30 novembre 2008

Il Torloniano

È stato presentato alla fondazione Marco Besso il libro di Roberto Quintavalle, “Alessandro Torlonia e via Nomentana nell'Ottocento”, per i tipi di Edilazio.

Quintavalle, membro del Gruppo dei Romanisti, ed ormai riconosciuto uno dei maggiori e più documentati studiosi della storia di questo settore della Campagna Romana, ha concentrato in questo libro oltre un ventennio di ricerche di archivio, ripercorrendo le vicende proprietarie del territorio immediatamente al di fuori di Porta Pia.

Ne è venuto fuori l’affresco di una via Nomentana ben diversa dallo stradone trafficato che è oggi. Un tranquillo viottolo di campagna, fiancheggiato da ville patrizie, in parte adibite a orto, in parte disegnate a giardino, spesso aperte al pubblico.

Nel XIX secolo i banchieri Torlonia, parvenus francesi, scalano rapidamente l’aristocrazia romana, fiera delle sue tradizioni, ma a corto di soldi freschi. Nella loro villa suburbana danno grandi feste e lavoro a molti artisti, costruendo edifici riccamente ornati. L’impresa viene coronata dal trasporto di due obelischi di granito delle Alpi appositamente scolpiti.

Si tratta, a ben vedere, di un progetto di retroguardia. La Roma papalina sta morendo, e i Torlonia – che avrebbero potuto essere i Rotschild italiani - non riescono a fare il salto nell’alta finanza mondiale. La loro alleanza con la nobiltà terriera li porterà invece a essere coinvolti nella speculazione edilizia che sfigura, nei cento anni successivi a Porta Pia, la Campagna Romana. La magnifica collezione di arte antica in Trastevere viene sloggiata per fare posto a miniappartamenti, e per poco anche Villa Torlonia non viene lottizzata. L’antica magnificenza è lontana.

Oggi Villa Torlonia è minacciata dall’assurdo progetto di costruire il Museo della Shoah proprio in un terreno dietro la Casina delle Civette che per quarant’anni i Comitati di quartiere erano riusciti a salvare dalla speculazione edilizia. Cemento a fin di bene, ma pur sempre cemento, foriero di altro traffico.
L’assedio a Villa Torlonia non è ancora finito.


29 novembre 2008

A fin di bene

La televisione dà grande enfasi, senza un filo di critica, alla pensata di quella madre che, insospettita dal comportamento bislacco del figlio, gli ha tagliato nottetempo una ciocca di capelli e l’ha fatta analizzare, scoprendo che il ragazzo si faceva di coca.

Trovate moderne per perpetuare vizi antichi. Una volta i genitori invadenti si limitavano a origliare le telefonate dei figli, a leggere di straforo il loro diario, a guardare da dietro le persiane per controllare con chi uscivano. Oggi la tecnologia permette di entrare assai più pesantemente nella vita altrui. La scusa però è sempre la stessa: è “per il loro bene”. La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Nemmeno un commento sul fatto che se una madre non riesce a stabilire un dialogo con il figlio, a guardarlo negli occhi e a chiedergli conto delle proprie azioni, a considerarlo una persona e non una proprietà privata, forse non è poi così sorprendente che lui si droghi. Che educatrice è una persona che ricorre a simili sotterfugi? Cosa avrà imparato da questa storia il ragazzo? Che il fine giustifica i mezzi? Ficcanasare rimane l'ultima prerogativa del paternalismo autoritario.
Non è il medioevo, è l’Italia di oggi, l’Italia di sempre: amorale.


28 novembre 2008

Brain Train

Ero stato facile profeta, quando parlavo dei sedicenti ‘Cervelli in fuga’ che “reclamano misure che ne agevolino il rientro in posizione privilegiata, magari scavalcando quanti, stringendo i denti, l’Italia non l’hanno abbandonata”.
Puntuale, un emendamento presentato al Senato al Decreto Gelmini stabilisce che le Università potranno d’ora in poi assumere professori ordinari, associati e ricercatori che insegnano all’estero senza concorso, per chiamata diretta.
Come già nella vicenda dei dirigenti giustizia, il provvidenziale emendamento di qualche legislatore molto sensibile alle lobbies bypassa - addirittura in nome della meritocrazia - la procedura democratica del concorso pubblico, offrendo ai nostri profughi - a scapito di persone magari ugualmente meritevoli ma che non avendo fatto la loro carriera all’estero sono per definizione raccomandati e figli di baroni – un veicolo per il rientro in Italia in pompa magna.
Dopo il Brain Drain, il Brain Train, insomma… :-)

Nel frattempo, altri cervelli sono in subbuglio: al Ministero dei Beni Culturali fervono le proteste per la nomina di Mario Resca a direttore generale dei musei e dei siti archeologici. Il suo torto maggiore? Essere un supermanager della Bocconi, e quindi non far parte della confraternita degli storici dell’arte, archeologi, architetti, archivisti, che comandano al MIBAC.

Proprio vero, tra Professori e Dirigenti non può correre buon sangue ;-)

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(Sul tema leggi la mia riverita opinione in un commento sull'Economist)


27 novembre 2008

Chiamalo colposo...


Orfano di madre, investita e uccisa davanti ai miei occhi da un pregiudicato che non aveva voglia di attendere al semaforo rosso (avevo quattordici anni), conosco il dolore di chi perde un congiunto per la più stupida e tragica delle morti: quella causata dagli incoscienti al volante. Quindi merita un plauso il Gup Marina Finiti del Tribunale di Roma che ha riconosciuto colpevole del reato di omicidio volontario con dolo eventuale Stefano Lucidi, l'uomo che imbottito di alcol e droga il 22 maggio scorso investì ed uccise due fidanzati in scooter all'incorcio tra via Nomentana e Viale della Regina.

La sentenza è stata definita 'rivoluzionaria' perchè per la prima volta non si è contestato l'omicidio colposo ma quello volontario. “Dolo eventuale” vuol dire che un soggetto pone in essere una condotta pericolosa, consapevole che esiste la possibilità che potrebbero derivarne eventi dannosi ulteriori e tuttavia accetta il rischio di cagionarli.

Ai non addetti ai lavori potrà sfuggire il significato davvero innovativo di questa decisione. Allora dirò che per giurisprudenza costante (che è un altro modo per definire la pigrizia interpretativa), le morti causate dalla circolazione stradale vengono normalmente derubricate a ‘omicidio colposo’ cioè involontario. Dove il 'colposo' ha fatto evidentemente dimenticare che di vero omicidio si tratta, con un morto vero. Le conseguenze per il condannato sono minime, ed anzi gli viene restituita la patente e può continuare a guidare come nulla fosse.


Sfumature, di quelle in cui i giuristi puri sguazzano. Perchè è del tutto arbitrario affermare che un atto foriero di danni sia meno grave solo perchè uno non ne vuole tutte le conseguenze. Personalmente ritengo che gli incoscienti siano doppiamente colpevoli: per il danno che fanno, e perchè sono stupidi, e dunque pericolosi. Non disse del resto Talleyrand dell'assassinio  del Duca di Enghien: 


"E' peggio che un crimine, è uno sbaglio"?



Perchè commettere uno sbaglio è assai peggio che commettere un delitto, e ancora più inescusabile. 

Ottomila morti all’anno, una vera strage, queste sono le dimensioni del fenomeno. Praticamente non c’è famiglia italiana che non abbia in casa un lutto per questa ragione. Compresa la mia.

Eppure si continua pudicamente a parlare di “incidenti”, come se fossero tanti isolati accadimenti che piovono dal cielo, anziché fatti causati dall’uomo e perfettamente evitabili. Si invoca 'tolleranza zero' per le morti bianche nei cantieri, ma non per le morti stradali. Ci sono morti di serie A e di serie B.
L’Italia orgogliosa di essere all’avanguardia contro la pena di morte pratica invece diffusamente il sacrificio umano, offrendo un olocausto annuale all’altare del dio futurista del progresso, l’Automobile.

Finora, i nostri PM contestavano solo l’omicidio colposo, anche in quei casi in cui il guidatore fosse imbottito di alcool e droga. La decisione del Tribunale di Roma - che fa giurisprudenza per i casi futuri - ha allora il merito di dichiarare che il re è nudo, che le leggi già c'erano, bastava interpretarle con maggiore severità, anziché assistere passivamente allo stillicidio delle morti stradali. Meglio tardi che mai.

Da oggi chi uccide qualcuno al volante di una macchina viene riconosciuto per quello che è: un assassino.
Quanti altri morti dovranno essere seminati sulle strade per convincere i nostri tutori della legge ad applicarla con maggior rigore?


26 novembre 2008

Cervelli in fuga 2


L’università italiana torna alla ribalta per alcuni eclatanti casi di nepotismo, come il figlio del professore messinese che si presenta senza concorrenti a un concorso per professore associato, nella stessa facoltà del padre. Nulla di nuovo, in realtà. Che l’università italiana non abbia esattamente al centro delle sue preoccupazioni lo studente se n’è accorto chiunque l’abbia frequentata, nevvero? Già a partire dagli esami, all'università si va avanti a simpatia, per cooptazione. Leccando. Una lunga scia di bava tiene tutti uniti. Chi non sappia ingraziarsi un professore, o un assistente, è out. L' Economist della settimana scorsa definisce l'università italiana "one of the worst managed, worst performing and most corrupt sectors in Italy".

Eppure, miracolo, gli accademici sono riusciti a mobilitare gli studenti a difesa dei loro interessi, contro la riforma Gelmini. Contro ogni possibile riforma del resto, il copione è sempre lo stesso da anni: occupazioni, assemblee, scioperi, autogestioni. Il ’68 permanente, una noia mortale, tanto che ormai nemmeno Mario Capanna, ex giovane col riportino, prova più a farsi vedere in giro.

Come da copione, i giornali pubblicano i soliti articoli nei quali ci si strappa i capelli per i cosiddetti “Cervelli in fuga”. L’ho scritto già, ma a costo di ripetermi, lo ribadisco: questa storia della "
fuga di cervelli" è una mistificazione.

Gli studiosi sono mobili da sempre, da quando nel Medioevo furono fondate le università (
Clerici Vagantes). Fare un periodo all'estero è un arricchimento, non un dramma. Perché esisterebbe il programma Erasmus, sennò? Molti dei supposti transfughi, all’estero ci sarebbero andati comunque, come parte normale del loro apprendistato.

Chiediamoci:
ma se l'università italiana è a catafascio come si dice, come mai allora codesti cervelloni sono così richiesti fuori dai patri confini? Ci sono stati certo casi sporadici in cui dei singoli ricercatori si sono trovati la strada ostacolata da baronie e nepotismi. Ma la maggior parte di coloro che sono partiti, sono semplicemente persone che hanno colto buone opportunità di lavoro in un mercato fortemente globalizzato. Rispetto a quanti rimangono intrappolati in Italia, senza alternative (già per un avvocato trasferirsi sarebbe difficile), il destino di questi privilegiati che possono vendere la loro professionalità all’estero non è poi così triste.

Eppure tutti, dicasi
tutti, passato il confine, amano sputare nel piatto dove hanno mangiato, darsi arie da profughi, da esuli dalla patria ingrata, e reclamano misure che ne agevolino il rientro in posizione privilegiata, magari scavalcando quanti, stringendo i denti, l’Italia non l’hanno abbandonata. Questi ultimi sì, meriterebbero un po' di gratitudine dal Paese: troppo facile e comodo pensare che quelli che sono partiti erano tutti geni incompresi, e quelli che sono rimasti tutti raccomandati, no?

L’Italia è, da sempre, un
paese di emigrazione. Ce lo siamo scordati? Tanti italiani per un tozzo di pane sono finiti a lavorare in miniera. Questo focalizzare l’attenzione sulla sola emigrazione accademica, mi sembra espressione di un velato razzismo, come se gli scienziati fossero più importanti di tutti gli altri milioni di migranti della grande diaspora italiana.

Mamma Italia avrebbe dunque figli e figliastri? Per fare un esempio, tra due italiani emigrati in Germania, uno per fare il pizzaiolo e l’altro il professore, perché lo Stato Italiano dovrebbe spendere dei soldi per far rientrare solo quest’ultimo? Cos'è un pizzaiolo, un Untermensch? Qualcuno potrebbe seriamente dimostrarmi che la pizza non è cruciale per l’economia italiana? Chi non ha un Dottorato è un italiano di serie B?

A proposito, ma quanto è stucchevole questo autoproclamarsi "cervelli" solo perché si ha in tasca un diploma di studi avanzati. Possiamo ricordare a codesti presuntuosi che Federico Faggin, quello sì un genio, l'inventore del microprocessore e del touchpad, era appena un perito elettronico? Di gente del genere avremmo bisogno, non di intellettuali grigi ed astratti capaci di produrre solo cartaccia destinata ad essere letta da pochi loro pari e ad ammuffire su qualche scaffale.
Pubblicazioni, tsé! Ciò che manca davvero al nostro paese sono invenzioni industriali, brevetti innovativi che creino posti di lavoro.

Ma gli studenti dell'Onda, come quelli della Pantera vent'anni fa (sic!), aizzati dai professori, continuano a rifiutare ogni collegamento dell'università alle imprese. Occorre che il loro mondo rimanga autoreferenziale, perché possano perpetuarsi le mafie e le baronie.

Bene ha fatto dunque la Gelmini a tagliare drasticamente i fondi alle università. L'Italia è in recessione, le casse dello Stato son vuote, e certo non possono permettersi di finanziare futilità come gli studi sul topless, o sulle scelte riproduttive delle zitelle della Germania Est: tutta roba senza alcun valore aggiunto che certo non risolleverà la nostra economia. Se il carrozzone non può essere riformato, allora che muoia di inedia.

Dunque, cari cervelloni in esilio,
buona permanenza all'estero! Certo, Oltralpe fa freddo e piove spesso, la cucina non è granché, il sole si vede a sprazzi, come in carcere. Ma pensate che a un grand'uomo come Napoleone toccò finire i suoi giorni a Sant'Elena: sai che esilio, andare a vivere in Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Inghilterra, USA!
Cervelli in fuga, pfui !


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Sullo stesso argomento in questo blog:
Cervelli in fuga?
Come il CERN si fece scappare l'inventore del Web: una storia di cervelli in fuga al contrario...

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Cervelli in fuga.it : i furbacchioni hanno anche un sito...
Concorsopoli di Tommaso Gastaldi
Universitopoli di Marco Lanzetta
Su Panorama: Università laureata in sprech

25 novembre 2008

Lunga vita al Signore di Sark!


Si sente di rado parlare dell’Isola di Sark, scoglio al largo della Normandia, uno di quei deliziosi monumenti del tradizionalismo inglese che tanto piacciono ai turisti: l’ultimo feudo d’Europa, governato dal Seigneur Michael de Beaumont, sovrano assoluto e vassallo della Regina. Adesso a Sark sbarca la democrazia, pare per imposizione della Commissione Europea (e viene da pensare che la Thatcher e il gruppo di Bruges non avessero del tutto torto sulla sua invadenza), che ha trovato l'assetto attuale non in regola con la legislazione sui diritti umani. Peccato che nessuno dei sudditi si fosse mai lamentato.
La dottrina occidentale dell'importazione dall'alto della democrazia colpisce duro, e proprio dove uno meno se l'aspettava: sulle rive d'Europa. Sark come Baghdad?

A candidarsi contro il Signore di Sark, i due fratelli Barclays, multimilionari, che hanno formato un partito politico apposta. Loro hanno grandi idee per l’isola, e se la stanno comprando pezzo a pezzo in vista del suo sviluppo turistico. Perché a Sark oggi non possono circolare veicoli a motore, non c’è illuminazione pubblica per le strade, e secondo i nostri standard un posto senza traffico e dove la notte si possono vedere le stelle dev’essere per forza un paese sottosviluppato. I Barklays probabilmente vinceranno le elezioni, e - grazie ad un esercizio di democrazia formale - Sark passerà dal feudalesimo alla plutocrazia in una sola notte.

A noi, questa storia di miliardari che scendono in politica, che formano un partito, che si comprano un intero paese, suona familiare. Dove l’abbiamo già sentita?
Tutta la nostra istintiva simpatia va al Signore di Sark. Ai suoi sudditi, attratti dal denaro facile, diciamo: “resistere, resistere, resistere !”.
Mhh, pure questa, dove l’abbiamo già sentita?


24 novembre 2008

Tra Valladolid e Camerino

Un giudice di Valladolid, Spagna, ha ordinato la rimozione dei crocifissi da una scuola pubblica. E si riaccende l’ormai secolare dibattito sul tema. Noioso ed inutile come tutti i dialoghi tra sordi.

Personalmente non amo le confusioni tra Chiesa e Stato. Non mi piace vedere i Crocifissi negli edifici pubblici, così come non mi piace l’abitudine americana di mettere la bandiera in Chiesa accanto all’altare. Non sta forse scritto: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”. (Matteo, 22, 21)?

Troverei logico che in un ufficio dello Stato si trovassero solo i simboli dello Stato. Lo Stato è un’autorità imparziale, che deve considerare allo stesso modo tutti i cittadini. Entrando negli edifici dello Stato, io credo, il Cittadino ha diritto di sentirsi a casa propria, qualunque sia la religione che professa, o anche se non ne professa alcuna.

L’Italia è piena di crocifissi: spuntano dai tetti delle chiese, dagli obelischi, nelle edicole sacre ai quadrivi, sulle cime dei monti, persino sul tetto del Palazzo presidenziale al Quirinale. Nessuno se n’è mai fatto una malattia, vedendoli, né ha mai pensato di chiederne la rimozione.

Il problema non è dunque il “Crocifisso” in sé, ma il “Crocifisso - negli - uffici - pubblici”. Un simbolo, come qualunque semiologo potrebbe spiegare, non ha un significato suo proprio, ma lo deriva dal modo in cui è comunemente inteso ed accettato, a seconda del luogo e del contesto in cui viene collocato.

Per fare un esempio, il fascio littore fu il simbolo della Roma Repubblicana, dell’unità e della libertà dei suoi cittadini. La dittatura fascista se ne appropriò, attribuendogli significati del tutto opposti. Per tale ragione oggi è un simbolo assolutamente screditato. In Italia. Ma nella vicina Francia continua ancor oggi ad essere lo stemma della Repubblica: cambiano i contesti, cambia anche il valore dei simboli, e il loro significato percepito.

Così, certo, un Crocifisso in legno d’olivo su una strada di montagna, è un segno di pietà e devozione. Ma dovremmo credere che lo stesso segno, in oro tempestato di brillanti, al collo di una dama a decorazione di un generoso decollété, abbia lo stesso significato e sia portato per le stesse ragioni?

Il Crocifisso è il simbolo della Passione e della Redenzione, chi lo può negare? Ma davvero l’ostinazione con cui si vuole imporre il “Crocifisso-negli-uffici-pubblici” ha come scopo solo quello di ricordarci il sacrificio del Figlio di Dio? Oppure essa non risponde a una preoccupazione più terrena, ribadire il diritto di ingerenza della Chiesa Cattolica negli affari pubblici? La via dell’Inferno, mi insegnavano a scuola (cattolica), è lastricata di buone intenzioni.

La presenza del Crocifisso negli Uffici Pubblici tra i simboli dello Stato, insieme alla Bandiera e al ritratto del capo dello Stato, è prescritta, pare, dall’articolo 118 del regio decreto 30 aprile 1924: «Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re». Un successivo R.D. quattro anni dopo inseriva la croce nell’elenco degli «ordinari arredi scolastici». Insieme alla cattedra, alla lavagna, ai banchi… Se tale norma sia ancora in vigore o meno, è tema dibattuto dai giuristi. Come che sia, la pretesa di applicare (solo in parte poi: e la bandiera, e il ritratto del Capo dello Stato?) nell’Italia repubblicana e democratica, una legge frutto di un regime e di un clima del tutto opposto, non solo è assurda, ma è odiosa.

La nostra costituzione proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Non credono gli uomini di fede e di Chiesa che tale valore costituzionale sia anche un valore profondamente cristiano? Se siamo tutti figli di Dio, e tutti fratelli, siamo tutti uguali, con eguali diritti e doveri. Ebbene, ove alcuni cittadini trovassero riflessi nei simboli del loro Stato i simboli della loro religione, e altri no, questo principio di eguaglianza verrebbe meno. Avremmo, come scrisse Orwell, che “tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Nella vicina Francia, il principio di separazione tra Chiesa e Stato è rigorosamente rispettato, e l’ostensione di simboli religiosi nei luoghi pubblici espressamente proibite. Può dirsi che la Francia non sia più un paese cattolico? Che la religione vi sia stata dimenticata? Eppure, visitandola, il papa stesso è stato accolto da ali festanti di folla, e l’ha chiamata “Fille ainée de l’Eglise”.

Domandare una rigorosa separazione tra Chiesa e Stato, e di non fare confusione tra i simboli della prima e quelli del secondo non è affatto il primo passo verso la scristianizzazione della società.

Nessuno può negare le profonde radici cristiane e la cultura cattolica della nazione italiana. Si nega però che vivere in un Paese di tradizione cattolica comporti, di necessità, essere cattolici, ed accettare i simboli della fede come propri. I laici, gli atei, gli appartenenti a culti o confessioni acattoliche, non dovrebbero essere considerati una tollerata eccezione alla regola. E credo che, ove si agisse con maggiore misericordia e carità, i loro sentimenti sarebbero compresi e rispettati.

Invece siamo tutti vittime di una radicalizzazione identitaria.
La “minaccia islamica” agita la fede nella sua sfida all’Occidente? E noi dobbiamo rispondere. “Loro” sono musulmani? E “noi” siamo cattolici. Così la religione diviene elemento identitario e culturale.
L’identità è ciò che distingue e delimita il mondo, ciò che fa la differenza tra ‘noi’ e ‘loro’. Accomuna, ma al tempo stesso divide. Fare della religione un fatto identitario significa perciò diminuirne il significato universale ed ecumenico. Una religione che proclama tutti fratelli perché figli di un unico Dio, che si rivolge a tutti come ugualmente candidati alla grazia, senza distinzione alcuna, non può permettersi di essere ridotta a fatto antropologico e culturale. Invece il crocifisso nelle aule scolastiche diviene un simbolo dell’italianità, alla stessa stregua della bandiera, della lingua, della cucina. Non a caso, i primi a parlare di identità cristiana sono i leghisti, partito identitario per eccellenza. Gli stessi che poi quando si sposano magari scelgono il ‘rito celtico’.

Basterebbe leggere queste due pronunce giudiziarie. Nel 1998, il Consiglio di Stato rendendo un parere sulla persistente vigenza della norma richiamata scrisse che il crocifisso, «a parte il significato per i credenti, rappresenta un simbolo della cultura cristiana come essenza universale, indipendente da una specifica confessione. Per questo la sua esposizione non contrasta con la libertà religiosa»

La Cassazione in una sentenza del 13 ottobre 1998 scrisse che nell’affissione del crocifisso «non è ravvisabile una violazione della libertà religiosa» perché questa «comporta solo che a nessuno può essere imposta per legge una prestazione di contenuto religioso ovvero contrastante con i suoi convincimenti».

Nessun pericolo, dunque, che un giudice italiano ripeta la pronuncia del suo collega spagnolo: ci provò Luigi Tosti, giudice al Tribunale di Camerino, a rifiutarsi di tenere udienza in un'aula in cui c'era il crocifisso. L’anno scorso e' stato condannato dal Tribunale dell'Aquila a sette mesi di reclusione, oltre ad un anno di interdizione dai pubblici uffici. Attualmente e' sospeso dalle funzioni.

Ogni commento è superfluo.


23 novembre 2008

Malsana famiglia

Ha scritto Alejandro Jodorowsky che: "Ne ha uccisi più la famiglia che la bomba atomica".

Probabilmente, si riferiva alla famiglia italiana. Giorni addietro un’altra strage “inspiegabile” si è consumata nell’ordinata provincia padana, per la gioia dei giornalisti che finalmente possono parlar d’altro che di politica. Tragedie fotocopia, tutte uguali: coppie borghesi, benestanti, rispettabili. Ed improvvisamente la violenza, a lungo compressa, esplode, “come fulmine a ciel sereno” (i telegiornali, che meravigliosa miniera di asinini luoghi comuni!).

Nei discorsi dei Vescovi (che si guardano bene dal formarne una) e dei politici (che ne hanno spesso più d’una), la Famiglia è un santino, un modello perfetto, un archetipo del vivere sociale.
Un valore in sé, dunque, da tutelare in quanto tale. La Famiglia è la cellula fondante della società, com’è ovvio in un paese che non riesce proprio a considerare e a dar valore all’individuo singolo, se non legato a qualcun altro, in associazione o corporazione. “Famiglia” è, non a caso, anche sinonimo di “cosca”, e con “familismo” si intende l’atteggiamento complice e amorale che privilegia il legame del sangue su qualsiasi altro.

Ma all’estero, l’“Italian Family” è lo stereotipo della famiglia litigiosa.
Ed in effetti, solo che si vada oltre la facciata perbenista, la famiglia italiana appare essere un luogo manicomiale di violenza e di sopraffazione, di litigi aspri e continui, di risentimento, di compressione della personalità. Una gabbia che spesso esplode, con esiti drammatici. Secondo una ricerca dell’Eures del 2005, nel 26,2% delle famiglie italiane il conflitto è permanente, sfociando spesso in fenomeni di violenza verbale o fisica. Sempre l'Eures ci dice oggi che, al ritmo di un morto ogni due giorni - oltre 1.300 vittime in sei anni - la famiglia italiana uccide più della mafia, della criminalità organizzata straniera e di quella comune.

Quello che dovrebbe essere un porto sicuro al quale tornare al più presto possibile viene spesso percepito come una prigione da evitare. Gli italiani, non a caso, sono in Europa quelli che si trattengono di più in ufficio.

I danni sociali di tutto questo litigare sono incalcolabili: stress, disagio psichico, aggressività, dipendenza appresa. La famiglia appare un ambiente profondamente diseducativo, e probabilmente non c’è da stupirsi se i giovani italiani, stressati e traumatizzati da tutto questo litigare siano così poco ansiosi di formarsene una. Difficile avere l’idea del focolare domestico, quando si è nati e vissuti in mezzo al marasma.

Ci sarebbe di che preoccuparsi: occorrerebbero azioni volte ad educare alla verbalizzazione dei sentimenti, alla composizione amichevole dei conflitti. Ma osta la retorica, quella per cui “i panni sporchi si lavano in famiglia” (appello all'omertà che conferma il carattere mafioso dell'istituto). E soprattutto, il fatto che si continui a pensare alla famiglia come a una Istituzione giuridico formale, fondata (art. 29, Cost.) “sul matrimonio”, anziché “sull’amore”, e della quale è importante preservare “l’unità” anziché l’armonia.

Allo Stato, alle politiche pubbliche tocca fermarsi sulla porta di casa. Guai a strappare il santino. Così la Sacra Famiglia Italiana, monade impermeabile all’azione sociale, continua a fare, imperterrita, le sue vittime.


22 novembre 2008

Barbagli ed abbagli


Una banda di dieci borgatari che nella zona del Trullo a Roma picchiavano e terrorizzavano gli immigrati è stata arrestata dai Carabinieri. Tutti sono stati accusati di rapina aggravata, lesioni, minacce con l'aggravante della discriminazione e dell'odio razziale. Strano, perchè in Italia, ufficialmente, il razzismo non esiste. Lo dicono in TV opinionisti e noti studiosi, dati alla mano.

C’è una vignetta delle Sturmtruppen che mi torna spesso in mente, in queste occasioni. Il Sergente cattivo va a rapporto dal Capitano. “Ci sono nuofe vittime dell’epidemia di coleren, Herr Capitanen”. Il Capitano risponde che per ordine dello stato maggiore non di epidemia si deve parlare, ma di ‘singoli casi isolati’. “Sissignoren”, ribatte il Sergente, “oggi ci sono mille nuofi singoli casi isolaten”.

La morale è chiara: persino ai numeri si può far dire ciò che si vuole, è tutta questione di definizioni ed interpretazioni.

In Italia il razzismo è in crescita. Non un fatto di massa, non siamo ancora ai pogrom o alla Notte dei Cristalli, certo, ma gli episodi di gratuita intolleranza e di violenza stanno diventando sempre più frequenti. È dunque lecito essere preoccupati. O no?

No, assolutamente, risponde il mefistofelico Maurizio Belpietro, dalle colonne del berlusconiano Panorama e dalle molte trasmissioni televisive che lo hanno ospitato insieme a una claque di ragazzi visibilmente di estrema destra. “L’Italia non è affatto un paese razzista, semmai un paese spaventato”, proclama il nostro. E notate l’abilità nel proporsi come il campione del buon nome dell’Italia: nessuno ha mai detto, in realtà, che l’Italia è nel suo insieme, tutta, un paese razzista….

Per sostenere la sua tesi, Belpietro chiama in appoggio un insospettabile alleato: Marzio Barbagli, sociologo bolognese, autore del recente saggio su Immigrazione e sicurezza in Italia, editore Il Mulino.
Barbagli, sottolinea Belpietro, è “di sinistra” (bella scoperta!: gli accademici stanno alla sinistra come il culo alla camicia), quindi a maggior ragione credibile, perché “lui stesso si rifiutò di credere che i processi migratori avessero una qualche influenza sui reati commessi in Italia. La sua formazione politica gli impediva di leggere i dati che aveva sotto gli occhi”. Insomma, Barbagli è di sinistra, ma ha visto la luce, il prosciutto dell’ideologia gli è caduto dagli occhi, e non si sente minimamente in imbarazzo in compagnia di Belpietro. Ecco allora alcuni preziosi dati della sua ricerca: “nel 2007, su circa 9.300 persone denunciate per furto in appartamento, quasi il 53 per cento era straniero e di poco inferiore era la percentuale di immigrati arrestata per una rapina in casa; per quanto riguarda il borseggio si sale addirittura al 68 per cento”.

I lettori di questo sito conoscono la mia opinione
: fosse per me gli scienziati sociali, e segnatamente i sociologi, questi incessanti riscopritori dell'acqua calda, andrebbero avviati al lavoro coatto nelle miniere di sale. Che qualcuno guadagni da vivere certificando l'ovvio, mi sembra un’offesa a chi lavora davvero.

Ebbene, che un detenuto su due sia straniero è cosa cognita, basta leggersi i dati sulla popolazione carceraria del DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Ed è persino ovvio che la maggior parte dei delitti di grande allarme sociale, come reati contro il patrimonio, traffico di droga, etc., siano commessi da persone povere e in basso nella scala sociale. Dal momento che gli immigrati fanno percentualmente parte di queste categorie molto più degli altri, hanno più probabilità di commettere delitti di questo tipo, e assai meno di essere tra gli autori di crimini tipici dei ‘white collars’.

Insomma, la scoperta che gli immigrati sono pesantemente coinvolti nei fenomeni delittuosi è rivoluzionaria più o meno quanto trovare che ci sono molti siciliani coinvolti nella mafia. Ma per l’esimio sociologo questa è una grande novità, dalla quale derivano alcuni imbarazzanti corollari.

Intervistato da Bianca Stancanelli, Barbagli dice:Sia la definizione di razzismo sia quella di xenofobia per gli episodi accaduti in questi mesi mi sembrano inadeguate… Sono fatti molto diversi, atti di ostilità, a volte molto gravi, nei confronti di stranieri, ma non fondati sulla pretesa di una superiorità razziale o sul rifiuto di tutto ciò che viene dall’estero, come nella xenofobia. Gli italiani non sono spaventati dagli immigrati, ma sono preoccupati da due aspetti: la criminalità degli stranieri e il loro essere competitori nel sistema del welfare, dall’accoglienza nel pronto soccorso degli ospedali all’inserimento dei figli all’asilo o a scuola”.

Semplificando, il ragionamento che tanto entusiasma Belpietro - che lo ripete paro paro in ogni occasione possibile - fila così: gli italiani non sono affatto razzisti, sono gli stranieri a portare dei problemi. Una logica che ricorda tanto quella famosa gag in cui i comici Paolantoni, Covatta e Sarcinelli, inscenando una tribuna politica della Lega, concludevano immancabilmente con lo slogan: “Non siamo noi ad essere razzisti… sono loro che sono napoletani!”.



A parte la raffinatezza gesuitica del distinguo (gli italiani “non sono spaventati, ma preoccupati”), la definizione di “xenofobia” che dà Barbagli – è da manuale (cfr: De Mauro Paravia: "avversione indiscriminata verso tutto quello che viene dall’estero") – ma è anche talmente ristretta da risultare praticamente inservibile. Messa così, nessuno è veramente razzista.

La xenofobia non è - come pretende il nostro professore - una posizione intellettuale che trascende poi in azione violenta. La storia mostra che è semmai il contrario: sono l’odio viscerale per il diverso, la volontà di sopraffazione del forte sul debole, che vengono poi sistematizzati in costruzioni ideologiche, allo scopo di trovare in essi una qualche giustificazione.

Ogni atto di violenza, di sopraffazione, di intolleranza nei confronti di persone diverse, per razza, religione, orientamento sessuale, è ipso facto - a prescindere da quelle che possono essere le (confuse) motivazioni ideologiche degli attori - razzismo.

L’ho già scritto: suddividere gli episodi di violenza, classificarli, è un modo per depotenziarne la condanna e per pavimentare la via delle giustificazioni. Certi distinguo sono pelosi
. La violenza non è grave per le motivazioni personali di chi vi si abbandona, ma per i danni che essa produce in chi la subisce e nella società. Cosa cambia, per il povero cinese di Roma, sapere che chi gli ha rotto la faccia non lo ha fatto in base a una “pretesa ideologicamente fondata di superiorità razziale”? E poi, se al suo posto ci fosse stato uno svedese alto e biondo, davvero sarebbe stato trattato allo stesso modo?

Soprattutto, non basta enunciare, come fa Barbagli, che gli italiani siano ‘preoccupati’ dalla criminalità e dalla competizione per il benessere. Occorre anche discutere della fondatezza di queste preoccupazioni, e della loro origine. Perché gli italiani vedono gli stranieri come una minaccia? O, per essere più esatti, perché agli italiani gli stranieri vengono additati come una minaccia?

Come ho scritto sopra, per quanto riguarda il primo issue, l’identificazione tra criminali e immigrati, a dispetto del saggio di Barbagli, è del tutto arbitraria. Quello che i dati dicono, a leggerli tutti e bene, è:

  1. che la metà dei delitti in Italia viene ancora commessa da nostri compatrioti;
  2. che il totale dei reati denunciati è diminuito.
Quindi: non c’è nessuna esplosione di criminalità che potrebbe essere addebitata agli stranieri, ma semplicemente un trasferimento di certe attività illegali agli extracomunitari, in linea con quanto peraltro accade nel mercato del lavoro legale. Il contributo degli italiani nelle attività illecite è ancora sostanzioso; quindi se per miracolo domattina gli immigrati sparissero, non avremmo affatto risolto il problema della criminalità. E allora come mai la criminalità viene presentata come un fenomeno che riguarda quasi solamente gli stranieri?

Per quanto riguarda la competizione per il benessere, invece, il timore è più fondato. Come ho già scritto, l’immigrato è povero, alla stessa stregua del povero italiano. A differenza di questo, però, è ben più dinamico. Ha visto un po' di mondo, ha reagito alle sue difficoltà muovendosi, è disposto a faticare parecchio. Non di rado, fa presto il salto ad imprenditore. Sì, è un povero competitivo, non rassegnato. Ma tutto ciò è una colpa, o non piuttosto un merito, degli immigrati?

Identificandoli come fonte delle preoccupazioni degli italiani, Barbagli sposta sugli immigrati la responsabilità di problemi che non dipendono, o che dipendono solo in parte, da loro. Il fatto che gli stranieri siano vissuti e presentati come un pericolo, sia che delinquano, sia che guadagnino onestamente il pane, non significa forse far di loro un comodo capro espiatorio? E non è proprio questo ciò che chiamiamo razzismo?

Il razzismo in Italia c’è, eccome. Non solo nei comportamenti individuali e di gruppo, ma nell’atteggiamento stesso della società e della politica, a partire da un premier che definisce “abbronzato” il primo Presidente USA di colore.

Ormai nel nostro paese albergano stabilmente milioni di persone - che contribuiscono alla produzione del 10% del PIL, che assicurano servizi sociali indispensabili, che assicurano la sostenibilità della nostra spesa pensionistica, che forniscono alle PMI la forza lavoro a buon mercato, unica alternativa alla delocalizzazione all’estero - ma
continuiamo a considerarli ospiti in transito, negando loro ogni prospettiva di integrazione. Il loro contributo positivo alla vita nazionale è di gran lunga superiore a quello negativo, ma nessun sociologo si scomoda a sottolinearlo.

Come illustra Giovanna Zincone in “Familismo legale”, la recente legge sulla cittadinanza ne ha reso l’acquisizione più facile ai discendenti di italiani - per ‘ius sanguinis’ - e più difficile agli stranieri residenti da anni in Italia. Ebbene, l’aver adottato un criterio etnico per distinguere chi è italiano da chi non lo è, non è forse razzismo?

È un fatto che si è creata in seno alla nostra società una categoria di meteci, che vivono in un limbo fatto di molti doveri e pochi diritti, tenuti sotto la perpetua minaccia dell’esclusione e dell’espulsione. Occorrerebbero politiche generose di inclusione, volte a riconoscere agli immigrati lo status di cittadini a pieno titolo. Non solo concedendo la cittadinanza, ma mettendosi in mente che un italiano non è necessariamente bianco e cattolico. È chiaro che a questo non si vuole arrivare, almeno da una parte politica, e che si preferisce soffiare sul fuoco dell’intolleranza, perpetuando l’equazione immigrati=criminali.

Passi per Belpietro, ma che uno studioso accreditato come Barbagli si presti ad offrire bagaglio ideologico e parascientifico a questo progetto è davvero indegno.

L’epidemia, come nelle strisce delle Sturmtruppen, è già tra noi. Sono i sottili distinguo, i sofismi di personaggi alla Barbagli, che impediscono di vedere il problema ed affrontarlo prima che esso diventi irreparabile.

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Grazie al cielo c'è Napolitano:
Il presidente della Repubblica accoglie i 'nuovi cttadini' al Quirinale

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Sul Corriere il dibattito:
Razzismo, emergenza o no?






21 novembre 2008

Foto digitale e nuovi problemi

C’è un risvolto paradossale e preoccupante della grande diffusione di macchine fotografiche digitali e videocamere, ed è il rapporto sempre meno sano tra immagine e realtà che alcuni tendono a stabilire, con la conseguenza di una crescente diffidenza verso il mezzo fotografico e chi lo usa.

Per un fotografo tradizionale, scattare una fotografia è un atto creativo. Soprattutto nei ritratti, la fotografia stabilisce una relazione a due, spesso non meno emozionalmente coinvolgente di una seduta psicanalitica, ed altrettanto profonda. Un buon fotografo sa far emergere espressioni, sentimenti, emozioni, passioni della persona che ritrae. Si tratta di un processo maieutico, che esclude ogni prevaricazione; anzi è normalmente divertente, spesso più per colui che è ritratto - che può concedersi una parentesi di puro e spensierato narcisismo - che per il fotografo stesso.

Il vero fotografo ha una sua etica, che discende dalla profonda consapevolezza del valore di quello che sta facendo.
Purtroppo la popolarizzazione della fotografia, diffondendo il mezzo fotografico in mano a chi non ha questo genere di coscienza, ha avuto l’imprevista conseguenza di suscitare sempre maggiori reazioni di sospetto e di rigetto verso l’atto del fotografare, a causa dell'uso improprio dei nuovi strumenti.

Intanto, le macchine fotografiche, da oggetto ingombrante e pesante, come le reflex e le medio formato, si sono sempre più rimpicciolite, fino ad assumere le dimensioni di una compatta, o a poter essere nascoste in un telefono. Fino a pochi anni fa le macchine fotografiche miniaturizzate, come la lèttone Minox, erano appannaggio delle spie. Oggi ne abbiamo tutti una in tasca.

Inoltre, se prima il prodotto fotografico rimaneva generalmente in una collezione privata, oggi siti come Facebook, Flickr, spesso collegabili anche ai videofonini, consentono una non sempre opportuna divulgazione delle proprie immagini all’universo mondo.

Così, può capitare di essere ritratti a propria insaputa, magari in un momento infelice, e di finire su qualche sito, additati al pubblico ludibrio, tutti potenziali vittime di improvvisati paparazzi.

E non parliamo della foto di nudo. In questo campo la fotografia popolare ha fatto i peggiori macelli. Un tempo, una ragazza che si spogliasse davanti a una macchina fotografica compiva un gesto di forte trasgressione, e al tempo stesso manifestava orgogliosa consapevolezza di sé e del proprio valore. Era un atto maturo, adulto e liberatorio. In un certo modo la donna si appropriava più definitivamente del proprio corpo, grazie al rapporto privilegiato e intimo col fotografo. Che sapeva dominare i linguaggi del nudo, del glamour, dell’eros, oltre che comportarsi con la necessaria riservatezza e discrezione.

Oggi invece, internet è piena degli squallidi cascami di povere fantasie di coppie, foto e filmini realizzati alla bell’e meglio, in desolante povertà di strumenti espressivi e di idee. Il non dover passare più dallo stampatore per lo sviluppo dei rullini ha evidentemente avuto l’effetto di rimuovere i freni inibitori e trasformare tutti in pornografi. Il risultato è quasi sempre scadente nel pecoreccio.
Non solo: si diffonde il revenge porn, la messa in rete di filmati realizzati in momenti di intimità come gesto di vendetta da parte di partners abbandonati contro la propria ex (sarà che io non sono stato mai lasciato, ma cosa c’è da vendicarsi poi? Vaja con diòs, e avanti la prossima ! :-) .

Tra l’atteggiamento del vero fotografo e quello dei suoi improvvisati imitatori c’è una bella differenza: più o meno quella che passa tra chi mette un occhiale per vedere meglio e chi spia dal buco della serratura. Per il fotografo la fotocamera non è uno schermo dietro cui nascondersi, ma uno strumento per essere ancora più presente e protagonista nella realtà.

Naturale però che la differenza con i ladri di immagini non si veda a prima vista, e che il fotografo venga guardato con una diffidenza che nel passato gli era sconosciuta. Ai tempi della pellicola scattare una fotografia a qualcuno era un complimento: significava quantomeno spenderci dei soldi, oltre che del tempo. Oggi si percepisce sospetto, spesso fastidio. Non si può fare a meno di rispondere a domande sull’impiego futuro dell’immagine, e sono sempre più le persone che non ne vogliono assolutamente sapere di essere fotografate. Come gli africani, temono che si rubi loro l’anima. E forse non hanno tutti i torti.

La fotografia da passatempo di élite, è diventata fenomeno di massa. Occorre allora una nuova educazione all’immagine. Ne vale la pena, del resto. Non esiste un hobby più completo ed educativo di questo. Imparare a fotografare significa anche apprendere di ottica, di meteorologia, di psicologia, ieri di chimica e oggi d’informatica, di storia dell’arte, di geologia, di botanica e via dicendo. È anche uno sport, faticoso come la caccia, senza però essere distruttivo. È l’autentico sesto senso: tutti possiamo vedere, attraverso gli occhi che la natura ci dona, ma è solo grazie alla fotografia che impariamo a guardare.

Fotografare è molto più che premere un pulsante. Tenetelo a mente ;-)


19 novembre 2008

Il mondo visto da una sedia a rotelle

C'è un gioco che fa vedere com'è il mondo visto da un cane. Assumere differenti punti di vista è sempre un esercizio utile. Io sono, da qualche tempo, su una sedia a rotelle. Messo così, suona drammatico, lo riconosco. In realtà la sedia a rotelle è un oggetto funzionale e meritorio, benché sinistro, che mi ha consentito di recuperare una ragionevole mobilità dopo l’operazione.
Ed è un eccellente punto di osservazione.

È un fatto da accettare senza giri di parole: per quanto provvisoriamente, io sono un handicappato. È sto vedendo com’è il mondo visto da uno che sta su una sedia a rotelle, magari per tutta la vita. L’esperienza è istruttiva.

Un handicappato è una persona fortemente dipendente. Ogni movimento che ai bipedi risulta facile e naturale, a lui costa fatica. Ogni ostacolo - un marciapiede, uno scalino, una piccola asperità del terreno - per lui può essere insormontabile.

Vorrei uscire per strada. Ma la scalinata dell’androne rappresenta già un bel problema. Una volta sul marciapiede, bastano una macchina posteggiata male o un motorino di traverso ad imprigionarmi. Questa bella città di Roma è già difficile per persone normalmente deambulanti. Una passeggiata qui è un esercizio faticoso, uno slalom tra buche, pali, deiezioni canine. Ma provate a perdere l’uso delle gambe per un po', e vedrete che quello che era difficile diventa impossibile.

Sono fortunato: ho una famiglia e amici solleciti. Ma, a parte che non posso abusarne, vorrei sapere come fanno coloro che sono soli.

E se questo è il mondo visto da un handicappato, come vede invece gli handicappati, il resto del mondo? Semplice, non li vede. Oggi sono stato in ospedale. Mi reggevo sulle stampelle, eppure
due volte sono stato urtato e ho rischiato di cadere. Un tale, uno di quelli col cravattone e con l’auricolare del telefonino perennemente all’orecchio (e che ha rischiato seriamente di prendersi una stampellata in faccia), ha solo detto: ‘non l’ho vista’. Non mi ha visto, o non mi voleva vedere? Eppure persone deboli in un ospedale sono la norma. Ma i sani, distolgono lo sguardo. Non vogliono guardare, essere toccati dalla sofferenza. Potrebbe toccare anche a loro, un giorno, ma perché pensarci? Meglio godersela, finché dura, con lieta incoscienza. Chi è malato è uno scomodo memento, non invita alla solidarietà, ma all’oblio. Meglio girare lo sguardo da un’altra parte.

Sto sperimentando quanto dipendenti e fragili diventano le persone, per poco che siano minorate. Tutto ciò è penoso se intorno non c’è un clima di solidarietà, comprensione e affettuosa sollecitudine che renda il chiedere e il dipendere più facile e meno umiliante.

Ecco allora, il mio invito: non voltatevi dall’altra parte. Imparate a guardare in faccia la sofferenza, a esercitare le trascurate virtù della compassione (che etimologicamente vuol dire “soffrire insieme”), della solidarietà e della simpatia. Tendete la mano, cedete il posto in autobus, telefonate a un amico che sta male. Un giorno potreste averne bisogno anche voi.




(PS: La mia somiglianza con Pietro Gambadilegno si fa vieppiù impressionante...!!! )

13 novembre 2008

Esiste davvero

Allievo discolo di scuola cattolica, mi divertivo a inventare nomi strampalati e purulenti per nuovi ordini religiosi: le "Ancelle Adoratrici del Preziosissimo Prepuzio di Gesù Bambino Circonciso", per esempio, e via blasfemando. Ma la realtà supera sempre la fantasia: in via Cassia 490 a Roma si trova:
“Villa Suor Maria Cristina Brando fondatrice delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato”.
Amen!

12 novembre 2008

Ospedali inospitali



Ricoverato in un ospedale pubblico di Roma per rimuovere certe fastidiose ed ormai inutili pendenze (foto), non posso che riportare alcune impressioni, non del tutto positive, sulla qualità dell’assistenza. “Ospedale” dovrebbe voler dire ‘luogo ospitale’: a me è sembrato piuttosto di essere parcheggiato in un deposito.
Tanto per cominciare, sono stato ricoverato con quattro giorni di anticipo rispetto all’intervento, poi slittato di un altro giorno. La motivazione, piuttosto paradossale, è che si era liberato un letto, e dovevo occuparlo, altrimenti qualcuno arrivato per emergenza al pronto soccorso me lo avrebbe portato via. Proprio così: io e molti altri pazienti abbiamo passato giorni e notti semplicemente a fare i segnaposto. Per di più col pensiero che stavamo forse impedendo a qualche poveraccio di essere curato con urgenza. Logica vorrebbe che venissero tenuti dei posti sempre liberi per le emergenze. E che i pazienti venissero ricoverati solo alla vigilia dell’intervento, e dimessi quanto prima, proprio per tenere i letti il più possibile sgombri. Quanto è costato alla collettività questo lungo ricovero? Si parla tanto di sprechi nella sanità: io credo che con una migliore programmazione se ne potrebbero evitare parecchi.

Un ospedale pubblico è una specie di falansterio socialista: si sta uno addosso all’altro, in quattro in una stanza, e praticamente non si dorme mai. Privacy zero. È pieno di rumori, sembra di stare in mezzo ad una piazza. Non ci sono orari per spegnere le luci la sera, i parenti in visita fanno cagnara, i vecchietti sordi tengono il televisore col volume a palla e la notte urlano come ossessi. I miei occasionali compagni di stanza provenivano dal proletariato romano: stupiti che leggessi tanti libri, hanno passato le giornate a guardare la TV. Mi sono fatto una cultura sui programmi televisivi più imbecilli. Grezzi, ma buoni di cuore, e servizievoli. Chissà perché, il convento passa i pasti, ma non l’acqua. Ovviamente, di wireless per collegarsi a internet neanche a parlarne. Si aspetta, e nel frattempo ci si annoia.

Il personale è variamente (mal)educato. Taluni sono simpatici, talaltri no. È anche scoppiata una rissa tra un inserviente un po' grezzo e un degente di settant’anni, ma atletico, che ha avuto la meglio. Nessuno si presenta, nessuno dà informazioni, nessuno, salvo i medici, dà del ‘lei’ ai malati. Si viene spesso chiamati col numero del letto, e nessuno sembra sospettare quanto questo sia spersonalizzate ed umiliante.
Insomma, nulla da dire sulla qualità delle cure, ma - se non vi sarò costretto - è l’ultima volta che metto piede in un ospedale pubblico. Non per fare il solito snob, ma è un posto davvero avvilente e disumano.

PS1: Sono potuto uscire, comunque, ed ho fatto alcune scoperte. Come il museo sulla Cassia dedicato a Venanzo Crocetti, scultore della generazione dei Manzù e dei Minguzzi. O la bella villa in stile barocchetto oggi residenza dell’ambasciatore kazakho. Mi è capitato anche di incontrare la ragazza di cui un milione di anni fa ero innamorato al punto da scriverle, col cuore in gola, ardenti poesie grondanti sentimento. Fortunatamente sono cresciuto e ho abbandonato deteriori sentimentalismi. Oggi vado al sodo: dalla poesia sono passato alla prosa più prosaica, per così dire... Lei abita lì vicino. Il leggiadro elfo dagli occhi di gatta che amai, è ora un appassito donnone rovinato da un matrimonio sbagliato e tre gravidanze: assomiglia ad una mozzarella andata a male. Niente ti dà la misura dello scorrere degli anni, quanto la tragedia del tempo che passa sul volto e sul corpo delle donne che un tempo hai amato. È anche per questo motivo che evito scrupolosamente di rivedere le mie ex, una volta che con loro è finita. Meglio ricordarle com’erano: giovani...

PS2: in ospedale ho letto l’ultimo libro di Camilleri, “L’età del dubbio”. Noioso e ripetitivo. Camilleri ormai fa il furbo, con storie sempre più semplici e meno credibili. In questa il Commissario Montalbano, ormai avviato alla sessantina, suscita d’amblè l’amore di una bella ufficialessa delle Capitanerie di Porto. Tentenna talmente tanto che la sua bella prima si allontana, poi muore.

L’ho scritto, Montalbano è il campione, l’eroe eponimo di tutti gli immaturi che amano a distanza. Da sempre impegnato in una relazione quasi esclusivamente telefonica con Livia, rotta poi la castità per farsi irretire da una gheparda per una one night stand (una volta si chiamavano sveltine, ma così è più chic), finalmente trova un amore vicino casa, e come si comporta? Prima fa di tutto per rovinarlo, con le sue mille seghe mentali, e poi per colpa di un suo errore nell’iniziare troppo presto una irruzione causa la morte della sua innamorata che si trova in mezzo a una sparatoria rimanendo uccisa. Direi che in questo errore c’è qualcosa di loscamente freudiano: coloro che amano a distanza, quando le cose minacciano di farsi serie e concrete, scappano o distruggono il loro amore. Ragione di più per stare alla larga da gente simile, ed andare in cerca di persone adulte e serie.

PS3: Ricordo Miriam Makeba, in una memorabile serata al festival del Jazz di Pescara. Che misera fine, morire dopo aver cantato in una piazza semivuota di un buco di paese irrimediabilmente camorrista, lei eroina della lotta all’apartheid. Cari napoletani, dagli africani avreste molto da imparare in quanto a dignità, rettitudine, forza d’animo, voglia di riscatto e tenacia nella lotta.


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Sugli amori a distanza e su Montalbano leggi anche:
L'amore ai tempi di ICQ
Io tifo per Livia
Cotte e mangiate

Sul mio sito:
Dell'amore e dell'ammirazione



06 novembre 2008

Quando gli alieni arrivavano dallo spazio

La notizia è ghiotta: la piattaforma Mediaset Steel a partire dal 12 novembre replicherà tutti gli episodi di “UFO attacco alla Terra”. Io non ho il decoder, e uso la televisione quasi come un soprammobile (almeno in Italia, dov’è diventata uno sciocchezzaio per persone anziane e di scarsa cultura), quindi gradirei un invito da chi ne è provvisto.

Noi, nati alla fine degli anni ’60, ce li ricordiamo bene il Comandante Straker, la base SHADO, gli UFO sibilanti. Abbiamo giocato con i modellini degli intercettori e degli Skydiver. Solo più tardi, quando anche in Italia arrivò finalmente la TV a colori (tecnologia esistente già da un pezzo, ma avversata dall’oscurantismo democristiano), scoprimmo che le conturbanti operatrici della Base Luna, tipicamente in minigonna, portavano una parrucca colorata e un trucco pesante.

La serie non ebbe il successo che meritava, e terminò dopo appena 26 episodi. Dagli stessi ideatori nacque poi “Spazio 1999”, una coproduzione anche italiana.

Quelli erano gli anni delle conquiste spaziali e delle missioni sulla Luna. Pensavamo che la tecnologia dei viaggi astronautici fosse il non plus ultra della modernità. Invece, era l’ultimo, clamoroso sussulto del grande movimento di espansione coloniale dell’Occidente, iniziato ben 500 anni prima con i viaggi di Don Enrico il Navigatore dallo scoglio di Sagres.

La fantascienza americana dell'epoca, tutta fiducia nel progresso, nella democrazia e nell’interventismo umanitario, rifletteva bene quella pulsione imperiale, preconizzando, soprattutto in Star Trek, una galassia pacificata e democratizzata sotto il controllo americano (l’Enterprise aveva il distintivo ottico USS – United States Ship).

A ben vedere, dunque, la serie inglese di “UFO attacco alla Terra”, angosciante ed un po’ noir, era assai più moderna. La sua trama “sulla difensiva”, con la resistenza disperata agli assalti degli alieni malvagi, sembra anticipare e simbolizzare tutte le paure per la globalizzazione proprie dell’uomo contemporaneo.

Resta il fatto che, anche grazie alla fantascienza, la mia generazione fu la prima ad avere la curiosità e la voglia di muoversi per esplorare in massa il mondo esterno: non siamo andati sulla Luna, ma abbiamo preso dimestichezza con l’aereo, e, tramite esso, con culture e lingue diverse.

Miglior sorte di quella toccata ai ragazzi delle nuove generazioni, cui Internet dà l’illusione di essere connessi con il mondo, mentre tutto quello che in realtà fanno è stare a casa, meschinamente soli, seduti davanti allo schermo di un computer.


05 novembre 2008

Sì, possiamo; ma vogliamo?

Molto tempo fa avevo messo sul mio blog un badge di supporto per Barack Obama presidente. La dimensione della sua vittoria, netta, inequivocabile, insegna molte cose a un’Europa stanca e a un’Italia miserabilmente gerontocratica. Che non è più il tempo dei Grandi Vecchi (che spesso sono vecchi, e basta), ma dei giovani ambiziosi; che sulla mancanza di esperienza fanno premio il sogno e la visione; che la democrazia non è un sistema morto, se si presenta qualcuno che ha idee e il coraggio di cambiare. Allora si svegliano gli apatici, tornano a partecipare i disillusi.

Per molto tempo l’America è stata il modello della ‘democrazia della delega in bianco’: lì era nata l’idea pericolosa che un Paese intero potesse essere governato da un comitato elettorale contando sulla indifferenza della stragrande maggioranza dei cittadini, e sulla scarsa partecipazione al voto. Una democrazia formale e senz’anima, che si risolveva nel rituale della scheda nell’urna. Sembrava ci fosse una vera e propria congiura, non solo in America ma in tanti paesi dell’Occidente, a presentare candidati simili con programmi fotocopia (in Italia, il “Veltrusconi”), come a suggerire che non ci fosse scelta, che sui grandi temi non ci fossero opzioni possibili, che la politica si riducesse ad ordinaria amministrazione, e la competizione elettorale fosse solo una gara a chi è più telegenico e riesce a polpettizzare una ricetta in uno slogan semplice e di immediato impatto, comprensibile alle masse più ignoranti.

Obama ha sparigliato le carte, e l’America ha ripreso d’un colpo la sua leadership morale sul mondo libero, ponendo fine a otto anni che per noi, liberali e democratici convinti, e suoi amici, sono stati di autentica agonia. L’Europa è curiosamente entusiasta: il nostro continente fatica ad integrare i suoi immigrati, e difficilmente offrirebbe a una persona di colore un posto così importante. Il complesso di superiorità europeo, già del tutto infondato, da domani verrà messo a dura prova. Da quella parte dell’Atlantico si compete, ci si rinnova, si guarda al futuro. Da questa, siamo presi in una sorta di narcisismo anale che impedisce di liberarci della zavorra del passato e progettare il nuovo.

Soprattutto in Italia, paese che vive da 16 anni una transizione agonica verso il nulla, faremmo bene a iniziare serie riflessioni, piuttosto che correre in aiuto del vincitore, come al solito, cercando impossibili somiglianze tra Obama e i politici italiani, e tra il partito democratico USA e quello nostrano.

Insomma, non basta gridare “Yes, we can”. Anche noi italiani possiamo (cambiare), certo. Ma lo vogliamo davvero?


03 novembre 2008

Non mettete la rana in croce

La direttrice del Museion di Bolzano, la svizzera Corinne Diserens, è stata licenziata per aver fatto esporre una “rana verde in croce”, opera dell'artista tedesco Martin Kippenberger.

Non posso che essere d’accordo. Tanto per cominciare l’opera era orribile. Tutta l’arte moderna lo è, del resto. Nato e cresciuto a Roma, in mezzo al bello, ogniqualvolta visito un museo di arte contemporanea non posso che meditare desolato sulla verità di quel famoso motto di Flaiano: “Non comprate l’arte moderna, fatevela da soli”.
Qualunque ca**ta, oggi, è suscettibile di vedersi attribuita la dignità di opera d’arte, e alla fine il più onesto fu proprio il povero Piero Manzoni, che la sua “Merda d’artista” la inscatolò e mise in vendita.

Soprattutto, è ingiusto mettere una rana in croce. Quali sarebbero le sue colpe? Il triste destino di codesto stolido batrace è di essere caricato di significati ed aspettative che vanno ben al di là del suo valore. Una rana è solo una rana: ha i suoi limiti, poveretta. Ma noi insistiamo ad idealizzarla, ci accaniamo a baciarla sperando che si trasformi nel principe, o principessa, dei nostri sogni. La mettiamo in alto e ne facciamo un idolo, scambiandola, come nel caso in specie, per il Salvatore e Redentore, colei che cambierà e rivoluzionerà la nostra vita. Lei rimane ostinata quello che è: un esserino freddo e viscido, tutto sommato abbastanza insignificante, che saltabecca qua e là per il mondo senza requie e senza scopo. Pure brutto. Meglio così, perché quando prova a darsi delle arie, e a impersonare ciò che non è e non è capace di essere, la rana finisce come nella favola di Fedro: scoppia come un pallone gonfiato.

Affannarsi su una rana, davvero non vale la pena. Invece la sua esibizione ha suscitato polemiche a non finire, francamente esagerate: si è detto che era un attentato alla religione, un’offesa alla morale, uno scandalo. Niente di tutto ciò: era solo una stronzata. Talvolta le rane ci portano a farne. L’importante è sapersi correggere e tornare indietro, in cerca di ciò che è davvero bello e buono.
Le rane - soprattutto queste volgari rane tedesche - lasciamole tranquillamente e senza rimpianto alle persone di cattivo gusto.

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Leggi anche:
C'era una volta la Rana Pomerana
Per amore di una rana…

02 novembre 2008

Autunno a Kiev








Come alcuni sanno, sono impegnato in una nuova cariera come consulente internazionale, e mi trovo a Kiev per partecipare a un progetto europeo di cooperazione giudiziaria. Conoscevo già la città, famosa per le sue donne bellissime dall'eleganza ricercata e la sua rutilante vita notturna. Ma sono rimasto colpito, questa volta, dall'intensità dei colori autunnali, il rosso e l'oro degli alberi valorizzati da un sole sorprendentemente caldo e da un cielo terso ed azzurro.

Ho passato la domenica nella dacia di campagna del vecchio professor Leonid, anima della protesta studentesca di Majdan...
Shashliki (spiedini), eccellente vino Massandra di Crimea, cipolline ed altri ortaggi dall'orto, frutti di bosco, uva selvatica, dolcissima, grappa fatta in casa, tutto in una casetta in legno intagliato in riva a un fiume affluente del Dnipr, che qui è 'minore' ma è largo quanto l'Arno. Un paradiso bucolico, silenziosissimo e riposante. Che meraviglia...

01 novembre 2008

Sangue d'Abruzzo



Ho ancora in mente l'immagine di mio nonno, che, quand'ero bambino, arrivato in visita da Pescara scendeva immediatamente in cantina a travasare il vino di Giovanni Bosco, suo amico. Ricordo il fiotto di liquido rosso denso e generoso - un po' come il sangue degli abruzzesi - che mi inebriava. In premio del mio aiuto mi era permesso un assaggio. Da allora, certo, la cultura enologica ne ha fatta di strada, e il vino non si trasporta più sfuso, men che mai in taniche.

Però è una bella soddisfazione vedere che una regione un tempo considerata minore ed arretrata stia facendo sentire la sua voce in molti campi. Chi vede ancora l'Abruzzo terra di pastori o ventricina, dimentica che a Chieti c'è una delle più grandi università del centro Italia, che il policlinico è un ospedale d'eccellenza, e che nel lancianese e nel vastese ci sono grandi aziende come Sevel, Honda, Pilkington, Denso, Golden Lady, De Cecco. Delverde etc. E, soprattutto, che questa regione ha protetto e vincolato il 30% del territorio, distribuito in ben tre parchi nazionali. Quando porto amici ed amiche su in montagna, nell'antico feudo di famiglia a Castel del Monte (nella foto, il Gran Sasso dall'aereo), non mancano di essere impressionati, e dalla bellezza selvaggia dei panorami, e dalla qualità e genuinità dei prodotti. L'Abruzzo è ancora una regione dove si può vivere bene e con poco.

Un'ulteriore conferma della crescita abruzzese nell'enologia viene da questo articolo sull'International Herlad Tribune: "For wine lovers on a budget, try montepulciano d'Abruzzo", che riconosce e consacra la raggiunta qualità dei vini di quella regione.

Provare per credere...