08 marzo 2014

L'annessione della Crimea è illegale... per la legge russa




A norma dell'art 4 co. 2 della Legge Costituzionale Russa n° 6/2001 - che attua l'art. 65 ultimo comma della Costituzione Russa che regola il territorio e la composizione della Federazione Russa, l'annessione di un territorio straniero o di uno stato estero può avvenire solo in base a un trattato internazionale con lo Stato cedente.
In pratica, l'annessione della Crimea sarebbe incostituzionale, ed in base a una legge firmata da Putin stesso.
..
Qui il testo tradotto da Google. Originale qui: http://cikrf.ru/law/federal_constitutional_law/fkz_6_2001.html


FEDERAZIONE RUSSA
Legge costituzionale federale
IN ORDINE DI ADOZIONE FEDERAZIONE RUSSA 
ed educazione di nuovi soggetti 
FEDERAZIONE RUSSA
Approvato dalla Duma di Stato il 30 novembre 2001
Consiglio della Federazione ha approvato 5 dicembre 2001
(Come modificato. Legge costituzionale federale del 31.10.2005 № 7-FCL)

04 marzo 2014

UCRAINA, E ADESSO CHE SUCCEDE?

Tiraspol è una capitale europea, anche se nessuno l’ha sentita nominare. Precisamente, è la capitale della Repubblica di Transdnistria, un territorio stretto tra il fiume Nistro e il confine ucraino, e rivendicato dalla Moldavia. L’indipendenza della Transdnistria è ‘garantita’ da  un migliaio di ‘peacekeepers’ russi. Il paese è come surgelato nella storia, batte bandiera con simboli sovietici ed è più arretrato della pur arretratissima Moldavia. Poi ci sono l’Ossetia del sud, e l’Abhazia, entrambe su territori rivendicati dalla Georgia. Nessuno al mondo riconosce queste repubbliche, tranne la Russia. 

Ecco, la serie degli stati fantasma sotto protettorato militare russo potrebbe adesso allungarsi con la Repubblica autonoma di Crimea, già Ucraina. 

Era facile prevedere che una decisa opzione pro-occidentale dell’Ucraina avrebbe portato a una controreazione filorussa. Non da oggi l’Ucraina è in predicato di una secessione, e lo scenario era a conoscenza di tutti gli esperti di politica internazionale (ma sorprendentemente sottovalutato dalle Cancellerie Europee  e dalla Commissione). 

Huntington - Clash of Civilizations

Molti osservatori, tuttavia, immaginavano che i russi avrebbero agito da dietro le quinte, soffiando sul fuoco della secessione, al tempo stesso favorendo l’emergere a Kiev di un governo dai forti connotati nazionalisti che si sarebbe reso impresentabile agli occidentali. 

È accaduto invece che i russi abbiano scelto di rompere gli indugi, e di mettere “gli stivali sul terreno”: niente strategie sofisticate, nessuna raffinatezza diplomatica – una pura e semplice conquista militare. Visti i precedenti citati prima, non c’è ragione di credere che anche questa volta non dovrebbe funzionare, e che lo status quo non possa essere congelato indefinitamente. 

Già politici europei, per esempio il nostro viceministro degli esteri Pistelli  (qui nell'intervista che abbiamo dato insieme a Radio Popolare), si dimostrano disponibili al riconoscimento dello status quo, augurandosi che la Russia “si accontenti” della Crimea. 

Il fatto che questo sviluppo sia stato largamente non previsto, dimostra quanto poco si capisca in Occidente della mentalità russa. Il Cremlino, che il suo occupante si chiami Zar, Segretario Generale o Presidente, esprime un potere imperiale: e questo non da oggi, ma da secoli. La storia russa è quella di un espansionismo ipertrofico, che l’ha portata ad assorbire territori vastissimi e popolazioni eterogenee. 

Soprattutto è dominata da una fortissima pulsione verso il mare. Pietro il Grande, educato in Olanda, volle una capitale sull’acqua, simile ad Amsterdam, tutta su isole, e senza neanche ponti, nel progetto originario, perché tutti dovevano imparare ad andare in barca. Pietro volle trasformare un popolo di contadini in marinai. Ma San Pietroburgo è a nord, il mare è spesso ghiacciato. 

La sua opera fu completata da Caterina la Grande, che portò la Russia sul Mar Nero, fondando città come Odessa, e ponendo fine al Khanato dei Tatari di Crimea, governato dal bellissimo palazzo di Bakhchisaray. Tutta la zona meridionale dell’attuale Ucraina era la Novorossiya, la Nuova Russia. 



La Fontana di Bakchisarai,
cui è dedicato un poema di Pushkin



Crimea, Bakchisarai, il Palazzo del Gran Khan dei Tatari


Da un paese come l’Italia, che è tutto sul mare, è difficile capire questa frustrante ‘continentalità’ di cui soffre la Russia. Tutta la sua politica, per secoli, è stata volta a liberarsi di questa camicia di forza. Persino la sua spinta verso est, fino al Pacifico, si spiega con la costante ansia di trovare nuovi sbocchi.  

La Crimea ha certamente una importanza strategica, da lì si controlla tutto il Mar Nero, e non è un caso che sia stata così contesa durante i secoli.  A parte la base di Sebastopoli, che è in affitto dall’Ucraina in cambio di sconti sul gas, la Russia sul Mar Nero dispone solo di un altro porto in mare aperto sul proprio territorio, Novorossijsk, che non è sufficientemente profondo e non è dotato delle infrastrutture necessarie a ospitarla. Tenere Sebastopoli, con le sue trenta baie di acqua profonda, è dunque cruciale per continuare ad assicurare alla flotta del Mar Nero la sua capacità di proiettarsi nel Mediterraneo, e quindi per il potere marittimo russo. 

Sebastopoli, il porto militare

Sebastopoli, l'ingresso monumentale al porto antico

Sebastopoli, Matrimonio russo

Sebastopoli, marinai russi

Sebastopoli, monumento ai marinai della Guerra di Crimea

Sebastopoli, locomotiva-monumento
"Smert' Fashismu! - Morte al Fascismo!"

Ma la Crimea - che ha poco da offrire, a parte le sue basi e l’industria turistica e vinicola (i russi vengono qui a fare il bagno e a bere il vino locale - due esperienze che sconsiglio decisamente) - non è l’oggetto finale del contendere, piuttosto un premio di consolazione.  




Yalta

No, la posta in gioco era ben altra: quella che si è appena combattuta è una grande contesa geostrategica tra Oriente ed Occidente che aveva come oggetto la ricostituzione, come Unione Euroasiatica, del dominio russo, prima denominato Impero Zarista e poi Unione Sovietica (il cui collasso fu definito da Putin ‘la più grande tragedia della storia’). L’Ucraina era una componente indispensabile di questo progetto, anche per la sua funzione storica di stato-cuscinetto con l’Europa (il suo nome significa ‘presso la frontiera’). 

La partita per l’Ucraina, dunque, aveva ad oggetto nientemeno che l’identità nazionale russa. E la Russia l’ha persa. La mossa militare rivela, più che altro, la frustrazione di non essere riusciti a controllare e guidare gli eventi, e la necessità di riaffermare, sia davanti all’opinione pubblica interna, sia davanti agli autocrati alleati (Nazarbayev e Lukashenka in primis), l’immutata forza e determinazione della Russia. 

A noi europei (e soprattutto agli italiani) ciò sembra profondamente illogico. Viviamo in un(a parte del) mondo che si trastulla nell’idea che la forza sia obsoleta, che l’hard power sia inutile. Vista da Mosca, invece, l’opzione militare è perfettamente percorribile e lecita, se questo serve agli scopi della potenza. La Russia si sente accerchiata e minacciata, ed ha reagito. È stata sfidata, ed ha risposto alla sfida. 

Cerchiamo di vederla dal punto di vista della Russia – e non perché ci si debba schierare da una parte o dall’altra, ma perché la politica estera è fatta anche di percezioni, status, mitologie, narrative, sentimenti, non solo di freddo calcolo: c’è una Europa che si preoccupa dei diritti delle minoranze, siano essi zingari o gay, e se ne fa paladina al punto da vestire di arcobaleno le divise della nazionale olimpica tedesca a Sochi. Poi però tollera che, nei paesi baltici, i russi non abbiano i diritti politici. “Double Standard” è il termine più ricorrente quando i russi confrontano gli elevati principi dell’Occidente con la sua pratica non sempre coerente. E la questione delle minoranze russe rimaste fuori dalla Federazione è un punto tuttora dolente. La Russia deve mandare un messaggio chiaro, che esse sono sotto la sua tutela. 

Se l’Europa ha dimenticato cos’è l’hard power, la Russia non ha invece mai imparato a servirsi del suo soft power: e sì che potenzialmente ne avrebbe da vendere. Chi conosce questo grande paese, la sua profonda cultura, la simpatia e l’allegria della sua gente, la sua musica travolgente, non può che sentirsi frustrato dalla sua incapacità di mostrare un volto più seducente. Nella nostra percezione c’è molto della narrativa occidentale, che si nutre ancora, per riflesso condizionato, dei luoghi comuni della guerra fredda: e tuttavia la Russia ci mette del suo. 

Così è stato nei rapporti con l’Ucraina. Anche se i russi proclamano sentimenti fraterni nei confronti della vicina, gli Ucraini si sono sempre sentiti considerati degli inferiori. Al tempo di Caterina la Grande e di Tolstoj, del resto, l’Ucraina era chiamata Malorossiya, la Piccola Russia. La Madre Russia vede l’Ucraina al meglio come una sorella minore, da tenere sotto tutela, quando invece è a Kiev che la storia russa è cominciata, con la Rus' di Kiev e il battesimo degli slavi nelle acque del Dnipro. In tutti questi anni i russi non sono riusciti a costruire i rapporti col loro vicino su un piano di parità, e a riconoscergli un primato d’onore. 

Più illuminante di ogni discorso, a dirla lunga sui rapporti con la Russia è la cupa immagine della Rodina Mat’, la colossale Statua della MadrePatria, che si staglia su Kiev con i suoi 102 metri di acciaio e titanio - una versione sovietica, cioè orrenda, della Statua della Libertà. Per i kieviti la statua rappresenta semplicemente “Colei-che-non-deve-essere-disobbedita”. 

Il Monumento alla Madrepatria (Rodina Mat') a Kiev

Eppure, mentre è riconoscibile una mano straniera nel finanziamento della Rivoluzione Arancione prima, e di EuroMaidan poi, la Russia con tutta la sua influenza non è mai riuscita a fomentare contromanifestazioni di piazza a favore dell’Unione Euroasiatica. E sì che trent’anni fa l’Unione Sovietica seppe mobilitare le piazza europee contro gli euromissili. 

Per inciso, Mosca è riuscita invece molto meglio a far passare in Occidente la sua narrativa, figlia di una lettura smaccatamente sovietica della storia ucraina, per cui molti ora credono alla storia dei “fascisti al potere a Kiev”. Di vero c’è che Pravy Sektor, il Settore Destro, molto attivo sulla Maidan, si ispira fortemente (fino a riprenderne la bandiera rossonera) all’Esercito Insurrezionale Ucraino del nazionalista Stepan Bandera,  che combatté per l’indipendenza ucraina a fianco dei tedeschi, in un’alleanza interessata e controversa. Ma da qui a dire che Kiev è in mano ai fascisti, ce ne corre. 

Il nazionalismo ucraino è solo la costante aspirazione dell’Ucraina di essere indipendente dalla Russia: esso non è diverso in natura, né meno raccomandabile, dell’irredentismo italiano o dell’indipendentismo irlandese (o scozzese, storia di questi giorni). 

Quanto agli ebrei, le voci di un rinascente antisemitismo sembrano davvero esagerate: questa è stata la terra dei pogrom, ma è comunque ancora la casa della quarta più grande comunità ebraica del mondo. 

Eupatoria, Crimea: la Moschea Juma-Jami

Eupatoria, Crimea: il Tempio degli Ebrei Caraiti.
In Crimea si sovrappongono diverse culture e religioni

Di sicuro i nazionalisti, nel loro sforzo di promuovere l’ucraino come lingua unificante ed identitaria del paese, hanno commesso parecchi madornali sbagli. A Kiev non c’è un canale di stato che trasmetta in russo, quindi non solo l’informazione agli ucraini russofoni proviene unilateralmente dai media russi, controllati dal Cremlino, ma gli Ucraini non sono in grado di raccontare all’opinione pubblica russa (che l’ucraino non lo capisce) la loro versione dei fatti. 

Il russo non è mai stato la seconda lingua ufficiale, ma la legge del 5 luglio 2012, promossa dal governo Janukovich, permetteva di usarlo nelle regioni come seconda lingua locale, cosa che aveva scontentato i nazionalisti. La legge è stata abrogata dalla Verkhovna Rada (il Parlamento) il 23 febbraio 2014, ma il presidente ad interim Turchinov ha posto il veto, quindi è ancora vigente (cosa che spesso i media occidentali omettono di riportare).

Occorre chiarire che in discussione c’era solo lo status della lingua russa negli uffici pubblici e nei tribunali, e che non c’è mai stato alcun divieto di usare il russo nei rapporti correnti, né alcuna discriminazione nei confronti dei madrelingua russi. Sentire al telegiornale italiano che gli ucraini vogliono “abrogare il russo” è o disinformazione, o pura ignoranza. 

Del resto, sarebbe impossibile: tutti gli ucraini sono perfettamente bilingui. Quello che sfugge, da noi, è che il russo, oltrecortina, è una lingua veicolare con la quale si comunica tra popoli differenti, con la stessa funzione che ha l’inglese in Occidente. Quindi non è solo la lingua dei russi, e non ha una funzione identitaria: parlare russo non significa identificarsi ipso facto come russo. 

Toccare questo tasto non è stata certo una mossa intelligente o sensibile, da parte della nuova maggioranza, visto che ha permesso a Putin di presentarsi come il campione dei russofoni ovunque discriminati. Si parla a Kiev, ma intenda anche Riga. 

Anche se in questo momento la Russia appare vincente sul campo, dove è indubbiamente superiore, esce sconfitta dal confronto. Ha la Crimea - ma ce l’aveva già, visto che l’affitto della base di Sebastopoli scadrà nel 2042. La vicenda di Maidan ha completamente oscurato i giochi di Sochi, che per i russi sono stati un investimento d’immagine (e di soldi) cospicuo.  Il vertice del G8 sarà forse disertato. Una bella vittoria di Pirro. 

I rapporti con l’Ucraina sono irrimediabilmente compromessi. L’Ucraina ne uscirà forse smembrata, ma quel che ne resta aderirà senz’altro alla UE e alla NATO: ormai non c’è più da preoccuparsi delle suscettibilità russe. Oppure, sarà finlandizzata: né con l’Occidente, né con Mosca, ma da essa dipendente. In pratica, tornerà a essere quel paese apatico, statico e privo di una direzione che è stato per 22 anni fino a Maidan. 

Anche l’Europa esce sconfitta: un altro conflitto (per ora fortunatamente incruento) nel continente dove si suppone che la forza sia diventata “obsoleta”, un altro paese che si frantuma, e del quale sarà poi necessario raccogliere i cocci, e pagarne i conti, subendo intanto massicce ondate migratorie. 

L’ accordo negoziato dalla troika comunitaria, che irrealisticamente prevedeva elezioni a dicembre, è stato sconfessato dalla piazza subito dopo, e la situazione è precipitata. L’Europa ha mandato al massacro il suo campione (o meglio, il campione della Germania), il pugile Klitschko, e non ha saputo prevedere gli sviluppi fuori da Kiev, come se le migliaia di persone radunate a Maidan rappresentassero davvero tutta l’Ucraina. 

Occorreva pure porsi il problema di rappresentare la parte orientale del paese: molti all’Est possono aver tratto la conclusione che  se per due volte il presidente da loro espresso (era Janukovitch anche davanti alla Rivoluzione Arancione) è stato fatto fuori con metodi non democratici, per loro non c’è spazio nella politica nazionale. 

Anche se in questo momento le manifestazioni russofile si propagano ad altri settori del sud-est, non è ancor detto che la frattura sia del tutto consumata. Le forze armate ucraine, che hanno rinunciato alla leva appena nell’ottobre 2013, e quindi sono in piena riorganizzazione, non sono certo in grado di opporsi a Mosca, ma forse potrebbero aver ragione di eventuali moti autonomisti. E non va trascurato che l’Ucraina è tuttora  il nono produttore mondiale di armi (anche se le fabbriche si trovano a Est). 

Ci sono già state importanti defezioni nelle forze armate ucraine, nondimeno non va sottovalutato l’orgoglio patriottico: checché ne dica Putin, l’Ucraina non è una semplice espressione geografica. 

È interessante vedere come si stanno schierando gli oligarchi, che nell’est russofono, ed in particolare a Donetsk (nota ai tifosi italiani per le partite degli Europei del 2012) hanno la loro base industriale. I loro assets sono tutti in Europa e potrebbero essere facilmente congelati. Per interesse, assai più che per patriottismo, si schiereranno con l’Ucraina. 

Non è detto poi che in Crimea la situazione sia ancora definita. I tatari non vogliono tornare sotto i russi, e certo non lo vogliono gli ucraini: insieme fanno il 50% della popolazione. Anche la piccola minoranza italiana di Kerch è pro-Ucraina. Né è detto che tutti i russi vogliano vivere in un limbo tipo la Transdnistria, senza poter viaggiare da nessuna parte. Purtroppo è difficile credere che il prossimo referendum a fine mese sarà libero e senza brogli. E comunque non ci sarà nessun osservatore internazionale a controllare.  Ma lo standoff potrà continuare a lungo.

Simferopoli, filobus

Simferopoli, Crimea: palazzo della Repubblica Autonoma

Simferopoli, Crimea: Bandiera Ucraina e della Crimea

Simferopoli, Crimea, statua di Lenin

Simferopoli, Crimea, la Stazione

Simferopoli, Crimea, la Stazione

Nessuno lo menziona, ma la più grave implicazione di quanto sta accadendo in Crimea è a livello globale.  La crisi russo-ucraina potrebbe aver dato un bel colpo al processo di disarmo nucleare, regolato dal Trattato di Non-Proliferazione. 

Va ricordato infatti che, alla fine della Guerra Fredda, con il collasso dell’URSS, l’Ucraina si ritrovò a essere la terza potenza nucleare del pianeta, con 220 vettori nucleari tra cui 176 Missili balistici intercontinentali, con 1800 testate nucleari.

L'Ucraina rinunciò al suo arsenale nucleare in cambio di protezione occidentale e garanzie russe sull'inviolabilità dei confini. Russia, il Regno Unito e gli USA firmarono nel 1994 il Budapest Memorandum on Security Assurances, di cui si è molto parlato in questi giorni. 

Poichè sono fondamentalmente un giurista, sono andato a rileggermelo. Riassumendo, la Russia, il Regno Unito e gli USA si impegnano:
  1. a rispettare l’indipendenza, la sovranità, e i confini dell’Ucraina; 
  2. a non usare o minacciare l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina, e che nessuna delle loro armi sarà mai usata contro l’Ucraina eccetto che in caso di autodifesa, o in accordo ai principi della Carta delle Nazioni Unite; 
  3. ad astenersi da forme di pressione economica volte a subordinare al loro interesse l’esercizio da parte dell’Ucraina dei suoi diritti sovrani e quindi ad assicurarsi vantaggi di qualunque tipo; 
  4. a chiedere l’intervento immediato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assistere l’Ucraina se questa fosse vittima di un atto di aggressione o fosse oggetto di una minaccia di aggressione con armi nucleari; 
  5. a non usare armi nucleari contro stati non nucleari, compresa l’Ucraina; 
  6. a consultarsi se dovesse sorgere un problema concernente questi impegni. 

Qualunque avvocato si metterebbe a ridere leggendo impegni così generici. Essi non stabiliscono, per l’Ucraina, alcuna garanzia superiore a quella già contenuta nella Carta delle Nazioni Unite. In particolare il Budapest Memorandum non obbliga i firmatari ad intervenire direttamente a difesa dell’indipendenza ed integrità territoriale ucraina, ma solo a consultarsi e a rivolgersi al Consiglio di Sicurezza.

La clausola al punto 2, che consente  comunque l’uso della forza contro l’Ucraina in caso di autodifesa, può essere usata per giustificare un atto di aggressione, soprattutto dopo che gli USA hanno elaborato la dottrina del pre-emptive strike.
Sulla ‘pressione economica’ di cui al punto 3, si potrebbe discutere chi è più in torto, se l’Unione Europea o la Russia.
Soprattutto, il Budapest Memorandum, che mi risulti, non è mai stato ratificato dai parlamenti dei rispettivi stati, e quindi non ha la dignità di un trattato internazionale, solo di un accordo tra governi: insomma, niente più che una lista di buoni propositi.  

L’Ucraina è finora l’unico paese ad aver proceduto ad un disarmo nucleare globale, privandosi di un deterrente che in questo momento le sarebbe tornato molto utile. Uno dei garanti della sua neutralità e integrità la sta invadendo. 

La lezione di questa settimana è: non scambiare le tue testate nucleari in cambio di parole. È una lezione che a Teheran e Pyongyang, a New Delhi e a Islamabad, certamente apprenderanno presto.  


Su Limes:
Due o tre cose che so sull'Ucraina
La mia intervista a Radio Popolare

Su questo blog: Ucraina