29 settembre 2008

Dialogo surreale con un Vigile Urbano

Sono testimone di un incidente stradale, a Ostia, e penso di fare il mio dovere di cittadino avvertendo una pattuglia di vigili urbani che due isolati più avanti sta rimuovendo un’auto col carro attrezzi. Risposta testuale del Vigile:
"Si... ma… dico… telefonare... io faccio parte della squadra rimozioni…"
Dove 'telefonare' vuol dire che dovrei essere io a chiamare la loro centrale... Il mio sguardo deve essere così eloquente che poi aggiunge con un sospiro:
“Vabbè, mò andiamo a dare un’occhiata...”
Ecco perché quando sento promettere dai nostri politici “legge e ordine” e “tolleranza zero”, non so se mettermi a ridere o a piangere.


28 settembre 2008

Ultima Lettera al Direttore

Gentile direttore,

disturbato dalla virtuale sparizione delle notizie serie dal Corriere della Sera, mi sono preso la briga di calcolare quanta parte del giornale da Lei diretto è occupato da pubblicità. Su 72 pagine della edizione nazionale di venerdì scorso, 26 erano occupate per intero da pubblicità, 35 da annunci che occupavano la metà o ¼ della superficie. In totale, secondo i miei calcoli, la pubblicità occupa il 51,3% del Corriere. Se dal resto togliessimo poi quei pastoni che sono solo un servile omaggio alla politica - e i titoloni, le megafotografie, i grafici, i trafiletti, le battutine demenziali di Beppe Severgnini e Lina Sotis – troveremmo che lo spazio dedicato alle notizie serie ed ai commenti è assai esiguo.

Leggendo il Corriere della Sera mi torna in mente quando – studente impreparato – scrivevo i temi con una grafia esagerata, saltavo le righe, andavo spesso a capo, tutto per occupare quante più pagine possibile.
Si dice che gli italiani non siano lettori di giornali: ma cosa c’è da leggere? Basta guardare le figure...

Passando all’edizione online, il quadro è anche più sconfortante: il sito www.corriere.it (come ad onor del vero quello del concorrente ‘Repubblica’) è irrobustito da notizie di gossip, e foto di nudi femminili.
Il confronto con i giornali ‘seri’ del resto dell’Occidente – il Times, la FAZ, il NYT, Le Monde – è semplicemente sconfortante. Peraltro il Corriere rimane troppo dignitoso ed impettito per essere paragonabile alla stampa popolare britannica, a partire dal celebre ‘Sun’, che almeno allieta il lettore con modelle in topless.

Insomma, ho tra le mani un prodotto “fuzzy”, che non è né carne né pesce – né autorevole né popolare - e che non ho davvero capito a cosa serva: non certo a informare il lettore, né tantomeno ad essere il cane da guardia della democrazia e l’integerrimo controllore del Potere.
Sicuramente, il suo giornale, come del resto gli altri, risponde a molti interessi. Ma non certo a quelli di un cittadino di un paese democratico. Non ai miei.

Spero dunque che non mi giudicherà troppo male se mi dimetto da lettore. Non vedo perché devo spendere dei soldi per comprare un giornale che pago già due volte, come consumatore con la pubblicità, e come contribuente con il finanziamento pubblico all’editoria (che, come rivelato dal libro “La Casta dei Giornali” di Beppe Lopez, ammonta a quasi un milione di €), e che dunque, in virtù di tante e copiose fonti di sostentamento, può allegramente infischiarsene di perdere lettori e di sforzarsi di acquisirne di nuovi.

La prego di riflettere però che quella “Deriva” italiana che alcuni suoi giornalisti denunciano (all’insegna del predicare bene e razzolare male), potrebbe essere assai più efficacemente contrastata se ci fossero, in questo paese, giornali indipendenti ed interamente al servizio dei cittadini.

Suo (non più) affezionatissimo

Dott. Dario Quintavalle - Roma

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Sullo stesso tema:
Corriere 2000

27 settembre 2008

Amici miei, colbertiani immaginari

La telenovela Alitalia è finita, amen. Abbiamo una nuova compagnia aerea. L’altro ieri dovevo andare a Milano. Ho provato a vedere quanto mi sarebbe costato l’aereo: 323€, il triplo di quanto ci vuole per andare a Londra con un low cost. La nuova Alitalia è un affare per tutti, tranne che per i consumatori, che si trovano a pagare i costi di un sostanziale monopolio, nonché la socializzazione delle perdite della vecchia compagnia. In tempi in cui ci sono pochi soldi per i consumi, un risultato niente male.

Il nuovo interventismo statale, con in parallelo il piano americano di pubblicizzazione e salvataggio
delle banche e delle assicurazioni in crisi, fa inneggiare tanti alla fine del liberismo e del mercato.

Pier Luigi Battista sul Corrierone ha scritto: “meriterebbe un epitaffio o un elogio funebre il liberismo polverizzato dal crollo del mercato, dagli americani convertiti al verbo della nazionalizzazione, dall'uragano statalista che sommerge persino il ricordo dei ruggenti anni '80. Reagan disse che lo Stato non risolve i problemi, lo Stato è il problema". Ricordando gli anni ruggenti della Thatcher, la teoria dello "Stato minimo", Battista conclude: “Quell'edonismo si è spento" - conclude - "quell'epoca è tramontata con il grande crac in cui s'implora l'intervento del moderno redentore: lo Stato.

Sarà che io per lo Stato ci lavoro, e dopo tutte le convulsioni originate dalla politica con riforme continue e inconcludenti, l’idea che esso sia un ‘Redentore’ e la soluzione di tutti i problemi, non mi convince proprio. Americani e Britannici possono ben leccarsi le ferite da un eccesso di euforia liberista, ma è un fatto che fu proprio il rilancio delle loro economie ad opera del duo Thatcher - Reagan a rendere questi paesi di nuovo ricchi e competitivi. Una crisi ciclica non significa la fine del capitalismo e dell'economia di mercato.
In Italia purtroppo non c'è più lo Stato ma non c'è nemmeno il mercato. E non c'è mai stato. Non dovremmo dimenticare che Alitalia è affondata mentre era in mani pubbliche. Lo schema quindi è ben diverso quello americano: lì c'è stata una statalizzazione di imprese private, qui l’uscita dall’ambito dello Stato di una compagnia che viene affidata a privati, in un regime che però non è ancora di libero mercato, visto che si sono dovute cambiare completamente le regole, a partire dalla Legge Marzano, e la scelta del contraente ha obbedito a criteri esclusivamente politici.

Si dirà che l’eccezione è dovuta all’ interesse nazionale. Per la verità, la scelta di non vendere ad Air France è stata determinata dal fatto che essa avrebbe puntato su Fiumicino, mentre la cordata CAI, eventualmente corroborata in futuro da Lufthansa, punta su Malpensa. Dunque, non di interessi nazionali si tratta, ma di opposti localismi, rappresentati da due parti politiche con i loro bravi interessi elettorali.
E poi, come si definisce l’ “interesse nazionale” in questo caso ? Ancora una volta secondo lo schema marxiano dell’ “alleanza dei produttori”, che esclude i consumatori e la loro sovranità economica, cioè la loro libertà di spendere il loro denaro come e dove meglio credono. È bene per tutti quello che risulta dall’intesa tra imprenditori e lavoratori, e pazienza se tutti noi paghiamo un prezzo. Uno Stato neutrale avrebbe potuto rappresentare i cittadini. Ma questi, al tavolo delle trattative, non c’erano. E non a caso, perché in una visione mercantilista il mercante quando opera accresce non solo la ricchezza e il prestigio propri, ma anche quelli dello Stato, ed anche il cittadino è una funzione dello Stato.

Insomma, il caso Alitalia celebra una visione che ha sfiducia nel mercato, e secondo me c’è poco da esultare. Persino un mio amico, laureatosi con una tesi sulla Thatcher oggi inneggia al Colbertismo hi-tech, alle politiche commerciali ed industriali di tipo strategico.

Se questo è il trend del momento, prendiamone atto. Solo vorrei chiedere: perché a un’azienda decotta si assegna un valore strategico, e quindi le si devolvono infinite risorse ed attenzione, mentre all’intero comparto della Pubblica Amministrazione, e soprattutto ai settori strategici, come la Giustizia, nel quale io lavoro, si lesinano fondi e soprattutto cura, nel presupposto (questo ancora ultraliberista) che la PA sia solo una palla al piede per l’economia, ed un ostacolo alla libera iniziativa economica? Ai neocolbertisti casarecci dovremmo allora ricordare che le politiche mercantiliste erano tutte funzionali alla creazione di uno Stato forte ed accentrato, e che Colbert dedicò le sue migliori energie proprio a questo scopo. Se oggi la pubblica amministrazione francese mostra ancora orgogliosamente efficienza, etica, rigoroso senso del dovere, spirito di corpo, tutto ciò è a causa delle scelte di Colbert, e dei suoi successori, che operarono tanto nel mondo dell’economia, quanto in quello dell’amministrazione, subordinando la prima alla seconda.

Mi pare che di questo non ci sia consapevolezza ideologica: così il mix di ortodossia liberista e di eccezioni alla regola di segno neomercantilista, variamente declinato a seconda delle convenienze del momento, se non addirittura del capriccio, rischia di produrre solo uno di quei pasticci all’italiana per cui il nostro Paese non è ne carne né pesce, né liberale né colbertiano, né federalista né autenticamente accentrato, ma sempre, eternamente, in mezzo a un guado.

Finito lo psicodramma Alitalia, speriamo dunque che qualcuno si accorga che una Amministrazione efficiente è non meno strategica, per gli interessi nazionali e per competere sui mercati, di una compagnia aerea. Ci spero, ma non ci credo.

Poscritto: leggo che ai comandanti di Alitalia, nel nuovo contratto, verrà riconosciuto l’inquadramento da dirigenti. Dopo i dirigenti-medici avremo anche i dirigenti-piloti, dunque. Da dirigente-dirigente segnalo con preoccupazione che sempre più si tende a considerare la dirigenza un rango stipendiale piuttosto che una professione. Saremo ammessi, noi dirigenti “semplici”, a pilotare aerei e a curare la gente? Ne dubito. E allora a ciascuno il suo mestiere. Vale per me, dovrebbe valere anche per loro.


24 settembre 2008

Non è la fine del mondo

Dottor EnigmA due settimane dall'avvio, il Large Hadron Collider, l'acceleratore del CERN di Ginevra inaugurato con gran battage pubblicitario due settimane fa, è già guasto.

Ho visitato il CERN anni fa, quando ero stabilmente residente sul Lemano, e tutto quello che ne ricordo è un buco riempito di tubi multicolori. Un posto tutt’altro che affascinante, dunque, e bisogna congratularsi col talento per la pubblicità e il fund raising degli scienziati ginevrini se l'inaugurazione dell'LHC, un evento per soli addetti ai lavori, è stata trasformata in un happening cui ha voluto partecipare persino lo scrittore Andrea Camilleri.

È interessante osservare quanto gli scienziati, personaggi tutto sommato banali, siano ammantati di un’aura romantica: resiste imperterrito presso l'opinione pubblica, lo stereotipo dello scienziato distratto, tra le nuvole, popolarizzato dal personaggio del Dott. Enigm, svagato scienziato atomico amico di Topolino durante la Guerra Fredda. I fisici, poi, sono “gli scienziati” per eccellenza - anche se questo titolo è stato poi immeritatamente attribuito ad ogni sorta di ciarlatani (sociologi, demografi, politologi e persino – ahimè – giuristi), le cui discipline hanno più o meno lo stesso grado di affidabilità e misurabilità della cartomanzia.

Qualcosa è del resto cambiato rispetto al personaggio benigno rappresentato dal dott. Enigm. Se prima lo scienziato prometteva progresso illimitato e duraturo, e un futuro di crescita continua, oggi predice catàstrofi e scenari ansiogeni, presentandosi come un salvatore laico. Del resto, far leva sulle paure della gente, piuttosto che sulle sue speranze, è assai più pagante.
Nel XX secolo, l’internazionalismo della comunità scientifica era il pendant colto dell’internazionalismo proletario, con l’uguale promessa escatologica di una pace perpetua. Poi, vabbè, i fisici si mettevano servizievoli a costruire bombe, ma la confraternita cosmopolita degli scienziati prefigurava ottimisticamente un mondo senza barriere capace di parlare un linguaggio comune. Oggidì, invece, nel mondo che si ribella alla globalizzazione omogeneizzante, gli scienziati appaiono come una comunità di apolidi vagabondi senza radici, chiusi nel loro mondo autoreferenziale, isolati nei loro laboratori all’interno di centri di ricerca che assomigliano tutti a bocce per i pesci. Non è un caso se gente così noiosa si concentri in Svizzera, uno dei posti più noiosi della Terra.

Sarebbe uno sbaglio sottovalutarli, però: attraverso un'accorta operazione di marketing, gli scienziati del CERN sono riusciti a ottenere cospicui finanziamenti per ricerche che, se sono indubbiamente interessanti sul piano della fisica teorica, hanno ugualmente scarse ricadute immediate sul mondo delle imprese e sulla vita dei comuni mortali. In passati scritti ho sollevato il problema di una vigilanza democratica su quello che si combina in questi centri di ricerca. In fin dei conti, essi utilizzano soldi pubblici, quindi soldi nostri. Siamo proprio sicuri che le ricerche che si svolgono al CERN - come in altri laboratori sparsi nel mondo, e in altri domini scientifici - siano di primaria importanza per il futuro dell'umanità? La fisica teorica, per esempio, non dovrebbe fare un passo indietro, se non altro per evidenti ragioni filantropiche, rispetto alla ricerca medica?

Quali sono dunque i risvolti pratici di queste ricerche, e perché dovremmo sovvenzionarle? Non esistono priorità più urgenti? Queste domande appaiono pertinenti soprattutto quando si parla del CERN di Ginevra.
Fu qui infatti
che nel 1990 Tim Berners Lee, con una macchina Next (meno potente di un odierno telefono cellulare) inventò e sviluppò il World Wide Web, l'idea che ha rivoluzionato il mondo. L'allora direttore del CERN, il fisico italiano e Premio Nobel Carlo Rubbia, non ritenne di promuovere e finanziare - e nemmeno di sostenere - quella brillante idea, e Berners Lee fu costretto a emigrare a Boston, dove il MIT gli spalancò le porte e lui fondò il World Wide Web Consortium. Qualunque dirigente di azienda che si fosse fatto scappare una invenzione simile sarebbe stato cacciato immediatamente a calci nel sedere: il prestigio di Rubbia invece non ne soffrì minimamente. Di fronte ai professori, si sa, torniamo tutti timorosi e riverenti come scolaretti.

Nel giro di un triennio, Internet, da applicazione di uso esclusivamente scientifico, era diventata l'anima di una nuova rigogliosa economia e di un nuovo modo di comunicare e di vivere. È una storia di "cervelli in fuga" al contrario, in fondo: i professoroni del CERN, troppo pieni di sé per considerare le idee di un semplice ingegnere, privarono l'Europa del primato in una delle tecnologie più innovative a favore dell'America, e costrinsero all'emigrazione una delle menti più brillanti del nostro tempo - solo perché non apparteneva alla loro confraternita. Per difetto di vigilanza politica e democratica, un'invenzione assolutamente strategica che avrebbe potuto rilanciare il primato tecnologico ed economico del Vecchio Continente, ha invece preso la via degli Stati Uniti. Così, sono ora in mani americane tutte le leve di controllo di Internet - a partire dall' ICANN (un ente formalmente indipendente, ma di proprietà del Governo degli Stati Uniti, che assegna i domini) - e l'America ha beneficiato più di tutti del progresso tecnologico che ne è derivato.
E noi ci consoliamo con il superacceleratore...
Il futuro era già arrivato, e non ce ne siamo accorti. Oggi, quotidianamente, utilizziamo il World Wide Web. Magari per leggere le notizie spacciate da giornalisti créduli sul nuovo LHC di Ginevra o su qualche altra mirabolante scoperta scientifica. Ma che cosa ce ne frega a noi, gente comune, del Bosone di Higgs, qualcuno se l’è mai chiesto??

22 settembre 2008

Senza fretta

"Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena."
(Mt 6, 34)

21 settembre 2008

Fanculotherapy

Il tempo stringe. La consapevolezza di questo fatto irritante mi è crollata addosso tutta di un botto quando mi hanno annunciato che dovrò operarmi per una fastidiosa tendinite che mi perseguita ormai da due anni; questo capita proprio mentre invece gli eventi precipitano e avrei bisogno di essere pronto a partire subito, sano, efficiente ed operativo.
Così, sento sempre più il bisogno di andare all’essenziale. Sono sempre più spicciativo, detesto perdere tempo, ed ho dichiarato guerra ai seccatori e ai parolai. Giudico l'epitaffio più bello quello che un romano dedicò al suo cane:


"... numquam latravit inepte"

("... mai abbaiò a vuoto").
Non esito perciò ad essere sgarbato per manifestare il mio assoluto rifiuto a farmi d’ora in poi espropriare anche di un solo minuto della mia esistenza da chi non abbia nulla da dirmi o da darmi. Ho fatta mia quella frase di Italo Svevo:
"Può essere che il mio tempo non sia poi tanto prezioso, ma è sicuro che soffro orrendamente quando posso constatare di aver lavorato invano" (Zeno, 7)
Intendiamoci, non sono affatto diventato uno di quegli esseri iperattivi che non si concedono pause perché hanno l'ossessione di mettere a frutto ogni minuto, trottole impazzite sempre in movimento. Conosco ancora il valore dell’ozio, grazie a dio, e la differenza che passa tra il “tempo perso” (nobile pausa nella musica della vita) e il “tempo sprecato” (che è una sorta di suicidio provvisorio, una necrosi nel battito dell’esistenza). Posso ancora passare una domenica spensierata in spiaggia, e non sentirmi colpevole di nulla.

Ma ho sviluppato una particolare insofferenza nei confronti dei seccatori e degli stronzi. I medici ci mettono in guardia sul fatto che smettendo di fumare si può vivere cinque anni di più. Ebbene, a parte che io non fumo, ma avete pensato a quanto tempo ci fanno perdere i rompiballe? I loro contorti ragionamenti, le loro parole vane, i loro piccoli sadismi, il loro parlarsi addosso, il loro scarso spirito di squadra: renitenti come asini si mettono sempre di traverso, solo per dimostrare che ci sono, e contano. Gli scocciatori sono come i sequestratori: vi privano della libertà - ma solo per pochi minuti, o ore, quindi sembrano innocui. Però vi accorgerete alla fine che nella vostra vita avete perso tanto tempo per causa loro quanto se foste stati prigionieri dell’Anonima in Sardegna. Ecco dunque che occorre tagliar corto. Nei casi gravi esser drastici. La pazienza, lungi dall'essere una virtù eroica, mi appare un gravissimo vizio: perchè incoraggia i perdigiorno, vale a dire i distruttori dell'unica risorsa che non possiamo rinnovare, il nostro tempo su questo mondo. 




La mia cura per far durare di più la vita si chiama fanculotherapy. Consiste nel fronteggiare ogni seccatore, portatore di problemi, stalker, con un bel vaffanculo, esplicito e diretto. Nel caso, accompagnando il concetto con un gesto eloquente ed offensivo (dorso della mano chiuso a pugno, alzare lentamente il medio verso il cielo).
Il piazzista di aspirapolvere Folletto si vedrà sbattere la porta in faccia, la telefonista di call-centre il telefono, l'impiegato querulo sarà messo alla porta, senza una parola di scuse. Sono il primo ad esserne sorpreso: il mio tatto e la mia cortesia erano rinomati. Ma, sorry, il mio tempo è la mia vita.

Il risultato è garantito.
Datemi retta... 

...chi fancula campa cent'anni.




20 settembre 2008

Paziente impaziente in cerca di idee

È ufficiale, debbo operarmi al tendine. E siccome bisogna toccare anche l’osso la faccenda si fa complicata. Diciamo che sarò in convalescenza due mesi, tra novembre e dicembre. Sarà una tortura. Perché chiamano il malato ‘paziente’? Io sono impaziente già in condizioni normali, figuriamoci quando devo esserlo per forza. Ho avuto pazienza per due anni con un asino di dottore, che continuava ad impormi la borsa del ghiaccio quando invece ci voleva il bisturi. Date retta, se avete un caso simile, e la tendinite non si rimette entro sei mesi, non abbiate indugi, ed operatevi. La pazienza è nociva, occorre anelare alla salute. Comunque è un sacrificio che faccio di buon grado, purché la cosa si risolva; questo tormento dura da due anni. Già il fatto di sapere che c'è una luce in fondo al tunnel mi ha ridato un po' di fiducia nel futuro...

Il punto è, come impiego il mio tempo? Continuerò a lavorare per quanto è possibile, ma gran parte del mio lavoro richiede la mia presenza fisica, e non può essere sostituito dalle e-mail. Ho già deciso che ripasserò il mio russo (quest’estate le mie mille parole mi sono servite egregiamente), e che finalmente imparerò ad usare Photoshop. Proverò anche a fare ginnastica, posto che si possa fare attività fisica con un piede ingessato (mi prenderanno in palestra?). Potrei darmi al trading online, anche se non so da che parte cominciare. Soprattutto vorrei dedicarmi a corpose letture. Magari leggermi qualche grande opera letteraria, la Divina Commedia, Guerra e Pace… ho un cofanetto con tutta la Recherche, sono arrivato appena a metà del secondo tomo, dieci anni fa. Sbadigliavo mostruosamente, ricordo… che mostruosa pippa mentale… volendo proprio farmi del male potrei riprendere anche l’Ulysses, rimasto anche quello in sospeso dopo i miei anni dublinesi. Ero giovane e la sola parte che ne apprezzai era il flusso di fantasie erotiche in ‘Penelope’… soprattutto la faccenda della banana…

Sì, condivido pienamente il giudizio di Borges, che un romanzo di cinquecento pagine è eccessivo, e può essere agevolmente sintetizzato in un racconto. Detesto i brodi allungati: non a caso amo i poeti ermetici, i lirici greci, ed il mio romanzo preferito, la Caduta, di Camus, si tiene agevolmente in tasca.
Insomma, prediligo gli autori sintetici e spicciativi, ed auspico che l’sms, o almeno il telegramma, siano riconosciuti come forma letteraria. Già, perché questi monumenti della letteratura hanno il pregio di riempire il tempo: solo che sono noiosi.
E allora, c’è nessuno che voglia, per gentilezza, suggerirmi come ammazzare il tempo, con sane letture o altri costruttivi impieghi? Si accettano consigli, postare qui dove dice ‘commenti’. Grazie, e a buon rendere...

PS: beh, a quanto pare le soluzioni vengono da sole. Poco dopo aver scritto questo post ho ricevuto una telefonata, inaspettata. Di quelle che cambiano drammaticamente la vita. In meglio. Gli eventi precipitano e per elementare scaramanzia non posso ancora dire niente, ma se stamattina la prospettiva era di ammazzare il tempo, stasera il tempo stringe per fare tutto quello che mi resta da fare. Sto passando dalla bolina al vento in poppa. Pazzesco. Ma entusiasmante!!!




18 settembre 2008

U.S. Supreme Court's global influence is waning - International Herald Tribune

U.S. Supreme Court's global influence is waning - International Herald Tribune
"Judges around the world have long looked to the decisions of the United States Supreme Court for guidance, citing and often following them in hundreds of their own rulings since the Second World War.

But now American legal influence is waning. Even as a debate continues in the court over whether its decisions should ever cite foreign law, a diminishing number of foreign courts seem to pay attention to the writings of American justices."

Un interessante articolo sull'influenza delle decisioni straniere nella giurisprudenza degli USA

16 settembre 2008

Polo cementizio


Saggiamente il Sindaco Alemanno ha deciso che non si farà il parcheggio sotto il Pincio, una delle opere di manomissione del centro che la Giunta precedente aveva approntato senza alcuna riflessione né dibattito pubblico (vedi Ara Pacis).

Invece a Ostia, con la recinzione dell'area,
compresa tra il Canale dei Pescatori e il mare, sono cominciati i lavori per il famigerato Polo Natatorio. A nulla sono valse le proteste degli abitanti: il Comune di Roma continua a comportarsi come un esercito di occupazione. Un’area di tal pregio, vicino al mare, in una città normale dovrebbe essere assegnata o all’edilizia residenziale di qualità o al verde. Da noi no, c’è l’horror vacui: uno spazio libero viene sapientemente lasciato nell’abbandono per anni, per poter poi giustificare l’intervento di “risanamento”, che è sempre, guarda caso, la provvidenziale colata di cemento. Del resto c’è il precedente del Palazzetto del Judo, una strana architettura a forma di Cappello Borsalino verde messa ad impedire la visuale della Pineta di Castelfusano dal mare.
Il Polo Natatorio è solo un altro capitolo dello scempio urbanistico di Roma. Ma per gli scempi in Centro si mobilitano architetti ed intellettuali, per quelli in periferia c'è il massimo della tolleranza. Roma, ancora nel 2008, viene amministrata a compartimenti stagni.



07 settembre 2008

Bolina

Uno stacco ci voleva proprio. Da quattro anni non mi prendevo una vera vacanza, lontano da tutto e da tutti. Così, insieme a una decina di amici, ho rispolverato la patente nautica e le mie quattro nozioni di navigazione, e sono partito per una crociera a vela nelle isole dell’Arcipelago di Spalato, su un magnifico Bavaria 46 cruiser.
I non marinai generalmente lo ignorano, ma è possibile navigare anche controvento. Per un particolare effetto fisico, la vela viene più aspirata che sospinta dal vento che soffia tra i 60° e i 37°. È la cosiddetta andatura di ‘bolina’. Che è un po' la metafora della mia vita: tutto quello che poteva è andato storto, ma le difficoltà, invece di ricacciarmi indietro, mi hanno fatto andare avanti.
Tornato a casa dopo un mese che ho staccato con tutto, telefono, giornali, e-mail scopro che c’è stata una guerra nel Caucaso, e che una Giulia Quintavalle ha vinto una medaglia d’oro olimpica, nel judo (sport che ho praticato con infinita passione in gioventù). Il mondo è andato avanti benissimo senza di me, e gliene sono grato. Chissà domani che cosa mi ritrovo in ufficio….???

Tramonto su Curzola: vedi le foto sul mio sito


05 settembre 2008

Aspettando i fenomeni...


Formare e valorizzare mille giovani italiani per inserirli nella pubblica amministrazione: questo l’obiettivo del programma “Mille Talenti” pensato in collaborazione tra il Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, e il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, l’on. Renato Brunetta. La realizzazione di questo progetto, come racconta il Ministro delle Politiche Giovanili in una intervista a “il Mondo” pubblicata il 5 settembre, fa parte di una serie di provvedimenti che vogliono offrire ai giovani “una marcia in più per affacciarsi nel mondo del lavoro.”

Il motore propulsore di “Mille Talenti” è un libro di Roger Abravanel dal titolo “Meritocrazia”, dove l’autore indaga il fenomeno in contrapposizione al “mal di merito”, una piaga purtroppo molto diffusa nella nostra società. Secondo Abravanel, proprio l’assenza di merito In Italia si sta abbattendo sempre più prepotentemente, non solo sulla sua società, ma anche sulla sua economia. L’autore, però, non dispera e vede ancora nel futuro del nostro Paese una flebile speranza di meritocrazia.

Per dare consistenza a questa speranza è stato creato il piano “Mille Talenti”, che sarà strutturato in diversi programmi, coordinati tra loro con la selezione progressiva dei migliori dieci, cento e mille giovani laureati del Paese, attraverso un test nazionale. In questo modo si sceglieranno i tre gruppi di ragazzi a cui verranno affidati borse di studio, un’ottima formazione nel settore e, cosa più importante, la prospettiva di una carriera adeguata, ad esempio nelle amministrazioni centrali e periferiche, sia nazionale che internazionali.

Infine il Consiglio dei Ministri potrà creare con i dirigenti selezionati una propria task force di talenti per affrontare le situazioni di emergenza; Si tratta della cosiddetta Delivery Unit sperimentata con successo in diverse nazioni europee. Tutto questo, però, non vuole mettere in ombra le potenzialità della nostra Scuola di Pubblica Amministrazione, ricorda Giorgia Meloni a “il Mondo”, ma soltanto riconoscere la difficoltà della struttura a rapportarsi con le nuove generazioni.


Questa cosa dei mille giovanotti con la bacchetta magica che fanno la task force riciccia ogni tanto ed è bipartisan: era nel programma di Prodi, ma il primo a tirarla fuori fu il Ministro Stanca a Taormina.

Mi piacerebbe sapere che differenza c’è tra un “test nazionale” e il caro vecchio concorso; chi dovrebbe fare l’”ottima formazione”, se – bontà del Ministro Meloni - la SSPA ‘non è per nulla inadeguata’; perché dopo aver fatto la suddetta scuola nessuno offre a noi ‘possibilità di avanzamento veloce di carriera’…

Insomma, ogni tanto qualcuno reinventa la SSPA, ma senza sapere che esiste già, un po' come Archimede Pitagorico quando ha la brillante idea di inventare il frigorifero dimenticandosi di averne già uno in casa…

Almeno il Ministro Brunetta, venuto a inaugurare il Quarto Corso, poteva avvertirla.

Attendo curioso di vedere all’opera una fucina capace di sfornare in un botto mille talenti, quando finora i giovani dirigenti partoriti dalla SSPA in dieci anni, compresi quelli in via di formazione, sono poco meno di cinquecento. Ma onestamente non vorrei passare da “giovane dirigente incompreso” a gerontocrate in un botto solo.

Che dite, c’è da offendersi o da prenderla a ridere?