambe delle persone: è bene che i nuovi giovani colleghi ne siano consapevoli e lavorino alla migliore riuscita del loro esperimento.



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''Entro, timbro e me ne vado'' (12 maggio 2008) L'inchiesta di Repubblica: gli assenteisti della Cassazione. Davanti al 'Palazzaccio' di Roma, dove gli impiegati escono dopo avere vidimato l'ingresso.



07 maggio 2008

(Grandi) Fratelli d'Italia

Giggi er Puzzone, presenza assidua serale a Campo de Fiori, che ha ereditato una fortuna e proclama orgogliosamente e spudoratamente di essere un evasore totale, completamente sconosciuto al fisco, adesso se la ride a crepapelle. Ed a ragione: l’Agenzia delle Entrate ha diffuso su internet le dichiarazioni dei redditi di tutti noi. Così alla gogna ci sono finiti non gli evasori, ma quelli che le tasse le pagano. E si è scaricata un’ondata enorme di invidia sociale. Ne sa qualcosa Beppe Grillo, livorosamente contestato dai suoi fan per una sola ragione: perché è ricco. Poco da fare, per mezza Italia il denaro è ancora lo sterco del demonio, e la proprietà è un furto. Soprattutto – gli ipocriti – la proprietà degli altri…

Non sono mai stato un grande fan della legge sulla privacy. Trovo che essa abbia avuto il grande demerito di mettere in ombra la parallela riforma sulla trasparenza degli atti amministrativi, e abbia fornito un’arma, o un pretesto - al di là delle buone intenzioni, di cui come sappiamo è lastricata la strada che porta all’inferno – per mantenere una Pubblica Amministrazione opaca e scarsamente accountable.
E tuttavia il tema della privacy è dannatamente serio. Lo Stato detiene enormi banche dati, che vanno trattati con enorme prudenza e con serie garanzie per il cittadino. Basti ricordare che il grande macello dell’Olocausto fu possibile, come gli storici hanno rivelato, grazie alla rudimentale tecnologia delle schede perforate, fornita dalla filiale tedesca della IBM, la Dehomag. Cosa si potrebbe combinare con le moderne tecnologie se non si esercitasse un severo controllo democratico?

Secondo l’Agenzia delle Entrate la ratio del provvedimento è «di favorire una forma di controllo diffuso da parte dei cittadini rispetto all'adempimento degli obblighi tributari». Una sorta di spionaggio collettivo di tutti su tutti sarebbe dunque un atto di “trasparenza”? Lo afferma, oltre a Visco, Marco Travaglio, che fosse per lui pubblicherebbe anche tutte le intercettazioni telefoniche. L’idea di trasparenza che hanno costoro rimanda al Grande Fratello, a un’idea totalitaria dello Stato, e fa davvero rabbrividire. Dovremmo andare in giro nudi e vivere a porte aperte, pur di essere ‘trasparenti’?

È il segno di come si può pervertire un’idea: la trasparenza è uno strumento di controllo del cittadino nei confronti dello Stato, non di controllo del cittadino nei confronti del prossimo. La casa dello Stato deve essere di vetro, la mia ho ben diritto che sia celata a sguardi indiscreti.
Propugnare il "controllo sociale" è un altro modo di confessare il fallimento dello Stato come sistema organizzato di regole.

La pubblicazione dei redditi si fa davvero in tutto il mondo, come ha detto Visco? Non è affatto vero, tanto per cominciare. Dalla Finlandia, la mia amica Helena commenta che – se è vero che i redditi sono pubblici – “non esiste un data bank centrale (orwelliano) che può dire/sapere chi ha pagato l’ultima rata della lavastoviglie oppure se una persona ha visitato una (sic) dentista.... una esagerazione”. E comunque, in Finlandia non esiste la criminalità organizzata. L’Anonima Sequestri – si ricordi - individuava le sue vittime grazie al Libro Rosso di Reviglio. Se dobbiamo imitare i paesi nordici, dunque, imitiamoli dalle loro caratteristiche più civili, a partire dalla virtuale assenza di corruzione.

Tra l’altro, le dichiarazioni dei redditi sono state schiaffate su Internet, cioè spiattellate a tutto il pianeta. Il mercato dei dati è uno dei più ricchi business della società dell’informazione. Tanto per dare un’idea di cosa può significare, la semplice pubblicità degli elenchi telefonici ha consentito a una sola società americana di registrare i cognomi di tutti. Se io voglio il dominio “quintavalle.com” devo pagare. Pagare per usare il mio nome!!!

Una proposta: se c’è tanta voglia di trasparenza perché non mettere su Internet il casellario giudiziario? O il bollettino dei protestati e dei falliti? Non ho alcun reale interesse a sapere quanto guadagna il mio vicino di casa. Sono fatti suoi. Ma credo sarebbe un diritto di tutti sapere con chi abbiamo a che fare, se è un delinquente o una persona per bene. Se il maestro dei miei figli è o meno un pedofilo.

Vogliamo fare una seria operazione di trasparenza? Allora rendiamo disponibili
online le leggi del paese. Per rispettare la legge, come prescrive l'articolo 54 della Costituzione, è necessario conoscerla. Ne deriva che i cittadini hanno il diritto-dovere di conoscere la legge e che lo Stato dovrebbe mettere i testi normativi a disposizione di chiunque voglia e debba conoscerli.
Oggi, l’unico programma per avere leggi e sentenze continuamente aggiornate è la De Agostani professionale, che viene venduta a caro prezzo. Perché bisogna pagare per conoscere le leggi? “Dopo più di un decennio di discussioni, di promesse e di stanziamenti, i cittadini italiani non hanno ancora il diritto di accesso alle leggi dello Stato e a tutta la normativa vigente”, scrive una rivista online, InterLex, che ha fatto una meritoria e decennale battaglia per il Diritto di Accesso alla legislazione.

E se controllo sociale ha da essere perché quella civilissima abitudine di coinvolgere i cittadini nella sorveglianza del territorio, che nei paesi anglosassoni viene chiamata “neighbourhood watch”, qui da noi viene demonizzata parlando di ‘ronde’ e ‘sceriffi’? Perché le telecamere a circuito chiuso che si sono rivelate ovunque efficacissime per combattere il crimine, da noi vengono considerate una intrusione nella privacy? Una preoccupazione ridicola - tra l'altro - per chi è ha avuto un’educazione cattolica ed è abituato all’idea del Grande Occhio senza palpebra di Dio.

Ma in questo strano paese che è l’Italia, e dove tutto va al contrario, ciò che è pubblico (le leggi, il crimine, i comportamenti negli spazi pubblici) viene coperto da privacy, mentre i nostri fatti personali vengono dati in pasto a chiunque. Capirci qualcosa?

Una postilla, interessante per chi come me opera da tempo su Internet. Le dichiarazioni dei redditi com'è noto sono state rimosse poche ore dopo dal sito dell'Agenzia delle Entrate, ma sono ancora in circolazione grazie al circuito P2P. Un tempo potevo ritenere che un documento elettronico, essendo facilmente cancellabile, fosse fluido e correggibile. Adesso scopriamo che la parola digitale ha una stabilità paragonabile a quella scolpita sul marmo: è virtualmente eterna. Attenzione dunque alle tracce che
di sé si lasciano in giro...

Il Grande Fratello (d'Italia) ci guarda...

06 maggio 2008

Le parole non sono innocenti

Dalla cronaca di oggi. Episodio numero uno: cinque balordi a Verona chiedono una sigaretta a un ragazzo. Lui rifiuta, loro lo pestano a sangue. Oggi il ragazzo è morto.
Episodio numero due: un quattordicenne è stato arrestato a Viterbo dalla polizia per aver sottoposto un suo coetaneo a una serie di atti di violenza: gli ha prima bruciato i capelli, poi gli ha spento le sigarette sulle braccia

I due episodi (per tacere della circostanza che un quattordicenne abbia tanta facilità di accesso alle sigarette) vengono così spiegati dalla stampa: il primo è opera di un gruppo “neonazista”, il secondo un episodio di “bullismo”.

Mi si consenta di essere un po' diffidente verso certe etichette. La violenza sui banchi di scuola esisteva già prima che qualcuno inventasse il termine bullismo, ma è la parola che crea il fenomeno: si scambia l’innovazione linguistica per novità sociale.
L’etichetta-didascalia che sottolinea ed illustra l’atto di violenza serve a scomporre la violenza in quanto tale in tanti sottofenomeni: la violenza politica, il bullismo, il nonnismo, la violenza sportiva etc.

Però non è un problema semantico, ma psicologico e culturale. Tanta minuziosa catalogazione denuncia la voglia, meglio, l’ansia, di concettualizzare e razionalizzare l’irrazionale, di spiegarlo come eccezione alla regola, di rimuovere il nostro lato oscuro e barbarico. Definire significa circoscrivere, ed in qualche modo, rassicurarci.
Un chiaro riflesso mentale figlio di quell’illuminismo secondo il quale “l’uomo nasce buono ma è la società che lo rende cattivo” (Rousseau), e il cui percolato intellettuale è il mieloso buonismo dei nostri tempi, il luogo comune e convenzionale – ed ormai tralatizio nelle aule di giustizia - per cui ogni comportamento delittuoso ha le sue radici in supposte colpe della società, ed il colpevole è anche lui un po' vittima.

Insomma, le parole non sono mai innocenti, anche se usate inconsapevolmente.

05 maggio 2008

Leadership eccentrica

Di "eccentric leadership" parla l'IHT a proposito del nuovo sindaco di Londra, il simpatico, frizzante e versatile Boris Johnson. Eccentricità ed anticonformismo sono caratteri tipicamente inglesi (almeno negli stereotipi), e Dio sa quanto avremmo bisogno anche qui da noi di una leadership innovativa e che sappia pensare "out of the box", ed in modo provocante (senza per questo essere provocatoria, come certe sfortunate battute anti-islamiche di Calderoli e Berlusconi che hanno causato più di un serio imbarazzo diplomatico).

Ma di "eccentric leadership" si può parlare in un altro senso, meno benevolo, quando chi comanda è lontano dalla linea del fronte, dai problemi reali, dal suo core business. In questo senso, e non certo per il dubbio sense of humor del neopremier italiano, la nostra dirigenza politica (ed anche amministrativa, beninteso), si può ben definire una "eccentric leadership". Senza avere - ahinoi - la brillante presenza di spirito né la simpatia del nuovo Lord Mayor.

03 maggio 2008

Rīgas Meitene





Dice una canzone degli A-Europa che le ragazze di Riga sono brillanti come le stelle nel cielo la notte. Tanja ci ha fatto visita questa settimana a Roma, ed ha portato un vento di allegra follia. Siamo stati tutti molto contenti di rivederla. In alto a Castel del Monte e sotto con Sabina.

02 maggio 2008

L'architettura senza progetto del "Modello Roma"

Un articolo del genere avrei potuto scriverlo io, quindi inutile fare la fatica. Concordo particolarmente con la condanna dell'orribile palazzina in stile Germania est al Traforo del Gianicolo.

L'architettura senza progetto del "Modello Roma"
di Benedetto Marcucci
Si potrebbe aggiungere l'indecente storia del Museo della Shoah a Villa Torlonia.
E poi, per documentarsi sulle meraviglie del "Modello Roma" l'interessante documentario di Report su Rai 3 (l'unica trasmissione Rai guardabile) dal titolo "I Re di Roma".

Qui una mappa delle future cementificazioni:

Visualizzazione ingrandita della mappa