28 ottobre 2008

Il Signore dei Tornelli




Il mitico prof. Brunetta ne ha pensata un’altra delle sue: vuole mettere i tornelli anche per i magistrati. Auguri! Temo però che costringere questa benemerita categoria a restare in ufficio sarà un po' difficile, per il semplice motivo che spesso i magistrati un ufficio nemmeno ce l’hanno, e si recano a Palazzo di Giustizia solo per dare udienza. Il resto del lavoro lo fanno a casa… Appostatevi dunque attorno a un ufficio giudiziario. Quei signori che ne escono con grossi trolleys sono giudici che si portano a casa fascicoli spesso pesanti decine di chili; no, i magistrati hanno molti - brutti - difetti, non quello di essere degli infingardi.

Il prof. non lo sa, e perché mai lo dovrebbe sapere? Occorrono forse competenza e conoscenza dei problemi per fare il suo lavoro? L’epoca in cui a Palazzo Vidoni sedevano giuristi esperti di Pubblica Amministrazione del calibro di Sabino Cassese, Massimo Severo Giannini, Franco Bassanini, è finita da un pezzo. Chiunque di noi, poveri mortali, intraprenda un nuovo lavoro, vi si accosta con umiltà: ogni nuovo ministro della FP è arrivato invece con la sua geniale ideuzza per mettere a posto tutto. Così il predecessore di Brunetta, Nicolais, annunciò già il primo giorno che si sarebbe dedicato a un’opera mastodontica: mettere in rete la PA. Geniale. Peccato che la Rete Unitaria della Pubblica Amministrazione esistesse già da dieci anni. Ma informarsi, prepararsi, no?? Forse credeva che gli impiegati portassero ancora le mezze maniche e intingessero il pennino nel calamaio, come Monsù Travet.

Ormai siamo tutti fannulloni, per definizione, e il prof. Brunetta è la nostra vindice catarsi. Il popolo bue, dimentico di quanti soldi gli costa la Casta della politica, applaude a soluzioni che, più che semplici, sono semplicistiche. Valutazione dei risultati, controllo di gestione, benchmarking, performance assessment? Macché, la soluzione era semplicissima e a portata di mano: i tornelli… e con essi l’idea - vecchia - che un ufficio sia una specie di stalla dalla quale occorre impedire ai buoi di scappare. Nell'epoca del telelavoro c'è ancora chi crede che “andare in ufficio” sia la stessa cosa che “lavorare”.

Intendiamoci, sono sempre stato severissimo con i miei dipendenti che sgarrassero con l’orario, o che fossero sorpresi a fare una pausa caffè al bar. Non ho bisogno di tornelli, io, basta la mia ira funesta che colpirebbe chiunque venisse trovato in fallo. E ho avuto furibondi scontri con i sindacati per questo. Anche perché non ne ho mai apprezzato la cultura fantozziana del rosicchiare sempre qualcosa all’orario di lavoro: e il tempo tecnico, e la pausa caffè, e la revoca della pausa pranzo con diritto alla conservazione del buono pasto, e la flessibilità, e i turni, ed i mille istituti partoriti dalla loro fervida fantasia per erodere il tempo retribuito dall’amministrazione; mai un accenno alla qualità dei servizi resi all'utenza, e ti credo che adesso tutti ci odiano...
Ma penso anche che il lavoro debba essere qualcosa di creativo, da svolgere in ambienti il più possibile adeguati, e responsabilizzando e valorizzando i dipendenti, che hanno bisogno di qualcosa di più e diverso che un cane da guardia.

Soprattutto, ancora più vecchio in Brunetta è questo atteggiamento sprezzante nei confronti della Pubblica Amministrazione, e dell’intero settore pubblico, trattato dagli anni di Reagan e della Thatcher come l’inutile sovrastruttura che impedisce alla libera iniziativa privata di crescere e prosperare, come l’idrovora che sugge ricchezza dal paese e la trasforma automaticamente in spreco.

Peccato che dal giorno del suo insediamento ad oggi, quella ideologia abbia dimostrato la sua inconsistenza, e il mondo si stia leccando le ferite per i fallimenti, clamorosi, del mercato.

Pier Luigi Battista sul Corrierone ha scritto: “meriterebbe un epitaffio o un elogio funebre il liberismo polverizzato dal crollo del mercato, dagli americani convertiti al verbo della nazionalizzazione, dall'uragano statalista che sommerge persino il ricordo dei ruggenti anni '80. Reagan disse che lo Stato non risolve i problemi, lo Stato è il problema". Ricordando gli anni ruggenti della Thatcher, la teoria dello "Stato minimo", Battista conclude: “Quell'edonismo si è spento" - conclude - "quell'epoca è tramontata con il grande crac in cui s'implora l'intervento del moderno redentore: lo Stato.

E su Newsweek Francis Fukuyama, scrive dei danni immensi che che anni di
reaganismo ideologico hanno portato al settore pubblico:
“The down side of deregulation were clear well before the Wall Street collapse… the bungled occupation of Iraq and the response to Hurricane Katrina exposed the top-to-bottom weakness of the public sector, a result of decades of underfunding and the low prestige accorded civil servants from the Reagan years on.”

Siccome noi siamo provinciali, il messaggio arriverà tra qualche anno, mentre nel resto del mondo avranno già pensato a ricostruire un settore pubblico necessario strumento di controllo dell’economia.

Allora, forse, i fustigatori lasceranno il passo ai motivatori, i ‘despoti tascabili’ ai leader con visione e passione. Ma sarà certamente troppo tardi. Altri paesi hanno già capito l’antifona e si muovono per tempo. Leggasi per esempio quello che sta scritto sull’homepage del sito del Ministero della Giustizia della Lettonia, piccola ma dinamica repubblica baltica:

“The main wealth of the Ministry of Justice is its employees – qualified specialists, experts and managing officials with a vast future vision ensuring high quality ministerial work and a perspective opportunity for the Ministry of Justice to become the most efficiently functioning ministry in Latvia and a trustworthy partner in European and international judicial matters.”

Io - Dirigente del Ministero della Giustizia italiano - sarei commosso fino alle lacrime se la mia amministrazione parlasse in questi termini di me e dei miei collaboratori. Ma sono pronto a scommettere che ciò non accadrà né domani né mai.

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Nella foto: un giudice (incidentalmente, mio padre) prepara una sentenza in casa.


26 ottobre 2008

La vampira

Capita a volte, sfogliando distrattamente un testo sugli scaffali di una libreria, di essere catturati da una frase rivelatrice.
Ho comprato perciò d’istinto questo libro di Isabelle Nazare-Aga “La manipolazione affettiva. Quando l’amore diventa una trappola, Castelvecchi editore: 15 euro ben spesi.

Secondo la Nazare-Aga, nota psicoterapeuta francese che indaga da tempo sul fenomeno della manipolazione, il manipolatore affettivo è una persona patologicamente narcisistica che disintegra giorno dopo giorno l’autostima del compagno. Un vero e proprio “vampiro psico-affettivo”, come lo definisce l’autrice, il cui scopo è la destabilizzazione di chi ha accanto.

Il manipolatore colpevolizza, giudica, critica, svaluta le qualità, la competenza, la personalità del partner. Proietta sull'altro i suoi difetti e glieli rinfaccia. È bugiardo, sfuggente, indifferente, indiretto, geloso, egocentrico. Rifugge le sue responsabilità, deforma e interpreta la verità, nega l’evidenza. Non cessa di fare paragoni che tendono a sminuire l’altro. Più lo deprime più egli si sente superiore. Più il partner diventa insicuro, più lui si sente forte e dominante. E il bello è che il manipolatore, pur godendo del suo potere, pensa di essere perfettamente normale.

Il risultato nel partner-vittima è uno stato di malessere, un senso di intrappolamento: egli si sente forzato a fare cose che spontaneamente non vorrebbe. Rapidamente perde in autostima, e fiducia in sé, si sente socialmente insicuro e incompetente, e comincia a somatizzare: ansia, depressione, insonnia, impotenza. Il corpo implode sotto il peso delle frustrazioni. Entrato in una relazione affettiva che credeva strutturante, il partner si trova sul cammino dell’autodistruzione.

E se cerca di evidenziare i problemi della coppia, il manipolatore lo accuserà di essere lamentoso e vittimista.
Ove trovi la forza di troncare la relazione malata, il manipolatore farà di tutto per recuperare il rapporto e riportare la vittima nella sua ragnatela, pronunciando parole di amore eterno, ricattando, minacciando, denigrando.

Come tutte le vittime di violenze morali o fisiche, il partner del manipolatore si porta appresso il senso di colpa di non aver saputo prevenire e prevedere le conseguenze, ed il sospetto che la continuazione della relazione sia frutto di un latente masochismo. In questo la Nazare-Aga è rassicurante: il manipolatore è un dissimulatore che sa far cedere le resistenze della vittima, la quale, una volta interrotta la relazione malata, non desidera in alcun modo riprenderla.

Agghiacciante. Leggendo questo libro mi è parso di rivedere il me stesso di cinque anni fa, incatenato a una relazione frustrante e malata con una gelida professoressa universitaria (i manipolatori, a quanto pare, sono spesso medici o insegnanti). Bella, benché sfiorita e trasandata, indubbiamente intelligente e colta (anche se poi scoprii che molte delle cose che diceva erano citazioni letterali di qualcosa o qualcun altro), iperattiva e piena di interessi (o almeno, nevroticamente incapace di star ferma), all’inizio mi sembrò la risposta di Dio alle mie preghiere.

Non tardò a gettare la maschera. Cercava in tutti i modi di farmi sentire inadeguato, mi criticava spesso. Non grandi critiche, delle punturine di spillo piuttosto: ma continue. Come una persona che punzecchi l’arrosto per vedere se è cotto, sembrava che cercasse di testare qual era il mio punto di esasperazione. Gutta cavat lapidem…

Aveva molte cose da dire, certo, ma alla fine non parlava che di sé. Sembrava ossessionata dal non mostrarsi mai impreparata o inesperta. Qualunque cosa dicessi o facessi, lei l’aveva già fatta, già vista, già vissuta. A chiacchiere, si vantava di essere una grande amante: in realtà... lasciamo perdere. Proiettava su di me la sua gelosia patologica, cercando di farmi ingelosire a sua volta: così fremeva ad ogni accenno al mio passato, ma intanto faceva continui ed umilianti paragoni con i suoi ex (i suoi “Maori” li chiamava). Era cinica. Praticava quella che la Nazare-Aga definisce “doppia stretta”: due messaggi contraddittori ed ugualmente cogenti. Nel nostro caso erano: “non voglio stare né con te né senza di te”. Proprio come scrive Camus ne La Caduta:

“Vi è chi grida ‘amami!’ ed altri ‘non mi amare!’. Ma una certa specie, la peggiore e la più disgraziata dice: ‘Non mi amare e siimi fedele!’ ”.
Tutto ciò confonde, come si può ben immaginare. E fa star male. Così cercai ben presto di liberarmi, destando una gamma di reazioni dalla suppliche, alle lusinghe, alla proteste. Solo al momento della rottura, infatti, l’arpia riusciva a pronunciare frasi meravigliose e tenere, e si abbandonava a promesse che poi non manteneva. Bisognava che avesse qualcuno intorno, non sopportava l’idea di essere abbandonata: la ferita al suo narcisismo sarebbe stata troppo forte e non a caso ripeteva più volte di non essere mai stata lasciata. Una volta che ero veramente deciso a farla finita arrivò a fingere di svenirmi davanti. Solo dopo molto tempo mi ricordai che aveva studiato recitazione: non c’è che dire, la sua fu una interpretazione convincente.

Alla fine fu la noia a salvarmi: la persona che mi sembrava tanto stimolante all’inizio, si era rivelata desolatamente ripetitiva. La noia, e una ragazza. Una persona magnifica che avevo provvidenzialmente incontrato proprio all’indomani di una misteriosa fuga in Norvegia (sic!) della mia vampira, e che mi salvò. Così me ne sono andato, libero e felice, e non mi sono mai più voltato indietro.

Non posso quindi che condividere il consiglio di Isabelle Nazare-Aga: di fronte a persone come queste l’unica reazione possibile è fuggire, darsela a gambe, scappare. Sembrano normali, e quando le si incontra non si sospetta di niente. Anche i segnali che dovrebbero metterci sull’avviso vengono trascurati. La donna di cui parlo, per esempio, mi aveva detto agli inizi della storia una frase raggelante: “Ti ho usato, tutti si usano!”. Ma io, beata ingenuità, non credevo che si potesse essere amorali fino a quel punto. Invece stavo per legarmi con la persona più malefica che abbia mai conosciuto.

Benvenuti dunque libri come questo, che ci mettono sull’avviso: i manipolatori esistono e noi possiamo incontrarli e farci molto male. Uomo avvisato…


25 ottobre 2008

Prigionieri del passato - L'italia immobile

Avendo scritto estensivamente sul passatismo italico, non posso che condividere questo fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di oggi.

PRIGIONIERI DEL PASSATO
L'Italia Immobile

di Ernesto Galli della Loggia

Un Paese fermo, consegnato all'immobilità: ecco come appare oggi l'Italia. Non già nella cronaca convulsa del giorno per giorno, nell'agitazione della lotta politica, nei movimenti sempre imprevedibili di una società composita, frammentata e priva di inquadramenti istituzionali forti. Ma un Paese fermo perché anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino.

Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.

Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.

Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire.

25 ottobre 2008

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Sullo stesso argomento:

La tentazione del passato
Come la moglie di Lot
A passo di carica, ma guardando all'indietro
Elogio dell'amnesia





"Don't stop thinking about tomorrow" dei Fleetwood Mac

21 ottobre 2008

Come allora, come sempre


Da un telegramma del 19 maggio 1941:
“E’ ormai diventato un sistema quello adottato da Ufficiali e Funzionari che consiste nell’avviarsi all’ufficio alle 8 il che significa essere al tavolo di lavoro non prima delle 8 et 15 e forse piu’ tardi alt Esigo che questa deplorevole abitudine, tipica manifestazione di quel pressappochismo deleteria tara del carattere di troppi italiani abbia immediatamente a cessare alt Alle 8 chi non e’ gia’ al suo tavolo di lavoro ha perduto la giornata con le relative conseguenze alt Faro’ controllare quanto sopra alt_
MUSSOLINI.

Alcune considerazioni:
  1. Se non ci e’ riuscito nemmeno il Capoccione a mettere in riga gli impiegati pubblici, come puo’ riuscirci Brunetta?
  2. Ma proprio uno che aveva dichiarato una guerra senza essere preparato va a parlare del “pressappochismo deleteria tara del carattere di troppi italiani”? Come allora, come sempre, chi sta in cima fa come il bue che disse “cornuto” all’asino…
Pero’ bei tempi, nel 1941 a Roma uno che fosse uscito di casa alle 8 sarebbe arrivato in ufficio dopo un quarto d’ora...

20 ottobre 2008

Ma allora non e' cambiato niente!

"Fures privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura"
(Chi ruba cose private trascorre la vita tra ceppi e catene, chi ruba cose pubbliche nell'oro e nella porpora).

Catone il Censore

12 ottobre 2008

Lo chiamano Burocratese

"Si è appurata una evidente distonia nel circuito valutativo a livello centrale e periferico che è stata fondata, distintamente nelle fasi della concessione e della revoca delle misure di protezione, su parametri non omogenei il che ha prodotto risultati disomogenei".

(dalla motivazione con cui fu negata l'auto blindata e la scorta a Marco Biagi, poi assassinato dalle BR)


"Le parole sono importanti! Chi parla male, pensa male, vive male"
Nanni Moretti (Palombella Rossa, 1989)

11 ottobre 2008

Il Ministero dei Passi Stupidi

Mi è stata affidata la responsabilità di fare da mentor ad alcuni giovani colleghi della SSPA. Il loro rovello più grande è quale amministrazione scegliere. Boh? Purchè sia un lavoro divertente. Potessi tornare indietro, io sarei in dubbio tra il "Ministry of Sound" (noto club di Londra) e il "Ministry of Silly Walks" (famoso scketch dei Monty Python). Non è detto che siano i meno seri...



... oppure il ben più inquietante ed attuale "Ministero della Paura"...




Forse ci vorrebbe il Ministero della Magiadi Harry Potter per risolvere i nostri problemi, ma temo che ci capiterà piuttosto

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni


di Fabrizio de Andrè...

10 ottobre 2008

La Casta, quanto ci costa

Gian Antonio Stella ha fatto fortuna scrivendo libri come “La casta” e “La deriva”, sugli innumerevoli sprechi del pubblico denaro ad opera di politici ed amministratori. Peccato si sia dimenticato di una particolare categoria: la sua.
Consiglio vivamente, dunque, la lettura di, “La Casta dei Giornali”, di Beppe Lopez, un documentato libro sul finanziamento pubblico ai giornali, ormai arrivato alla scandalosa cifra di un miliardo di €uro.

La nobile giustificazione di questa megaelargizione, che va a tutte le testate, è che essa serve a garantire la libertà di stampa. L’idea che la libertà debba essere garantita coi soldi dallo Stato mi sembra tanto assurda quanto quella di fare la rivoluzione d’accordo con i Carabinieri. Semmai è la stampa, in un paese liberale, che deve garantirci dallo Stato, dalla sua invadenza, senza compromessi e soprattutto, senza mance.

Chi deve criticare il potere sarebbe più credibile se non lo facesse con i soldi elargiti dal potere stesso, e partecipando dei suoi vizi. Infatti le vendite dei giornali sono storicamente ferme, avendo avuto una sola impennata, ai tempi di “Mani Pulite”.
Non dovendo fare lo sforzo di trovarsi dei lettori, i giornali italiani sono diventati dei prodotti illeggibili e soprattutto inutili, che cero non disturbano il manovratore. Non per caso: il giornalismo è una delle principali vie d’accesso alla politica, la quale a sua volta è una delle professioni meglio remunerate in questo Paese. E “non si sputa nel piatto dove si mangia”, dice il proverbio.

Che poi questo sistema di finanziamento non serva affatto a tutelare le voci libere è provato, a posteriori, dal fatto che non ha salvato “La Voce” di Indro Montanelli dalla sparizione. Eppure si trattava di un prodotto innovativo e del maggior giornalista italiano del nostro tempo.

Convinti di essere gli unici interpreti autorizzati dell’ “opinione pubblica”, i giornalisti confondono la loro libertà con la libertà di tutti. Ma la libertà di stampa, si tende a dimenticarlo, non è fine a sé stessa, bensì è strumentale rispetto a quelle fondamentali - di pensiero, parola e opinione. E mai è stato così facile ed economico, nella storia, far circolare il proprio pensiero.

Nell’era di Internet, quando chiunque – gratuitamente - può aprirsi un blog e dare voce alle proprie idee, non mi pare che la libertà di parola e di pensiero possano dirsi minacciate.
Si veda il successo del Blog di Grillo, che a me non piace, ma certo mobilizza le masse molto più della maggior parte dei giornali.

Il finanziamento pubblico ai giornali è una deviazione dirigistica dal libero mercato e dalla democrazia economica. Il cittadino viene espropriato del diritto di scegliere a chi dare i propri soldi, è forzato a finanziare idee che non condivide, e alla fine, se va in edicola, si trova a pagare lo stesso prodotto due volte: come lettore e come contribuente.

Una volta che il finanziamento pubblico sarà abolito, forse i nostri giornali penseranno meno al gossip (Corriere) o all’astrattismo ideologico (Manifesto) e faranno quello che fanno tutti i giornali del mondo per vendere: dare notizie.

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Leggi anche:

Ultima Lettera al Direttore



08 ottobre 2008

Una domenica in Toscana




Una giornata particolare, da Patrick, nel Chianti : buon vino, buona carne, e panorami che ritemprano lo spirito. Non sono ancora partito, e già sento nostalgia di questo paese. Che mi fa dannare, eppure mi riempie la mente e il cuore.

07 ottobre 2008

La Coscienza di Svevo

  1. Non occorre saper lavorare, ma chi non sa far lavorare gli altri perisce
  2. Non c’è che un solo grande rimorso, quello di non aver saputo fare il proprio interesse
Svevo, La Coscienza di Zeno, 5

04 ottobre 2008

Maschere nude



La nostra società ci offre una
apparentemente illimitata libertà nella costruzione della nostra identità. Ognuno di noi è invitato, attraverso una sorta di processo di autocoscienza individuale, a definire autonomamente sé stesso e la sua posizione nel mondo. Nel passato non era così: ognuno riceveva la propria identità dall’esterno, predefinita e tendenzialmente immutabile. Il figlio del contadino sapeva che avrebbe fatto il contadino, e che sarebbe stato definito comunque come tale per tutta la vita.
Tuttavia, proprio la tensione tra queste maschere predisposte e le aspirazioni individuali, finiva, di tanto in tanto, per produrre talenti eccezionali. L'attuale libertà crea invece smarrimento ed angoscia: la moda, l’ossessione per il corpo, le malattie come l’anoressia, il diffondersi patologico della chirurgia estetica, sono le spie di questo fenomeno.

Il fatto è che
paradossalmente, la maggiore libertà che ognuno ha di reinventarsi e di crearsi la propria immagine finisce per infrangersi nella povertà di mezzi a disposizione di ognuno. Pochi hanno davvero gli strumenti per elaborare autonomamente un concetto di sé. La maggior parte degli individui è costretta a rivolgersi all’esterno, verso modelli culturali che cambiano di continuo, secondo le mode. Di conseguenza la maggior libertà si traduce in una nuova schiavitù verso modelli esterni, tanto più insidiosa in quanto apparentemente accettata liberamente.

L'insicurezza sulla nostra identità, poi, deriva anche da un altro fenomeno paradossale, legato alla diffusione dell'IT. Oggi siamo invitati ad esprimerci e ad esternare, ma siamo al tempo stesso espropriati da quello che diciamo e manifestiamo su noi stessi. In sostanza produciamo prove che possono essere usate contro di noi.
Quello che definiamo di noi stessi rimane eterno, peggio che se fosse scolpito sulla pietra. Internet permette di conoscerci, ma aggredisce anche la nostra vita privata. Impressionante sapere che da Facebook non ci si può cancellare. Google crea una sempiterna memoria collettiva dalla quale è impossibile evadere. Siti come Flickr, YouTube, YouPorn, sono pieni di immagini rubate.

Me ne accorgo da fotografo: se un tempo fare una fotografia a una persona era considerato un complimento lusinghiero, oggi sono sempre più le persone che rifiutano quello che vivono come un gesto aggressivo.
Come gli africani, pensano che gli si stia rubando l’anima. E probabilmente non hanno tutti i torti.

L'identità non è più ciò che ci specifica e rende diversi, ma ciò che ci rende individuabili e tracciabili.
Il massimo della libertà nella costruzione dell’identità ha creato nuove schiavitù?


03 ottobre 2008

Italiani brava gente?

Il pestaggio di un cinese a Tor Bella Monaca da parte di una banda di bulli che aveva già aggredito degli africani, è un brutto campanello d’allarme. Il razzismo c’entra, indubbiamente. Anche se chi commette atti del genere ha una testa così vuota che sarebbe persino fargli un complimento attribuirgli una qualche sorta di ideologia o forma di pensiero organizzato. I vari -ismi sono sempre il paravento dietro il quale si nasconde l'assoluta mancanza di una personalità.

Quello che è accaduto è il percolato di un mantra che ci viene ripetuto ossessivamente: gli stranieri sono pericolosi e minacciano la nostra società. E poco male se è vero il contrario, se è invece grazie al contributo di questa povera gente, desiderosa di lavorare e di spaccarsi la schiena, che continuiamo ad andare avanti.

Anzi, proprio per questo. Al borgataro, la disponibilità al sacrificio di un africano, capace di attraversare il deserto e il mare per venire a raccogliere pomodori, appare solo un memento della propria pigrizia ed inettitudine. Il dinamismo e la capacità imprenditoriale dei cinesi sono fumo negli occhi per chi non saprebbe vivere senza sussidi parassitari o lavoretti precari. I ragazzi che vivono fino all’età adulta con i genitori, viziati e protetti, come possono sopportare senza vergognarsi la vista di chi pur di lavorare ha attraversato i continenti?

È una guerra tra poveri, certo: ma sono poveri di diversa qualità. Da un lato i nostri poveri che per ignavia resteranno sempre poveri, dall’altro i poveri intraprendenti che combattono per avanzare nella vita.
Ai poveri nostrani è stato raccontato per un mezzo secolo che la colpa della loro condizione era altrove. Che essi erano vittime. E adesso arrivano questi da fuori, i perdenti della storia, eppure non si rassegnano, ma lottano allo stremo per migliorare la loro condizione. Hanno voglia di lavorare, loro. La loro stessa presenza è una smentita al vittimismo imperante. Pestarli significa riportarli alla condizione di vittime, illudersi di risalire almeno di una casella nella gerarchia sociale. Non si è mai gli ultimi, se c’è qualcuno più in basso di noi.

Dalla propria bile, il proletariato elabora il razzismo per dimenticare la propria stessa marginalità: è stato così nel sud bianco e depresso degli USA che inventò il Ku Klux Klan, e nella Germania Orientale da Rostock in giù che riscoprì il nazismo.

Io non sento alcuna solidarietà etnica, nessuna consanguineità, con i colpevoli di questi atti. Miei “compatrioti”? Ma nemmeno per sogno. Tante fonti mi dicono che devo diffidare degli stranieri. Ma io che vivo nella periferia romana, e vedo che gente ci abita, confesso che mi sento minacciato soprattutto dall’aggressività e dalla volgarità di certi ‘vicini’, bianchi ed inequivocabilmente italiani, che mi circondano. Una recente indagine del Censis ha rivelato che tra le maggiori città del mondo Roma è quella più impaurita. Non per caso: che città è quella in cui si segnala un problema a un membro delle forze dell'ordine e quello risponde che non è di sua competenza? È facile e comodo identificare gli stranieri come i responsabili unici dell’insicurezza collettiva. Ma davvero, se essi tornassero tutti a casa loro, staremmo più tranquilli? È un’idea rassicurante, ma manifestamente falsa.

Per capire una certa periferia romana, un certo sottoproletariato urbano, occorrerebbe riprendere in mano alcuni scritti di Cesare Lombroso e di Alfredo Niceforo. Triste destino, il loro, crocifissi alla cattiva fama di simboli tetri del positivismo superficiale e razzista.
Eppure, furono studiosi tutt’altro che mediocri, alfieri di una cultura progressista che avrebbe voluto fare dell’Italia un "paese civile", cominciando col distruggere le tante illusioni sulla ricchezza del meridione, sulle eccellenti qualità dell’italiano medio, sulla nostra antica, superiore, civiltà e blabla' blabla'.

Continuiamo invece imperterriti a coltivare queste illusioni, che hanno il fascino inossidabile dei radicati luoghi comuni. Ci compiacciàmo di essere “Italiani brava gente”. Finché qualcuno – inequivocabilmente italiano – non spacca la testa a un nero solo perché ha rubato un biscotto….