30 luglio 2008

Io, per esempio...

Tutte le persone di carattere hanno un pessimo carattere
Indro Montanelli

29 luglio 2008

La tentazione del passato

La prima cosa che uno studente del Ginnasio cerca nel vocabolario di Greco appena acquistato è la parola “H KAKKH”, la cacca. La scoperta che anche i greci dalle pose guerresche e dai pepli candidi avessero dei bisogni corporali induce all'euforia: dopotutto erano umani anche loro! Sui romani non c’è invece dubbio di sorta: loro, si sa, gozzovigliavano alla grande. E se la scuola insiste a far studiare il Catullo dei mille baci e del passero di Lesbia, una buona edizione economica dei suoi Canti svelerà un autore molto più divertente, che contratta il prezzo con Ammiana la stramunta puttana, si fa invitare da Fabullo a scrocco, e promette incazzoso a un nemico “at meos iambos non effugies” (ma tu i miei giambi non sfuggirai).

Ho studiato greco e latino per cinque anni, al Liceo Classico. Ho dimenticato tutto subito dopo la maturità, e senza alcun rimpianto. Si tratta di un esercizio noioso e pedante volto solo a imparare
grammatica, regole e soprattutto eccezioni. Il risultato è che si perde completamente di vista quello che dovrebbe essere l’obbiettivo di questo tipo di studi: entrare in contatto con la civiltà classica. I nostri professori schifavano l’idea di rendere lo studio più attraente e interessante: in quegli anni la fondazione Latinitas portava avanti la creazione di neologismi latini (autocinetum = automobile) e addirittura la traduzione dei fumetti di Carl Barks (Donaldus Anas atque Nox Saraceni = Paperino e la notte del Saraceno), ma la faccenda era vista come un sacrilegio. Il latino è una lingua morta di vecchiaia e sepolta dai prof di liceo.

Apprendo dall’Economist che
gli studi classici stanno riprendendo vigore nei paesi anglosassoni. Mi auguro invece che in Italia vengano presto aboliti dal programma. Essi hanno a mio avviso il torto di perpetuare una illusione pericolosissima per il nostro paese: quella di appartenere a una civiltà superiore alle altre, e alla quale le altre sono solo tributarie.
La gran parte delle nostre frustrazioni nazionali, delle nostre avventure coloniali, delle pose ducesche, nasce da questa presunzione. Il peccato originale dell'Italia è il suo passatismo: dal RI-nascimento al RI-sorgimento la nostra ossessione collettiva è RI-pristinare il passato piuttosto che costruire il nuovo. Nello stesso anno in cui si alzava la Torre Eiffel a Parigi, monumento al progresso, a Roma si costruivano edifici coronati da quadrighe e statue in toga.
Credo che sarebbe bene svegliarci da questa illusione, ed uscire dall'ombra incombente dei nostri gloriosi antenati (pace all'anima loro). La psicanalisi insegna che si cresce solo quando si uccide il padre.

Sarebbe bello, a scuola, scoprire la fertilità del pensiero giuridico americano, apprendere la lezione della storia navale britannica, lasciar perdere Giovan Battista Marino e dedicarsi di più a Shakespeare. Il mondo del futuro avrà bisogno di ingegneri, non di filosofi, e parlerà inglese, non latino. Scordiamoci il passato, e cominciamo a guardare avanti, per il nostro bene.

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Vedi anche:
Come la moglie di Lot

28 luglio 2008

La Caduta

Una mia amica francese, colpita dalla pagina che ho dedicato al romanzo "La Caduta" di Albert Camus, mi ha chiesto di riassumerle i motivi della mia fascinazione.

Pourquoi aime-je la Chute? Je l’ai lu une centaine de fois en vingt ans. J’ai toujours pensé de résumer mes impressions et réflexions, mais toutes fois, j’en ai de différentes.
Je pense que la révélation de ‘la Chute’ est dans une phrase : « nous ne sommes pas simples ». La duplicité de l’être humain était déjà découverte par la psychanalyse. Ce qui est nouvel dans Camus est qui selon lui la partie la plus sincère entre nous est celle la plus hypocrite. Clamence est un homme très hypocrite, et au même temps, très sincère - pas malgré, mais en raison de cette duplicité. Lui prend conscience de la duplicité et nous la révèle, farouchement. L’homme camusién est une sorte de Janus paresseux, avec deux faces, ni assez vertueux et ni assez vicieux. Le type qui reste à la fenêtre, sans s’engager. Gramsci appelle ces types-la « les indifferentes ». A un point Clamence cite les anges imaginés par Dante, qui restent neutres, sans choisir entre Dieu et Satan. Et, en fait, Clamence prit conscience de soi même la soire qu’il néglige de sauver une femme qui se jette dans la Seine. Dans l'homme camusien il n’y a pas vraiment un ‘bon’ et un ‘mal’, bien séparées, mais une attitude malin qui finisse - quasi pour l' ennui d'elle même - pour faire du bien, et de révéler des aspectes non soupçonnées. C’est l’attitude qui Camus définis de ‘satanisme vertueux’.

Comme juge, Clamence déclare « pas des excuses, pour personne » : nous sommes bien responsables de tout ce qui vient de nous. Clamence montre que nous craignons la liberté et la responsabilité qui en vient. En fait, la liberté que nos désirons, est plutôt l’irresponsabilité.
Tu as peut être notée que il y a toujours de juges (Othon dans la Peste) et des exécutions dans le romans de Camus. La ‘Justice’ est basée sur l’assomption qui est possible de discerner le bien et le mal par une ligne nette. C’est un conviction rassurante, mais nous en révélant la complexité presque diabolique de nos êtres, lire ce livre est comme se voire dans un miroir, ou plutôt dan un kaléidoscope. La Chute est un de ce livres inquiétant, après lesquelles on peut pas être les mêmes. Nous dis que nous ne sommes pas, jamais, innocentes. Seule l’assomption de notre responsabilité, toute entière, nous libère. Camus nous propose de nous charger de notre duplicité et hypocrisie, et pour ce vie de faire du bien, chacun de nous un Rédempteur laïque, Jésus et Judas au même temps, qui un jour sera capable de dormir sur le sol pour souffrir comme nos amis (la compassion).

Enfin, je le trouve plutôt optimiste, pas désespérant comme Sartre.


En plus, il est très bien écrit. Un écriture dense, pas un mot inutile ou sans signification. J’ai été plutôt déçu par les autres livres de Camus, quant au style, car celui était mon premier. Chaque phrase est comme une sentence.

Vedi il mio sito su Camus e la Caduta

27 luglio 2008

It's in your eyes


La visita di Riccardo e Marit dalla Danimarca alla fine di luglio è un appuntamento tradizionale per godersi il mare di Sabaudia e per una sessione di foto di alto livello.
Stavolta Riccardo (Canonista come me) ha superato sé stesso, facendomi una serie di bei ritratti ("belli" a prescindere dal soggetto ;-).

Guarda tutto l'album.


25 luglio 2008

Ma Obama non è una colomba

In Europa il mito e la moda di Barack Obama fanno ormai premio sulla valutazione razionale della sua strategia politica. Del resto egli si richiama esplicitamente ad un altro molto mitizzato presidente degli Stati Uniti, Kennedy, ricordato come un sognatore quando fu un fervente militarista. La grande accoglienza che ha ricevuto a Berlino ha il pregio se non altro di segnalare la voglia degli Europei di sanare la frattura transatlantica. E certo è una interessante novità che un candidato presidente vada all'estero durante la campagna elettorale, a riscuotere i consensi dei futuri alleati. Ma gli osservatori più acuti segnalano di non farsi troppe illusioni. Il mio amico Germano ha rilasciato una lunga intervista all'Associated Press, rilanciata da centinaia di giornali:

Concerns in Europe despite Obama's warm welcome

By MATT MOORE – 21 hours ago
BERLIN (AP) — The warm welcome that washed over Barack Obama during his Berlin appearance Thursday made it abundantly clear that Europeans have a strong desire to heal the trans-Atlantic rift and the Democratic president candidate is a good choice for the job. Obama headed on to France and Britain, where he also was expected to be welcomed warmly, but perhaps by not as many people as the 200,000-plus who jammed a rally in the German capital to cheer his calls for change. His hailing of America's long partnership with its Western allies was well received. But analysts said some parts of Obama's message may not go down well here, particularly his warning that "Americans and Europeans alike will be required to do more — not less" on security. […]
Germano Dottori, an analyst at Rome's Center for Strategic Studies, said Obama's call for a greater commitment in Afghanistan may be difficult to swallow for many in Europe, particularly Germany. "He went on German turf and asked for more troops in Afghanistan and for support in the fight against terrorism," Dottori said. "This will probably create some embarrassment, especially among Europe's progressive forces, which already consider Obama a symbol." Obama's speech shows that he "has no intention of demilitarizing American foreign policy and many European countries will have to take that into consideration," Dottori said. It was clear from Obama's warm reception in Berlin that many Europeans have high hopes for him, especially here in a country that has never forgotten U.S. efforts to rebuild Europe after World War II.
PS: Si inaugura oggi a Londra l'evento cultuale dell'anno, la grande mostra su Adriano. Sono malizioso se sospetto che tanto onore tributato alla memoria di un imperatore che frenò la grande spinta imperialista di Traiano, e che si ritirò dall'odierno Iraq, contenga un implicito suggerimento ai governanti di oggi?


24 luglio 2008

Elogio dell'amnesia



Ho scoperto un bottone. Una semplice pressione e questo blog sparisce per sempre. Un po' come la sequenza dell'autodistruzione sull'astronave Enterprise di Star Trek.
Non so se premerò quel bottone. Presto o tardi lo farò. Trovo un gran sollievo che esista un bottone che consente di cancellare il passato, far tabula rasa e ricominciare da capo. Quelli che si portano sempre appresso i loro ricordi, come i cammelli le loro gobbe, non li ho mai veramente capiti. Dimenticare significa rinnovarsi e rinascere, una possibilità meravigliosa per chi ha una sola vita da vivere. Non importa che il passato sia stato triste o bello: è passato, vecchio, finito. È la parte di noi che è già morta. Non sarebbe meraviglioso poterci affacciare ancora una volta alla vita come bambini, con lo stesso incantamento? Non sarebbe fantastico incontrare ancora una volta una donna con tutti i turbamenti e i batticuore della prima volta? Non a caso Dante pone il Lete e l'Eunoè, i fiumi dell'oblio e del rinnovamento,
alle soglie del Paradiso.
Dimenticare, ricominciare...


23 luglio 2008

22 luglio 2008

Sogni con le ali




Murales di Roma (Tor di Nona) e Parigi (Marais) a confronto
© Dario Quintavalle 2007, 2008

See my album "Impressions Parisiennes" on Facebook


21 luglio 2008

Tradimenti online

Come ti tradisco on line
di Monica Maggi
da L'Espresso

Sono 800mila gli italiani che passano almeno quattro ore al giorno davanti al computer, in chat. Un universo parallelo, che regala tentazioni irresistibili. Colloquio con lo psichiatra Tonino Cantelmi

Un esercito, una marea di uomini e donne. Età media 35 anni, con cultura medio-superiore. E coniugati. Questo è il ritratto del chatter italiano tipo, colui (o colei) che trascorre almeno quattro ore al giorno davanti ad un personal computer 'chattando'. Che vuol dire parlare, in genere di tutto: della vita, dei grandi sistemi, delle piccole beghe quotidiane, della noia e della solitudine. E, spesso, delle incomprensioni di coppia. Il piccolo dissapore tra moglie e marito è frequente. Ma riversato in chat rischia di diventare una miccia a lenta combustione. Così accade spesso che si cominci a tradire chattando. Prima lasciandosi andare a confidenze, poi pian piano cadendo nella rete del fascino di un altro/altra che ascolta. Un fenomeno in crescita, il tradimento on line, cui psicologi e sociologi dedicano da tempo la loro attenzione. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, da anni impegnato nello studio della Rete e dei suoi effetti (sua la prefazione di "Presi nella Rete" di Kimberley Young, uno dei primi studi sul web, datato 2000) ha pubblicato da poco con la psicologa Valeria Carpino Tradimento on line, agile e comprensibile indagine sui fedifraghi internettiani della Franco Angeli/Le Comete.

L'interrogativo nasce spontaneo: quando si sta in chat per ore, fin dove è gioco e passatempo, e quando inizia il tradimento?
"Si dibatte molto sulla correttezza di considerare come adulterio l'incontro on line tra persone che nella vita reale già vivono un rapporto di coppia con un partner. Molti considerano questo agire un'esperienza della fantasia, una semplice navigazione immaginarie, un puro desiderio di raccontarsi. Come a dire che c'è chi si distrae leggendo un libro, chi chiacchierando in rete".

Forse il buon uso del tempo libero, però, dipende dal contenuto, sia del libro che della chiacchierata.
"Gli incontri virtuali tra persone impegnate affettivamente nella vita off line, rappresentano una nuova modalità di dialogo. E non soltanto vissuta per svago, ma dettata in alcune situazioni da un profondo senso di disagio. La navigazione in rete può servire per salutare un amico, ma può anche diventare talmente prolungata da nuocere alla vita personale, all'attività lavorativa, o ai rapporti familiari."

Non si rischia, in questo modo, di demonizzare la rete? Di addossarle responsabilità che non ha?
"La rete ha i suoi meriti. Per chi è single e timido, il video è vissuto come liberatorio perché consente di esprimere pensieri, sensazioni profonde ed emozioni senza l'impaccio di una corporeità limitante ed ingombrante. E' comunque un modo semplice per conoscere nuove persone. Il che non è male. E non c'è, checchè se ne dica, una così netta distinzione tra reale e virtuale, perché comunque al di là dello schermo c'è sempre una persona, con una vita emotiva, sociale, culturale, lavorativa."

E allora dov'è il pericolo e dove avviene il tradimento?
"E' necessario riflettere sulla scissione netta tra mente e corpo, scissione che inevitabilmente vive chi naviga spesso in rete. E anche sul numero crescente di persone che si vedono sottratto il partner da un amante virtuale, ben più pericoloso e insidioso di un amante reale, perché l'unione non è fisica, ma basata su scambi profondi di sensazioni, emozioni, intimità. Aspetti di coppia che forse con il partner si sono persi o, per assurdo, non si sono mai raggiunti."

Siamo tutti un po' esposti al pericolo chat, allora...
"Purtroppo nella vita off line la vicinanza fisica non significa sempre dialogo e comprensione. Si è talmente assorbiti dal divenire della vita che non si ha voglia di trovare il tempo per aprire la nostra anima all'altro che ci vive accanto. Così si rischia di crescere in modo diverso, si perde il desiderio di fare cose insieme, si finisce per vivere in modo apatico e stanco. Qui si insinua il pericolo dell'altro on line. Che sembra sempre più affascinante perché non corporeo."

Questo corpo, che spesso dovrebbe affascinare l'altro, dovrebbe "toccarlo" e sedurlo, alla fine diventa un nemico.
"De-personalizzarsi permette all'individuo di uscire dalle proprie emozioni, spesso paralizzanti, e di guardarsi da fuori (perché da dentro farebbe troppo male). La chat, con il suo anonimato e il suo senza corpo, permette all'individuo di essere nel mondo solo con la fantasia e le parole. Quello dell'identità, al di là del tradimento, è il problema di ogni generazione: è il culto dell'apparire, dell'esaltazione del corpo (quello che vorremmo noi). In chat si può essere chiunque e il suo contrario, non si sentono i giudizi degli altri, non c'è morale (se non la netiquette prevista), non ci sono silenzi, e non c'è lo spettro più terribile: la solitudine."

Chi tradisce on line, senza la rete avrebbe comunque tradito?
"Lo psicologo Hyman della New Mexico University afferma che le coppie spaccate per colpa degli incontri in rete, avevano gravi problemi che sarebbero ugualmente emersi. In ogni caso il fenomeno è così in aumento, da far nascere gruppi di consulenza on line per consolare le persone a cui internet ha rubato il partner. E navigare in rete troppo a lungo comincia ad essere inserito tra le cause di divorzio."
Mmmmhh, dove ho già visto questo film?





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Sullo stesso tema in questo blog:
Io Preferisco una Bionda
Facebook è una ca*ata pazzesca...
Addio all'informatica (o almeno, arrivederci)
L'amore al tempo di ICQ
Internettiano con dubbi


20 luglio 2008

Breve guida al viver bene a Ostia

Lo ripeto, Ostia è un mistero buffo. Ha le potenzialità di una grande località turistica, e l’aspetto e la manutenzione (e la popolazione) di una borgata di periferia.

Comunque a Ostia l’estate si vive bene. Finita una giornata di lavoro ci si può andare direttamente a tuffare in una delle (poche) spiagge libere, e poi prendere un aperitivo. La mia preferita è la Spiaggetta, dopo il Belsito, meta di bellissime turiste americane, e delle tante ragazze russe residenti. Qui la sera RadioRock 106.6 organizza parties e concerti gratuiti, come quello, ormai tradizionale, degli Acustimantico. Bel posto solo che sotto la tettoia di legno si forma un microclima abbastanza umido. Al Faber Beach invece si può ballare tutta la notte sotto le stelle, o sorseggiare un cocktail seduti sulla sabbia attorno alle fiaccole romane posizionate nelle buche di cui tutta la spiaggia è costellata, e che le conferiscono un suggestivo aspetto lunare.

Nel weekend, su tutto il lungomare è un gran viavai: rispetto a Roma, le ragazze qui vestono con i tacchi (non ci sono sampietrini) e in arditissimi shorts bianchi che fanno risaltare l'abbronzatura.

La Rotonda, proprio alla fine della Cristoforo Colombo, è ristorante e discoteca. Magnifico arredamento in stile africano, e moltissime ragazze di colore, rendono la serata indimenticabile (e anche costosa: 20€). Davanti c’è il Blues’, un locale seminascosto dall’uscita della Colombo dove si balla in un’atmosfera psichedelica. Spostandosi più avanti, a Capocotta, c’è il Mecs Village dove dalle diciotto si può prendere l’aperitivo guardando il tramonto. Il ristorante serve squisiti filetti di tonno alle erbe. Sono imperdibili le feste
dei brasiliani al Porto di Enea, la spiaggia dove si balla fino all’alba al ritmo di samba. Quanto ai ristoranti, ho fatto due esperienze opposte: tragica alla Pinetina Tennis Club (servizio approssimativo e cucina di m…), sublime al Tino, un piccolo ristorante in via dei Lucili, ideale per una cenetta romantica con una bella donna. Menù gourmand a base di tartufi o frutti di mare, con ostriche ricercatissime come la Tsarkaja. Costoso, ma ne vale la pena. A Piazza Cesario Console, raccomandatissima è l’enoteca Sanges, ormai solo ristorante. Ambiente curato, e, soprattutto, uno dei pochi posti a Roma dove si può trovare dell’eccellente vino di Borgogna.

Non me la passo male, a Ostia.


18 luglio 2008

Non Angli sed Angeli

La Conferenza di Lambeth, il sinodo dei vescovi anglicani che si tiene in questi giorni, potrebbe sancire uno scisma all’interno di questa confessione, forte di 77 milioni di fedeli, a causa della diversità di vedute tra i vescovi conservatori dell’Africa e quelli progressisti d’America, soprattutto in merito all’ordinazione episcopale di donne e di gay.

La chiesa Anglicana non è centralizzata come quella cattolica. Le sue origini sono eterogenee: principalmente un prodotto del colonialismo britannico, nel mondo WASP essa ha accompagnato i coloni e si è stabilita insieme a loro. In Africa essa è invece il frutto del fervore missionario del XIX secolo: Livingstone, il famoso esploratore, era prima di tutto un missionario.

I legami tra le diverse branche di questa confessione sono sempre stati piuttosto tenui, e si sono allentati con la fine del colonialismo. Non a caso, dunque, la Chiesa Episcopale Americana è quella più emancipata dalla casa madre inglese. L’unità della Confessione Anglicana è stata ottenuta a prezzo di una sempre maggiore elasticità sui temi dottrinali ed etici, cosa che non ha mancato di scontentare i fedeli che desiderano avere, nella loro fede, una guida.

Il papa, Benedetto XVI, ha dato un segnale chiaro di non volere approfittare dell’eventuale scisma, accogliendo eventuali transfughi, ed ha anzi inviato tre cardinali ai lavori della conferenza.
La mossa è certamente nobile e corretta. Ma è anche politicamente avveduta?

San Gregorio Magno, suo predecessore (colui che disse “non Angli sed Angeli”), iniziò proprio con la conversione della Britannia la grande ascesa del papato quale potenza universale, spirituale e temporale.
Papa Benedetto forse potrebbe trarre ispirazione dalla sua politica, ed avviare un ambizioso piano di riconquista cattolica delle isole britanniche. La conversione alla spicciolata di eminenti personalità di fede anglicana, ultimo Tony Blair, dimostra che esiste un “mercato” per la fede cattolica nel Regno Unito, un paese che fatica sempre di più a percepirsi come ‘protestante’. Del resto, la Chiesa d’Inghilterra è assai simile, per organizzazione e dottrina, a quella cattolica.

Certo, la maggioranza degli inglesi non pratica ormai alcuna religione, ma la riunione all’interno della Comunione Cattolica degli Anglicani d’Inghilterra avrebbe un profondo significato geopolitico. Fu proprio lo scisma di Enrico VIII a segnare lo sganciamento delle sorti dell’Isola da quelle del continente europeo, ed a gettare le basi della grande offensiva imperiale marittima che portò questo paese, in tre secoli, a dominare mezzo mondo.

Finito l’Impero, lo Scisma, che non aveva alcuna ragione dottrinaria, ha perso anche la sua ragione politica. Unire la Chiesa di Londra a quella di Roma significherebbe in qualche modo riportare nell’alveo della storia del continente la Gran Bretagna, ed al tempo stesso, approfondirne il divario con gli Stati Uniti. Un vero terremoto culturale e politico.

Ma forse, per un compito dl genere, sarebbe stato più adeguato un grande politico come Wojtyla, che un fine teologo come Ratzinger.


14 luglio 2008

Quando soffia il vento

"Quando comincia a soffiare il vento del cambiamento c’è chi costruisce muri e c’è chi costruisce mulini a vento."
Proverbio cinese

11 luglio 2008

Io preferisco una bionda


Bloggando si vive meglio? Lo dice uno studio condotto dal ricercatore James Baker dell'università australiana di Swinburne. Bloggare farebbe bene all'umore, alle relazioni interpersonali e addirittura al senso critico. Dagli Stati Uniti arrivano altri dati. Secondo Fernett e Brock Eide, neurologi specializzati nello studio dell'apprendimento nei giovani, il blog rende chi lo apre un miglior pensatore.

Beh, bloggare ha indubbiamente ha i suoi vantaggi: consente di analizzare e verbalizzare stati d’animo, alla stessa maniera di un diario. Ma a differenza del diario ciò avviene in modo potenzialmente sociale e condiviso, il che consente di superare la sensazione di isolamento di chi vive le situazioni che descrive. Bloggare è terapeutico. Il blogger, sapendo di avere una platea di lettori indefinita, tenderà a scrivere con sempre maggior cura: bloggare fa bene all’esercizio della scrittura. Un blog permette di dire la propria opinione, ed ai lettori di controbattere. È dunque un grande esercizio di libertà e democrazia, non c’è dubbio, anche se meritano di essere lette con attenzione le riflessioni di Geert Lovink, nel suo ultimo libro “Zero comments. Teoria critica di internet”.

Detto questo, ribadisco la mia diffidenza per la virtualizzazione della vita sociale, che è secondo me il portato più pericoloso del primo decennio del XXI secolo. Chi sta su piattaforme di blogging, come Blogger o Wordpress o Twitter, su Social Networks come Facebook o LinkedIn, su Instant Messengers come ICQ, non dovrebbe mai dimenticare che il suo rapporto è prima di tutto con una tastiera e con un pc, non con persone vere. Comunicare vuol dire ‘mettere in comune’, cosa che comporta una certa sincronia: la comunicazione è un'esperienza che si vive insieme; qui si tratta piuttosto di un ‘mettere a disposizione’, che è sinonimo di depositare o archiviare: quello che il blogger scrive potrà essere scoperto dai potenziali interessati anche a distanza di molto tempo.

In ogni processo di (pseudo-) comunicazione con questi nuovi strumenti il medium è assolutamente prevalente rispetto alla relazione che pretende di stabilire con l'universo degli 'altri'. In altri termini, si comunica prima di tutto con un computer, e poi - solo eventualmente - con un pubblico. Certo, anche radio, giornali e televisioni, erano forme di comunicazione unilaterale. La differenza sta nel fatto che la retorica della società dell’informazione ci promette la possibilità di tenerci in contatto con il mondo H-24
grazie al web. In realtà, tutto quello che davvero accade è che siamo incollati davanti a un pc o a un telefonino. Non abbiamo relazioni con delle persone in carne ed ossa. Il computer - ormai depositario della nostra vita, foto, musica, emozioni, lavoro, tutto omogeneizzato in bit - è lui il grande protagonista. Ci isola e ci avvolge. Qualunque attività svolta seduti davanti al pc è assai più “soliloquio” che “colloquio”.

E allora, viva il blogging, ma io per socializzare
preferisco una bionda: che sia una birra o una ragazza, è decisamente una soluzione migliore.

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Sullo stesso tema in questo blog:
Facebook è una ca*ata pazzesca...
Addio all'informatica (o almeno, arrivederci)
L'amore al tempo di ICQ
Internettiano con dubbi

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Mi sono anche fatto un Tlog su Twitter: è un esperimento, ma lo trovo una perdita di tempo...


10 luglio 2008

Cuore di adultera

"Il sole tramonta e sorge. La luna cala e torna a splendere. Ma il cuore, una volta tramontato, non sorge più."

Curt Leviant
Diario di un’adultera



09 luglio 2008

Università "L'Arroganza"

A rileggere questo articolo, pubblicato oggi sul "Messaggero", sembra che dai miei ormai lontani anni universitari (mi sono laureato nel 1992) all'Università La Sapienza di Roma non sia cambiato proprio nulla: professori arroganti, assistenti sadici, mancanza di regole, programmazione. Soprattutto di rispetto per lo studente.

Non c’è da stupirsene. L’università italiana è una grande burocrazia autoreferenziale, che non trova certo nel servizio al cittadino-studente la sua ragion d’essere. Da noi non si diventa professori per insegnare e formare gli studenti, ma perché essere professore universitario è un titolo per far carriera nella politica, nelle partecipazioni statali, nelle authorities.
La soluzione, l’unica possibile, è la totale privatizzazione delle università. L’università oggi è assistita dallo Stato. Solo rimettendo al centro lo studente si può raddrizzare le gambe e la schiena ai burocrati del sapere, che oggi, grazie anche alla regola per cui gli esami sono orali, godono del più assoluto arbitrio.

Resta da chiedersi il perché di certi comportamenti così sadici. Il fatto è che l’università seleziona persone ontologicamente diverse -
incattivite dalla competizione, ed estraniate dai ritmi sempre più stressanti imposti dalle necessità della ricerca - che vivono in un mondo tutto loro. Esse provano fastidio quando devono prendere contatto con la realtà della gente comune, nelle due occasioni – lezioni ed esami – per le quali la maggior parte delle persone entra in università.

Del resto la Sapienza è l'Università di Scattone e Ferrraro, i due assistenti che assassinarono per gioco la studentessa Marta Russo sparandole dalla finestra. Un delitto che nasce proprio da questo humus.

Le mie esperienze di studente massa, nonché successivi contatti con persone dedite all’insegnamento mi hanno lasciato, nei confronti della categoria degli accademici e dei loro lacchè variamente declinati, un sentimento di totale, assoluto, irredimibile disprezzo. Questo articolo dimostra che esso è ancora ben fondato.

Nell’Ateneo più grande d’Italia nei giorni caldi degli esami fra aule affollate e attese snervanti. «Si vergogni di far pagare le tasse universitarie ai suoi genitori»; «Inutile che pianga, la ragione è mia». Rispetto per gli studenti: zero

Capricciosi e prepotenti: quando i prof fanno i bulli

Viaggio tra i laureandi della Sapienza, vittime delle cattive abitudini e dei malumori dei docenti

di ALESSIA MARANI

E se per una volta a fare i bulli fossero i Prof? Assenze improvvise, ritardi ingiustificati, lunghe interminabili conversazioni al telefonino durante le lezioni e gli esami. E non mancano le frasi ad affetto, autentiche stilettate sferrate su studenti emozionati e tremanti come agnellini, del tipo: «È inutile che pianga, il coltello dalla parte del manico ce l’ho io». Oppure: «Si vergogni di fare pagare le tasse universitarie ai suoi genitori». Poi, magari, capita pure di metterci una o due ore per arrivare all’Università stipati come bestie sui bus e sui treni dei pendolari per scoprire che l’orario di una lezione o di un appello è stato spostato all’ultimo minuto, oppure che il docente tanto atteso non può più parlare perché è andato a pranzo o è sparito in un convegno. Rispetto per gli studenti: zero. Alla Sapienza ieri, per la sessione estiva degli esami, c’era il pienone: aule e corridoi senza aria condizionata affollati da ragazzi ammassati e assorti negli ultimi ripassi, futuri dottori e dottoresse stretti tra mamme e papà in attesa di discutere la laurea. Giovani sfiniti e in attesa da ore per un esame. Girando per l’Ateneo più grande d’Italia, si scopre che non c’è studente che nel suo curriculum universitario non abbia avuto a che fare con sviste e malumori di qualche docente. Come accaduto a Flavio, di Lettere. «Preparo Storia con delle mie amiche - dice - seguiamo il programma affisso in bacheca. Arriviamo all’esame e il professore ci dice che quel programma era sbagliato, che c’era anche un altro libro. Bastava aggiungerlo a penna il titolo di quel maledetto libro sul foglio di carta. Ma nessuno si è degnato. Io rinuncio - continua Flavio - le mie amiche si ripresentano una seconda volta, ma neanche le fanno sedere che le chiedono altre cose fuori programma. So che sono andate a protestare dal preside, quello ha dato loro un appuntamento per il giorno dopo, ma non si è visto. Per le mie amiche è stata l’ennesima perdita di tempo. Ma tanto con chi possono lamentarsi?».

Non va meglio a Scienze Politiche, altro tempio della cultura capitolina, facoltà in cui i docenti spesso hanno finito per assumere incarichi di governo. «All’esame di Statistica - racconta Alessia - l’assistente giocava col telefonino. A un certo punto le è squillato, ha risposto e ha cominciato a parlare. Mi diceva “continui, continui pure”, ma io ero in completo imbarazzo». Aggiunge una sua amica: «E poi fumano, fumano in tanti mentre tu sei lì a rispondere alle loro domande». C’è un professore che il telefono non lo spegne nemmeno a lezione: «È capace che noi ci facciamo in quattro per arrivare puntuali e trovare un posto - dicono alcuni laureandi nel lungo corridoio principale - e che quello passi venti minuti filati al telefono, passeggiando avanti e indietro davanti alla cattedra. Noi non possiamo dire o fare niente, assurdo». «Una volta vado a un esame - aggiunge Elisa - mi interroga prima un assistente, mi mette 28. Il professore che doveva confermare o meno il voto va via. L’assistente mi dice: “Si prenda questo 28 perché tanto se le faccio una domanda in più, io le abbasso il voto”. Un’imposizione bell’e buona, ma che potevo fare?». Secondo gli universitari sono proprio gli assistenti i più prepotenti: «Fanno pagare a noi il loro calvario, ci trattano come fossimo delle nullità, hanno un po’ di potere in mano e si sentono chissà chi». Non tutti, sia ben chiaro. Perché gli studenti non risparmiano parole di lode per tanti insegnanti titolari di cattedra e non, preparati e scrupolosi. La lista dei buoni è davvero lunga. Ma i “B&B”, come li hanno ribattezzati qui alla Sapienza, vale a dire i “Baroni-bulli”, coi loro malumori e capricci improvvisi, a volte, riescono a rendere la vita impossibile a tanti studenti. A Scienze Naturali, per esempio, leggenda vuole che non si riesca a passare una prova di Chimica, fino a qualche tempo fa propedeutica per una montagna di altri esami. «La morìa degli studenti - dicono Fabio e Marco, entrambi fuoricorso - è a livelli da record. Alla fine nonostante la laurea sia triennale, siamo quasi tutti in ritardo perché arenati su quest’esame impossibile. E non c’è verso di uscirne». Ieri, a Giurisprudenza, decine di studenti terrorizzati aspettavano di essere chiamati per l’esame di Diritto Privato. «Questa è una delle prove più toste - dice Annalisa, sfogliando un libro gigantesco in mano - siamo tutti qui dalle otto e chissà quando ci chiameranno, potevano dirci più o meno quando. C’è chi si è svegliato alle cinque del mattino e non si regge più in piedi». Racconta una sua amica, di un altro corso: «A un appello del 28 giugno, dopo avere aspettato tanto, sono arrivata di fronte all’assistente che mi ha detto “sono stanca torni il 4 luglio”. Anche io ero stanca, ma non avrei mai potuto dire al prof “mi interroghi un’altra volta”».
alessia.marani@ilmessaggero.it


TELEFONINO
I cellulari squillano imperterriti durante corsi ed esami. Ci sono docenti che passano anche 20 minuti filati su 45 di lezione a conversare al telefono davanti agli studenti che non possono “ribellarsi”

FUMO

Sigarette, vizio duro a morire. A Scienze Politiche e a Giurisprudenza ci sono docenti che non riescono a farne a meno e che, durante esami-fiume di ore e ore, alla fine cedono alla tentazione

STILETTATE

Frasi ad effetto sferrate da alcuni assistenti o professori su studenti intimoriti e senza possibilità di replica. Classica all’inizio di maxi-esami: «Oggi sono davvero troppi, bocciamo il più possibile».

DISORGANIZZAZIONE

Aule iperaffollate, attese snervanti prima di essere interrogati, orari che cambiano all’ultimo momento: per gli studenti basterebbe un pizzico di organizzazione in più per evitare molti problemi

08 luglio 2008

Grande Fratello, no grazie 2

Proibire la pubblicazione delle trascrizioni telefoniche è un attentato alla libertà di stampa o una misura di tutela delle libertà individuali? Personalmente, sono sempre molto infastidito quando vedo pagine e pagine di giornali riempite dai brogliacci delle intercettazioni. Non mi pare una prova di buon giornalismo. Tanto per cominciare, le trascrizioni cambiano da giornale a giornale: il che vuol dire che quello che si pretende essere un documento fedele viene manipolato in redazione. Soprattutto, la pubblicazione delle intercettazioni non sembra fornire al pubblico alcun elemento di giudizio serio, ma solo dargli in pasto particolari pruriginosi, battute sapide, linguaggio da caserma, cose che poi danno adito a dotte discussioni sociologiche, moraliste ed ipocrite. Particolare ancor più decisivo, in nessun altro paese dell’Occidente i giornali danno in pasto ai lettori questo tipo di materiale.
La pubblicazione delle intercettazioni è uno degli aspetti della deriva gossipara del giornalismo italiano, un modo furbetto che i giornalisti hanno per non assumersi le responsabilità della notizia che danno, nascondendosi dietro la pretesa ‘oggettività’ delle trascrizioni.
Soprattutto, a mio avviso, è illegale, e viola uno dei sacrosanti diritti costituzionali del cittadino.

Non mi trovo d’accordo quindi col Procuratore aggiunto di Torino, Bruno Trinti (autore di un bel libro sulla malagiustizia intitolato “Toghe Rotte”) quando scrive nel blog ‘Uguale per tutti’ a proposito di intercettazioni che "Non è vero che le intercettazioni vengano pubblicate abusivamente e che quindi bisogna intervenire per bloccare questo malcostume: esse compaiono sui giornali quando è caduto il segreto investigativo, cioè quando l’imputato e i suoi difensori le conoscono, ad esempio perché sono riportate in un provvedimento del giudice che li riguarda (ordinanza di misura cautelare, di sequestro, di perquisizione etc.). Quindi, quando vengono pubblicate, sono pubbliche: non c’è nessun abuso."

Davvero? Mi pare di ricordare, da miei lontani studi di diritto che l'articolo 15 della Costituzione dica: "La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge."

Dunque, il fatto che l’autorità giudiziaria possa disporre intercettazioni, non significa che poi queste intercettazioni possano essere lecitamente pubblicate. Il segreto delle comunicazioni, garantito dalla Costituzione, è “inviolabile”, e può essere limitato solo per fini di giustizia. “Limitato”, cioè compresso, ma mai venire meno.

Dire che non c’è nessun abuso in questo continuo spiattellamento di intercettazioni, sarebbe come affermare che una volta che la Polizia abbia fatto una perquisizione in una privata abitazione, essa cessa di essere privata, e ci possono entrare tranquillamente le telecamere. Eh, no, il domicilio rimane inviolabile (art. 14 della Costituzione), anche se ci sono entrati i Carabinieri col mandato: loro dentro, tutti gli altri fuori.
Ed infatti, anni fa, la troupe di un programma di tv verità che andava al seguito delle forze dell’ordine entrando in privati appartamenti in occasione di perquisizioni domiciliari, si beccò una bella denuncia per violazione di domicilio.

Qual è, prego, la differenza tra il diritto all’inviolabilità del domicilio e il diritto all’inviolabilità delle comunicazioni? Vorrei saperlo.

Se fosse vero che la libertà di stampa è prevalente rispetto a questi diritti costituzionalmente garantiti (cosa aberrante, perché in uno Stato liberale i diritti dell'individuo vengono sempre prima dei diritti sociali), allora si dovrebbero consentire le intercettazioni direttamente ai giornalisti: ma fortunatamente la libertà di origliare non c'è da nessuna parte.

Dunque: le intercettazioni sono un indispensabile strumento di indagine, che sarebbe sbagliato limitare, ma la loro pubblicazione è una violazione di un diritto costituzionalmente garantito. Che bisogna difendere, anche se magari non ci conviene.

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Vedi anche "Grande Fratello, no grazie"

07 luglio 2008

Piccole zoccole crescono

Un altro caso di dodicenne che vende ai compagnucci di scuola foto di sé nuda fatte col telefonino, in cambio di soldi per comprare vestiti firmati (!). Ne avevo già parlato in Puttanesimo integrale.

Per un appassionato di fotografia come me, è motivo di riflessione il cambiamento che il digitale con le sue varie semplificazioni, soprattutto i videofonini, ha portato alla cultura dell'immagine. Oggi sembra esistere solo ciò che può essere testimoniato ed esibito. Questo rende sempre più labili i confini tra privato e pubblico. La prima vittima è il pudore, necessario compagno dell'eros.
Ma chi glielo spiega, a queste ragazzine "liberate"?

05 luglio 2008

MoJ, moi ???

Ricevimento del Quattro Luglio alla residenza dell'Ambasciatore degli Stati Uniti, a Villa Taverna. Ci incontro sempre un sacco di gente che conosco. E con chi non conosco, come usa in quste occasioni, è un gran scambiarsi di biglietti da visita, previdentemente conservati nel taschino. Nel gergo consolidato dell'ambiente, un militare presentandosi dirà di venire dal MoD (Ministry of Defense), un diplomatico dal MFA (Ministry of Foreign Affairs). Io sono un MoJ (Ministry of Justice).
Mi presentano una bella diplomatica olandese :
"I'm an executive at Ministry of Justice, Italy".
La stangona sorride:
"Indeed! Why, do you have justice in Italy?"

Va bene, va bene: 'right or wrong is my country', come dico sempre. Ma perchè my country dev'essere sempre più wrong che right???

PS: Davvero eccellente il discorso dell'Ambasciatore americano Spogli. Soprattutto, uno stile diretto e schietto, ben diverso dal linguaggio paludato dei nostri politici.

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Nella foto, io e un all american hamburger. Morte al fegato!!!

04 luglio 2008

Nati il 4 luglio



Per tutti gli uomini liberi del mondo, gli Stati Uniti sono ciò che Israele è per gli Ebrei: il rifugio sicuro in caso di tempesta, il punto di riferimento dei tempi difficili. Il paese che ci ha liberato dalla minaccia del nazifascismo prima e del comunismo poi, e che ha salvato l’Europa dall’autodistruzione. Gli ultimi otto anni sono stati tempi durissimi per gli amici dell’America in tutto l’Occidente. Ma a quanto pare l’America stessa sa emendarsi e cambiare. L’ubriacatura nazionalista ed imperialista le è passata, e l’America torna ad essere quello che è sempre stata: il più potente centro di innovazione del pianeta, il luogo dove un uomo della mia generazione può già aspirare ad essere presidente. Perché lì, a differenza che da noi, essere giovani ed inesperti non è un peccato mortale.
L’anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti merita dunque di essere celebrato, e soprattutto studiato. L’America, come la moderna Francia, è nata da una rivoluzione. Ma fu una rivoluzione di breve durata, poco cruenta, ben lontana dai bagni di sangue e dalle vendette del Terrore francese. Eppure, noi europei abbiamo vissuto per oltre un secolo nel mito giacobino di uno stato onnipresente e livellatore, e nel sogno - variamente declinato da marxisti e terroristi - di rivolgimenti sanguinosi come strumento legittimo di lotta politica.

Gli americani invece, ottenuta la loro indipendenza, inventarono una serie di istituti costituzionali assolutamente originali: il presidenzialismo, il federalismo, la Costituzione rigida. C’è un’immensa saggezza negli scritti di Thomas Paine, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, tutti pressoché ignorati nelle nostre scuole. I testi masturbatori dei nostri giuristi continentali per esempio, trascurano completamente il grande avanzamento nelle scienze del diritto dovuto agli americani. È qui il paradosso americano: vediamo l’America tutti i giorni in televisione o al cinema, ne sentiamo sempre parlare, ma ignoriamo il suo più profondo contributo alla storia della civiltà occidentale, e all’avanzamento dell’idea di libertà nel mondo.

Anche per questo è giusto e bello celebrare oggi il 4 luglio, festa dell’Indipendenza Americana, e della Libertà di noi tutti.


02 luglio 2008

Fatti miei

Ho debuttato con le lenti a contatto. Il punto è che amo fare fotografie, ho bisogno di avere una visione panoramica, ed il cerchietto degli occhiali mi ha dato sempre fastidio. Ma la faccenda di mettermi un dito sull’occhio non l’avevo mai digerita. Così dalla decisione di mettermi le lenti alla sua realizzazione pratica sono passati appena cinque anni. Comunque ci metto ancora tantissimo per mettere e toglierle. E mi escono sempre dei coloriti commenti, come nei fumetti: “mapporch#@@%****######°°zzz@@@@”

La SSPA mi ha chiesto di fare da ‘mentor’ per alcuni giovani allievi del quarto corso di formazione dirigenziale. Accetto con entusiasmo. Ma esattamente cos’è un ‘mentor’? Un bugiardone?

Alfredo mi ha proposto di tentare di entrare in una scuola di dottorato. Accarezzo per qualche momento l’idea. Poi la scarto. I miei rapporti con l’università non sono mai stati idilliaci: tanto per dire, se fossi io al posto di Bertolaso, userei il rettorato della Sapienza come deposito di scorie nucleari. E poi dovrei fare il concorso di ammissione, e si sa come sono fatti i concorsi nell’ambito universitario: senza santi in paradiso, non passi. E per fare che, alla fine? Per aggiungermi un titolo sul biglietto da visita? “Cav. Dott. Stv. Dario Quintavalle, M.A., PhD”. E poi chi lo ferma Nando, mia coscienza critica e gemello terribile, dal rotolarsi per terra dalle risate?

Tornare ad Ostia dopo il lavoro e godersi l’ultimo sole e una bella nuotata (per modo di dire, come nuotatore ho la grazia di un tubo di piombo) è un bel privilegio, rispetto agli altri romani che sudano. Tra l’altro la spiaggetta libera è letteralmente costellata da ragazze russe. Un’autentica meraviglia.

Sarà del resto, anche questa, un’estate baltica: Thundermaster ha proclamato anche quest’anno una Hash a Rostock (si torna sempre sul luogo del delitto), in occasione dell’Hanse Sail, e mi piacerebbe vedere la Curonian Spit, in Lituania. E perché no, tornare a passeggiare sulla spiaggia di Jurmala, a Riga.

A proposito di romani che sudano, mi chiedo perché da noi siano così poco diffusi i ventagli. Io ne ho una bella collezione (di cui facevo buon uso agli esami suscitando il vivo dispetto dei professori, che vogliono che lo studente soffra), e ogni volta che ne tiro fuori uno mi guardano tutti con curiosità. Eppure è un oggetto normalissimo. Quando si è sposata mia cugina con un ragazzo andaluso, tutte le parenti dello sposo ne avevano uno, bellissimo. Un ventaglio è un oggetto sensuale: ma, appunto, vallo a spiegare alle donne italiane.

Mi viene in mente come in un flash una bellissima scena da “La piscina”, un film con un giovanissimo Alain Delon e Romy Schneider. Ad un certo punto c’è una scena in cui lui accenna a fustigare la schiena nuda di lei con il gambo di una rosa. Ricordo di aver visto questo film da ragazzino. La scena della rosa ha alimentato le mie fantasie erotiche per anni.

Parlavo con N. del più e del meno, quando sfogliando una rivista, mi capita di vedere la foto di una donna soldato, un tenente dell’esercito. E lui, solitamente assai discreto, mi dice che la conosce, che sono stati insieme, ma che, sfinito, l’ha mollata. E mi racconta una biografia del tipo: "donna che lavora, va in palestra, è insegnante di tango, prepara sette concorsi contemporaneamente, uno dei quali come vicesegretario generale dell'ONU con delega alle biotecnologie, nel tempo libero fa volontariato per il recupero dei tossicodipendenti di etnia rom vittime dell'emarginazione sociale e affetti da tachicardia, d'estate va prima in Pakistan a sminare il Kashmir, poi in una cooperativa agricola del Montenegro dove si producono cachi da destinare al commercio equo e solidale". Una tipa così, di quelle che sono ‘troppo’ tutto, soprattutto troppo piene di sé per avere spazio per qualcun altro. Eh, sì, il fascino irresistibile della Wonder Woman, ne so qualcosa: è una esperienza da fare, poi ti passa subito, e scappi a gambe levate, senza mai voltarti indietro.

È di Ostia, ha fatto teatro, ha preso un PhD ed andata a lavorare all’estero in un prestigioso centro di ricerche, dove ha conosciuto un ragazzo straniero. Quando ho sentito la sua biografia, con tutte le sue sinistre analogie con una certa signora di mia conoscenza, ho cominciato a fare i debiti scongiuri. Ma Romina è di tutt’altra pasta, e il suo matrimonio a metà del mese si preannuncia un evento stravagante e simpatico. Come regalo di nozze gli amici doneranno loro decimi di biglietti per un viaggio in Nepal…

Questo è tutto, e lecitamente il lettore potrà commentare, alla fine di questa sfilza di irrilevanti fatterelli, con un bel “e chi se ne frega?”. Non saprei dargli torto.


01 luglio 2008

Tenermi d'occhio




Il mio blog ha pochi ma affezionati lettori. Q
uesto eccellente filmato spiega come tenere d'occhio le novità di un blog senza doverci tornare sopra ogni volta.