20 dicembre 2012

Magistrati ed incarichi prestigiosi

I doveri etici che il magistrato deve osservare sono quelli di fedeltà, disciplina, onore, indipendenza, imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio, rispetto della dignità della persona, dignità e disinteresse personale.
Si tratta di un modello etico molto “alto”, sovente coincidente con previsioni di illeciti disciplinari nel caso di violazione, il cui scopo è di fornire un punto di riferimento ai magistrati….

Un brocardo, nel sintetizzare l’atteggiamento del magistrato, recitava sine metu e sine spe, senza timore e senza speranza. Una massima che riecheggiava l’antico regolamento di disciplina militare che ammoniva che il comportamento richiesto al militare doveva essere tenuto non per timore di punizione o per speranza di ricompensa, ma per la coscienza di adempiere al proprio dovere.
Le guarentigie individuali e collettive della magistratura garantiscono abbastanza dal timore, è affidata invece alla formazione delle coscienze la rinunzia alla speranza di premi. Il magistrato deve pensare a conseguire fini di giustizia, anche a scapito dei propri interessi personali, non a costruire una folgorante carriera.
Per questo, quando sento parlare di merito, di anticipazioni di carriera, di conferimento di incarichi prestigiosi, tendo a ricordare che per un magistrato l’ambizione non è una virtù da incoraggiare, ma un vizio da estirpare. A gratificare un magistrato devono bastare (e – per quanto può valere la mia percezione – basta a larga parte dei magistrati italiani) la natura e la finalità della sua professione.
Fra le attività umane è difficile ipotizzarne molte di più nobili di quella del magistrato che ha per scopo di tutelare i diritti delle persone, riparare ai torti subiti dalle vittime e quindi, in definitiva, cercare di rendere giustizia.
Mi è quindi difficile comprendere che cosa spinga talora alcuni magistrati a ricercare incarichi non giudiziari, compresi quelli di natura politica, specie quando questi, appannando la necessaria immagine di indipendenza e imparzialità, rendano più difficile tornare ad amministrare giustizia.

Livatino ed Ingroia: magistrati a confronto

Tratto da una conferenza del giudice Livatino a Canicattì il 7 aprile 1984

di Rosario Livatino


Il tema della politicizzazione dei giudici si inserisce a pieno titolo nel dibattito sui problemi della giustizia e nell'analisi del rinnovato rapporto tra il magistrato ed il tessuto sociale nella cui trama egli si colloca. Tanto con riferimento all'atteggiamento che, talvolta, i giudici avrebbero assunto, o potrebbero assumere, presentando all'opinione pubblica l'immagine di una giustizia parziale, fiancheggiatrice del potere politico, di un partito politico o di un gruppo di potere, pubblico o privato.
L'ipotesi concretizza evidentemente una violazione del criterio costituzionale che, proprio per evitare ogni forma di strumentalizzazione della giustizia, garantisce l'indipendenza personale dei singoli giudici, soggetti esclusivamente alla legge (art. 101), nonché quella della magistratura nel suo complesso, descrivendola come "ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere" (art. 104).
Dal combinato disposto delle norme citate, si desume quindi che il costituente ha voluto escludere ogni pericolo o sospetto di faziosità e di settarismo dei giudici, sia nell'aspettativa di vantaggi personali o per il timore di pregiudizio, sia in forza dell'interferenza di altri poteri dello Stato nella funzione giudiziaria.
È alla luce di questi principi che deve essere valutata la compatibilità tra la funzione del giudicare e l'adesione a partiti politici, gruppi, associazioni.
La trasformazione del partito politico da centro di diffusione ideologica a struttura associativa caratterizzata da sempre più rigidi vincoli burocratici e gerarchici, sovente finalizzata alla gestione del potere, rende oggi assai più difficile di quanto non fosse all'epoca della Costituente ammettere la possibilità che un giudice possa conservarsi libero iscrivendosi ad un partito politico.
Si dovrebbe ammettere che il giudice, nel momento in cui si iscrive, fosse non solo affatto risoluto a non concedere assolutamente nulla al partito come tale, nei casi in cui il partito ha un interesse, ma che anche i suoi compagni di fede non si aspettassero assolutamente nulla da lui nel momento in cui egli dovesse occuparsi di quei casi.
Parrebbe che, sul piano umano, ciò sarebbe troppo pretendere. Che dire poi della possibilità per il giudice di entrare a far parte di sette od associazioni che, se non sono segrete, mantengono tuttavia il più stretto riserbo sui nomi degli aderenti ed avvolgono nelle nebbie di una indistinta filantropia. le proprie finalità e i propri obiettivi?
Se sono già serie le ragioni di perplessità sulla adesione del giudice ad un partito politico, queste ragioni appaiono centuplicate nella partecipazione ad organizzazioni di fatto più o meno riservate o, comunque, non facilmente accessibili al controllo dell'opinione pubblica, i cui aderenti risultano fra loro legati da vincoli della cui intensità e natura nessuno è in grado di giudicare e valutare.
Qui bisognerà proclamare, con assoluta chiarezza, che la norma dell'art. 212 T.U.L.P.S., che sancisce l'immediata destituzione per tutti gli impiegati pubblici che appartengano ad associazioni i cui soci sono vincolati dal segreto, si applica anche ai magistrati, che ne sono anzi, logicamente, insieme ai militari, i destinatari più diretti.
Ciò non significa certo sopprimere nell'uomo-giudice la possibilità di formarsi una propria coscienza politica, di avere un proprio convincimento su quelli che sono i temi fondamentali della nostra convivenza sociale: nessuno può difatti contestare al giudice il diritto di ispirarsi, nella valutazione dei fatti e nell'interpretazione di norme giuridiche, a determinati modelli ideologici, che possono anche esattamente coincidere con quelli professati da gruppi od associazioni politiche.
Essenziale è però che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto; non come il portato della autocollocazione nell'area di questo o di quel gruppo politico o sindacale, così da apparire come in tutto od in parte dipendente da quella collocazione.
Piace qui riportare il VII canone del codice di condotta adottato negli Stati Uniti per la disciplina professionale dell'ordine giudiziario e forense e che testualmente sancisce il dovere del giudice di "sottrarsi all'attività politica, inadatta al suo ruolo", astenendosi in particolare dall' "assumere mansioni di leader o dal rivestire qualunque altra carica in una organizzazione politica", nonché dal "tenere pubblicamente discorsi per un'organizzazione politica o per un suo esponente o dall'appoggiare un candidato ad una carica pubblica".
Una previsione deontologica fatta propria da una società storicamente, economicamente, tecnologicamente più progredita della nostra, che costituisce, per ciò, un conforto alla validità di quanto prima si è detto e che dà l'ispirazione per trattare subito di un altro delicato aspetto: quello del magistrato che, ad un certo punto della propria carriera, si candida ad una elezione politica ed ottiene la carica.
Si potrebbe osservare che su questo non v'è nulla da eccepire: egli è un cittadino come tutti gli altri ed in questo non farebbe che esercitare un suo diritto costituzionalmente garantito. L'ordinamento, peraltro, prevede che durante il periodo del mandato egli non svolga le sue funzioni giudiziarie. Ma gravissimo è il problema che si pone allorquando tale mandato, per una causa od un'altra, viene a cessare: infatti, un parlamentare, anche quando si tenga rigorosamente nei limiti della legalità, assume inevitabilmente un complesso di vincoli e di obblighi verso gli organi del partito, contrae legami ed amicizie che raramente prescindono (non per cattiva volontà o desiderio di collusione, ma per necessità delle cose) dallo scambio di reciproche e sia pur consentite cortesie, dall'assunzione di impegni e obblighi che, appunto perché galantuomini, si è tenuti ad onorare, si assoggetta infine ad un'abitudine di disciplina (nei confronti delle varie gerarchie del partito e del gruppo parlamentare) in contrasto con la libertà di giudizio e l'indipendenza di decisione proprie del giudice, abitudine difficile da lasciare, anche perché, tranne casi eccezionali, l'abbandono del seggio parlamentare non rompe i vincoli di gratitudine e non distrugge il legame fiduciario fra il singolo e la struttura.
D'altronde, anche ammesso che il magistrato-parlamentare sappia riacquisire per intero la propria indipendenza dal partito, che ha rappresentato al più alto livello, e spogliarsi di ogni animosità contro avversari politici che possono averlo attaccato anche duramente, è inevitabile che l'opinione pubblica, incline al sospetto e tutt'altro che propensa a credere alla rescissione di simili vincoli, continui a considerarlo adepto di quel partito, consorte o nemico di quegli uomini politici e di quanto rappresentano.
Per inevitabile conseguenza, l'utente della giustizia di uguale militanza politica riterrà, poco importa se erroneamente, di avere valide aspettative ad una decisione favorevole e ad un trattamento di riguardo, mentre chi lo contrasta si crederà battuto in partenza ed addebiterà l'eventuale sentenza sfavorevole non a propria responsabilità, ma agli obblighi politici ed alla conseguente preordinata malafede del giudice, costretto a dare comunque partita vinta al suo commilitone e partitante.

Sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l'ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall'ordine giudiziario.

28 novembre 2012

Ohibò, ma sono io !

"Parlava, l'ufficiale di marina in congedo, con quella sonora, cantante, nobiliare, voce di baritono, che s'accompagna a una piacevole erre grassa e alla sua elisione fra le vocali: quella voce con cui si sente chiamare: «CameVieVe, le sigaVette!» e roba del genere. Parlava con nella voce un abitudine di baldoria e di comando".

 

Lev Tolstoj

Guerra e Pace


11 novembre 2012

Sognando ADA

 

Sono stato di recente a Baku, in Azerbaijan, per insegnare a un corso organizzato per dirigenti afghani dal Geneva Centre for Security Policy. Il corso era sulla Rule of Law e il valore dell’indipendenza del potere giudiziario, e si teneva alla nuova Azerbaijan Diplomatic Academy, ADA.
Baku è una città ricca, a causa del petrolio del Caspio. Assomiglia a qualcosa tra Parigi e Dubai: è illuminata a giorno, i palazzi sono costruiti in stile neoclassico in pietra arenaria, persino i vecchi blocchi di appartamenti Krusciov (le case sovietiche tutte uguali degli anni 60 che ho visto a Riga, Kiev, Samara etc.) sulle strade principali vengono ricoperti di pietra per renderli più eleganti. Ci sono costruzioni avveniristiche, come l’Alyev Cultural Centre di Zaha Adid, l’architetto del MAXXI di Roma.
L’ADA è in un campus modernissimo, aperto appena due mesi fa.

04 novembre 2012

Per una rete tramviaria a Roma

Siccome sognare non costa nulla, e oggi piove, questo è il mio progetto per
una rete tramviaria ad alta capacità di trasporto nella zona sud di Roma.
Augh!

03 novembre 2012

Uno vale uno, ma solo uno decide per tutti

La notizia è che Grillo ha deciso i criteri per presentarsi alle elezioni. Sul suo sito c’è scritto “Càndidati al Parlamento” (proprio così, con l’accento sulla à!), e sembrerebbe una chiamata generale.  Ma al link sui requisiti si scopre che possono candidarsi “tutti coloro che si sono presentati alle elezioni comunali o regionali certificati con il logo del MoVimento 5 Stelle o Liste Civiche 5 Stelle e avranno compiuto almeno 25 anni a febbraio 2013”. Solo per i residenti all’estero basta il requisito più ragionevole, di “essere stati iscritti alla data del 30 settembre 2012”
Potranno votare per le candidature “tutti i maggiorenni al momento delle votazioni on line, che risultino iscritti entro il 30/9/12 al MoVimento 5 Stelle”. Requisito, va detto, più restrittivo di quello richiesto ai partecipanti delle primarie del PD.  

I paletti, si dice, sono stati messi per contrastare gli “infiltrati”. Ora, d’accordo, saltare sul carro del vincitore è lo sport nazionale italiano. Ma molti italiani sono stati negli ultimi tempi interessati alla proposta di Grillo perché sembrava suggerire un’idea di partito (pardon… movimento!), permeabile, non verticistico, scalabile, meritocratico, fondato sull’attivismo e la partecipazione, radicato sul territorio.

Si fa presto a dire che “uno vale uno”, i criteri sopra enunciati dimostrano che qualcuno vale più di qualcun altro. E qualcuno (Grillo) pensa e decide per tutti quanti. A questo punto mi sfugge la differenza con i partiti tradizionali, le conventicole chiuse dove tutti si conoscono fin da ragazzini. A questo punto, preferisco un partito tradizionale, dove il leader ci mette non solo la faccia, ma si presenta e si fa eleggere. Renzi e Bersani possono non piacere, ma dopo tutto chiedono un voto, non un atto di fede.

Certo, la pregressa militanza è un ovvio punto di merito. Ma perché questa dovrebbe fare premio su tutto il resto, specie in un partito che vuole abolire la politica come mestiere? Strano che si possano votare solo candidati trombati alle passate amministrative. Strano che si debbano presentare curricula e non programmi. Perché se il confronto è sulle biografie, allora valgono anche quelle di chi negli ultimi cinque anni, pur senza impegnarsi in politica, ha fatto qualcosa di valido per il Paese.

Soprattutto, perché deve essere Grillo e solo lui, a decidere i criteri con cui si va in Parlamento? Messi rigidi paletti, al popolo dei prescelti si concede solo la possibilità di stabilire i posti in lista. La società civile, quella che non ha appartenenze di sorta, resti fuori. Siamo in piena logica del Porcellum, seppure con maglie più larghe.

In tutti i movimenti, intendiamoci, ci sono i fedeli della prima ora, quelli che essendo col Capo sin dall’inizio – magari perché non tenevano niente di meglio da fare - pretendono una primazia. Ma è proprio così, Lega docet, che nascono i Cerchi Magici, e le altre simpatiche creazioni che hanno reso la politica italiana uno stagno putrido.

Già la terminologia dà l’orticaria: se “uno vale uno”, i supposti infiltrati, purché persone perbene, avrebbero diritto al rispetto. Ma il rispetto non è il pezzo forte del movimento, che con un singolare doppio standard, lo pretende per sé e lo nega agli altri. Chi scrive ai giornali per rivendicare di chiamarsi “Movimento 5Stelle” e non “Grillini”, dovrebbe pure ricordarsi che quella pur degna persona del sindaco di Milano si chiama Pisapia e non Pisapippa…

Se poi si definiscono “infiltrati” tutti quelli che si sono svegliati solo adesso, beh, a quegli infiltrati, pur sempre cittadini italiani, poi bisogna chiedere il voto. Perché quando si vogliono impegnare fanno schifo, e quando debbono votare no?

In un momento come questo, in cui tanti si sentono esclusi ed estraniati dalla politica, il Movimento 5 Stelle avrebbe dovuto e potuto essere espansivo ed assorbente, fare appello alle forze migliori e più vive della società. Invece si è chiuso a riccio premiando i fedelissimi, come se fosse un qualunque circolo della caccia. I cittadini, esclusi, restano fuori a guardare, sempre più convinti che la democrazia diretta è un’utopia.

Come vediamo in America oggi, in una democrazia matura ogni voto conta e deve essere sudato di volta in volta. A nessuno verrebbe in mente di pretendere matrimoni e fedeltà indissolubili. 
In Sicilia tutti gli eletti esultavano. Ma il dato siciliano dimostra che il primo attore politico del paese, oggi, non è il Movimento 5Stelle, ma l’astensionismo.

Come nella poesia di Kavafis, i barbari tanto attesi come soluzione di tutti i mali, hanno preferito passare oltre, annoiati e per nulla desiderosi di farsi carico dei problemi di una società in disfacimento.  

Se domani qualcuno me lo chiedesse, direi che il Movimento 5 Stelle al momento è scomparso dalle mie intenzioni di voto.

21 ottobre 2012

Il Caso Sallusti e la via italiana alla Rule of Law.

Il Codice penale italiano ha 60 anni ed è firmato da Benito Mussolini. Se la Russia avesse ancora il Codice di Stalin, e la Germania quello di Hitler, voi che ne direste? Ma in Italia la cosa sembra normale, e in facoltà tutti ci ripetono che grande giurista era il Rocco.
Grande, indubbiamente, ma pur sempre fascista: ed infatti il codice Rocco evita scrupolosamente la parola “Libertà”, e mette i reati contro l’individuo al terzo posto dopo quelli contro lo Stato e la Società, tant’è che l’omicidio è previsto solo all’art. 575. Il Codice Francese, per esempio ha una ben diversa gerarchia di beni protetti: il Genere Umano, prima di tutto, poi l’Individuo, la Società, e solo per ultimo lo Stato.
Perché nelle democrazie il diritto criminale serve a proteggere per primo il cittadino, mentre nelle dittature il bene supremo è lo Stato.
In virtù di questo codice penale, e di una discutibile legislazione sulla stampa, il direttore di un giornale  è stato condannato e dovrà andare in carcere. Nasce così il “caso Sallusti”, cioè la corsa contro il tempo per ‘salvare’ questo signore dalle legittime conseguenze delle sue azioni.

13 ottobre 2012

Nomen omen

Il mio cognome vuol dire:

 

Quiet

Understanding

Influential

Natural

Talented

Angelic

Visionary

Athletic

Loud

Lovable

Elegant

 

07 ottobre 2012

Via dei Rostri

Un semplice ponte ad Ostia sulla Roma-Lido, su via dei Rostri, e si collega
direttamente l'Ospedale al Lungomare.

Lo facciamo?

29 settembre 2012

SCONTARE LA PENA MA NON IN UNA GALERA

commento dal sito "lavoce.info" all'articolo: SCONTARE LA PENA MA NON IN UNA
GALERA
(http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003311.html)
Data: 28-09-2012
Autore: Dario Quintavalle (Twitter: @darioq)


Oggetto: Non solo pericolosi

Credo che ci sia un equivoco di fondo, alla base di questo articolo: il
carcere, in linea di principio, non serve a tenere dentro i soggetti
pericolosi (che potrebbero essere incensurati), ma a punire i delitti
commessi, che possono essere molto efferati, senza per questo costituire
indizio di pericolosità sociale (il marito che ammazza la moglie, ad es.).
Semmai è proprio il prevalere della funzione di prevenzione su quella di
rieducazione e di pena il vero problema. Secondo i dati pubblicati su
giustizia.it, la metà dei detenuti è in attesa di giudizio. Forse la bolla
carceraria si potrebbe sgonfiare partendo da qui, dalle persone nominalmente
innocenti, ripristinando, con adebguate misure di sicurezza, il loro diritto
ad attendere la sentenza da liberi.

06 settembre 2012

Siamo onesti: buona parte della spesa pubblica è in realtà sussidio

commento dal sito "lavoce.info"


Articolo: UN TAGLIO AI SUSSIDI PER RIDURRE LE TASSE
(http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003266.html )
Data: 06-09-2012
Autore: Dario Q

Oggetto: Siamo onesti: buona parte della spesa pubblica è in realtà sussidio
Da un lato l'opinione pubblica parla di "sprechi" nella PA – come se essa
fosse abitata da inguaribili sciuponi - dall'altro spesso chiede più
intervento pubblico in economia. Sarebbe allora onesto riconoscere che oltre
ai sussidi 'trasparenti', quelli riconoscibili per tali, cioè regalìe ai
privati tout court, ci sono anche tutte le spese imposte alla PA per
acquisti di beni e servizi da imprese che altrimenti avrebbero poco o nessun
mercato: dalla trascrizione delle registrazioni dei processi (sostituibile
da un software) ai buoni pasto dei dipendenti (ad accreditare il
controvalore in busta paga, non ci ha pensato nessuno?), all'acquisto di
mezzi militari etc. Chissà quante vittime se davvero lo Stato - come
vogliono i neoliberisti teorici dello Stato minimo - si ritirasse a fare
poche cose essenziali!

24 luglio 2012

Presunti dirigenti...

Non vi fate chiamare Dirigenti, perché avete un solo Dirigente, il Cristo.

 

Matteo 23, 10

 

23 luglio 2012

La Coscienza di Zeno

"....Mi parve ch'egli avesse portate alla luce le radici della vita la quale è fatta così: tutti gli organismi si distribuiscono su una linea, ad un capo della quale sta la malattia di Basedow che implica il generosissimo, folle consumo della forza vitale ad un ritmo precipitoso, il battito di un cuore sfrenato, e all'altro stanno gli organismi immiseriti per avarizia organica, destinati a perire di una malattia che sembrerebbe di esaurimento ed è invece di poltronaggine. Il giusto medio fra le due malattie si trova al centro e viene designato impropriamente come la salute che non è che una sosta. E fra il centro ed un'estremità — quella di Basedow — stanno tutti coloro ch'esasperano e consumano la vita in grandi desiderii. ambizioni, godimenti e anche lavoro, dall'altra quelli che non gettano sul piatto della vita che delle briciole e risparmiano preparando quegli abietti longevi che appariscono quale un peso per la società. Pare che questo peso sia anch'esso necessario. La società procede perché i Basedowiani la sospingono, e non precipita perché gli altri la trattengono. Io sono convinto che volendo costruire una società, si poteva farlo più semplicemente, ma è fatta così, col gozzo ad uno dei suoi capi e l'edema all'altro, e non c'è rimedio. In mezzo stanno coloro che hanno incipiente o gozzo o edema e su tutta la linea, in tutta l'umanità, la salute assoluta manca........."

".......Io non seppi offrirgli alcun conforto. Davvero mi offendeva ch'egli credesse di essere l'uomo più disgraziato del mondo. Non era un'esagerazione la sua; era una vera e propria menzogna. L'avrei soccorso se avessi potuto, ma mi era impossibile di confortarlo. Secondo me neanche chi è più innocente e più disgraziato di Guido merita compassione, perché altrimenti nella nostra vita non ci sarebbe posto che per quel sentimento, ciò che sarebbe un grande tedio. La legge naturale non dà il diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore. Quando viene esposto il commestibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e, se mancano, s'affrettano di nascere. Presto la preda basta appena, e subito dopo non basta più perché la natura non fa calcoli, ma esperienze. Quando non basta più, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e così l'equilibrio, per un istante, viene ristabilito. Perché lagnarsi? Eppure tutti si lagnano. Quelli che non hanno avuto niente della preda muoiono gridando all'ingiustizia e quelli che ne hanno avuto parte trovano che avrebbero avuto diritto ad una parte maggiore. Perché non muoiono e non vivono tacendo? È invece simpatica la gioia di chi ha saputo conquistarsi una parte esuberante del commestibile e si manifesti pure al sole in mezzo agli applausi. L'unico grido ammissibile è quello del trionfatore........"

".....Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico–analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia salute non proviene solo dal fatto che mi sento un privilegiato in mezzo a tanti martiri. Non è per il confronto ch'io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch'era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d'importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell'immobilità come gl'incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole.
Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e sopratutto col trionfo..."

Italo Svevo,
La Coscienza di Zeno

 

11 luglio 2012

MENO TRIBUNALI, PIÙ GIUSTIZIA ?

commento dal sito "lavoce.info"
Articolo: MENO TRIBUNALI, PIÙ GIUSTIZIA
(http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003186.html)
Data: 11-07-2012
Autore: Dario Q


Oggetto: Non è così automatico...
Testo: Ho affrontato il tema della riorganizzazione in "Federalismo
differenziato per la Giustizia" qui su La Voce
http://www.lavoce.info/articoli/-giustizia/pagina1002825.html. Vorrei
ricordare all'autore che il nostro sistema giudiziario soffre non solo di
polverizzazione, ma anche di gigantismo, con alcune sedi giudiziarie (Roma,
Milano, Napoli) tra le più grandi d'Europa. Dunque il problema di trovare la
giusta dimensione che assicuri economie di scala ed efficienza è tutt'altro
che risolto. Credo ci voglia una notevole dose di coraggio per affrontare le
resistenze di campanile. Ma, se si fossero abolite per tempo tutte le
province, si sarebbe trovato il personale - radicato sul territorio - in
grado di coprire gli uffici statali periferici, soprattutto al Nord, che è
più in sofferenza.

10 maggio 2012

Se lo guardi su Internet

Sono un viaggiatore, e le mie valigie soffrono di un discreto turn-over, mi tocca cambiarle con frequenza. Mi rivolgo perciò a una nota valigeria di via Nazionale a Roma. Esamino un paio di Samsonite, marca che tra parentesi considero una discreta ca ***ta e chiedo quali siano le dimensioni e il peso. Pare che chiedere questi dati sia una cosa piuttosto inusuale, e non capisco perché, visto che con le compagnie aeree sul peso non si sgarra. Comunque una gentile commessa si adatta a prendere le misure, e per il peso chiede alla proprietaria, un' anziana donna che, come se non ci fossi, sibila: "il peso se lo guardasse su Internet". Colpito da tanta grazia, giro i tacchi e me me vado. Sappia la signora che con Internet non solo si ottengono le informazioni, ma si possono anche fare acquisti, spesso a prezzi inferiori che in negozio, e certo al netto della cafonaggine dei negozianti. I quali, secondo il pensiero unico corrente, sono il mitico "privato", che, stimolato dalla concorrenza, dovrebbe fornire il miglior servizio possibile ai clienti, mica come quei fannulloni del pubblico impiego, tra cui il sottoscritto.

Poi si lamentano che c'è la crisi...

08 maggio 2012

"lavoce.info": UNA CONTRORIFORMA PER IL PUBBLICO IMPIEGO?

Un articolo di Luigi Olivieri sulla riforma della PA
UNA CONTRORIFORMA PER IL PUBBLICO IMPIEGO
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003054.html
con il mio commento:
---
Ma quale controriforma?

Non credo che nessuna azione tesa a "vendere" l'idea che i lavoratori
pubblici siano privilegiati può essere definita una riforma a 'favore' degli
stessi. Né si può parlare di 'contro'-riforma, dal momento che la Brunetta
non è stata una vera riforma ma solo fumo negli occhi. Partiamo da alcuni
fatti: 1) la crisi non l'hanno creata i dipendenti pubblici, ma la finanza;
2) gli sprechi appartengono assai più al mondo della politica che alla PA;
3) le imprese vantano crediti importanti, ma hanno fatto alla PA prezzi del
tutto assurdi; 4) in mancanza di nuove assunzioni il pubblico impiego si
avvia all' estinzione. Cominciare a pensare seriamente alla PA, come si fa
in Francia, questa sì che sarebbe una riforma. Gli impiegati pubblici sono
stufi di fare da capro espiatorio di tutto ciò che non va nel paese!

07 aprile 2012

"lavoce.info" - RITARDI NEI PAGAMENTI DELLA PA: SOLUZIONE CERCASI

Articolo: RITARDI NEI PAGAMENTI DELLA PA: SOLUZIONE CERCASI (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002992.html)
Data: 07-04-2012
Autore: Dario Quintavalle (Twitter: @darioq)

Oggetto: E' un accordo al ribasso
Testo: Diciamoci la verità: lo Stato, come tutte le persone che affogano nei debiti, compra a credito. Al tempo stesso, alcuni servizi che lo Stato acquista o sono inutili, o non indispensabili al suo funzionamento. In sostanza sono una forma di finanziamento surrettizio al sistema delle imprese. Molte imprese accettano di anticipare i soldi perché certi servizi non hanno mercato e interessano solo allo Stato (a chi serve, ad es. il servizio di trascrizione dei processi penali?), e comunque in cambio dell'attesa esse ricaricano i costi anche del 300%. È uno sporco baratto, e se davvero lo Stato chiudesse i rubinetti, molte imprese non sopravvivrebbero.

19 marzo 2012

Punti di vista

Un amico che colleziona miei aforismi, e me li ripete anni dopo che li ho dimenticati, ha segnalato a un suo conoscente il mio blog, dicendogli che sono ‘un uomo più grande di Confucio’.
Troppo onore.

Non so se sono più grande di Confucio. Di sicuro sto diventando più grasso del Buddha….