29 luglio 2014

Castelli di carta

Seguo distrattamente il dibattito sulla riforma costituzionale. Per dovere di ufficio ho seguito un po' di più quello sulla riforma della PA. Ma non riesco, in entrambi i casi, a trattenere uno sbadiglio. Ho capito ormai di appartenere a una generazione, che dopo aver sopportato tutto il peso del ventennio berlusconiano (e antiberlusconiano), si ritrova adesso condannata senza appello dal Rottamatore, ben deciso a buttare l’acqua sporca e i bambini in nome di un rinnovamento che – pare – debba avvenire di schianto o niente. Non mi pare che avere un Senato elettivo o non elettivo sia una questione esistenziale. Sulla PA, il governo ha fatto esattamente quello che hanno fatto i precedenti: ha reinventato la ruota. Mai nemmeno per sbaglio che qualcuno pensi che si può riformare in senso incrementale, che ci sono persone che, nella generale decadenza, hanno tenuto botta, e quindi dato un senso all’espressione ‘servizio pubblico’ e che vorrebbero essere slegate dai tanti lacci che imbrigliano le loro energie positive.